
La sostanza dei sogni: la scena teatrale nel cono di luce del proiettore cinematografico
Alessandra Orsini, Città e conflitto. Mario Martone regista della
tragedia greca, premessa di Massimo Fusillo, Bulzoni editore, Roma 2005
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Il breve saggio di Alessandra Orsini sulla regia di Mario Martone supera agilmente
un problema critico: la scrittura su un teatro 'vivo', in alcuni casi ancora
sulla scena. Sulla base di materiali di ricerca quasi inconcreti restituiti
a piena eloquenza interviste, articoli, libretti di sala, registrazioni
di interventi il saggio procede nella descrizione degli spettacoli, dagli
scenari, alle prove degli interpreti, alle scelte di messa in scena: la scrittura
mima l'occhio dello spettatore, per riprodurne stupore e curiosità e
insieme seguirne i movimenti di acquisizione delle informazioni da decodificare.
Oltre la forma critico-descrittiva della recensione, il lavoro di Orsini si
misura infatti con la ricerca di uno schema ermeneutico per l'arte della regia,
attraverso quella che Massimo Fusillo indica nella premessa al saggio come un'"analisi
serrata e appassionata".
Il lavoro si apre dunque con una panoramica sul percorso creativo di Mario Martone,
ricostruzione di un cammino a tutti gli effetti ancora in atto e traccia di
coordinate di analisi. Dai primissimi e ancora incerti passi del gruppo fondato
nel 1977, "Nobili di Rosa", agli spettacoli di "Falso Movimento"
a partire dal 1977 alla creazione nel 1987, in seguito alla presentazione
di Ritorno ad Alphaville al Festival di Benevento, di "Teatri Uniti"
con Toni Servillo e Antonio Neuwiller, alla direzione del Teatro di Roma: nel
segno del cinema (Wim Wenders, Falsche Bewegung, 1975; Jean Luc Godard, Alphaville, une ètrange aventure de Lemmy Caution, 1965), "sostanza
dei miti" giovanili, Martone costruisce un esperimento teatrale che si
appropria dei linguaggi concettuali e delle contaminazioni del teatro post-sessantottino,
riportandoli a una dimensione reale, concreta, che dai gesti del quotidiano
trae segni e rituali per la scena. Nel passaggio agli anni ottanta il teatro
di Martone si carica del desiderio di liberazione dalle incertezze della realtà,
e della ricomposizione, attraverso la metamorfosi artistica e la creazione poetica,
di un presente frantumato. La città, Napoli, entra a forza sulla scena
teatrale, dove si ricongiungono, sullo scheletro della memoria, un passato disperso
e un presente corrotto, schiacciato.
È con l'avvento di Teatri Uniti, indica Orsini, che si compie anche l'avvicinamento
ai tragici: i tratti peculiari della poetica di Martone, indicati nella ricostruzione
del percorso formativo che apre il saggio, diventano prospettiva sui testi antichi.
Il rispetto dei 'classici', il lavoro con i filologi sono note le collaborazioni
con Guido Paduano e Massimo Fusillo non si traducono in uno sguardo archeologico,
ma in lavori coerentemente interpretativi (sul rapporto tra registi di tragedia
e filologi si veda il contributo,
recentemente pubblicato in "engramma", Gassman, Pasolini e i filologi).
Così Mario Martone:
Cerco non di illustrare o creare atmosfere [...] ma di creare dei segni [...] come dei ponti sospesi a cui lo spettatore possa aggiungere il suo proprio segmento. [...] Naturalmente questa sospensione nel vuoto non può che amplificarsi con una tragedia greca, che è di per sé un rudere in cui non possiamo trovare nessuna pienezza, ma solo frammenti, tracce, evocazioni immerse in un senso fatale di mancanza.
Il lavoro sulla tragedia antica di Martone e la lettura offerta da Orsini
si addensa attorno a tre nuclei tematici: il peso delle gesta dei padri
sulla generazione dei figli; la poetica dell''altrove'; il nesso mitico tra polis e teatro.
L'avvicinarsi alla tragedia attraverso l'isolamento di Filottete (Sofocle, Filottete,
Festival di Santarcangelo 1987), trasformato in delirio introspettivo e sogno
di un dialogo con le icone-video di Neottolemo e Ulisse, diventa pretesto, con
gli altri spettacoli gravitanti attorno alla figura dell'eroe ferito e abbandonato
(Jannis Ritsos, Ultima lettera a Filottete, Teatro Biondo di Palermo
1987; La seconda generazione, tragedia apocrifa da Sofocle, Euripide,
Virgilio, Ritsos, teatro dell'Arte di Milano 1988), per una riflessione sul
vuoto politico della fine degli anni ottanta. La generazione post-eroica dei
figli, esclusa dalle grandi imprese dei padri, combattuta tra tenerezza e crudeltà,
sembra condannata al vuoto, nello squarcio tracciato dal gesto paterno.
Lo spettacolo spiega Martone a proposito del Filottete nasceva nel tempo in cui non c'era più conflitto, ma solo la memoria di esso, gli anni ottanta della fine della storia.
E la declinazione individualista, lettura volutamente forzata e contingente
dei testi tragici, torna ancora nella visione di Martone dei Persiani come dramma familiare (Eschilo, Persiani, INDA, Teatro Greco di Siracusa
1990): lasciata a parte e irrisolta la "vertiginosa" distanza tra
Oriente e Occidente, la tragedia del figlio sconfitto si sposta dalla dimensione
civile a quella privata.
Sulla tematica familiare s'innesta anche il lavoro sulla 'saga' dei Labdacidi
(Jean Cocteau, Oedipus Rex, Ruderi di Gibellina 1988; Eschilo, I
sette contro Tebe, Napoli, Teatro Nuovo 1996; Sofocle, Edipo re,
Roma, Teatro Argentina 2000; Sofocle, Edipo a Colono, Roma, Teatro
India 2004), che negli anni novanta intreccia direttamente l'esperienza cinematografica
del regista. Esempio eccellente di coerenza e persino fusione di linguaggi è Teatro di guerra, pellicola nata nel 1998 dal lavoro a Napoli per la
messa in scena dei Sette nel cuore dei Quartieri spagnoli e da un viaggio
verso Sarajevo e attraverso le macerie della Jugoslavia (esperienza documentata
in forma di diario e pubblicata con lo stesso titolo da Bompiani nel 1998):
nel cinema, osserva Martone, la scrittura cessa di essere vincolante e la sceneggiatura
rappresenta la fase di lavoro in cui il cinema "non lo si fa, ma lo si
sogna". Attorno a questa ricerca si definisce una cifra già propria
del teatro di Martone: la rappresentazione e la messa in scena del presente.
Prima della storia, prima del distacco della scrittura di storia, il teatro
assume il ruolo di raccontare il presente: in mancanza della necessaria distanza
temporale, il poeta inventa una distanza che non può neppure essere geografica,
data la "vertiginosa" prossimità della guerra in Jugoslavia,
e si traduce in forzata distanza dalle immagini. La 'vera' guerra fratricida
non è mai mostrata, è altrove: si mostra la città, Napoli,
scena del film; si mostra e si svela la scena di guerra del teatro, a porte
aperte, con la città che lo penetra; si mostrano i corpi degli attori
il corpo di Eteocle-Baliani pianto da Antigone-Bonaiuto invece
dei corpi delle vittime 'vere', dissolti nel mercificio delle immagini mediatiche,
della carne disumanata. Il teatro, scrive Orsini, diviene "ultima possibilità
rimasta di intervenire e riflettere la realtà e proprio in un
teatro così concepito il messaggio dei tragici torna di bruciante attualità".
E in questo senso leggiamo anche il lavoro di Mario Martone sulla città,
lo scenario urbano della comunità e, ancora, sul ruolo del coro: è
nel coro indica Fusillo nell'introduzione al saggio che maggiore
si fa sentire la dimensione di frammento e rudere del testo tragico, e proprio
nel coro Martone cerca una forma di rappresentazione della dimensione collettiva
nel coro dell'Edipo, ad esempio, con attori non professionisti
scelti tra i 'passanti' e gli 'stranieri' e della collettività,
portando sulla scena una "ritualità del quotidiano" che tenta
di restituire una forma di "sacralità del marginale". La tragedia
della vittima sacrificata al premeditato volere del "demone della guerra"
chiude la trilogia tebana di Martone e l'analisi di Orsini. Di nuovo con l'Edipo
a Colono si offre il dramma privato di una famiglia che si apre e coinvolge,
anche fisicamente, la collettività: agorà vuota è la scena
dell'Edipo re, rudere urbano e archeologia industriale quella
quelle dell'Edipo a Colono; è il teatro stesso, come
luogo, a fondersi con la città. Così, per frammenti dall'intervista
a Mario Martone che chiude il volumetto:
Teatro come riflesso della realtà circostante, come terreno aperto all'attraversamento di ciò che la realtà incessantemente porta nella vita anche dal punto di vista sociale, civile.
Teatro campo aperto.
Tentativo teatrale di ricostruire, nella contemporaneità, delle polis attraverso cui rileggere i testi antichi.
In sottotraccia, appena accennato nell'analisi di Orsini, resta presente il modello pasoliniano. Un amore così dichiarato in Martone da non rischiare la brutta forma dell'omaggio: restano il desiderio di misurarsi con l'icona pasoliniana Franco Citti (per l'Oedipus Rex), il coraggio della riscrittura della tragedia dei padri e dei figli (come nel lavoro pasoliniano per l'Orestiade di Gassman a Siracusa nel 1960 o il testo del Pilade) e della variazione sul tema di Uccellacci e uccellini nell'episodio La salita (da I vesuviani, 1997), la ricerca d'intersezione dei linguaggi teatrale e cinematografico, la fascinazione per immagini e suoni delle periferie urbane e del mondo.
Le immagini di Pasolini sono incise indelebilmente nei miei ricordi e nella mia formazione.
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katia mazzucco
Psicoanalisi e sapienza greca
Umberto Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica,
Feltrinelli, Milano 2005
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In questo bel saggio Galimberti ci propone una summa del suo pensiero: raccolte
le fila di tutti i suoi precedenti contributi, li elabora in una nuova sintesi,
che ha come esito supremo la pacificazione del filosofo con lo psicologo.
Ma il prezzo di questa pacificazione è la radicale messa in discussione
della psicoanalisi. Una messa in discussione che si distingue per profondità
nellarena chiassosa del processo in corso alla giovane, ma già
diagnosticata morente, disciplina inaugurata da Freud. La commemorazione dei
150 anni della nascita del suo fondatore, celebrata questanno in molte
capitali del mondo, se non mette a tacere la realtà della sua crisi è
un'importante spia della complessità della questione, di cui non si può
evidentemente avere un giudizio unilaterale.
La dichiarazione della morte della psicoanalisi appare in contrasto con i segni
della sua vitalità: misconoscendo lambiguità della sua origine
e della sua genesi disciplinare, che si pone sul confine tra studio e cura della
psiche, si dimentica il duplice volto costitutivo della sua natura. Alla duplicità
propria della scienza dellanima non sembra però rendere sufficiente
giustizia la pur lucidissima analisi di Galimberti.
Secondo il filosofo, ciò che rende oggi inefficace la psicoanalisi è
il suo essere fin troppo complice degli stessi meccanismi che, nella nostra
società, generano malattia, ossia quellassenza di senso che attenta
allorizzonte della realtà che viviamo.
La psicoanalisi, dimentica delle sue origini in seno alla filosofia romantica,
dimentica dei padri Schelling, Schopenhauer, Nietzsche, si è resa sempre
più affine ai presupposti ideologici delletà della tecnica,
che annulla lumana autenticità del desiderio e della domanda del
senso dellesistenza, per farla tacere nelladeguatezza, come mero
strumento, alla funzionalità del sistema.
La psicoanalisi ha negato le sue radici filosofiche con lobiettivo di
guadagnare lautorevolezza dello statuto scientifico proprio delle scienze
della natura, ma così facendo ha perso la possibilità di comprendere
luomo, e con luomo il limite che costituisce per definizione, rispetto
allantiumano, il divino. Ha perso di vista lumano, ossia la peculiarità
di dispiegarsi come intenzionalità nel mondo, come modalità di
volta in volta differente di essere nel mondo, e ha inteso così la soggettività
come objectum, quella res extensa che un altrettanto impersonale cogito cartesiano pone come unica realtà conoscibile in quanto
controllabile dal metodo matematico. La pretesa scientifica daltronde
è assolutamente coerente se non addirittura lesito inevitabile
alla tradizione giudaico-cristiana, in seno alla quale la psicoanalisi
è inscritta: una tradizione che intende il dolore e la malattia come
ciò che deve essere eliminato, come frutto degenerato di una colpa originaria
e da cui è nata la fede nella cura, la volontà di guarire, la
pretesa terapeutica di cercare la causa del male per portarvi rimedio, salvezza.
Ma e questa è la grande obiezione che sferra Galimberti contro
la psicoanalisi e la visione del mondo che la sostiene la cura rappresenta
letica della salute e della salvezza di contro alla necessità,
allineluttabilità del tragico. Per il pensiero tragico non cè
male che possa essere estirpato; il dolore, la malattia non sono effetti di
una colpa ma, costitutivi dellesistenza, alimentano la vita. Per uno sguardo
capace di una visione dinsieme la morte e la vita si susseguono senza
fine secondo il ritmo implacabile del divenire, delle infinite metamorfosi della
natura, e tragico, secondo la lezione nietzscheana, è lo sguardo capace
di sostenere tale vista, di travalicare bene e male per godere della vita nella
pienezza della sua crudeltà.
Si tratta allora di recuperare quella visione del mondo in grado di contemplare
lo spettacolo di crudeltà e bellezza che il divenire, la legalità
propria della natura, offre, e che storicamente è appartenuta alla sapienza
degli antichi Greci. Con questa visione si tratta di recuperare uno stile di
relazione col mondo, un modo di percepire la natura e di percepirsi in relazione
alla natura: si tratta in definitiva di ridefinire i limiti, i confini dellumano.
E, con i confini e i limiti, lordine che regola la posizione delluomo
nel cosmo e la giusta misura con cui lesistenza può essere vissuta
e interpretata.
Se, come ci racconta Galimberti sulle orme di Nietzsche, Platone ha avviato quel dualismo che troverà destinalmente nellOccidente una progressiva e implacabile estremizzazione, ed è pertanto il primo responsabile dellalterazione di questa sproporzione, quale Grecia potrà essere recuperata, quale Grecia sarà modello da guadagnare per ritrovare la misura perduta? Forse possiamo rispondere che, se è la sapienza del logos a dare la risposta, se è la filosofia la sola a poter soddisfare la domanda di senso, allora a riempire il vuoto di senso sarà il logos interprete del mito, la sapienza che si nutre delle rappresentazioni del mito, e non la sua cristallizzazione nellordine concettuale della ragione. Le storie degli dei e degli eroi ci insegnano quanto bella e terribile possa essere lesistenza: nel turbinio delle loro alterne vicende, nellinfinita varietà dei casi in cui si trovano coinvolti, nelle passioni che ciascuno di essi secondo il proprio daimon mette in scena, rappresentano di riflesso le multiformi possibilità di agire e patire date allumano, nellimplacabilità del flusso del divenire.
Ma la psicoanalisi non ha rappresentato forse, nella storia della cultura occidentale,
un esempio di ripresa e riutilizzo del mito classico? Se è giusto affermare
con Galimberti che la disciplina inaugurata da Freud è inscritta nella
tradizione giudaico-cristiana e collude con la ratio del sistema della
tecnica, è pure giusto riconoscere allatto della sua nascita una
tendenza controcorrente di apertura al pensiero mitico e simbolico.
Quindi al tempo stesso un canale di recupero della tradizione classica che oggi
può sopperire i vuoti di senso e rispondere allistanza, al desiderio
di politeismo che un tempo, come ha ben visto Nietzsche, è stato soddisfatto
dallo specchio trasfiguratore degli dei olimpici, e che la tradizione
giudaico-cristiana non è costitutivamente in grado di soddisfare.
Questo secondo aspetto della psicoanalisi ha senza dubbio a che fare con le
sue origini romantiche, e con lo smascheramento del potere della ragione che
la filosofia romantica ha compiuto, ma più radicalmente può essere
rinconosciuto nella sua natura essenzialmente mitopoietica inscindibile dalloggetto
delle sue attenzioni: lanima.
La psicoanalisi deve cercare la sua dimora quindi in quei luoghi imaginali e,
storicamente, in quei contesti culturali in cui il mito e la cura dellanima
hanno avuto la priorità su altre visioni del mondo, nella misura in cui
hanno rappresentato un recupero della visione classica del mondo. Questa lettura
della psicoanalisi ha i suoi principali referenti nella teoria degli archetipi
dellinconscio collettivo di Jung e nella teoria archetipale del suo erede
James Hillman, entrambe significativamente criticate nello scritto di Galimberti
come derive di un determinismo culturale.
Ma il mito non può tornare senza i suoi tipi: come si offre nella ricchezza
della variazione dei suoi personaggi e delle vicende che narra, così
fornisce i modelli, le invarianti che permettono allumano il riconoscimento
per analogia, la possibilità di specchiarsi, proprio in virtù
della somiglianza individuata nella differenziazione.
Entro unorizzonte attuale di senso che chiede la comprensione del molteplice
in tutte le sue sfaccettature, il mito e i suoi archetipi soddisfano proprio
lesigenza fondamentale di ricucire la disarmonia, di ricomporre la relazione
universale, ossia la composizione delle parti con il tutto, del particolare
con luniversale: quella dimensione cosmica che Galimberti riconosce nella
misura greca e che il mondo contemporaneo sembra avere inguaribilmente perso.
La teoria degli archetipi inaugurata da Jung ha la sua ragione dessere
proprio nel tentativo di ricostruire il bilanciamento delle parti con il tutto,
della molteplicità con linsieme e lunità, nel ricongiungimento
dellindividualità con il molteplice universale; e le speculazioni
che ne sono seguite rispondono alla stessa esigenza, quella di ridefinire la
linea dellorizzonte, di ridisegnare i limiti tra quanto è umano,
naturale e divino, e con ciò di rimodellare la collocazione delluomo
nel mondo.
Se il piacere del vivere è il senso di unesistenza colta in tutta
la sua inguaribile crudeltà, e la misura è il metro dello sguardo
che sa posarsi su di essa, la via che conduce alla misura è imprescindibile
dalla ridefinizione dei parametri che definiscono la collocazione delluomo
nel mondo rispetto ai mutamenti epocali che ne accompagnano la presenza.
daniela sacco
Politica delle immagini
Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri,
Torino 2006
Pubblicato in Germania nel 1987, Augusto e il potere delle immagini era
già uscito in italiano nel 1989 per Einaudi; se ora se ne segnala la
recente riedizione da parte di Bollati Boringhieri è per il carattere
meritorio dell'operazione editoriale.
Il tema intorno a cui Paul Zanker fa ruotare il saggio è l'intreccio di politica e cultura, e in particolar modo il ruolo
svolto dalle arti figurative nelle varie fasi della politica augustea. All'interno
di un vasto spettro di possibilità interpretative, che in astratto oscilla
tra quella di una determinazione delle forme artistiche da parte del potere
e quella di una loro reciproca indipendenza, Zanker assume una posizione complessa
e articolata. E se è vero, com'egli stesso è solito dichiarare,
che la sua indagine ha avuto come spunto di partenza l'ipotesi di un uso propriamente
"propagandistico" delle immagini all'interno della politica augustea,
è certo che quanto emerge dalle sue ricerche delinea invece un quadro
estremamente sfaccettato.
La conclusione cui Zanker giunge è infatti che, per l'arte della prima
epoca imperiale, di propaganda vera e propria sia improprio parlare. Eppure,
lo stesso autore non si stanca di insistere a proposito della portata intrinsecamente
politica di una vasta serie di immagini che in parte già durante
le lotte politiche che conducono Augusto al potere, ma soprattutto nel corso
del suo lungo principato si diffondono capillarmente in tutto l'Impero,
a partire dall'epicentro di Roma. Di immagini si tratta, e non di forme, come
implicitamente sottolinea Zanker impiegando già nel titolo, Augustus und die Macht der Bilder, il vocabolo "Bild":
vuoi di ritratti stereotipi dell'imperatore e dei suoi familiari esemplati su
modelli 'classici', vuoi di specifici edifici quali un particolare tipo
di templi, immediatamente riconoscibili per l'altezza del podio su cui si ergono
e per la ricchezza dell'apparato ornamentale o, invece, di determinati
motivi ornamentali. Proprio in questi ultimi il carattere intrinsecamente politico
dell'arte augustea emerge, a giudizio di Zanker, in maniera esemplare. In virtù
della loro vastissima diffusione, nei monumenti a diretta committenza pubblica
come negli oggetti di mero uso privato, i principali e più diffusi motivi
ornamentali dell'arte del primo Impero rostri, tripodi, bucrani, girali,
sfingi, strumenti rituali, etc. acquistano un significato sempre più
generico; eppure, non perdono mai del tutto il loro potere evocativo. L'evocazione
ruota intorno a un nucleo che è tutto politico: al rinnovamento culturale,
e in primis religioso, su cui si fonda, nella sua aura mitica, il principato
di Augusto. I motivi ornamentali, allora, pur risultando sempre più dimentichi
delle loro premesse ideologiche, continuano ciò nondimeno a veicolarle,
a bassa intensità, forse, ma per contro capillarmente.
Qui sta forse il centro di Augusto e il potere delle immagini. Nel capitolo
dedicato a Le nuove immagini e la vita privata, Zanker si interroga sulle
ragioni per cui anche nell'arte privata viene non di rado reso omaggio ai dettami
ufficiali. È evidente che tali dettami non sono imposti, e non possono
essere attribuiti a un diretto controllo o a pressioni da parte delle autorità.
Come se ne spiega allora l'adozione? La risposta, a giudizio di Zanker, sta
proprio nel carattere delle immagini augustee: immagini che, nonostante il deliberato
impiego politico cui sono strumentalizzate, riescono esemplarmente a cogliere
e a reinventare veicolandole le esigenze di un'intera epoca, e
che riescono in questo intento proprio in virtù della loro relativa genericità.
Questo non significa che lascino spazio per interpretazioni altre da quelle
per cui sono originariamente intese, quanto piuttosto che il loro messaggio
tende a perdersi, a farsi per dirla con un anacronismo 'subliminale'.
Ed è pertanto proprio per questa ragione che, in virtù della progressiva
rinuncia all'articolazione narrativa e all'inequivoca identificazione delle
figure e dei motivi impiegati, l'arte imperiale si diffonde capillarmente, e
non per un'imposizione dall'alto ma, piuttosto, prima come segno distintivo
dei seguaci del principe, quindi come status symbol, e infine come lingua in
cui riconoscersi tutti, come lingua parlata. Il successo della politica augustea
delle immagini, allora, consiste proprio nella sua capacità di imporsi
come la lingua dell'immaginario una lingua a tal punto egemone da prevedere
addirittura e segnalare l'altro da sé, il "fuori": quei pochi
ambiti, detto in altri termini, in cui è lecito derogare alla convenzione
retorica delle immagini ufficiali.
Con le armi della filologia, pertanto, Zanker s'interroga su un tema scottante
come il carattere intrinsecamente ideologico e politico delle immagini
e tale anche al di là delle direttive impartite da un certo regime. Costringe
così a volgere uno sguardo non ingenuo sulle vie, molteplici, del condizionamento.
Oltre che il magistrale frutto della ricerca condotta da un archeologo classico, Augusto e il potere delle immagini è un libro politico.
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daniele pisani
luglio/settembre 2006