"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

58 | giugno/agosto 2007

ISBN:978-88-98260-71-3

titolo

Le Res Gestae Augusti e l'Ara Pacis

Giacomo Dalla Pietà

Le Res Gestae, consuntivo in prima persona della vita e dell'operato di Augusto, costituiscono, come noto, un unicum all'interno della letteratura latina, dal momento che non è possibile ascriverle ad alcun genere letterario specifico. Si è generalmente giunti da parte degli studiosi alla conclusione che esse costituiscano una base per l'apoteosi del princeps Augustus, figlio del divo Iulius. Il tono moderato e asciutto che pervade tutto il documento, l'uso della prima persona, insolito in ambito biografico latino, circonfondono il protagonista di un'aura di sacralità, elemento che giova alla divinizzazione del principe, secondo un modello caro in particolare alla parte orientale dell'impero (non a caso il testo è stato ricostruito sulla base di testimonianze epigrafiche tutte provenienti dall'Asia Minore). Le capacità accentratrici e monarchiche di Augusto emergono con compostezza ma chiaramente, dietro la parvenza di un ricostituito ordine repubblicano. Si consideri ad esempio il paragrafo 12, oggetto in questa sede di particolare interesse:

Ti. Nerone et P. Quintilio consulibus, aram Pacis Augustae senatus pro reditu meo consecrandam censuit ad campum Martium in qua magistratus et sacerdotes virginesque vestales sacrificium facere iussit.

In questo paragrafo (si veda qui il contributo di Monica Centanni e Maria Grazia Ciani) si accenna rapidamente alla costruzione dell'Ara Pacis, nell'ambito del programma di restaurazione religiosa ed edificazione di nuovi templi inaugurato da Augusto. È ben chiaro dal breve passo sopra citato che tale programma è fortemente concentrato nelle mani del princeps. Infatti prima di Augusto i collegi sacerdotali avevano ciascuno competenze specifiche e potevano esercitare una notevole influenza politica. La riforma augustea confina i collegii sacerdotali alla funzione religiosa (peraltro progressivamente usurpata dallo stesso princeps-pontifex): nelle Res Gestae così come nella raffigurazione del fregio continuo dell'Ara Pacis sono considerati collettivamente e, comparendo tutti insieme, producono un maggior effetto scenografico, ma esercitano certo una minore influenza sul piano delle decisioni politiche. Di fatto subito dopo Azio, già a partire dal 29 a.C., Augusto entrò in tutti i collegi sacerdotali e ne assunse l'effettivo controllo.

I collegi sacerdotali, quali quelli menzionati nelle Res Gestae, sono appunto raffigurati anche nell'Ara Pacis. Il fitto corteo di figure togate (sacerdoti) esprime un'idea di uguaglianza, quale quella sottesa al paragrafo sopra citato, attraverso l'accostamento in unum di tutti i corpi sacerdotali.
Il programma religioso edilizio è sintetizzato nel paragrafo 20 delle stesse Res Gestae:

Duo et octoginta templa deum in urbe consul sextum ex auctoritate senatus refeci, nullo praetermisso quod eo tempore refici debebat. 

In questo senso (di una restaurazione morale e religiosa, che avoca però al princeps le funzioni di sommo e unico 'custode' del nuovo ordine (si veda ancora il saggio Centanni-Ciani) può individuarsi un elemento forte di collegamento tra Res Gestae e Ara Pacis. Anche nelle Res Gestae (paragrafo 13) Augusto vuole peraltro apparire quale supremo restauratore della pace:

Ianum Quirinum quem clausum esse maiores nostri voluerunt, cum per totum imperium terra marique esset parta victoris pax, cum... clausum fuisse memoriae prodatur, ter me principe claudendum esse censuit.

In età augustea le Res Gestae non erano state  incise sull'Ara Pacis (come avverrà nell'allestimento del 1938, fortemente voluto dallo stesso Mussolini), ma davanti al Mausoleo di Augusto nel Campo Marzio, sulle due colonne ai lati d'ingresso del Mausoleo. Lì furono successivamente sepolti anche Vespasiano, Nerva e Giulia Domna. L'edificio fu saccheggiato nel 410 e i barbari asportarono anche le aeneae tabulae su cui era incisa l'autobiografia di Augusto. Nel Medioevo il ricordo delle Res perdurò attraverso i brevi cenni contenuti nella Vita Augusti di Svetonio (Suet., Aug. CI) finché, nel 1555, Ogier-Ghislain de Busbecq, un diplomatico fiammingo al servizio di Ferdinando I d'Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, non rinvenne presso Ancyra (Ankara) in Galazia (Asia Minore) una copia latina delle Res Gestae, la cui titolazione suona: Exemplar ex duobus ahenis pilis quae sunt Romae positae. L'iscrizione si trova nell'acropoli della città, in un tempio dedicato ad Augusto e a Roma verso il 25 a.C. circa, anno dell'annessione della Galazia all'impero (prima lo stesso tempio era dedicato a una divinità frigia, il dio Luna). Il fatto che l'Index rerum gestarum sia stato scolpito sulla pietra delle due pareti del pronao ha indubbiamente giovato alla conservazione del testo, inciso su materiale meno appetibile del bronzo delle due tavole poste a Roma, all'entrata della Tomba augustea.

La prima edizione attendibile è quella del 1695 ad opera di Gronovius. A Joseph Pitton de Tournefort, inviato ad Ancyra al principio del secolo XVIII da Luigi XIV, si deve la scoperta ad Apollonia dell'>esemplare greco, versione che fino a quel momento era ignota e che, come spesso accade nelle versioni bilingue di testi antichi, non può definirsi traduzione verbum de verbo del testo latino.

res gestae iscrizione

Iscrizione delle Res Gestae, versione greca rinvenuta ad Apollonia

Napoleone III incaricò Georg Perrot ed Edmond Guillaume di una spedizione scientifica in Anatolia. Guillaume eseguì l'apografo dell'intero testo latino delle Res Gestae e di parte di quello greco. Mommsen se ne servì per la sua edizione del 1883. I ritrovamenti effettuati ad Apollonia e Antiochia, sempre nella Galazia, giovarono ulteriormente alla ricostruzione del testo. Gli scavi antiocheni, intrapresi da Ramsay a partire dal 1914, portarono al ritrovamento dei nuovi frammenti latini, pubblicati nel 1927.

Negli anni trenta del secolo scorso furono approntate da due filologhe italiane ben due pregevoli edizioni: quella di Concetta Barini (1930), e soprattutto quella di Enrica Malcovati (1937), pubblicata proprio in occasione del bimillenario augusteo, che servì come antigrafo per il testo fatto incidere sull'Ara Pacis nel 1938. In particolare su questa seconda edizione, cronologicamente concomitante con i lavori per la ricostruzione dell'Ara Pacis, e che reca in apertura una prefazione dello stesso Benito Mussolini, mi riservo di intervenire in seguito.

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