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    Laocoonte: variazioni sul mito
    Una galleria delle fonti testuali e figurative

    (Seminario di Tradizione Classica)

    Il gruppo scultoreo del Laocoonte rinvenuto a Roma nel 1506 è diventato, a partire dal Rinascimento, un mito per l'estetica moderna. Ma qual è il 'vero' mito di Laocoonte? A fronte della sua fama postuma, legata per lo più al marmo vaticano e all'episodio incluso da Virgilio nel secondo libro dell'Eneide, le fonti letterarie e iconografiche antiche della storia del disgraziato sacerdote troiano non sono invece affatto numerose.

    La versione letteraria più antica del mito di Laocoonte di cui sia rimasta notizia è in una Iliou Persis (Distruzione di Troia) del poeta epico Arctino da Mileto (VII sec. a.C.), di cui Proclo (V sec. d.C.) parafrasa un brano relativo al sacerdote troiano: mentre i Troiani discutono fra loro riguardo al dono votivo lasciato sulla spiaggia dagli Achei (bruciare il cavallo, gettarlo dalle mura, consacrarlo ad Atena), due serpenti apparsi improvvisamente dal mare uccidono Laocoonte e uno dei figli. Atterriti dal prodigio, Enea e i suoi si ritirano sul monte Ida. In questa versione del mito la comparsa dei serpenti e l'uccisione del sacerdote e del figlio, spaventando Enea e i suoi, producono l'effetto di salvarli dalla strage dei Troiani che avverrà nella notte, e quindi indirettamente garantiscono la vita e il futuro di Enea: Laocoonte è la vittima sacrificale per la fondazione di Roma.

    Secondo la testimonianza di Servio (V sec. d.C.) in un poema di Bacchilide (V sec. a.C.) sarebbe stata menzionata, accanto al sacerdote troiano, la moglie; inoltre i serpenti emersi dal mare sarebbero poi stati mutati in uomini.

    La variazione secondo cui Apollo si sarebbe adirato con il suo sacerdote perché si era sposato, trasgredendo a un suo divieto, e si era congiunto alla moglie proprio davanti al suo tempio, era forse il nucleo mitico della tragedia Laocoonte di Sofocle (V sec. a.C.). Dai pochi frammenti del dramma sofocleo conservati per tradizione indiretta, si recuperano i seguenti dati:
    - il nome dei due draghi marini "Porkis" e "Charibea" (il dato si ricava dalla lettura incrociata di Servio, In Verg. Aen. II, 204 e di scholium ad Lycophr. 347 e);
    - l'uccisione dei due figli del sacerdote, ma non di Laocoonte, da parte degli stessi serpenti (da scholium ad Lycophr. 347 e);
    - il collegamento tra il sacrificio di Laocoonte e la salvezza di Enea (Dion. Hal., Ant. Rom. I, 48, 2).

    Sono stati messi in relazione alla tragedia i frammenti di due vasi, datati l'uno, appartenente alla Collezione Jatta, agli ultimi decenni del V sec. a.C., il secondo, conservato a Basilea, al primo quarto del IV a.C. Da entrambe le testimonianze si ricava una scena pressoché identica, in cui una donna irrompe con una scure, impugnandola con entrambe le mani alta sopra la testa, e aggredisce una statua di Apollo a cui sono avvinghiati dei serpenti. Sia nel vaso Jatta sia nel vaso Basilea ai piedi della statua giacciono i resti sbranati del corpo di un giovinetto.

    Frammento da un vaso vicino al Pittore dell'Iliupersis con Storia di Laocoonte, prima metà del IV sec. a.C. ca., Ruvo, collezione Jatta

    Cratere del Pittore di Pisticci con Storia di Laocoonte, seconda metà del V sec. a.C. ca., Basilea, Antikenmuseum

    Entrambi i vasi presentano anche lo stesso dio Apollo che assiste alla scena (dietro la sua statua nel vaso Jatta, con accanto la sorella Artemide; di fronte ad essa, dopo le figure femminile e maschile, nel vaso di Basilea). Nel vaso Jatta accanto alla statua si trova anche un tripode.

    La postura aggressiva della figura femminile riproduce una ben riconoscibile Pathosformel, tipica dell'aggressione femminile, violenta e inconsulta (vedi la nota di approfondimento: Pathosformeln dell'aggressione, della difesa e della disperazione.

    Dal più completo cratere di Basilea si recupera anche la presenza di una figura maschile, che segue dietro alla figura irruente femminile e porta la mano alla testa, in segno di dolore e disperazione.
    Nel complesso, dalle due testimonianze vascolari si ricava dunque una scena che consente di ricostruire la seguente successione drammatica:
    - uno dei figli di Laocoonte viene aggredito dai serpenti all'interno del tempio del dio Apollo, accanto alla stessa statua del dio;
    - il giovinetto giace sbranato ai piedi della statua e i serpenti si avvinghiano alla statua di Apollo;
    - irrompe la madre e aggredisce i serpenti (e quindi la stessa statua del dio a cui sono avvinghiati) con una scure che brandisce aggressivamente con entrambe le mani;
    - dietro di lei segue Laocoonte che porta una mano alla testa, in segno di disperazione;
    - assiste alla scena Apollo, con in mano un alberello di alloro e accanto la sorella Artemide con arco (Jatta); ovvero con in mano l'alloro che gli corona anche il capo e nell'altra mano l'arco (Basilea).

    Dai frammenti letterari e iconografici del V e del IV secolo a.C. pare quindi che il nucleo tragico su cui Sofocle impostava l'azione del suo dramma fosse la colpa di Laocoonte: forse, stando alle testimonianze mitografiche successive di Euforione e di Igino, si trattava di una trasgressione compiuta dal sacerdote contro la proibizione divina di generare figli, e in questo senso il mito tragico del Laocoonte sofocleo sarebbe assimilabile al mito del Laio di Eschilo e dell'Edipo re dello stesso Sofocle. Laocoonte nella tragedia verrebbe punito da Apollo non direttamente nella sua persona (o in quella della moglie, complice del sacrilegio), ma pagherebbe la sua hybris con il sangue dei figli (frutto del sacrilegio), e sopravvivrebbe alla loro fine.

    Se la raffigurazione presente su entrambi i vasi Jatta e Basilea è davvero riferibile al dramma sofocleo, è possibile ricostruire una scena della tragedia in cui la moglie di Laocoonte si scaglia, impugnando una scure bipenne, contro la statua del dio dei serpenti, evidentemente in un impeto d'ira sacrilega causata dalla morte del figlio, il cui corpo giace a brani ai piedi dell'àgalma di Apollo.

    Dal frammento più consistente della tragedia di Sofocle si ricostruisce un episodio, forse successivo, del dramma: un àggelos racconta, in trimetri giambici, la scena della fuga di Enea con il padre Anchise sulle spalle. Dunque nella tragedia di Sofocle si conferma che, come nella versione di Arctino, l'episodio di Laocoonte è in qualche modo collegato alla fuga, e quindi alla salvezza, di Enea.

    Un'ultima testimonianza vascolare, collegabile in modo meno certo al dramma sofocleo, è la scena che compare su un altro vaso, un kantharos del British Museum, datato verso la metà del V secolo a.C. Un uomo barbato, con in pugno una spada sguainata, appoggia il ginocchio a un altare, in posizione di difesa; un serpente lo aggredisce alla spalla sinistra. Intanto una figura alata e barbata (Thanatos) solleva il cadavere di un giovinetto (non barbato) che giace presso l'altare.

    Khantaros con scena di incerta interpretazione (Storia di Laocoonte?), metà del V sec. a.C. ca., Londra, British Museum

    Nell'ipotesi che anche questo vaso sia ispirato a una scena della tragedia sofoclea, risulta più difficile – rispetto alle altre due, omogenee e coerenti, raffigurazioni vascolari – la ricostruzione della successione drammaturgica che vedrebbe qui Laocoonte aggredito anch'esso direttamente dai draghi marini e impegnato a difendere se stesso e, invano, uno dei figli.

    Resta comunque da evidenziare il dato che tutti i reperti vascolari che presentano una scena con l'aggressione (consumata o in atto) dei serpenti contro il figlio di Laocoonte (Jatta, Basilea, British) o contro lo stesso 'Laocoonte' (British) sono datati tra l'ultimo quarto del V secolo a.C. e il primo del IV: tutti quindi cronologicamente vicini a una possibile data di rappresentazione del dramma sofocleo.

    In età ellenistica il direttore della Biblioteca di Antiochia, Euforione di Calcide (III sec. a.C.), secondo una testimonianza che Servio (V sec. d.C.) produce nel suo ricco commento all'Eneide virgiliana avrebbe riportato una versione complicata del mito: Laocoonte, sacerdote di Apollo, sarebbe stato chiamato in causa dai Troiani, poiché, quando i Greci erano sbarcati sul lido di Troia, avevano lapidato il sacerdote di Poseidone per non aver impedito quello sbarco con i suoi sacrifici. Laocoonte verrebbe quindi chiamato come sacerdote supplente, in mancanza del "sacerdos certus". Euforione (iuxta Servio) è anche il primo che riporta esplicitamente la notizia (forse derivata dalla versione sofoclea) della colpa di Laocoonte: si tratta del "piaculum" che il sacerdote commise congiungendosi con la moglie 'Antiopa' (in Euforione compare per la prima volta questo nome) davanti alla statua del dio, che provocò poi la punizione dei serpenti, mandati a uccidere Laocoonte stesso e i suoi figli.

    Dall'opera mitografica del direttore della Biblioteca di Alessandria Apollodoro di Atene (II sec. a.C.), deriva il compendio contenuto nell'Epitome, databile al II-III secolo d.C. Nel testo di Apollodoro il racconto relativo a Laocoonte è così riassunto: Cassandra e Laocoonte "sostenevano che il cavallo era pieno di guerrieri armati e i Troiani stavano discutendo se darlo alle fiamme o buttarlo giù da un dirupo". Ma i più pensano di consacrarlo come offerta votiva ad Atena: allora "Apollo invia loro un segno: dalle isole vicine giungono attraverso il mare due serpenti che divorano i figli di Laocoonte" (ps.Apollodoro, Ep. V, 16-19). La sintesi dell'episodio riprende, nell'elemento narrativo dell'uccisione dei soli figli, la versione sofoclea, ma non fa menzione della 'colpa' del sacerdote: l'attenzione è tutta puntata sull'ambientazione troiana, epica, della vicenda – compaiono infatti Cassandra e il tema della diffidenza nei confronti del cavallo.

    La più nota e fortunata versione del mito di Laocoonte è contenuta nei versi 40 ss. del II libro dell'Eneide di Virgilio (I sec. a.C.). L'episodio di Laocoonte è collocato all'interno del racconto della caduta di Troia che Enea ricapitola su invito di Didone: i Troiani sono stanchi di guerra e vogliono credere che il cavallo sia un segno della fine dell'assedio. Si apprestano quindi a trascinare il presunto dono votivo dei nemici in città, quando interviene dalla rocca Laocoonte ("Laocoön ardens summa decurrit ab arce") che cerca di scuotere i suoi concittadini e di renderli accorti dell'inganno ("equo ne credite, Teucri"). Per dare consistenza alle sue parole colpisce il cavallo con l'asta e il ventre del micidiale cavallo rimbomba, comprovando la fondatezza dei sospetti del sacerdote. Ma né la percezione della cavità del ventre del cavallo, né il rumore delle armi dei Greci nascosti nel suo grembo, che risuoneranno quando il gigantesco giocattolo ligneo inciamperà sulla soglia delle porte della città, bastano a far rinsavire gli incauti Troiani, ottenebrati dal desiderio di vedere finita la guerra: a convincerli definitivamente interviene il furbo Sinone, che con le sue menzogne li persuade che il cavallo e lui stesso sarebbero stati lasciati sul lido di Troia dai Greci come offerte sacrificali ad Atena, per risarcire la dea del furto del Palladio. Mentre i Troiani vacillano nella decisione da prendere, dal mare emergono i draghi che attaccano e uccidono i figli del sacerdote, prima, e poi lui stesso.

    La descrizione della lotta tra Laocoonte e i serpenti proposta dal testo virgiliano si trova illustrata in due affreschi pompeiani (I sec. a.C.) in cui vengono sintetizzate le scene del sacrificio del toro che il sacerdote stava compiendo sul lido, la fuga della vittima ("Quales mugitus, fugit cum saucius aram / taurus, et incertam excussit cervice securim"), lo sbigottimento dei Troiani che assistono alla scena ("Diffugimus visu exsangues"), l'uccisione per sbranamento dei due figli ("Parva duorum / corpora natorum serpens amplexus uterque / implicat, et miseros morsu depascitur artus"), la resistenza disperata di Laocoonte ("Ipsum... corripiunt, spirisque ligant ingentibus; et iam / bis medium amplexi, bis collo squamea circum / terga dati, superant capite et cervicibus altis. / Ille simul manibus tendit divellere nodos, / perfusus sanie vittas atroque veneno, / clamores simul horrendos ad sidera tollit").

    Affresco con Morte di Laocoonte, metà del I sec. d.C., Pompei, Casa del Menandro

    Affresco con Morte di Laocoonte, metà del I sec. d.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei, Casa del Laocoonte)

    Gli affreschi pompeiani sono da mettere in relazione con il rilancio del mito troiano nel clima generale della nouvelle vague mitologica della prima età augustea. Ma nello specifico costituiscono la risposta figurativa alla coeva fortuna letteraria dell'episodio virgiliano, che decide per una versione tutta particolare del mito: al centro della storia è un Laocoonte del tutto incolpevole, obiettivo innocente della violenza divina e, implicitamente, vittima sacrificale indispensabile per l'inverarsi del destino che vuole la caduta di Troia, in previsione della futura nascita di Roma. Da evidenziare però il fatto che nel testo dell'Eneide, a differenza che nella versione più antica, presente ad esempio in Arctino e in Sofocle, non viene messo in rilievo il nesso eziologico tra il sacrificio di Laocoonte e la ritirata di Enea sull'Ida che garantisce la salvezza del progenitore di Roma.

    In dipendenza diretta dal testo di Eneide II è l'illustrazione dell'episodio di Laocoonte contenuta nel preziosissimo manoscritto Vat. Lat. 3325 (V sec. d.C.) che, alla carta 18v, presenta una illustrazione della scena virgiliana.

    Virgilio Vaticano, illustrazione con Storia di Laocoonte, Ms. Vat. Lat. 3225, fol. 18v, inizi V sec. d.C., Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

    All'esemplare dell'illustrazione vaticana – e indi, per quella via, al racconto virgiliano – è accostabile, quanto alla composizione e alla postura delle figure, un'altra testimonianza iconografica del Basso Impero: una piccola serie di contorniati (IV sec. d.C.). Della medaglia che porta sul verso l'immagine del Laocoonte, esistono tre varianti che presentano sul verso la stessa figura, con minime varianti, e recano sul recto il profilo di Nerone o di Vespasiano o di Traiano.

    Contorniato con Laocoonte (al recto: Nerone), seconda metà IV sec. d.C., London, British Museum

    Contorniato con Laocoonte (al recto: Vespasiano), seconda metà IV sec. d.C., Napoli, Museo Nazionale

    Contorniato con Laocoonte (al recto: Traiano), seconda metà IV sec. d.C., Firenze, Museo Archeologico Nazionale

    Rispetto all'illustrazione del manoscritto vaticano, le figure appaiono più mosse e agitate, ma notevoli sono le concordanze nella composizione e nella postura del sacerdote (con il ginocchio puntato sull'altare) e dei figli (quasi appesi al petto del padre). L'immagine di Laocoonte sulla medaglia, anche in relazione ad altre raffigurazioni di episodi del ciclo troiano presenti su altri contorniati, è da interpretare alla luce del rilancio del mito troiano in età post-costantiniana, e, secondo parte della critica, forse anche da considerare nel contesto di un valenza ideologica che avrebbero avuto questo particolare tipo di oggetti, come mezzo di propaganda culturale dell'"aristocrazia pagana del IV secolo" (vedi: Nota sui contorniati).

    Proprio nell'età di Virgilio, nella temperie culturale del saeculum augustum, si colloca invece la creazione della più celebre opera monumentale: il gruppo scultoreo che sarà ritrovato a Roma il 14 gennaio 1506, in una 'vigna' presso Santa Maria Maggiore, noto come Laocoonte vaticano (I sec. a.C.) poiché fin dall'epoca del suo ritrovamento appartiene alla collezione dei Musei Vaticani.

    La scultura è datata agli ultimi decenni del I secolo a.C. ed è con tutta probabilità opera dei tre scultori rodii citati un secolo più tardi da Plinio – Agesandro, Polidoro, Atanadoro – che firmano anche il gruppo di Scilla nella grotta di Sperlonga (vedi: Nota sul ciclo di Sperlonga).

    Marco Dente, Laocoonte, incisione, ante 1523

    La prima ricognizione sul reperto venne eseguita da due esperti di eccezione, inviati in ispezione dal papa Giulio II: Giuliano da Sangallo e Michelangelo Buonarroti. Secondo una testimonianza resa molti anni dopo da Francesco da Sangallo (in una lettera a Vincenzo Borghini, del 28 febbraio 1567), il padre Giuliano, vista la statua ancora parzialmente interrata, avrebbe esclamato: "Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio".

    Anche in una lettera scritta a pochi giorni dal ritrovamento (24 gennaio 1506) da Bonsignore Bonsignori a Bernardo Michelozzi compare il riferimento alla citazione pliniana: "A questi giorni un romano di chi non mi ricordo il nome a una sua vigna presso alle Carocce ha trovato una scultura antica bellissima di marmo, chosa più nobile che havessino i romani in quelli tempi e di che fane menzione Vergilio e Plinio, cio(è) un Laocoonta con li figli e con li serpenti".

    Il riferimento è al passo del libro XXXVI della Naturalis Historia di Plinio (I sec. d.C.) che costituisce l'unica testimonianza letteraria antica riferibile a questa opera. Plinio introduce la menzione del Laocoonte come caso esemplare della difficile gloria del nome dell'artista nel caso dei capolavori che siano opera di più autori: non è il soggetto mitologico, la vicenda del sacerdote troiano, a interessare l'autore, ma il pretium tecnico dell'opera d'arte. Dal testo di Plinio si ricavano alcuni dati essenziali:
    - il nome e la provenienza rodia degli autori "summi artifices Hagesander et Polydorus et Athenodorus rodii";
    - il fatto che l'opera fu eseguita "in collaborazione e di comune accordo" (così interpreta Settis il discusso "de consilii sententia");
    - il fatto che l'opera di cui si parla è fatta "ex uno lapide";
    - la collocazione dell'opera "in Titi imperatoris domo";
    - un giudizio di eccellenza sul capolavoro, da preferirsi a tutti gli altri (si intende forse dello stesso soggetto) eseguiti in pittura o in statuaria (scultura in bronzo) "opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum".

    Il passo pliniano è stato oggetto di diverse interpretazioni (vedi: Nota su Plinio). Comunque il fortunato rinvenimento a Sperlonga della firma degli stessi tre scultori nominati da Plinio e il confronto stilistico tra le sculture di Sperlonga e il Laocoonte vaticano hanno confermato l'identificazione del Laocoonte pliniano con l'opera rinvenuta a Roma nel 1506 (vedi: Nota sul ciclo di Sperlonga).

    È comunque ancora da sottolineare il fatto che l'opera menzionata come eccelsa da Plinio non è citata da nessun'altra fonte antica, e che non sono state rinvenute copie, repliche o deduzioni significative eseguite in epoca antica dal modello del Laocoonte vaticano: nonostante fosse ordinaria a Roma la prassi della riproduzione da sculture importanti e famose, il pur celebre gruppo del Laocoonte rimane insomma un unicum.

    Subito dopo la scoperta, il Laocoonte vaticano divenne presto un oggetto di desiderio, perfetta incarnazione di quell'antico 'patetico' di cui i collezionisti rinascimentali erano instancabilmente alla ricerca (sulla questione, vedi: Lorenzo Bonoldi, Il desiderio del Laocoonte): nel corso del Cinquecento la scultura fu il modello per diverse repliche, in materiale vario e in scala diversa, alcune delle quali di ottima fattura.


    Repliche cinquecentesche del Laocoonte vaticano

    Baccio Bandinelli, Laocoonte, 1525 ca., Firenze, Uffizi

    Primaticcio, Laocoonte, calco in bronzo, 1540 ca., Fontainebleau, castello

    Tra le prime copie cinquecentesche, la versione in bronzo di Primaticcio (eseguita intorno al 1540) sarà destinata ad avere un ruolo importante nell'ultima integrazione novecentesca, dopo il rinvenimento del "braccio Pollack".

    Il gruppo rinvenuto nel 1506 fu sottoposto nel corso dei secoli a diversi restauri, di riassemblaggio, di ripristino e di integrazione.


    Restauri del Laocoonte vaticano

    Le parti mancanti del Laocoonte al momento del ritrovamento nel 1506 – braccio di Laocoonte, braccio del figlio minore, dita della mano destra del figlio maggiore, frammenti dei piedi delle tre figure [Anonimo italiano, Laocoonte, penna e bistro su carta a fondo acquerellato, 1506-1508, Düsseldorf, Kunstmuseum]

     

    Il Laocoonte vaticano al Belvedere prima delle integrazioni, 1523 [Marco Dente, Laocoonte, stampa, bulino, ante 1523]

    Integrazioni attribuite a Baccio Bandinelli realizzate nel corso del lavoro per la copia in marmo commissionata da Leone X per Francesco I di Francia, 1525 ca. [Baccio Bandinelli, Laocoonte, copia in marmo del Laocoonte vaticano, Firenze, Uffizi; Baccio Bandinelli (Michelangelo?), Braccio di Laocoonte, marmo, 1523-1525, prova di montaggio, Città del Vaticano, Musei Vaticani; Maarten van Heemskerck (?), Il cortile del Belvedere, penna e lapis su carta, ante 1532, London, British Museum, Department of Prints and Drawings]

    Braccio Montorsoli in terracotta, restauro commissionato da Clemente VII al collaboratore di Michelangelo Giovanni Angelo Montorsoli, 1532-1533 [Anonimo, Laocoonte, stampa, bulino, da Urbis Romae Topographia B. Marliani ad Franciscum regem Gallorum, Antonium Blodum, Roma 1544; Gerard Audran, Vista posteriore quotata del Laocoonte, stampa da Les proportions du corps humain mesurèes sur les plus belles figures de l'Antiquité à Paris, Paris 1683, tav. IV]

    Restauro Augusto Cornacchini, integrazioni dei danni prodotti dall'incuria realizzate sul modello degli interventi cinquecenteschi, 1712-1717 (1725-1727?) [Gian Domenico Campiglia, Laocoonte, acquaforte, da Michaelis Mercati Samminiatensis Metallotheca vaticana, Roma 1717]

    Restauri anonimi successivi al tentativo di ripristino del braccio cinquecentesco attribuito a Michelangelo, 1780 ca. [Calco in gesso del Laocoonte, seconda metà XVIII sec., Firenze, Accademia di Belle Arti; Giuseppe Bossi da Stefano Piale, Laocoonte, acquaforte, da Johann J. Winckelmann, Storia delle arti del disegno presso gli antichi, Pagliarini, Roma 1783-1784, II tav. 4]

    Braccia tipo Girardon, asportazione delle integrazioni di restauro prima del trasporto a Parigi in seguito alle spoliazioni napoleoniche e installazione delle braccia tratte dalla copia di François Girardon della Ecole des Beaux-Arts, 1800 ca. [Jean Baptiste Tuby (da François Girardon?), copia in marmo del Laocoonte 1:1, 1696, Versailles; Benjamin Six, Visita notturna di Napoleone e Maria Luisa al Laocoonte, acquerello, 1800 ca., Paris, Louvre]

    Re-integrazione del Laocoonte "a braccio proteso" con calchi in gesso dai restauri settecenteschi, 1816 ca. [Fratelli Alinari, ripresa fotografica frontale del Laocoonte]

    Restauro Filippo Magi, asporto delle integrazioni settecentesche e messa in opera del "braccio Pollack" scoperto nel 1905 e riconosciuto originale nel 1954, 1957-1959 [Pino dell'Aquila, ripresa frontale del Laocoonte, 1999, campagna fotografica eseguita con la supervisione di Salvatore Settis, immagini di proprietà dei Musei Vaticani]


    Tornando alle variazioni sul mito del sacerdote troiano, ancora in età augustea, a ridosso della versione virgiliana (ma distante da essa per diversi dettagli mitografici) si colloca il riassunto di Igino (I sec. d.C.), che in Fabulae 135 ripropone la storia del sacerdote troiano mettendo in rilievo i seguenti dati:
    - la parentela di Laocoonte con Anchise ("Laocoon Acoetis filius, Anchisae frater, Apollinis sacerdos");
    - il motivo della punizione dei draghi marini che vengono inviati dallo stesso Apollo a vendicare il sacrilegio compiuto dal sacerdote con il matrimonio e la procreazione dei figli;
    - il nome dei due figli: "Antiphantem et Thymbraeum";
    - l'uccisione dei due figli, e solo in seguito l'uccisione dello stesso Laocoonte che tentava di portare aiuto ai fanciulli ("Quibus Laocoon cum auxilium ferre vellet ipsum quoque nexum necaverunt");
    - il collegamento secondario (e quasi accidentale) con la storia del cavallo di legno: Igino sostiene che i Troiani avrebbero interpretato erroneamente la punizione dei serpenti, come una punizione divina per il fatto che Laocoonte aveva sferrato un colpo di lancia contro il cavallo di legno ("Quod Phryges idcirco factum putarunt quod Laocoon hastam in equum Troianum miserit"). Nella versione di Igino l'accoglienza del cavallo a Troia da parte degli stolti Troiani viene presentata, implicitamente, come una sorta di eterogenesi del fine della punizione apollinea sul suo sacerdote, che in realtà si era reso colpevole personalmente di hybris contro uno specifico divieto divino.

    A metà tra testimonianza letteraria e descrizione iconografica si colloca il Satyricon di Petronio (I sec. d.C.), nel quale il poeta Eumolpo si produce in una recita in versi epici che trae spunto da un dipinto, una tabula che raffigura diversi episodi della conquista di Troia. Viene presentato Laocoonte che si precipita "crinem solutus" a cercare di sventare l'inganno dei Greci, e quindi nell'atto di sferrare invano un colpo con un'ascia bipenne contro il ventre del cavallo di legno pieno di guerrieri; viene evocata poi l'apparizione terrificante dei draghi marini, che fanno tremare e risuonare il mare, e l'aggressione contro i figli del sacerdote, l'avvilupparsi delle spire intorno ai corpi, i vani tentativi dei fanciulli di soccorrersi a vicenda "parvulas illi manu / ad ora referunt, neuter auxilio sibi / uterque fratri"); e infine la morte dello stesso Laocoonte "infirmus auxiliator", che si era precipitato in soccorso dei figli. I versi, enfatici e iperpatetici, del poetastro Eumolpo sembrano trarre espressamente spunto dalla versione virgiliana dell'episodio di Laocoonte, al tempo già divenuta topica.

    In un'ultima testimonianza figurativa, un rilievo di arte gandharica (II sec. d.C.), esemplare di una fase tarda dello stile inaugurato dalla conquista di Alessandro, sono raffigurati simultaneamente diversi momenti narrativi della storia del cavallo di Troia: i Troiani spingono il cavallo dentro la porta della città; Laocoonte affronta il cavallo e lo colpisce con la lancia; Cassandra si staglia sulla porta alzando le braccia, in segno di agitazione, per avvertire i Troiani e quasi a voler impedire fisicamente l'entrata del cavallo in Troia.

    Rilievo del Gandhara con Cassandra, Laocoonte e il cavallo di Troia, II sec. d.C., Londra, British Museum

    Si tratta di un compendio sintetico di diversi episodi del racconto epico, che sembrano riferirsi direttamente al canone narrativo fissato dal testo virgiliano e che, nella traduzione nel linguaggio stilistico ibrido dell'arte indo-ellenica, comprovano la fortuna e la diffusione, ben oltre l'area mediterranea, del tema epico e dei motivi iconografici connessi al ciclo troiano e, quindi, anche alla storia di Laocoonte.

    Una rappresentazione iconograficamente isolata è un bronzetto romano (di datazione incerta) che rappresenta una figura maschile stante, rivestita soltanto di un corto mantello allacciato al collo.


    Bronzetto da Bèlâtre raffigurante Laocoonte, datazione incerta, Parigi, Louvre

    Affresco con Morte di Laocoonte, metà del I sec. d.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale (da Pompei, Casa del Laocoonte)

    Le spire del serpente che si avvolgono sul torso e sul braccio dell'uomo e il gesto della mano sinistra che afferra la bestia riproducono movenze e gesti presenti nel dipinto della 'Casa di Laocoonte' a Pompei e consentono l'identificazione della figura con il sacerdote troiano.

    L'ultima versione letteraria del mito di Laocoonte è nel tardo poema epico Posthomerica di Quinto di Smirne (IV sec. d.C.), che amplifica ed enfatizza, in chiave patetica, l'episodio. Laocoonte tenta di distogliere i Troiani dal proposito di accogliere il cavallo ma Atena (in questa versione del mito diretta responsabile dei prodigi che colpiscono il sacerdote) fa tremare la terra sotto i suoi piedi, incutendo terrore nei Troiani e in Laocoonte stesso (XII, 396-410). Dopo l'intervento di Sinone, Laocoonte riprende a incitare i concittadini affinché diano alle fiamme il micidiale cavallo (XII, 444-445), ma ancora la stessa dea Atena interviene e scatena i serpenti dall'antro marino che scuotono il mare e la terra (XII, 449-458); l'apparizione dei draghi è accompagnata dal pianto delle ninfe delle acque e, sull'Olimpo, dal gemito di Afrodite (XII, 459-461); i Troiani fuggono presi dal panico, resta solo Laocoonte con i figli e i serpenti aggrediscono i fanciulli che tendono le mani verso il padre (XII, 463-476). Laocoonte sopravvive alla morte dei figli: l'episodio si conclude con il pianto e la disperazione della madre (XII, 485-487). Da notare che secondo questa ultima variazione sul mito di Laocoonte, il sacerdote (come nella versione virgiliana) è del tutto innocente, ma cade vittima della dea Atena impegnata a collaborare attivamente alla riuscita dell'inganno di Odisseo per la rovina di Troia.

    Si propongono qui di seguito, in uno schema riassuntivo, i temi e le varianti delle fonti letterarie e iconografiche sul mito di Laocoonte.


    Temi e relazioni delle principali fonti letterarie e iconografiche greche e latine sul mito di Laocoonte

    FONTI LETTERARIE

    Fuoco del racconto

    Responsabilità di Laooconte

    Motivo dell'aggressione dei serpenti

    Vittime

    FONTI ICONOGRAFICHE

    Soggetto

    Relazioni con fonti letterarie

    VII sec. a.C. Arctino

    scenario troiano/episodio cavallo

    L. è vittima eccellente, ma innocente

    spaventare Enea, convincerlo a ritirarsi (e quindi salvarlo>Roma)

    L. e uno dei figli

    V sec. a.C. Bacchilide

    L. e la moglie; i serpenti sono tramutati in uomini

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    V sec. a.C.p Sofocle, Laocoonte

    Laocoonte e la sua hybris (trasgressione ordine Apollo)

    L. è colpevole di hybris

    punire Laocoonte, eliminando i frutti dell'hybris

    entrambi i figli di L.

    Vaso Jatta (400 a.C. ca.)

    morte di uno (o due) dei figli; intervento della madre

    Sofocle, Laocoonte (?Arctino, Iliou Persis)

    Cratere Basilea (400 a.C. ca)

    morte di uno (o due) dei figli; intervento della madre/impugna ascia; presenza di L.

    Sofocle, Laocoonte (?Arctino, Iliou Persis)

    Kantharos British (400 a.C. ca)

    morte di un figlio (con Thanatos); L. aggredito da un serpente, spada sguainata, ginocchio puntato sull'altare

    Sofocle, Laocoonte (?Arctino, Iliou Persis)

    III sec. a.C.
    Euforione

    Laocoonte e il suo sacrilegio

    L. è colpevole di hybris contro Apollo

    punire L. e i frutti del sacrilegio

    L. ed entrambi i figli

    II sec. a.C. Apollodoro

    scenario troiano/episodio cavallo

    L. è innocente: con Cassandra dice la verità sul cavallo

    convincere i Troiani a non ascoltare L. e Cassandra

    i figli di L.

    I sec. a.C.
    Virgilio, Eneide

    scenario troiano/episodio cavallo

    L. è innocente: dice la verità sul cavallo

    convincere i Troiani a non ascoltare L.

    prima i figli e poi L. stesso che cerca di aiutarli

    Affresco Pompei 1 (I sec. a.C.)

    L. aggredito da un serpente, spada sguainata, ginocchio puntato sull'altare; toro in fuga; oggetti a terra; un figlio morto, l'altro aggredito (ginocchio puntato a terra)

    Virgilio, Eneide

    Affresco Pompei 2 (I sec. a.C.)

    L. aggredito da un serpente, spada sguainata, ginocchio puntato sull'altare; toro in fuga; oggetti a terra; un figlio morto, l'altro aggredito (ginocchio puntato a terra)

    Virgilio, Eneide

    Marmo vaticano (I sec. a.C.)
    citato in Plinio, Nat. Hist.

    L. e i figli avviluppati dalle spire dei serpenti; uno dei figli moribondo (o già morto), l'altro tende una mano verso il padre

    Virgilio, Eneide

    I sec. d.C.
    Igino

    Laocoonte e la sua hybris (trasgressione alla prescrizione di Apollo); contesto troiano introdotto a posteriori

    L. è colpevole di hybris

    L. è fratello di Anchise; punizione di L. da parte di Apollo "occasione data" del sacrificio a Nettuno

    i figli di L., e quindi lui stesso che interviene per cercare di aiutarli

    IV sec. d.C. Quinto di Smirne

    scenario troiano/episodio cavallo

    L. è innocente: dice la verità sul cavallo

    convincere i Troiani a non ascoltare L.

    i figli di L.

    Bassorilievo Gandhara (II sec. d.C.)

    entrata del cavallo a Troia; Cassandra sulla porta alza le braccia; Laocoonte colpisce il cavallo con la lancia

    Virgilio, Eneide (o altre versioni epiche)

    Bronzetto Louvre etrusco-romano

    Laocoonte stante; serpente come Pompei 2

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    Contorniati (IV sec. d.C.)

    Laocoonte aggredito dai serpenti, con i due figli (postura: ginocchio puntato sull'altare)

    Virgilio, Eneide (o altre versioni epiche)

    Virgilio Vaticano (V sec. d.C.)

    Laocoonte aggredito dai serpenti, con i due figli (postura: ginocchio puntato sull'altare)

    Virgilio, Eneide

    In sintesi:
    Motivo dell'aggressione dei serpenti marini:
    - per convincere i Troiani a non ascoltare Laocoonte (Apollodoro, Virgilio, Quinto di Smirne)
    - per spaventare Enea e convincerlo a ritirarsi sull'Ida, e quindi a salvarsi (>Roma) (Arctino)
    - per punire i frutti del sacrilegio di Laocoonte (Sofocle, Euforione)
    - per punire Laocoonte del sacrilegio e anche i suoi figli (Igino)
    Sacrificio e morte:
    - soltanto dei due figli (Sofocle, Apollodoro, Quinto di Smirne)
    - di Laocoonte e di uno dei due figli (Arctino)
    - dei due figli prima e poi di Laocoonte che cerca di aiutarli (Apollodoro, Virgilio, Igino)

    Come risulta evidente da questa ricognizione, il mito di Laocoonte ebbe nell'antichità una fortuna letteraria e iconografica relativamente scarsa. Nella rarefatta serie iconografica è da notare, sotto il profilo cronologico e tematico, una concentrazione di reperti in corrispondenza delle due più importanti fonti letterarie: la tragedia sofoclea e l'Eneide virgiliana.

    In appendice alla galleria di immagini e testi antichi sul mito di Laocoonte, pubblichiamo anche una serie di reperti archeologici di incerta identificazione o di dubbia autenticità.

    Di dubbia autenticità e incerta identificazione uno scarabeo etrusco, la cui datazione più alta è al V secolo (ma fino al 300), conservato a Londra, British Museum. Vi sono raffigurate tre figure virili, due giovani ai lati, una più anziana (barbata) al centro; serpenti allacciano le loro spire alle braccia e alle gambe dei tre uomini.

    Scarabeo con triade dionisiaca (Laocoonte e figli?), Londra, British Museum

    La critica avanza seri dubbi sull'autenticità del cammeo e ipotizza che si tratti di un falso rinascimentale. Anche dal punto di vista del soggetto l'identificazione con Laocoonte e i figli è assai labile: sarà da riconoscere piuttosto una triade bacchica, in cui la figura centrale più anziana e barbata si appoggia a due giovani 'satiri' del corteo dionisiaco.

    Di dubbia identificazione un rilievo da Arlon, di datazione incerta, in cui forse è riconoscibile un Laocoonte con le braccia avviluppate dalle spire dei serpenti, alzate verso l'alto in segno di disperata reazione (nel gesto della Cassandra del rilievo di Gandhara) .

    Laocoonte (?), rilievo proveniente da Arlon, datazione incerta

    Incerta identificazione del soggetto anche per due frammenti di terracotta da Tarsos, che presentano membra umane intrecciate con spire di serpenti, e per un rilievo dal Museo di Nora in cui è rappresentato un giovane con un serpente che gli si avviluppa lungo il corpo. Salvatore Settis sostiene la pertinenza di questi frammenti a gruppi con Laocoonte: più prudentemente si può ipotizzare l'identificazione di queste figure con dormienti, rappresentati in riti di incubazione.

    Frammenti da un gruppo di Laocoonte (?), terrecotte da Tarsos, datazione incerta, Parigi, Louvre

    Figlio di Laocoonte (?), rilievo, datazione incerta, Nora, Museo


    Riferimenti bibliografici essenziali

    Bernard Andreae, Laocoonte e la fondazione di Roma, Milano 1989; Salvatore Settis, Laocoonte. Fama e stile, Roma 1999; Erika Simon, Laokoon, in Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, vol. VI, t. 1, Zürich und München 1992, pp. 196-201.

    Altri contributi su Laocoonte in "engramma"
    - Bilderatlas Mnemosyne, Tavola 41a (presentazione)
    - Il Laocoonte: desiderio di una formula patetica antica e fortuna del soggetto (scheda, percorsi, letture di Bilderatlas Mnemosyne, Tavola 41a)
    - Lorenzo Bonoldi, Il desiderio del Laocoonte alla corte di Mantova
    - Monica Centanni, L'originale assente
    - Alessandra Pedersoli, Comics spolia. Laocoonte, Asterix and Co.

    luglio/settembre 2006