
Ninfa a Filadelfia.
Il film Lady in the Water di M. Night Shyamalan
Scheda del film in Internet Movie Database
![]() |
La ninfa della storia si chiama Story ed è, così viene spiegato
nel film, una narf, ninfa acquatica di una fiaba orientale narrata dalle nonne
per addormentare i bambini. Vive nel 'mondo azzurro', l'immenso e variegato
universo fluido i cui abitanti riescono sempre meno a comunicare con gli esseri
umani, come spiega il disegno animato che fa da esergo al film, suggerendo
che da questo distacco derivi, per gli uomini, un impoverimento spirituale
e sapienziale.
Ma qualche via di comunicazione rimane aperta, imprevedibile e straniante,
come in un bagno misterioso di De Chirico rivisto in stile pop e incupito
da effetti di tempesta. Una di queste vie è la piscina condominiale
di un palazzo di Philadelphia, una polla d'acqua dalla forma vagamente a cuore,
a cui gli inquilini possono accedere fino alle sette di sera.
Come in altri suoi film (Signs, The Village) e nei corti che
li hanno preceduti, il narratore-regista Shyamalan è capace di caricare
di magnetismo gli spazi limitati. Qui c'è un palazzo che si affaccia
sulla piscina e intorno ha un prato che sconfina in una specie di foresta
indistinta, un pezzo di natura così altra rispetto all'umanità
da sembrare quasi non terrestre. E come in altri suoi film, l'intersezione
fra la dimensione quotidiana, domestica e l'unheimlich, il metafisico, l'alieno,
il favoloso avviene con una intensità che induce alla fiducia nel patto
del racconto, malgrado le incongruenze.
![]() |
antonella sbrilli
Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum
La maschera della tolleranza. Ambrogio, Epistole 17 e 18;
Simmaco, Terza Relazione. Introduzione di Ivano Dionigi, traduzione
di Alfonso Traina, con un saggio di Massimo Cacciari. Testo latino a fronte.
BUR 2006.
![]() |
Particolarmente significativa appare la recentissima pubblicazione delle lettere
di Ambrogio relative alla disputa sull'altare della Vittoria unitamente alla
Relatio III di Simmaco, dal momento che tale disputa sembra in qualche
modo ricollegarsi al non sopito e sempre fecondo odierno dibattito sul dialogo
interculturale ed interreligioso. Non può non colpire la sensibilità
odierna (pur tenendo doverosamente presente la diversità di intenti e
di contesto) l'affermazione di Simmaco secondo cui: "Quid interest
qua quisque prudentia verum requirat? Uno itinere non potest perveniri ad tam
grande secretum (Relatio III, 10)". La conoscenza del divino,
dice il prefetto di Roma, può essere raggiunta in modi diversi; perché
dunque privilegiarne uno soltanto?
A tale dibattito in ultima analisi sembra alludere la prefazione di Ivano Dionigi,
che si conclude con un'interrogazione:"Dobbiamo allora rassegnarci alla
scelta tra un altare e un altro, e all'impossibilità di dialogo tra chi
crede nel dio noto e chi s'interroga sul dio ignoto? (pag. 27)".
Particolarmente interessante sembra il saggio di Massimo Cacciari posto in fondo
al volume. Il filosofo dimostra come la disputa tra Simmaco e Ambrogio rivesta
un'importanza capitale in quanto espressione dell' inconciliabilità di
fondo allora esistente tra Paganesimo e Cristianesimo: se Simmaco invoca l'antica
e romana pax deorum, quale condizione nella quale il cristianesimo possa vivere
accanto agli altri culti dell'impero, Ambrogio non sa cosa farsene di tale
dissimulatio, di tale tolleranza o permissività (stimolante la riflessione
etimologica e filosofica sul termine 'tolleranza' che Cacciari ritiene per lo
meno ambiguo, contenuta alle pagg. 135-43), poiché comprende perfettamente
che un simile atteggiamento è contrario al disegno di salvezza universale
proprio del Cristianesimo, e che in realtà Simmaco lo pretende da parte
dell'imperatore, anche se cristiano ("Si exemplum non facit religio
veterum, faciat dissimulatio proximorum", Relatio III) non
tanto per amor di pace, quanto in funzione di una futura e ancora possibile
rinascita del Paganesimo (vent'anni prima, nel 363, era morto l'imperatore Giuliano,
che aveva tentato l'ultima seria restaurazione del Paganesimo, sia pur su nuove
basi, vagheggiando una sorta di chiesa pagana).
Dio dunque non può convivere con la pax deorum, non può
essere equiparato alle divinità dei popoli soggetti che Roma ha assimilato
in precedenza: "Il dio cristiano - scrive Cacciari, pag.119 - non è
un 'dio degli eserciti', e perciò non viene sconfitto, e perciò
non può venire invocato-persuaso a 'trasferire' a Roma la propria potenza".
Siamo lontani, in questa delicata fase in cui il Paganesimo ha ancora sufficienti
possibilità di rivincita, dalla sintesi di Agostino, che individua nell'
ascesa dell'impero romano la possibilità di un disegno provvidenziale
(De civitate Dei, 5, 12 e seguenti); unica possibilità di salvezza
per l'impero, secondo Ambrogio, è la totale cristianizzazione sua e delle
sue humanae virtutes.
L'importanza della disputa tra Simmaco e Ambrogio risiede appunto anche nel
fatto che essa è l'ultimo documento nel quale Cristianesimo e Paganesimo
si fronteggiano a forze quasi pari.
La bella traduzione di Alfonso Traina, fedele e scorrevole, giova alla comprensione
del manierato stile dei due autori, simili per educazione e cultura; stile latino
artificioso, ma non per questo privo di vigore, fascino letterario ed artistico.
Nelle pagine 107-109 è contenuta un'interessante nota filologica.
giacomo dalla pietà
ottobre 2006