
Mercurio sposa Filologia? A proposito del titolo di Luminar
VI
Paolo Mastandrea
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Qualcuno di voi, maniacali internauti (ed eventuali internaufraghi) dell'ultimo
lustro, si sarà pur imbattuto nel cruciale dibattito su chi, fra i santi
del calendario, meritasse di diventare il patrono della rete. È una vicenda
per taluni aspetti sorprendente, comunque ricostruibile con tutta fredda, archivistica
oggettività grazie all'immenso deposito della memoria collettiva; verrebbe
quindi da dire fate vobis e google it, oppure consultate l'istruttivo sito; qui basti l'osservazione
che Isidoro vescovo di Siviglia, l'enciclopedista autoritariamente (ma con ottime
ragioni, a nostro sommesso parere) imposto da Roma nel 2003, dopo appena due
anni di titolarità fu detronizzato sulla base di un partecipatissimo
sondaggio dalla new entry del beato don Giacomo Alberione. Diversi gli insegnamenti
che possono trarsi dalla storia, ad esempio riportarne un'ennesima prova provata
della democraticità di Internet, come da tempo sostiene il guru Derrick
De Kerckhove; ovvero cogliere anche da qui certe insidie della macchina non previste
dai costruttori, ad iniziare dal lobbismo (stesso pericolo per il funzionamento
del cosiddetto sistema democratico).
Sia come sia, di certo lo scrutinio ha visto impegnati decine e decine di migliaia
di cyberelettori, il vincente ha ottenuto il 33,5 % dei consensi, battendo di
soli 9 voti il secondo piazzato don Giovanni Bosco (il che appare sospetto e vix credibile, essendo stati i votanti circa 70.000; nessuno ha chiesto
il riconteggio); lo stesso arcangelo Gabriele, nunzio alato e messaggero per
antonomasia, s'è dovuto accontentare di un modesto 8,2 %; appena davanti
a Chiara d'Assisi, 7,4 %, che però già risultava patrona della
televisione.
Dall'istante in cui ho conosciuto questa faccenda e letto i risultati, m'è
venuta l'idea oziosa che se una tale decisione si fosse presa al tempo di Sant'Isidoro
(560-636), per non dire qualche secolo prima (allora Greci e Romani credevano
forse davvero ai loro dèi), beh, di tutta questa gara non si sarebbe
fatto nulla. Niente kermesse popolare, niente sfide in diretta, niente emozioni
né competizioni. Un vincitore unico, pronosticato, scontato, solitario:
Hermes, Mercurio.
Come si sa, era lui l'araldo degli dèi (Taltibius deorum: Seneca, Apocolokyntosis), e del loro capo in particolare faceva conoscere i voleri
a mortali e immortali. Nelle statue e nei quadri gli si dava l'aspetto di un
atleta, immagine di forza giovanile, il volto imberbe, le membra muscolose,
il corpo nudo e l'attributo delle ali ai piedi. Le caratteristiche di celerità
nei movimenti lo destinavano al patronato dei mercanti e dei commerci, quale
propiziatore di fortuna e ricchezza. Per analoghi motivi gli si addiceva la
tutela dei lestofanti, che dopo il furto fuggono come il vento; e il patrocinio
degli avvocati, le cui parole possono talora avere del vento l'inconsistenza.
La paretimologia antica lo diceva quasi Medicurrius, "colui che
corre in mezzo", ma il nome andava messo in relazione pure col verbo mercari,
"negoziare", quindi la sua ala protettrice si estendeva sopra commercianti
e bottegai, forse perché con l'astuto dio essi condividevano scaltrezza,
dialettica e altro.
Ascoltiamo mediante quali interpretazioni allegoriche Isidoro stesso accreditava
le proprie Etymologiae a vantaggio della conoscenza del mondo (sta trattando
DE DIIS GENTIVM, le divinità pagane, Origines 8, 11, 45):
Mercurium sermonem interpretantur. Nam ideo Mercurius quasi medius currens dicitur appellatus, quod sermo currat inter homines medius. Ideo et ERMES Graece, quod sermo, vel interpretatio, quae ad sermonem utique pertinet, ERMENEIA dicitur. [46] Ideo et mercibus praeesse, quia inter vendentes et ementes sermo fit medius. Qui ideo fingitur habere pinnas, quia citius verba discurrunt. Vnde et velox et errans inducitur: alas eius in capite et in pedibus significare volucrem fieri per aera sermonem. [47] Nuntium dictum, quoniam per sermonem omnia cogitata enuntiantur. Ideo autem furti magistrum dicunt, quia sermo animos audientium fallit. Virgam tenet, qua serpentes dividit, id est venena. [48] Nam bellantes ac dissidentes interpretum oratione sedantur; unde secundum Livium legati pacis caduceatores dicuntur. Sicut enim per fetiales bella indicebantur, ita pax per caduceatores fiebat. [49] Hermes autem Graece dicitur APO TES ERMENEIAS, Latine interpres; qui ob virtutem multarumque artium scientiam Trimegistus, id est ter maximus nominatus est. Cur autem eum capite canino fingunt, haec ratio dicitur, quod inter omnia animalia canis sagacissimum genus et perspicax habeatur.
Un secolo prima, o poco più, un altro enciclopedista, un avvocato cartaginese
dall'improbabile nome, Marziano Capella, dedicava al proprio figlio un'opera
dottrinale destinata a straordinaria fortuna nei tempi di mezzo, il De nuptiis
Mercurii et Philologiae. Nella finzione della cornice narrativa, Mercurio
in procinto di prender moglie aveva pensato dapprima a Sofia, poi a Mantica,
quindi a Psiche, ma ognuna delle candidate per diversi motivi era scartata.
Dietro suggerimento di Apollo, alla fine decideva per la figlia di Fronesi,
l'austera Filologia, che rappresenta il culmine di ciò che gli uomini
possono conoscere con lo studio razionale. A corteggio della vergine sposa venivano
le sette arti liberali (grammatica, dialettica, retorica, geometria, aritmetica,
astronomia, armonia), le discipline della en kyklo Pedia. Non è il caso
di sottolineare come, rispetto a Varrone, siano sparite la medicina e l'architettura
(troppo coinvolte con la meschina materialità del mondo) e nemmeno è
qui nostro compito discutere l'idea (geniale quantunque parziale) di Pietro
Ferrarino, per cui primo intento di Marziano sarebbe stata una reductio omnium artium ad Philologiam, cioè l'attrazione di ogni umano
sapere verso l'amore mistico per il logos.
Ecco svelato il pretesto che intitola il nostro incontro. Mercurio personifica
Internet, e sta a noi rinnovare l'antico contratto di nozze, offrire una scossa
di elettricità alla compostezza della dura disciplina filologica, senza
che essa debba deporre per nulla la sua virtù. Il matrimonio dovrà
essere felice, le regole chiare, la convivenza duratura; la sposa è dotata
di una morale severa, impone abito scientifico, cioè ossequio non acritico
a norme valide sempre e universalmente; stabilisce l'obbligo metodico della
verifica dei risultati a fronte di una ripetizione delle procedure; ma occorre
garantire l'assistenza elegante e discreta delle Arti, senza la quale si perde
di vista il telos: che rimane quello di favorire una conoscenza più
utile del testo, una fruizione più piacevole dell'opera; aumentare la
curiosità, soprattutto nei giovani, e far sì che coi loro mezzi
possano appagarla; insegnare e quindi orientare mediante un'organizzazione spontanea
a muoversi verso un fine soggettivo; insomma, non lasciare del tutto il futuro
all'incertezza del caos.
gennaio-febbraio 2007