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    Ninfa a Filadelfia.
    Il film Lady in the Water di M. Night Shyamalan
    Scheda del film in Internet Movie Database

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    La ninfa della storia si chiama Story ed è, così viene spiegato nel film, una narf, ninfa acquatica di una fiaba orientale narrata dalle nonne per addormentare i bambini. Vive nel 'mondo azzurro', l'immenso e variegato universo fluido i cui abitanti riescono sempre meno a comunicare con gli esseri umani, come spiega il disegno animato che fa da esergo al film, suggerendo che da questo distacco derivi, per gli uomini, un impoverimento spirituale e sapienziale.

    Ma qualche via di comunicazione rimane aperta, imprevedibile e straniante, come in un bagno misterioso di De Chirico rivisto in stile pop e incupito da effetti di tempesta. Una di queste vie è la piscina condominiale di un palazzo di Philadelphia, una polla d'acqua dalla forma vagamente a cuore, a cui gli inquilini possono accedere fino alle sette di sera.

    Come in altri suoi film (Signs, The Village) e nei corti che li hanno preceduti, il narratore-regista Shyamalan è capace di caricare di magnetismo gli spazi limitati. Qui c'è un palazzo che si affaccia sulla piscina e intorno ha un prato che sconfina in una specie di foresta indistinta, un pezzo di natura così altra rispetto all'umanità da sembrare quasi non terrestre. E come in altri suoi film, l'intersezione fra la dimensione quotidiana, domestica e l'unheimlich, il metafisico, l'alieno, il favoloso avviene con una intensità che induce alla fiducia nel patto del racconto, malgrado le incongruenze.

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    In questo caso, la dimensione normale è incarnata dal signor Cleveland, il custode del palazzo, factotum del condominio, guardiano e appoggio delle figure multiformi e multietniche che abitano gli appartamenti a ringhiera.

    A lui spetta l'incontro con la ninfa, guizzata fuori dalla piscina dopo l'orario di chiusura risalendo da un nascondiglio annidato fra i tubi e la terra scavata. È un essere pallido fino alla trasparenza, dai lunghi capelli inanellati di boccoli, dal corpo nudo e levigato sotto una camicia leggera. Parla per sentenze, per allusioni, con cenni delle dita, soprattutto con lo sguardo. La sua vicinanza induce dei cambiamenti nelle persone, una confusa illuminazione della loro volontà. Una perdita e un guadagno esistenziale, un senso di pericolo e di aspettativa, chissà se simili alle sensazioni provate da Warburg e Jolles di fronte alle rappresentazioni delle ninfe antiche nell'arte del Rinascimento fiorentino.

    Al custode Cleveland, reduce da un trauma, spetta il compito di aiutare la ninfa a compiere il destino speciale che la favola le riserva, schivando le insidie di nemici feroci e riconoscendo nella congerie dei condomini gli aiutanti magici: difensori, guaritori, sodali, interpreti.

    Come in altri film di Shyamalan, la riflessione è posta sulla trama interconnessa della realtà, per cui davvero il battito d'ali di una farfalla a Philadelphia provoca cambiamenti inusitati nel futuro assetto del mondo.

    La foresta di simboli allestita nel film è fitta (troppo, secondo alcuni) e dappertutto spuntano segni da interpretare e mettere in relazione. Ma Shyamalan riesce anche a dire che i segni non vanno presi né alla lettera, né in parola, come le soluzioni del cruciverba che sembrano per un momento rivelare la soluzione dell'enigma.

    In una tavola warburghiana sulla storia della ninfa, l'immaginaria ninfa Story viaggerebbe dalla favola cinese a Philadelphia, consegnata ai ricordi dell'inquilina che non parla una parola d'inglese e racconta al custode, per il tramite della figlia e del cellulare, spezzoni del mito, donando alla figura acquatica un'altra vivida (anche se criticata) reviviscenza.


    antonella sbrilli



    Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum
    La maschera della tolleranza. Ambrogio, Epistole 17 e 18; Simmaco, Terza Relazione. Introduzione di Ivano Dionigi, traduzione di Alfonso Traina, con un saggio di Massimo Cacciari. Testo latino a fronte. BUR 2006.

    copertina

    Particolarmente significativa appare la recentissima pubblicazione delle lettere di Ambrogio relative alla disputa sull'altare della Vittoria unitamente alla Relatio III di Simmaco, dal momento che tale disputa sembra in qualche modo ricollegarsi al non sopito e sempre fecondo odierno dibattito sul dialogo interculturale ed interreligioso. Non può non colpire la sensibilità odierna (pur tenendo doverosamente presente la diversità di intenti e di contesto) l'affermazione di Simmaco secondo cui: "Quid interest qua quisque prudentia verum requirat? Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum (Relatio III, 10)". La conoscenza del divino, dice il prefetto di Roma, può essere raggiunta in modi diversi; perché dunque privilegiarne uno soltanto?

    A tale dibattito in ultima analisi sembra alludere la prefazione di Ivano Dionigi, che si conclude con un'interrogazione:"Dobbiamo allora rassegnarci alla scelta tra un altare e un altro, e all'impossibilità di dialogo tra chi crede nel dio noto e chi s'interroga sul dio ignoto? (pag. 27)".

    Particolarmente interessante sembra il saggio di Massimo Cacciari posto in fondo al volume. Il filosofo dimostra come la disputa tra Simmaco e Ambrogio rivesta un'importanza capitale in quanto espressione dell' inconciliabilità di fondo allora esistente tra Paganesimo e Cristianesimo: se Simmaco invoca l'antica e romana pax deorum, quale condizione nella quale il cristianesimo possa vivere accanto agli altri culti dell'impero, Ambrogio non sa cosa farsene di tale dissimulatio, di tale tolleranza o permissività (stimolante la riflessione etimologica e filosofica sul termine 'tolleranza' che Cacciari ritiene per lo meno ambiguo, contenuta alle pagg. 135-43), poiché comprende perfettamente che un simile atteggiamento è contrario al disegno di salvezza universale proprio del Cristianesimo, e che in realtà Simmaco lo pretende da parte dell'imperatore, anche se cristiano ("Si exemplum non facit religio veterum, faciat dissimulatio proximorum", Relatio III) non tanto per amor di pace, quanto in funzione di una futura e ancora possibile rinascita del Paganesimo (vent'anni prima, nel 363, era morto l'imperatore Giuliano, che aveva tentato l'ultima seria restaurazione del Paganesimo, sia pur su nuove basi, vagheggiando una sorta di chiesa pagana).

    Dio dunque non può convivere con la pax deorum, non può essere equiparato alle divinità dei popoli soggetti che Roma ha assimilato in precedenza: "Il dio cristiano - scrive Cacciari, pag.119 - non è un 'dio degli eserciti', e perciò non viene sconfitto, e perciò non può venire invocato-persuaso a 'trasferire' a Roma la propria potenza".

    Siamo lontani, in questa delicata fase in cui il Paganesimo ha ancora sufficienti possibilità di rivincita, dalla sintesi di Agostino, che individua nell' ascesa dell'impero romano la possibilità di un disegno provvidenziale (De civitate Dei, 5, 12 e seguenti); unica possibilità di salvezza per l'impero, secondo Ambrogio, è la totale cristianizzazione sua e delle sue humanae virtutes.

    L'importanza della disputa tra Simmaco e Ambrogio risiede appunto anche nel fatto che essa è l'ultimo documento nel quale Cristianesimo e Paganesimo si fronteggiano a forze quasi pari.
    La bella traduzione di Alfonso Traina, fedele e scorrevole, giova alla comprensione del manierato stile dei due autori, simili per educazione e cultura; stile latino artificioso, ma non per questo privo di vigore, fascino letterario ed artistico. Nelle pagine 107-109 è contenuta un'interessante nota filologica.

    giacomo dalla pietà

    ottobre 2006