
Quid amabo? Metafisica e oltre
De Chirico, Padova, Palazzo Zabarella 20 gennaio-27 maggio 2007
![]() |
mosè viero
Niente a che vedere con Dioniso?
Massimo Fusillo, Il dio ibrido. Dioniso e le "Baccanti" nel Novecento,
Il Mulino, Bologna 2006
![]() |
Il mito nella tradizione classica è un "fascio di costanti che si
attualizzano in modo diverso": l'immagine che Massimo Fusillo ci propone
nell'introduzione al suo ultimo lavoro rende appieno l'idea dell'energia, della
vitalità, dell'urgenza, con cui la plasticità dei miti greco-romani,
e la loro disponibilità a farsi raccontare, si traduce di epoca in epoca
in modo diverso. Ricorda Fusillo che la duttilità della materia mitica,
per il fatto che "non è mai esistita una verità unica del
mondo antico" e non esiste quindi una versione canonica né un testo
sacro di riferimento, è di fatto un portato della libertà del
politeismo, in netta contrapposizione alla rigida chiusura del monoteismo come
ribadisce Blumenberg nel suo volume L'elaborazione del mito. Ma libertà
significa soprattutto pluralità di prospettive.
Dioniso è il dio dell'ebbrezza e del teatro, ma è anche il dio
che ritorna: ritorna dall'Oriente in Grecia, ritorna a Tebe, la terra di sua
madre. Ma la domanda centrale di questo ultimo lavoro di Massimo Fusillo è
più precisa: perché Dioniso ritorna, tanto prepotentemente, sulla
scena del teatro del XX secolo? Perché il dio dell'ebbrezza, della negazione
del principium individuationis, della grande illuminazione di Nietzsche,
è tornato come figura centrale della cultura del Novecento? Perché
Dioniso, molto più del suo doppio Apollo, nel nostro recente passato
ha sedotto e incantato la letteratura, il teatro, il cinema?
Il lavoro di Fusillo non è limitato alla registrazione e alla recensione
delle diverse riprese del mito o delle variazioni sui grandi temi che lo intersecano:
ciò che interessa allo studioso è 'riusare' le categorie del mondo
dionisiaco per leggere alcuni fenomeni della contemporaneità e soprattutto
per farne emergere i mutamenti nei paradigmi culturali. Cosa c'è
insomma dietro all'interesse per Dioniso?
Negli anni sessanta del Novecento Dioniso fa la sua nuova epifania come "dio
del modernismo e della sperimentazione espressiva": Massimo Fusillo ripercorre
perciò le messe in scena più significative di Baccanti:
l'unica tragedia greca pervenuta che ha come protagonista il dio stesso del
teatro. L'indispensabile selezione che Fusillo ci propone ha una data di inizio
precisa: 2 giugno 1968, New York, East Village. In un garage, "due giorni
dopo l'assassinio di Robert Kennedy", Richard Schechner, allievo di Grotowsky,
mette in scena con la sua compagnia il Performing Group
una ripresa di Baccanti che sarà destinata a fare epoca, con
il titolo di Dionysus in 1969. L'opera resta in scena sold out per un anno e chiude un mese prima del grande raduno rock di Woodstock. Il mito
dionisiaco è terribilmente attuale sono gli anni della recrudescenza
della guerra in Vietnam e Fusillo sottolinea come, in quel contesto,
anche la maschera di Dioniso sia chiamata a ricordare che "la violenza
è americana quanto la torta di mele".
Grotowsky e Ian Kott sono ospiti-spettatori-consulenti di eccezione: è
proprio il maestro russo a suggerire al giovane allievo di far recitare nudi
i suoi attori, artisti che interagiscono col pubblico e arrivano spesso a scambiarsi
il ruolo fra loro e con gli stessi spettatori. Lo spettacolo ha uno sguardo
di eccezione: un giovanissimo Brian De Palma girerà un video dello spettacolo
destinato a diventare un cult.
Con lo spettacolo newyorkese, quindi, avviene la svolta che decide della fortuna
della tragedia nel secondo Novecento. La disamina di Massimo Fusillo prosegue
serrata: Wole Soyinka a Londra nel 1973 propone un ibrido tra la mitologia greca,
la cultura yoruba e la simbologia cristiana; Klaus Michael Grüber a Berlino
nel 1974 mette in bocca a Penteo brani di Wittgenstein; quindi in anni recenti
le esperienze del Teatro del Lemming, di Hall, Terzopulos, Wilms, etc.
Anche in Italia, a partire dagli anni settanta, si avvia una stagione di fortuna
della tragedia euripidea; Luca Ronconi per ben tre volte ha a che fare con questo
Dioniso: con la prima messa in scena nel 1973 a Vienna, nel 1977 con lo spettacolo
sperimentale del Laboratorio di Prato (dove si avvale dell'architettura scenica
di Gae Aulenti), infine nello spettacolo pop messo in scena per la Fondazione
INDA al Teatro Greco di Siracusa nel 2002,
protagonista Massimo Popolizio.
Dioniso ritorna in Oriente e seduce anche il teatro giapponese: Suzuki Tadashi
allestisce Baccanti a Tokyo nel 1981. Dello spettacolo il momento più
alto, divenuto celebre, è l'urlo muto di Agave nella straordinaria performance
di Shiraishi: "Difficile trovare un incontro altrettanto fecondo fra una
delle scene più crudeli del teatro occidentale e la stilizzazione emotiva
del kabuki".
Nel 1991 anche Ingmar Bergman, ossessionato dal testo di Baccanti (che
riemerge anche ne Il volto del 1958 e ne Il rito del 1967)
ne allestisce una versione a Stoccolma. Il testo euripideo approda anche al
teatro musicale e al cinema (il peplum di Giorgio Ferroni e la rilettura
di Jean Rouch tra documentario e fiction), infine alla performance (Hermann
Nitsch).
Ma nel XX secolo Dioniso è un mito centrale, che ha pervaso il modo della
cultura e della produzione artistica in maniera profonda e feconda. Massimo
Fusillo affronta anche le varie forme espressive in cui il mito dionisiaco si
irradia, dalla letteratura al cinema. Ne rileva le contaminazioni (in Morte
a Venezia, da Mann a Visconti; in Non dopo mezzanotte di Daphne
Du Maurier), la possessione nell'amplificazione dell'accezione distruttiva di
Dioniso (nel pensiero e nelle opere di Georges Bataille), ma anche la fascinazione
che esercita lo straniero sulla vita di una comunità, grande o piccola
che sia (Bulgakov con Maestro e Margherita, Sei gradi di separazione la commedia di John Guare poi ripresa al cinema da Fred Schepisi). È
proprio con la maschera perturbante dello straniero che Dioniso seduce tutti
i membri di una famiglia borghese in Teorema di Pasolini: il film è
apparso proprio nello stesso anno, il 1968, di Dionysus in 1969. Il
regista friulano (al quale lo stesso Massimo Fusillo ha dedicato un importante
studio La Grecia secondo Pasolini) ha rivisitato in più
occasioni il mito antico rifacendo direttamente la tragedia greca (Edipo
Re, Medea, Appunti per un'Orestiade africana) ma anche
rielaborando la struttura mitica (oltre a Teorema, Affabulazione e Pilade).
Le categorie di riemersione del dionisismo proposte da Massimo Fusillo (irradiazione,
contaminazione, possessione, fascinazione) offrono quindi una valida guida per
la rilettura delle opere della contemporaneità.
Dioniso è dio ibrido anche perché dio del teatro: della maschera, della finzione necessaria, della riflessione, della interazione/confusione tra attori e pubblico; questa la bella citazione di Merleau Ponty che Fusillo accoglie a p. 144: "Il dio è presente quando gli iniziati non si distinguono più dalla parte che recitano, quando il loro corpo e la loro coscienza cessano di opporgli la loro opacità particolare e si sono interamente fusi nel mito".
È la confusione che in tante messe in scena contemporanee di Baccanti (ma già nella stessa tragedia euripidea) fa sì che Penteo si confonda in Dioniso e vittima e carnefice, ben oltre la rigida e manichea distinzione dei ruoli, siano coinvolti nello stesso rito catartico che alla fine nell'ebbrezza della 'dolce violenza' nega le parti in commedia.
Animale/umano, maschio/femmina, dio/uomo, mortale/immortale, giovane/vecchio, nativo/straniero, corpo/mente: Dioniso, il dio ibrido che mette in crisi la rigidità di ogni configurazione identitaria, fino alle identità primarie. Anche nel nostro XXI secolo, in questo nostro tempo "di recrudescenza dei fantasmi delle tre religioni monoteiste", in cui su tutti i fronti, anche sul piano etico, viene portato un "attacco sistematico ai principi illuministi della laicità", tanto più attuale, tanto più necessario, un ritorno del più umano, del più immanente fra gli dei antichi, il dio in cui, non per caso, sarà ravvisata una prefigurazione di Cristo: una nuova epifania di Dioniso.
monica centanni
alessandra pedersoli
Ottavia: tragedia per melodramma
Pseudo-Seneca, Ottavia, a cura di Biagio Conte, testo latino a fronte, Biblioteca
Universale Rizzoli, Milano 2004
![]() |
Questa edizione dell'Octavia ha il pregio di presentare
in appendice il testo de L'incoronazione di Poppea, melodramma di Gian
Francesco Busenello, musicato (si ritiene) da Claudio Monteverdi nel 1643 e
rappresentato per la prima volta al Teatro SS. Giovanni e Paolo di Venezia.
Il poeta avverte nella prefazione che l'argomento è tratto dagli Annali di Tacito, ma naturalmente è la tragedia attribuita a Seneca la fonte
di ispirazione prevalente, anche se l'impostazione moralistica sottesa alla
tragedia è completamente rovesciata.
Nel prologo del melodramma infatti la Fortuna e la Virtù si contendono
la supremazia sugli uomini; ma il loro dibattito è troncato dall'arrivo
di Amore, che dichiara la propria superiorità su entrambe nel corso delle
vicende umane. Si apre quindi il melodramma, in cui, diversamente dalla tragedia,
nessun personaggio (da Ottavia a Nerone a Poppea a Otone, etc.) appare come
moralmente ineccepibile, con l'eccezione, forse, di Seneca che rappresenta (come
nella tragedia ispiratrice) un modello irraggiungibile di virtù e che
comunque è esposto alle risa e alle critiche degli altri personaggi del
melodramma.
Ottavia stessa, che nella praetexta è dipinta come vittima indifesa
della volontà di Nerone, nel melodramma induce Otone, tradito da Poppea,
a uccidere quest'ultima (tentativo che poi fallisce). Nessun personaggio resta
innocente: tutti soggiacciono alla forza di Amore che interviene talvolta sulla
scena a modificare gli eventi per permettere le nozze finali tra Nerone e Poppea.
È probabile, come asserisce Conte, che il poeta secentesco abbia voluto
sviluppare quello che nel testo latino è un semplice topos,
vale a dire il coro anapestico (vv. 806 ss.) che considera quanto l'amore condiziona
i destini del mondo: Quid fera frustra bella movetis / Invicta gerit tela
cupido.
È questa una chiave di lettura intentata: i critici musicali e letterari
hanno in genere ravvisato nel melodramma di Busenello-Monteverdi unicamente
l'espressione di un crudo realismo di stampo anticlericale e antimonarchico
inserito nell'ambito culturale del tacitismo del secolo XVII. Rientra del resto
nelle consuetudini della critica considerare l'Octavia una sorta di
melodramma ante litteram per il suo carattere statico, con toni smorzati
e privi del dinamismo delle tragedie autenticamente senecane, per i suoi "pezzi
chiusi" in anapesti, a cominciare dal lamento iniziale della protagonista.
È singolare il fatto che questa "tramelogedia" di argomento
storico abbia costituito il modello per il primo esempio di melodramma a soggetto
storico (fino ad allora unica fonte di ispirazione era il mito) che la storia
della musica ricordi.
Conte fa sue le posizioni di Rolando Ferri, autore della recente edizione pubblicata
a Cambridge, secondo cui l'Octavia sarebbe stata composta intorno al
90 d.C. durante il regno di Domiziano. Prova ne sono alcune consonanze linguistiche
con le Silvae di Stazio. Alla luce di questi parallelismi, è
possibile ipotizzare un rapporto tra l'ignoto autore dell'Octavia e
Stazio che dedica a Polla Argentaria, vedova del poeta Lucano nipote di Seneca,
una delle sue Silvae. Polla Argentaria raccoglieva intorno a sé
un circolo di letterati estimatori di Seneca. È probabile dunque che
l'ignoto autore dell'Octavia, in cui Seneca appare ancora in una luce
positiva (dell'età flavia sono le polemiche dei letterati ufficiali contro
lo stile e la persona di Seneca), sia da ascrivere a questo circolo, e che della
tragedia in questione fosse a conoscenza Tacito stesso (di qui le consonanze
tra l'Octavia e alcune pagine dei successivi Annales).
giacomo dalla pietà
Nympha reloaded
Recenti pubblicazioni e riedizioni sul tema della Ninfa
Porfirio, L'antro delle Ninfe, a cura di Laura Simonini, Adelphi,
Milano 2006
Susanna Mati, Ninfa in labirinto. Epifanie di una divinità in fuga,
Moretti & Vitali, Bergamo 2006
Giorgio Agamben, Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino 2007
![]() |
|---|
La Ninfa e le sue epifanie: grazie soprattutto alla riscoperta degli studi warburghiani
il tema, già caro a studiosi di diversa formazione disciplinare, è
tornato di moda. Numerosi i saggi e i testi sulla ninfa che, negli ultimi anni,
sono stati pubblicati o riediti – segno tangibile del fatto che la figura
antica della seduzione femminile che periodicamente riappare interessa l'editoria
perché, evidentemente, coinvolge nel suo fascino non solo gli studiosi
ma anche il pubblico colto italiano.
Nell'estate del 2004 veniva pubblicata la traduzione italiana del bel libro
di Georges Didi-Huberman, Ninfa Moderna. Essai sur le drapé tombé (Il Saggiatore, Milano 2004, recensito in engramma
nr. 37), subito seguita, nella primavera del 2005, dalla raccolta di saggi
di Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe (Adelphi, Milano
2005, recensito in engramma
nr. 44), da cui prende spunto il saggio di Antonella
Sbrilli, Le mani fiorentine di Lolita. Coincidenze warburghiane in Nabokov
(e viceversa) (in engramma nr. 43, settembre 2005).
Nel 2006 la fortuna della ninfa continua, e pare diffondersi come per contagio.
Il felice anno ninfale prende il via con un'importante ristampa: L'antro
delle Ninfe di Porfirio, curato da Laura Simonini; il testo, già
edito da Adelphi nel 1986, viene riproposto in una ritrovata attualità.
A novembre è la volta di Susanna Mati, Ninfa in labirinto. Epifanie
di una divinità in fuga, Moretti & Vitali, Bergamo 2006 e l'ultimo
in ordine di apparizione è il saggio di Giorgio Agamben, Ninfe – già pubblicato col titolo Nymphae nel numero monografico
di "Aut Aut" dedicato ad Aby Warburg (nr. 321-322, maggio-agosto 2004,
pp. 53-67, recensito in engramma
nr. 34).
alessandra pedersoli
Tracce di Alessandro il Grande a Venezia: nota di aggiornamento bibliografico
![]() |
|---|
Con tagli diversi, che spaziano dall'interpretazione iconografica al romanzo leggendario,
alcune recenti pubblicazioni richiamano l'attenzione su alcuni reperti conservati
a Venezia in area marciana, tutti in qualche modo collegati al mito del grande
Macedone: nuove indagini e suggestioni testimoniano che il Nachleben di Alessandro
il Grande perdura nei secoli e nei millenni, trovando di epoca in epoca, e fino
ai nostri giorni, nuove stagioni di fortuna.
Il primo numero dei Quaderni della Procuratoria. Arte, storia restauri della
Basilica di San Marco,
dedicato alla facciata nord della Basilica di recente restaurata, si apre con
il contributo di Mons. Antonio Niero sull'iconografia dei rilievi che ornano la
facciata fra i quali, com'è noto, vi è il Volo di Alessandro. L'episodio
tratto dal Romanzo di Alessandro ebbe una vastissima diffusione iconografica nella
tarda antichità e nel Medioevo: conquistate tutte le terre dell'ecumene,
Alessandro si spinge alla conquista dei cieli innalzato in volo su un carro trainato
da due grifoni, (Rom. Alex. II, 41). La lastra con il volo di Alessandro,
bottino della IV crociata del 1204, fu posta in una posizione di rilievo, tra
le sculture esterne marciane; sulla linea di altri recenti studi e interpretazioni,
mons. Niero dimostra come il valore negativo di hybris dell'ascensione
celeste rappresentato nei mosaici normanni non appartenga affatto alla tradizione
bizantina mutuata dalla repubblica di Venezia: il mito e il culto di Alessandro
trovano spazio infatti nella mistica imperiale di glorificazione, e come tale
merita una posizione di prestigio nella decorazione esterna della basilica. Niero
sostiene una lettura alta, insieme "dotta e devozionale", della figura
del primo kosmokrator e, ad avvalorare questa ipotesi è la presenza
dell'immagine dell'imperatore Macedone tra gli smalti della Pala d'Oro. In questo
senso si possono aprire nuove ricerche sul valore liturgico e sacrale della figura
di Alessandro Magno assimilato a quello dei grandi imperatori della cristianità:
una genealogia antica e nobilissima, nella quale il Doge vuole essere iscritto
in quanto erede della tradizione costantinopolitana.
![]() |
|---|
La tomba monumentale di Alessandro era posta nel cuore di Alessandria d'Egitto e per secoli era stata luogo di culto del Soma imperiale: la tomba risulta dispersa proprio a ridosso delle prime testimonianze sul culto alessandrino di una 'tomba' di San Marco. La leggendaria translatio delle reliquie marciane da Alessandria a Venezia, e l'ipotesi di una identificazione tra il corpo dell'Evangelista e il corpo di Alessandro, è l'oggetto di altre recenti pubblicazioni: sulla scia delle tesi di Andrew Chugg, Gianni Vianello ne Marco Evangelista. L'enigma delle reliquie, Napoli 2006 con uno stile romanzato che si avvale però della citazione diretta di fonti e documenti, narra delle vicende della traslazione del corpo del Santo da Alessandria a Venezia. Alla lunga storia della ricerca della tomba alessandrina è dedicato da ultimo l'avvincente saggio di Nicholas J. Saunders, Alexander's Tomb. The two-thousand-year Obsession to find the Lost Conqueror, London 2006.
maria bergamo
marzo 2007