"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

143 | marzo 2017

ISBN:978-88-98260-00-0

titolo

Il gioco del kottabos nella Sicilia greca

Clemente Marconi

English Abstract

Il termine kottabos (κότταβος) fa riferimento a un gioco molto popolare nel mondo greco, che consisteva nel lancio del vino durante il simposio, particolarmente verso la conclusione della serata (Schneider 1922). Al gioco, praticato sia da donne (etere, in particolare) che da uomini, fanno frequente riferimento, a partire dall'età arcaica, le fonti letterarie, soprattutto la commedia, ma prima ancora la lirica, cominciando almeno con Anacreonte. Tra queste fonti, la più ricca di informazioni è il libro XV dei Sofisti a banchetto (665b-668f), opera di Ateneo, scrittore greco vissuto in età romana imperiale. Proprio Ateneo (666b) tiene a precisare, al principio della discussione sul kottabos, l’origine siciliana di questo gioco, citando un componimento elegiaco del politico e poeta ateniese Crizia (Mazzarino 1939; Pownall 2009). Tale componimento era dedicato alle invenzioni dei diversi paesi, e uno dei suoi versi recitava: “Il kottabos è il principale prodotto della Sicilia”.

L’associazione del kottabos con la Sicilia era ben più antica, se in versi di Anacreonte già menzionati riportati da Ateneo (427d), il gioco veniva definito, tout court, siciliano. A conclusione della sua discussione, Ateneo (668d-e) torna sulla particolare popolarità del kottabos presso i Sicelioti, citando a supporto un verso di Callimaco, e arrivando ad affermare che nell’isola si costruivano stanze appositamente predisposte per questo gioco. Testi a parte, il gioco del kottabos è spesso raffigurato sulla ceramica dipinta a figure rosse, prima quella Attica e poi anche quella dell’Italia Meridionale e della Sicilia, coprendo un arco cronologico che dall’età tardo arcaica discende fino alla tarda età classica (Hurschmann 1985).

Sia i testi che le immagini contribuiscono a ricostruire la dinamica del kottabos (Sparkes 1960). Scopo del gioco era colpire un bersaglio con le gocce di vino rimaste nel fondo delle coppe usate per bere. Tale bersaglio, collocato tra le klinai sulle quali erano distesi i simposiasti, consisteva generalmente in un piccolo disco di metallo posizionato in cima a un lungo stelo di metallo analogo a un supporto per lampada: una volta colpito, il piccolo disco cadeva su un disco più grande collocato a metà del supporto, emettendo un forte suono (la fonte letteraria più dettagliata per questa versione del gioco è un passaggio della Nascita di Afrodite di Antifane, autore della Commedia di Mezzo, citato da Ateneo). In alternativa, le fonti letterarie menzionano come bersaglio un grande contenitore con piccoli vasetti al suo interno, che bisognava riempire fino a farli affondare. Nei vasi dipinti, i giocatori di kottabos sono raffigurati distesi sulle klinai, appoggiati sul gomito sinistro, mentre sono intenti a lanciare il vino con la mano destra: questa tiene la coppa con il dito indice infilato in una delle anse, come per impartire al vaso un movimento rotatorio.

La cura dei ceramografi nel raffigurare questo gesto trova un pendant nelle fonti letterarie (soprattutto un passo del Platone autore della Commedia Antica), che danno particolare enfasi al movimento della mano destra, raccomandando di non tenerla rigida, e di lanciare le gocce con ritmo. Non per caso, il kottabos era considerato uno dei principali giochi di abilità nel mondo greco, i cui premi potevano consistere (stando al già citato Antifane) in uova, dolci, noci e uva passa. Al tempo stesso, testi e immagini sono particolarmente insistenti sulle connotazioni afrodisiache ed erotiche del kottabos (si è perfino suggerito che nella commedia di Antifane già menzionata fosse messa in scena Afrodite stessa, impegnata a imparare questo gioco) (Scaife 1992). Un successo nel kottabos valeva come segno dell'essere amati dalla donna o dal giovane uomo il cui nome era pronunciato in occasione del lancio (concetto meglio espresso in un frammento di Pindaro): era quasi una sorta di responso oracolare (Mingazzini 1950-51; Csapo e Miller 1991).

Fig. 1 | cratere a calice attico a figure rosse da Gela, al Museo Archeologico Regionale di Agrigento inv. 1501 (BAPD 217596).

A dispetto della popolarità del kottabos in Sicilia, non sono molti i vasi dipinti nell’isola che raffigurano questo soggetto. Spiccano, tra i centri di provenienza, ciascuno con due esemplari, Agrigento, Camarina, Gela, Lentini, colonie greche alle quali si può aggiungere il centro indigeno di Sabucina, dal quale proviene una oinochoe attica a figure rosse con una figura barbata impegnata nel gioco. Il ridotto numero di vasi con questo soggetto non esclude che alcuni di essi siano di grande qualità e interesse dal punto di vista iconografico: come un cratere a calice attico a figure rosse da Gela, conservato al Museo Archeologico Regionale di Agrigento [Fig. 1], databile alla fine del V secolo a.C., che su un lato ha raffigurati satiri e menadi, e sull’altro una scena di simposio, alla quale prende parte lo stesso dio del vino Dioniso, semisdraiato sulla kline con al fianco una figura giovanile intenta a lanciare il vino, alla presenza di satiri e menadi e di un giovane attendente.

Fig. 2 | Cratere a campana da Lentini, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, inv. 43927: CVA Siracusa 1, III.I.8-9, tav. 13 num. 3 (BAPD 14125).

Per concentrarsi sulla Sicilia Orientale, il cratere a campana da Lentini al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa [Fig. 2], purtroppo molto danneggiato e restaurato, offre un buon esempio dell’iconografia del gioco del kottabos sulla ceramica Attica a figure rosse del V secolo a.C. Al centro della scena sul lato principale del cratere, databile poco dopo la metà del V secolo, campeggia una kline sulla quale sono semidistesi due banchettanti, rivolti in direzioni opposte. Quello di sinistra saluta una coppia avanti a sé, un uomo barbato con bastone e un giovane flautista, che sta arrivando per unirsi al simposio. Il banchettante di destra rivolge la testa nella direzione opposta, verso un giovane disteso su una seconda kline, posizionata di traverso ad angolo con la prima. Questo terzo simposiasta è raffigurato nell’atto di brandire una kylix con la mano destra, nel momento che precede il lancio.

Fig. 3 | Cratere a calice da Lentini, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa (inv. 37171: CVA Siracusa 1, IV.E.4, tav. 7 num. 1 (BAPD 9003786: Trendall 1967, 198 num. 7; Lyons, Bennett e Marconi 2013, 211 fig. 151).

Concentrata sui simposiasti è invece la scena sul lato principale di un cratere a colonnette databile un decennio più tardi, proveniente da Camarina (Camarina, Museo Archeologico Regionale, senza inv.: BAPD 9021882; Giudice 2007, 124 fig. 122): in questa scena, sono tre i partecipanti al banchetto, semidistesi su due klinai. Sulla kline di sinistra, in particolare, sono due giovani intenti a guardarsi, di cui l’uno è raffigurato nell’atto di brandire la kylix già a mezz’aria, mentre l’altro protende la mano destra per afferrare la spalla del compagno. Il più tardo cratere a calice (ca. 400-380 a.C.), sempre da Lentini e al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa [Figura 3], attribuito al Pittore della Scacchiera, primo rappresentante della ceramica a figure rosse prodotta in Sicilia, ci introduce a una iconografia diversa, ben in sintonia con l’immaginario della ceramica attica della fine del quinto e dell’inizio del quarto secolo a.C. In questo vaso, sul lato principale, sono raffigurate due donne, una seduta e l'altra stante, che giocano al kottabos alla presenza di Eros, raffigurato nell’atto di volare verso di loro (sembra escluso che le due donne siano impegnate a colpire Eros con le gocce di vino, come pure si è proposto).

Questo vaso ben riflette la particolare attenzione per il mondo muliebre tipica della ceramica di questo periodo, con le donne protagoniste della scena, riccamente abbigliate e adornate di collane e armille, e con la testa coronata di edera. In più, c’è una chiara correlazione tra la funzione del vaso, un cratere funzionale a mescere il vino con l’acqua, e l’insistenza delle sue immagini sul mondo di Dioniso. Si pensi alla scena del satiro che insegue una menade dipinta sul retro e verosimilmente raffigurata sul cratere poggiato a terra tra le due donne nel lato principale; ma anche alla presenza del tirso nella mano sinistra della donna stante, che cala un velo di ambiguità sull’identità delle due protagoniste.

Al tempo stesso, però, il vaso rende anche del tutto evidenti, tramite la posa della donna mollemente adagiata sul sedile con dorsale al centro della scena (evocativa di rappresentazioni statuarie di Afrodite proprie dello stile ricco della fine del V secolo) e la comparsa di Eros sulla scena, le connotazioni afrodisiache ed erotiche tradizionalmente associate al gioco del kottabos.

Bibliografia
English Abstract

The term kottabos refers to a popular game in the ancient Greek world, which entailed throwing wine at a target during the symposium, particularly towards the end of the evening. The game, practiced by both women and men, is frequently mentioned by literary sources since the Archaic period. Ancient authors are emphatic about the connection between kottabos and Sicily. Thus, an elegiac poem of the Athenian politician and poet Critias (ca. 460-403 BC), on the inventions by different countries, stated that the kottabos was mainly the product of Sicily. Because of its particular dynamic, which consisted in hitting a target with the dregs of wine left at the bottom of one’s drinking cup, the kottabos was considered one of the main skill games in the Greek world. Texts and images are also particularly insistent on the aphrodisiac connotations of kottabos: a success in this game represented a sign of possibly being loved by the woman or young man whose name was exclaimed while throwing the wine. Despite the popularity of kottabos in Sicily, according to ancient literary sources, only a few sympotic vessels from the island depict this game, including significant examples from Agrigento, Camarina, Gela, and Lentini.

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