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Il libro è incentrato sui gesti dei Greci, gli schemata appunto; ma, in un certo senso, il titolo non rende conto del tutto della complessità del saggio. Non vi troviamo infatti una disamina sistematica della comunicazione non verbale nell'antica Grecia, quanto una riflessione approfondita sulle modalità con cui le "tecniche del corpo" si innervano nella cultura greca, dal comportamento quotidiano alle rappresentazioni teatrali e coreutiche, dalle teorie filosofiche alle arti figurative. È questo, ma non solo questo, l'aspetto che rende il libro più che mai interessante per gli studiosi della tradizione classica.
Infatti, anche se non si occupò in modo sistematico della gestualità, Aby Warburg costruì proprio a partire dai gesti la sua teoria delle "formule di pathos", e si fondò proprio sui gesti greci, quelli testimoniati dalla ceramica attica del V secolo a.C.; pur senza far riferimento diretto al modello warburghiano, è proprio in questo mondo che entra Maria Luisa Catoni, quando si interroga sulla vitalità di un determinato movimento corporeo e quando ne sonda le interpretazioni fornite dagli stessi Greci; non è casuale che uno dei capitoli più rilevanti del libro si intitoli appunto Arte e vita. Come la studiosa ha ben chiaro, la semplice descrizione dei meccanismi della comunicazione non verbale è solamente un passo preliminare e le stesse immagini antiche non possono essere ridotte a mere riproduzioni del sistema gestuale. Il problema, insomma, non è di cercare il semplice 'significato' di un gesto, quanto di scoprirne le parentele, di individuarne l''uso' (e non solo nella dimensione quotidiana), di osservarne l'eventuale parabola che ora lo rende pregnante, ora lo relega in una condizione di marginalità, ora lo condanna a una sostanziale perdita di senso.
Se c'è infatti un aspetto che caratterizza il sistema gestuale e dunque anche gli schemata greci, questo è proprio la tendenza a integrarsi con altri sistemi comunicativi, le arti figurative, il teatro, la danza; ed è l'imitazione il cui ruolo primario non sfuggì ad Aristotele a svolgere la funzione di 'ponte' tra i diversi ambiti espressivi. Questo approccio al gesto che va dunque al di là del livello puramente descrittivo dà i suoi frutti, tra l'altro, proprio a proposito delle danze in Grecia, argomento che attraversa un po' tutto il saggio. Si tratta di un tema particolarmente rilevante anche perché ha attraversato in più occasioni la storia della cultura occidentale, dalle riflessioni di un Paul Valéry, alla ricezione ora più ora meno esplicita nella coreografia moderna, da Nijinsky all'"americana scalza", Isadora Duncan. Ma c'è appena bisogno di ricordare come fu lo stesso Warburg a chiamare in causa la "danza rituale di Dioniso" in un appunto del 1905 in cui lo studioso rifletteva ancora sull'iconografia della morte di Orfeo, e dunque, di fatto, sulla gestualità. Potremmo concludere che la "dimestichezza con i dati dell'antropologia e del folklore" invocata da Warburg nello stesso appunto seppure, per forza, in altri termini da quelli pensati dallo studioso amburghese è uno dei punti forti e attraenti di questo saggio di M.L. Catoni.
(claudio franzoni)
Art! World Exclusive
Serio ludere al bookshop della National Gallery
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Per gli appassionati di mostre e musei, per le shopping victims con la passione dell'arte e per i collezionisti di gadgets e inutilità museali in genere è una tappa obbligata: ogni visita a mostra, museo, monumento o galleria d'arte si deve concludere con l'immancabile rito dell'acquisto al bookshop. Come sopravvivere senza una matita targata Victoria and Albert Museum? Come rinunciare al possesso di una calamita con l'immagine della Stele di Rosetta sul proprio frigorifero? Come resistere alla tentazione di sfoggiare davanti ad amici e colleghi un'agendina acquistata alla Tate Modern? La sindrome della museum shopping victim è grave, contagiosa e spesso incurabile. E se non esiste una cura, esiste almeno un placebo. I musei statali inglesi quelli che non prevedono il pagamento di un biglietto d'ingresso offrono infatti un perfetto alibi a coloro che soffrono di questa patologia. I visitatori sono infatti costantemente informati del fatto che "every purchase supports the museum". Ecco allora che la bookshopping victim si sente non solo legittimata, ma anche chiamata all'acquisto, che risulta qui essere investito di un alto valore filantropico. Dal canto loro i musei, che si reggono anche sui proventi delle vendite di gadgets, devono rispondere con un'offerta ampia e variegata alle richieste del pubblico.
La National Gallery di Londra ha recentemente affidato a Kit Grover, designer londinese, la creazione di una linea di prodotti da mettere in vendita presso i propri bookshops. L'operazione ha portato alla realizzazione della linea Art! World Exclusive: una gamma di prodotti la cui immagine evoca quella di una rivista di gossip. Borse, quaderni, agendine e magneti da frigorifero si presentano come copertine di giornali scandalistici ricchi di scoop dedicati alla storia, ai temi e ai soggetti dei quadri del museo. Il numero 115 di Art!, ad esempio, titola "The Arnolfinis at home in Bruges", e promette, all'interno della fantomatica rivista, un'esclusiva intervista a Giovanni e Giovanna che presentano ai lettori la loro nuova e spettacolare casa. Sempre in copertina la promessa di trovare all'interno della rivista uno speciale inserto con guida al matrimonio. E ancora, nello stesso numero, l'intervista-rivelazione rilasciata da Arianna dal suo rifugio in Nasso. Il numero 106 è invece dedicato alla nuova imperante moda dei nomi floreali: Iris, Dafne e Narciso si raccontano in esclusive interviste. E come perdere il numero 110, in cui, illustrando il quadro di Tintoretto, L'origine della Via Lattea, Giove ci racconta di come, presentando Ercole a Giunone, le ha detto "indovina chi viene a cena?". Il numero 103 è invece dedicato ai nuovi tagli di capelli alla moda: prendendo spunto da un'opera di Rubens, gli esperti di look della redazione di Art! si interrogano su quale sarà l'impatto sul grande pubblico del nuovo e radicale taglio di capelli di Sansone. E ancora, nel numero 107, Hans Holbein ci offre un dettagliato resoconto della shopping extravaganza londinese degli ambasciatori Jean de Dinteville e Georges de Selve, soffermandosi anche sui segreti del teschio in anamorfosi, nello speciale "You can't have it both ways. Holbein explains the conflict between God and Mammon".
La gamma di prodotti realizzati da Kit Grover, che raccoglie quindici soggetti diversi, è il frutto di una spassosa quanto colta operazione di marketing giocata su un doppio binario. Da un lato, infatti, attraverso la sua grafica moderna e immediata, colpisce in maniera accattivante il grande pubblico. Dall'altro, attraverso il gioco erudito di rimandi fra immagini e giochi di parole, è in grado di sedurre per ammiccamento anche gli appassionati e gli esperti d'arte che conoscono quel che i quadri raccontano e che spesso non resistono all'istinto di lasciarsi andare al serio ludere. Anche quando non sono bookshopping victims.
I prodotti della National Gallery sono acquistabili presso i bookshops del museum e anche on-line, al sito http://www.nationalgallery.co.uk/shop/default.asp.
(lorenzo bonoldi)
Anche Isabella d'Este a casa del Mantegna
A Casa di Andrea Mantegna. Cultura artistica a Mantova nel Quattrocento, Mantova, Casa del Mantegna 26 febbraio-4 giugno 2006; catalogo a cura di Rodolfo Signorini con la collaborazione di Daniela Sogliani, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2006
www.acasadiandreamantegna.it
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Ricorre quest'anno il cinquecentenario della morte di Andrea Mantegna, avvenuta a Mantova nel 1506. Le celebrazioni dell'anno mantegnesco che avranno il loro momento culminante nella grande esposizione prevista per settembre nelle tre sedi espositive di Padova, Verona e Mantova vengono aperte da un'esposizione 'propedeutica' allestita nella casa mantovana dell'artista, tutta dedicata al contesto culturale nel quale Andrea Mantegna vive e opera. Attorno a un'unica opera certamente di mano del maestro (il Cristo Redentore proveniente dal Museo Civico di Correggio, firmato e datato 1493) si affollano preziosi testimoni della cultura artistica a Mantova nel Quattrocento: lettere autografe, manoscritti, incunaboli, armi, ceramiche, monete e medaglie restituiscono il contesto culturale e artistico che influenza e viene a sua volta influenzato dalla produzione mantegnesca. Fra i codici presenti in mostra, ci preme segnalare il Codice Anconitano di Felice Feliciano, che contiene la cronaca del viaggio in cerca di antiquitates compiuto, da Mantova al lago di Garda, da Andrea Mantegna in compagnia di Samuele da Tradate, Giovanni da Padova e da Feliciano stesso (23-24 settembre 1464).
Assai interessanti, dal punto di vista dello studio della tradizione classica, sono il fregio di camino attribuito a Luca Fancelli, nel quale il linguaggio cortese dei ritratti dei marchesi, ancora fortemente legato a stilemi tardogotici, si fonde nell'ormai avviato processo di rinascita dell'antico a elementi derivanti dalla scultura funeraria romana, ovvero gli eroti che reggono lo stemma di casa Gonzaga. E ancora, il piccolo avorio con frammento del Trionfo della Fama, proveniente dal Louvre, in cui si riconoscono, in processione trionfale uno accanto all'altro, Ercole con la leonté, Sansone con la mascella d'asino, Alessandro il Grande con corna di Ammone e Giuditta con la testa di Oloferne. Una felice convivenza tra figure del mondo pagano e dell'Antico Testamento che fa da contrappunto a un bronzetto con figura di nudo legata a un tronco d'albero attribuita al Mantegna: presumibilmente un Marsia (in aspetto umano e non di satiro) trasformato, in una non specificata data, in un San Sebastiano, come attestano, fra le altre manomissioni, anche i cinque fori realizzati in maniera rozza e arbitraria sul corpo della figura, un tempo destinati a ospitare le frecce del martirio del Santo.
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Nella sezione dedicata ai committenti del Mantegna segnaliamo la presenza di una bassorilievo marmoreo con ritratto in profilo di Isabella d'Este: opera segnalata in "engramma", nel numero 4 e nella galleria dei ritratti di Isabella d'Este. Nell'esposizione si ripropone anche il confronto con il celebre esemplare in oro della medaglia fusa per la marchesa da Gian Cristoforo Romano, accostamento già proposto all'interno del numero 4 di "engramma".
La mostra presenta anche un'ampia sezione multimediale, nella quale il multimediale arricchisce il reale: la tecnologia permette infatti di godere della visione di opere considerate inamovibili come i Trionfi di Cesare di Hampton Court o le opere dipinte da Mantegna per lo Studiolo di Isabella d'Este, oggi al Louvre. E ancora, sempre grazie alla computer grafica, è possibile una visita virtuale della chiesa di Santa Maria della Vittoria, oggi estremamente alterata, presentata sullo schermo esattamente com'era all'epoca della sua costruzione. Anche la Camera degli Sposi del vicino Palazzo Ducale è presente in una ricostruzione multimediale, che, rispetto alla visione dal vivo dell'opera, presenta il vantaggio di un'inedita visione 'dall'esterno' dello spazio simulato dal Mantegna sulle pareti affrescate della "camera più bella del mondo".
(redazione di engramma)
Figure di Muse, ritratti di intellettuali
Musa pensosa. L'immagine dell'intellettuale nell'antichità, Roma, Colosseo 19 febbraio-20 agosto 2006; catalogo a cura di Angelo Bottini, Electa, Milano 2006
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Una elegante teoria di figure, alte sui piedistalli incorniciati dal secondo ordine di archi del Colosseo, si snoda di fronte al visitatore all'ingresso della mostra Musa pensosa. Per prima, la statua di Polimnia, la malinconica Musa che con la sua postura dà il nome all'esposizione, apre a turisti e appassionati un percorso che illustra, mediante preziose testimonianze artistiche e archeologiche, il rapporto che legava nell'antichità le figlie di Mnemosyne a coloro che oggi chiamiamo gli "intellettuali": come già è stato evidenziato in "engramma", il gesto di Polimnia, chiusa nel suo himation e con la mano al volto, incarna con straordinaria modernità la Pathosformel della meditazione intellettuale (Pathosformeln delle Muse; Tavola de melancholia; Parnaso celeste e terrestre Tavola 53).
Le Muse, ispiratrici dell'incantamento musicale e del talento poetico a partire dall'innominata "diva" di Omero, nella mostra romana costituiscono delle vere e proprie figure-chiave, che offrono accesso a diversi aspetti della cultura antica. Il percorso espositivo intreccia infatti un andamento longitudinale (sul lato esterno dell'ambulacro), quasi storico-prosopografico, in cui alle figure delle Muse fanno seguito statue-ritratto di poeti e poi di filosofi, a un andamento trasversale (di collegamento al lato interno) che, richiamandosi a ciascuna Musa, ne chiarisce funzioni e ambiti di pertinenza. Troviamo ad esempio Melpomene, patrona della tragedia, accostata alle erme di Eschilo, Sofocle, Euripide, ma anche al celebre affresco pompeiano con la tragica vicenda di Medea, o al cratere di Napoli con la storia di Oreste.
Se è vero che la mostra prende l'avvio dalla tradizionale associazione tra Muse e 'mitici' cantori, in quanto legame imprescindibile e originario che conferisce un'aura di sacralità al sapere, uno degli aspetti forse più interessanti dell'esposizione è quello che illustra come tale rapporto sia venuto modificandosi nel corso dei secoli, con la progressiva autonomizzazione del mestiere dell'intellettuale: tale 'laicizzazione' pare riflettersi anche da un punto di vista fisiognomico sulle convenzioni iconografiche dei ritratti di poeti, scrittori e filosofi, dal volto 'sublime' di Omero, a quello 'idealizzato' da buon polites di Sofocle, al crudo verismo che rappresenta il nuovo ethos predicato dai filosofi ellenistici. Le Muse dunque lungi dal restare divine e venerande garanti di ispirazione (se non nella filosofia platonica) divengono infine 'pretesti' letterari, topoi destinati al logoramento, allegoriche personificazioni dei generi poetici.
Eppure, pare sottolineare il percorso espositivo, neppure quando alla poiesis si sostituisce la techne, quando cioè i poeti e i saggi divengono letterati e per l'appunto 'tecnici' della cultura (e la figura del filosofo-maestro presta le sue fattezze anche a Cristo), neppure allora viene meno l'importanza delle Muse: ma all'originario rapporto tra sapere e verità si sostituisce, con sempre maggior consapevolezza, una nuova equazione, che appaia conoscenza e ideologia. Nel mondo romano cultura e politica, entrambe più che mai in cerca di rappresentazione e di legittimazione, trovano all'unisono nelle figure delle Muse l'espressione più icastica e più efficacemente consolidata dalla tradizione: la mostra parrebbe 'chiudersi' con le Muse volute da Marco Fulvio Nobiliore e da Marco Emilio Lepido per celebrare, col canto e con la memoria, i propri trionfi militari. Subito dopo, Polimnia, che ci aveva accolti, ci saluta ancora con il suo gesto pensoso.
(giulia bordignon)

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