"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

146 | giugno 2017

ISBN:978-88-98260-00-0

titolo

Theatrum mundi

Editoriale di Engramma 146

Alessandra Pedersoli, Stefania Rimini

Totus mundus agit histrionem

Una pioggia di fuoco – inizialmente flebile, poi dirompente – invade la scena ma non turba la stasi di un uomo, che alla violenza dell'elemento scatenato risponde con pochi movimenti e nessun turbamento. Si tratta di uno dei quattro video, dedicato a ciascuno degli elementi – aria, acqua, terra e fuoco – che Bill Viola ha realizzato nel 2014 su commissione della cattedrale di St. Paul a Londra. La postura del martire/testimone è straordinariamente vitale nella sua totale assenza di movimento.

La radice segreta che anima i contributi raccolti all’interno di questo numero si lega a una precisa idea del fare artistico, inteso come azione vitale, come urgenza di modi e sentimenti. Ennio Flaiano, in uno dei passaggi forse più intensi del suo pamphlet Lo spettatore addormentato, suggerisce una chiave di lettura importante della macchina teatrale, che dà sostanza ai discorsi che qui proviamo a intrecciare:

Mi sorprende di non saper giudicare uno spettacolo se non come una persona viva. Che con tutti i suoi pregi può essere detestabile, oppure amabile per i suoi difetti. Che può apparirci insignificante se troppo carica di abbellimenti, e misteriosa se è semplice, naturale, in una parola se si accetta per quello che è. Mi fermo alla prima impressione, la più profonda. Così, osservo se uno spettacolo vive, dorme, pensa. Se si mostra soltanto, è una esibizione. Il suo ricordo può perseguitarmi per qualche giorno, indignarmi per la sua inutilità. Se invece respira e parla, se gli attori hanno l’aria di trovarcisi a loro agio, insomma di abitarlo, lo spettacolo vi dà anche una sua immagine della vita, che entra a far parte della vostra esperienza e si confonde col deposito dei fatti realmente accadutovi […]. Uno spettacolo è tanto più importante quanto più impegna lo spettatore nella sua autobiografia, la chiarisce.

Leggere uno spettacolo significa provare a capire se l’opera è in grado di respirare e parlare, di intercettare il battito delle nostre esistenze – di studiosi e di spettatori – senza piegarsi troppo alle pose del tempo. Il teatro è forse il linguaggio artistico che più riesce a provocare chi guarda e ascolta, e per questo il mondo si specchia tra le assi di un palco, scheggiandosi.

La prima, ampia, sezione indaga il mistero che ogni anno si rinnova al Teatro greco di Siracusa, nel confronto con la parola alta, solenne e grave della tragedia. Il LIII ciclo di rappresentazioni classiche promosso dall’INDA accoglie le dolenti traiettorie della genia di Edipo, in un doppio assalto al cuore di Tebe con I Sette contro Tebe di Eschilo e Fenicie di Euripide. Marco Baliani e Valerio Binasco, rispettivamente impegnati con il testo di Eschilo e di Euripide, si trovano per la prima volta a gestire lo spazio della skenè siracusana e mostrano, con esiti diversi, di aver compreso misure e temperatura estetica del luogo.

Andrea Tisano coglie nella sua recensione l’inclinazione specifica della messa in scena di Baliani, cioè la reinvenzione del Coro e il potente richiamo alle guerre dell’oggi. Senza forzare il dettato eschileo, il regista opera uno slittamento fecondo all’interno dell’opera trasformando il pubblico in "coro incarnato" e sigillando in tal modo l’analogia fra teatro e polis. Sul finale l’iscrizione nel qui e ora del palco dei segni della guerra siriana fa sì che Siracusa accolga il dolore di Aleppo, in un transfert di grande effetto visivo e acustico.

Francesca Auteri declina un altro motivo fortemente in gioco nella scrittura scenica di Baliani, ovvero la dimensione rituale. Secondo la sua lettura, I Sette a Tebe sono attraversati, infatti, da un’evidente tensione tribale che si esplica già attraverso la grana dei costumi per esplodere poi nei movimenti del Coro, scanditi da ritmi a tratti forsennati. La connessione fra estasi del corpo e fermenti politici si fa così stringente e ribadisce la presenza di una linea sciamanica capace di intrecciare presente e passato in un’unica danza.

Giuseppe Cuscunà rintraccia i nodi salienti della messa in scena di Binasco, in dialogo con Aristotele e con la drammaturgia di Euripide. La sua lettura di Fenicie si muove su due assi: uno sguardo ravvicinato al testo, da cui emerge la sostanziale fedeltà del regista al dettato tragico – non senza qualche azzardo; una lettura attenta dei caratteri dei personaggi, spesso non allineati alla tradizione (è il caso della postura comica del Messaggero) e proprio per questo vivi nel battito della scena.

Alcune delle intuizioni di Cuscunà vengono ribadite dallo stesso Binasco, in un’intervista generosa e vibrante a cura di Antonia Di Rosa e Andrea Tisano. Il regista dà conto di alcune scelte stilistiche e descrive l’effetto provato nel respirare la terra del Teatro antico: la sua testimonianza conferma una sensibilità acutissima e un assoluto istinto d’autore.

La centralità del teatro come spazio della polis anima anche il contributo di Danae Antonakou, dedicato all’Associazione Diazoma. Il programma di lavoro dell’Associazione, giunta già al quinto anno di attività, si fonda sul recupero e la valorizzazione dei siti teatrali antichi, di matrice greca e romana, presenti sul territorio egeo e propone una modalità virtuosa basata sul concetto di sinergia. Sono i cittadini, insieme a studiosi e rappresentanti delle istituzioni, a inaugurare un modello di buone pratiche, che testimonia la possibilità di agire per il bene della collettività nel rispetto del mandato di ogni linguaggio artistico – e segnatamente del teatro.

Il legame fra luogo e teatro ritorna nel saggio di Elisa Bastianello, che recupera e offre in traduzione un documento raro e prezioso, dedicato alla inaugurazione nel 1679 del Teatro Contarini a Piazzola del Brenta. La genesi e la fortuna degli edifici scenici è per tradizione un tema caro a Engramma, che qui si colloca all’incrocio fra sguardi e orizzonti diversi: ricerca d’archivio, stampa d’epoca, storia architettonica, cronaca e costume.

L’equilibrio instabile, ma fecondo, fra antico e moderno attraversa tutti i contributi presenti in questo numero, ma trova nel saggio di Marco De Marinis una delle incarnazioni più interessanti. Lo studioso presenta qui un’indagine stringente sulla figura del clown nel teatro e nell’arte del Novecento, disegnando un itinerario ricco di ipotesi, ricostruzioni, visioni. La pensosa solitudine del clown sintetizza, infatti, percorsi mitografici di grande evidenza e contribuisce a codificare un modello di attorialità per certi aspetti ineguagliabile.

Dentro il perimetro del Novecento, non senza aperture al passato ed enigmatiche preconizzazioni, si snoda la parabola di Pier Paolo Pasolini, segnata da una passione politica ed etica che trae spunto dalla lezione di grandi teorici e pensatori. L’influenza e le possibili analogie di Pasolini con Michel Foucault sono al centro di un importante volume curato da Raoul Kirchmayr, di cui presentiamo alcuni passaggi, secondo un montaggio che mette in luce le diverse sponde entro cui si misura la relazione fra lo scrittore e il filosofo. La scelta dei brani proposta dal curatore consente di attraversare territori e linguaggi solo apparentemente distanti, accomunati dalla volontà pasoliniana di “gettare il corpo nella lotta” per vivere il suo tempo senza mediazioni o condizionamenti.

La dimensione aperta del ‘teatro del mondo’ accoglie in sé la pratica del mostrare come paradigma ontologico, se non addirittura come imperativo categorico. Esibire i corpi, le emozioni, i gesti, le opere equivale a produrre nuove interpretazioni, nuove vie di conoscenza e sapere. In questa chiave vanno letti gli ultimi due contributi presenti nel numero, come occasione di risistematizzazione di logiche ed esperienze del sentire.

Nadja Argyropoulou descrive e commenta le ragioni della mostra Paratoxic Paradoxis declinata secondo un’ampia piattaforma linguistica, che accoglie opere visive dai formati più diversi, accomunate però dalla volontà di proporre una sintesi dell’ampia ossatura del cosmo. Sostenuta da una robusta tensione eco-critica, l’esposizione segue percorsi spesso divergenti, franti, che invitano il visitatore (e il lettore) a ripensare il principio naturale delle cose.

Il Rinascimento elettronico di Bill Viola, glossato da Monica Centanni, Anna Fressola, Anna Ghiraldini e Alessandra Pedersoli, ricuce la dialettica fra antico e moderno rilanciando l’importanza della sinestesia come figura di pathos. Le opere video dell’artista ‘rimediano’ i codici della tradizione rinascimentale attivando inedite rifrazioni di immagini e sentimenti, e così i corpi vibrano di luci e di ombre, nella trasparenza di schermi finalmente sensibili.

Theatrum mundi si presenta come un titolo ambizioso, e certamente nasconde una piega di consapevole temerarietà, ma nella nostra intenzione può suggerire la concreta stratificazione di pratiche, modi e sensi correlata a quell’antica, e attualissima, forma di agire il tempo che è il teatro che, secondo il motto del Globe di William Shakespeare che abbiamo posto come ex ergo a questo numero, è il modo in cui tutto il mondo fa epifania di se stesso, come infinita rappresentazione. 

sostieni Engramma / support Engramma