
Andirivieni sul limes tra Oriente e Occidente: il viaggio
di Gentile Bellini da Venezia a Istanbul
Bellini and the East, Londra, National Gallery 12 aprile-25 giugno 2006
(Boston, Isabella Stewart Gardner Museum 14 dicembre 2005-26 marzo 2006); catalogo
a cura di Caroline Campbell e Alan Chong, National Gallery Company Limited,
London 2005
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Per più di mille anni Venezia è stata "come
un girasole, con le radici saldamente piantate nell'Occidente latino, ma costantemente
protesa a cogliere i raggi provenienti dall'Oriente greco" (Donald M. Nicol).
Finestra sul Levante, interlocutore privilegiato e in un certo tempo
esclusivo di Costantinopoli e dell'Oriente bizantino, chiave e leva,
snodo e crocevia, punto di partenza, di smistamento e d'approdo di tutto ciò
che tra Est e Ovest si incrocia sulle rotte del Mediterraneo, Venezia è
stata il ponte, il canale di ricezione, il filtro di selezione e il tramite
di diffusione di tutto ciò che per secoli viaggia e passa tra Oriente
e Occidente, sub specie commerciale, politica, culturale.
Se il rapporto stretto e consolidato tra Venezia e Costantinopoli registra certo,
nel corso del tempo, battute d'arresto, come pure momenti di forte crisi e di
aperta ostilità, sostanzialmente esso non conosce interruzione duratura;
neppure all'indomani del 29 maggio 1453, quando Costantinopoli, greca e cristiana,
cade in mano turca e, divenuta Istanbul, passa ad essere la capitale di un nuovo
impero, quello ottomano. Dopo lo sgomento e l'orrore, diffusisi ovunque all'arrivo
della "pessima nuova a tutta la cristianità" (Marin Sanudo),
e insieme alla guerra continua tra i potentati cristiani e l'impero musulmano,
alla salita di Maometto II sul trono dell'ultimo Paleologo, la sempre accorta
e laboriosamente pragmatica Venezia prende a ritessere pazientemente una nuova
trama di relazioni diplomatiche, capaci di ricostruire un legame, prima di tutto
commerciale, con il nuovo impero. La firma di un trattato di pace, nel gennaio
1479, apre un nuovo tempo pacifico e fruttuoso nei rapporti tra le due città,
tanto che nell'agosto dello stesso anno, Maometto II gran terrore della
cristianità e, insieme, uomo colto sommamente interessato all'arte e
alla cultura europea chiede al Senato della Repubblica che un pittore,
"un bon pytor", secondo il resoconto che dell'episodio dà Marin
Sanudo, venga inviato al più presto alla sua corte. Venezia risponde
tempestivamente scegliendo per questo compito, artistico e diplomatico insieme,
un "optimo pytor", mandando a Istanbul uno dei più apprezzati
e valenti artisti veneziani di allora, che aveva già e ripetutamente
dato prova di interesse e conoscenza del mondo artistico e culturale bizantino:
il prescelto è Gentile Bellini.
Il viaggio di Gentile a Istanbul, che ha inizio nel settembre 1479 e si conclude
con tutta probabilità nel mese di gennaio del 1481 pochi mesi
prima della morte del Sultano è il cuore intorno a cui si costruisce
la mostra Bellini and the East alla National Gallery di Londra, mostra
che è però ben più della ricostruzione di quel soggiorno.
Questo 'frammento di microstoria', limitato nella sua durata cronologica e nelle
notizie che ne abbiamo oggi, diventa anche uno specchio, uno strumento e un
punto di osservazione dal quale guardare all'intera storia intrecciata di Venezia
e Costantinopoli-Istanbul.
Partendo, non senza trepidazione, alla volta di Istanbul dalla città
che più di tutte in Europa poteva vantare un secolare legame d'amicizia
con il Levante, Gentile porta con sé questa ricca tradizione, ulteriormente
rinvigorita nei decenni precedenti da eventi epocali come quello del
Concilio di Ferrara-Firenze del 1438-1439 per la riunificazione delle Chiese
d'Oriente e d'Occidente e contribuisce, in primis proprio con
questo viaggio, a ridarle nuova linfa e nuovi orizzonti.
Le quattro sezioni in cui il percorso all'interno
della Sunley Room si articola (The Fall of Costantinople, Trade and travel with
the East, Venice and Byzantium, Gentile Bellini and Mehmed II) qualificano,
appunto, il viaggio di Gentile come l'ultima tappa, il punto di culmine e di
nuovo inizio, della tradizione di scambi, commerciali e culturali, tra Venezia
e l'Oriente bizantino, e, insieme, come evento di importanza cruciale per il
riavvicinamento tra Oriente e Occidente dopo l'inevitabile frattura segnata
dalla conquista del 1453. Questo retroterra ampio e complesso rifluisce nell'esposizione
di Londra per frammenti ed episodi esemplari significativamente centrati
sui fratelli Bellini, Gentile e Giovanni, e sulla loro cerchia più prossima
capaci di mettere in luce i fili connettivi e gli elementi di
continuità tra Oriente e Occidente, attraverso
il ponte gettato e costituito da Venezia, dando conto della loro direzione non
univoca, di un dialogo che ben può definirsi come un andirivieni tra
le due sponde del Mediterraneo.
L'intreccio e l'interferenza tra due mondi e due tradizioni artistiche diverse
si esplicitano qui in episodi particolarmente eloquenti: icone orientali accostate
a dipinti veneziani di fine Quattrocento, un confronto capace di testimoniare
quale ruolo primario, non solo nello stretto senso stilistico e compositivo,
abbiano svolto le prime nei confronti dei secondi (in particolare, si veda il
caso delle icone della Madonna con Bambino, nel typus specifico della
Madonna della Consolazione e non solo, che costituiscono un modello decisivo
per l'elaborazione e la codificazione dell'iconografia quattro-cinquecentesca
della Madonna con Bambino che tanto deve alla mano del fratello di Gentile,
Giovanni Bellini); oggetti di lusso come vassoi, scatole e argenterie con decorazioni
prettamente islamiche declinate però secondo il gusto e la moda veneziana
del tempo; ancora Madonne, stavolta vestite di manti damascati e colte a calpestare
un tappeto di manifattura anatolica; e poi l'episodio principe e maggiormente
suggestivo di questo limes continuamente oltrepassato tra Est e Ovest,
quello legato al nome del cardinale Giovanni Bessarione.
Come noto, è Bessarione il miglior esempio del riconoscimento del ruolo
di Venezia come approdo ideale e luogo di salvezza per la cultura greca esule
dalla caduta di Costantinopoli: nel donare la sua biblioteca alla Repubblica
di Venezia nel 1468 il Cardinale motiva la sua scelta con la celeberrima espressione
e qualificazione di una Venezia "quasi alterum Byzantium". Il ruolo
cruciale giocato da Bessarione in questi anni è qui rappresentato attraverso
la personale donazione alla Scuola Grande di Santa Maria della Carità
di un prezioso reliquiario (assolutamente bizantino nelle forme, ma comprendente,
tra gli episodi della Passione di Cristo, anche la Flagellazione, che
pertiene alla sola tradizione del cristianesimo occidentale) cui fa da sovracoperta
un dipinto su tavola, commissionato proprio a Gentile Bellini, che ritrae Bessarione
in preghiera davanti allo stesso reliquiario (le cui rigide forme alla greca sono riprodotte con una fedeltà che risente però degli stilemi
occidentali).
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Tra gli esiti del viaggio di Gentile alla corte di Maometto II c'è anche
un famosissimo ritratto del Sultano (oggi conservato alla National Gallery)
che, oltre ad essere un'opera ufficiale realizzata alla maniera occidentale,
è anche la prima immagine veritiera del volto di Maometto II a giungere
in Occidente ed è anche l'opera alla quale è affidata in
vita e post mortem la fama del pittore. Gentile, infatti, è il
primo artista italiano a ritrarre Maometto II dal vivo e, pertanto, il primo
a poter rendere noti i tratti del suo volto. Prima di allora, le immagini che,
su supporti diversi, vogliono raffigurare "El Gran Turco" lo fanno
dandone un'immagine assolutamente fantasiosa, i cui tratti, come pure l'impostazione
iconografica generale, sono calcati su quelli dell'imperatore bizantino Giovanni
VIII Paleologo, così come erano stati fissati da Pisanello in una delle
prime medaglie rinascimentali (sull'effigie di Maometto II in rapporto a quella
di Giovanni, si veda la galleria già pubblicata in "engramma"
a cura di Alessandra Pedersoli). Accanto al ritratto più celebre, Bellini and the East presenta anche altre effigi del Sultano, riportate appunto su delle medaglie:
quella realizzata da Gentile stesso, insieme ad altre, più o meno fedeli
al reale, contemporanee.
La curiosità attenta di Gentile travalica i limiti dorati della corte
del Sultano al quale sembra peraltro fosse legato da rapporti personali
molto stretti, se non di vera e propria amicizia per rivolgersi al mondo
vivacissimo, estremamente variegato dal punto di vista etnico, culturale e religioso,
della Istanbul di fine Quattrocento. I disegni accuratissimi realizzati da Gentile
colgono dal vivo dignitari mammelucchi e donne con curiosi copricapi, giannizzeri
e mercanti, tutti fissati sulla carta con l'attenzione al dettaglio minuto propria,
forse, di chi osserva e registra con occhio di straniero. Questi disegni, poi,
dichiarano subito, almeno in parte, la loro natura 'strumentale': non solo perché
ripresi in dipinti successivi dallo stesso Gentile, ma anche perché essi
portano in qualche caso scritti a mano, in dialetto veneziano, i colori delle
stoffe, dei dettagli, degli accessori così pazientemente riprodotti.
Delizioso esempio di forme, composizioni e fortune giocate sul limes tra Oriente e Occidente è il piccolo disegno in penna e inchiostro, poi
colorato e dorato, scelto a rappresentare la mostra: lo Scriba seduto dell'Isabella Stewart Gardner Museum. Realizzato a Istanbul da Gentile in forme
chiaramente e fortemente influenzate dalle tecniche artistiche islamiche, questo
foglio, dopo essere passato per Tabriz, alla metà del XVI secolo giunge
alla corte Safavide di Persia, dove viene riunito insieme ad altri a comporre
un album per il sovrano. È particolarmente significativo notare
soprattutto ora che il nome di Gentile, celeberrimo in vita, è stato,
e da tempo, messo in ombra da quello del fratello Giovanni che, all'interno
di quell'album cortese, Gentile assurga al ruolo di rappresentante dell'arte
europea e, soprattutto, a metro di paragone esemplare dell'Occidente; è
così che lo Scriba viene preso a modello e copiato dagli artisti
persiani, riattivando di nuovo, questa volta in direzione ovest-est, un processo
di feconda circolazione di forme e modelli.
Allo stesso modo in cui la mostra è ben più che la ricostruzione
del viaggio di Gentile, il catalogo, curato in stretta collaborazione tra Londra
e Boston da Caroline Campbell e Alan Chong, è ben più dell'illustrazione
della mostra: è uno
strumento di studio, di approfondimento, di ricapitolazione e anche di illustrazione
che, nella struttura e nell'articolazione generale, incrocia, senza peraltro
confonderli, i due binari del saggio scientifico, con proprio corredo iconografico
di supporto, e le schede delle opere esposte. Il tutto con l'esaustività,
la precisione, l'accuratezza e, insieme, la limatissima e calibratissima concisione
che da tempo costituiscono una cifra così peculiare e apprezzata delle
esposizioni, e delle relative pubblicazioni, d'oltremanica.
claudia daniotti