
"Il progresso nellabbreviazione". Un ritratto
a macchia di Aby Warburg
Eugenia Querci
"Il Progresso nell'Abbreviazione", in questi termini, attorno al
1896, Warburg sintetizzava l'essenza dell'arte moderna. Più che nell'essere
inclini all'una o all'altra corrente, la modernità consiste nel diritto
alla stringatezza e all'essenzialità, nel sapere unire l'altezza dell'ispirazione
ideale alla sintesi del linguaggio artistico. Questa formulazione di principio
è desunta, sulla base della Biografia intellettuale di Ernst Gombrich,
dal contenuto della commedia Hamburgische Kunstgespräche scritta
da Warburg per il Capodanno 1896-97: con un certo umorismo (qualità di
cui Warburg non difettava affatto[1]), lo scrittore
amburghese disegna una ludica allegoria, dagli spunti autobiografici, in cui
un giovane pittore impressionista si confronta in materia d'arte moderna con
alcuni membri della ricca famiglia borghese della fidanzata. A partire da una
mostra di acqueforti, di fronte ad atteggiamenti tesi ad esaltare solo ciò
che è 'grazioso', cioè esteticamente piacevole e soddisfacente
sotto il profilo narrativo, il pittore impressionista ribatte difendendo le
innovative "abbreviazioni" del tratto di Anders Zorn, per poi arrivare
a sostenere l'arte di Arnold Böcklin e Max Klinger, accusati di indecenza,
oltraggiosi verso quanto è rispettabile e conveniente.
La commedia, che poi si risolve con un felice escamotage ideato dal protagonista,
costituisce un attacco a quel "gusto di Amburgo" tanto combattuto
da Warburg, lo stesso che accoglierà con sospetto e scetticismo il noto
monumento celebrativo di Otto von Bismarck eseguito da Hugo Lederer, inaugurato
ad Amburgo nel 1906. Che cosa accomuna la grafica sciabolata di Zorn, le fantasmagorie
arcadiche di Böcklin e Klinger, il linguaggio asciutto e possente di Lederer?
Non molto in verità, se non la comune ricerca di un rinnovamento linguistico
in continuità col passato, all'insegna della riduzione e della condensazione
del contenuto e del dato percettivo.
Un ritratto a macchia di Aby Warburg
Nel suo volume Florenz 1900[2], Bernd Roeck
ci dà notizia della visita di Aby e Mary Warburg, nel marzo 1901[3],
all'atelier fiorentino dell'artista Giorgio Kienerk (1869-1948)
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| Giorgio Kienerk, Autoritratto a macchia (tratto da "L'Arte Decorativa Moderna" 1903) |
L'informazione è ricavata da una pagina del diario di Aby e da una lettera
coeva di Mary indirizzata a Charlotte Warburg. Ad una disamina dell'intero incontro
ho dedicato un articolo di prossima pubblicazione sui "Quaderni del Centro
Warburg Italia" diretti da Gioachino Chiarini, Università degli
Studi di Siena.
Nel diario di Warburg, accanto ad apprezzamenti rivolti all'artista e alle sue
qualità moderne (analogo e ancora più entusiasta il giudizio di
Mary), si accenna ad un ritratto di Warburg eseguito da Kienerk proprio in occasione
della visita: "Mi faccio ritrarre subito come maschera (Maske)"[4],
appunta velocemente lo studioso di Amburgo. Scorrendo il catalogo delle opere
di Kienerk alla ricerca di una "maschera" che corrispondesse ai tratti
di Warburg, ho individuato una testa a macchia in bianco e nero[5],
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| Giorgio Kienerk, Testa a macchia (Aby Warburg), 1901 (tratto da "L'Arte Decorativa Moderna" 1903) |
ritraente un personaggio finora sconosciuto, che dopo qualche confronto si è rivelata piuttosto agilmente un sintetico ritratto dello studioso. L'identificazione risulta chiara confrontando l'oggetto grafico di Kienerk con il particolare del volto di Warburg nella fotografia che lo ritrae seduto accanto ad un indigeno al tempo del suo celebre viaggio in America (1895-1896)[6]
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| Aby Warburg e nativo sconosciuto, Oraibi, Arizona, aprile-maggio 1896 (tratto da B. Cestelli Guidi, N. Mann, Photographs at the frontier: Aby Warburg in America, 1895-1896, London 1998, n. 64) | |
o con quella (1906) utilizzata da Karen Michels per la copertina del suo recentissimo volume Aby Warburg. Im Bannkreis der ideen[7] ].
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| Ritratto fotografico di Aby Warburg, 1906, particolare (tratto da K. Michels, Aby Warburg. Im Bannkreis der Ideen, München 2007) |
Una ulteriore conferma è in un disegno dall'intonazione umoristica realizzato da Mary Warburg e ritraente il marito, contenuto in un taccuino inedito (1909) in possesso del pronipote di Warburg Italo Spinelli[8], gentilmente segnalatomi da Alberto Olivetti.
Il volto in maschera
Quello di Kienerk è forse l'unico ritratto dello studioso tedesco eseguito
in quest'epoca. Copiose, al contrario, le immagini fotografiche che lo ritraggono.
In più occasioni Warburg s'era espresso sull'arte del ritratto, criticata
in molti casi per l'eccessiva piaggeria rappresentativa, prerogativa dell'ottuso
gusto borghese. Forse in questo potevano risiedere le ragioni di un'eventuale
sua diffidenza verso tale pratica[9]. Come spiegare,
allora, la prontezza con cui Warburg chiede (o forse accoglie la proposta) di
essere ritratto come Maske? Come è noto, arte e società
costituiscono, nell'interpretazione più tardi data da Gombrich del pensiero
warburghiano, due entità inscindibili e interdipendenti. Come l'arte
deve liberarsi del superfluo che le nuoce, così la società percorre
un cammino di emancipazione "contro l'ambiente limitato e soffocante di
una compiaciuta bourgeoisie"[10]. E il
ritratto a macchia eseguito da Kienerk è proprio un volto liberato del
superfluo, ridotto alle sue linee essenziali: il disegno, come teorizzato da
Liebermann[11] (artista non a caso apprezzato da
Warburg), viene qui inteso come "arte dell'omissione". Un'arte dell'omissione
che per Kienerk funziona quale principio generale, da applicarsi tanto all'elaborazione
delle lettere dell'alfabeto destinate a caratterizzare la veste grafica di riviste
come "Riviera Ligure"
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| Giorgio Kienerk, Capolettera "O", per "La Riviera Ligure", 1901-1902 |
e "Novissima", tanto allo studio del volto umano. Un'arte dell'omissione che crea la maske: un'astrazione che mantiene evidente la genitura fisiognomica e contemporaneamente diventa oggetto a sé stante, senza corpo, senza uno spazio che gli appartenga. Il volto come sigla. La maschera che dice l'essenziale condensando il particolare, la maschera come impronta o sopravvivenza di sé stessi.
Da Vallotton a Kienerk
Warburg connette esplicitamente l'ideazione delle teste a macchia di Kienerk
all'invenzione delle "masques" di Felix Vallotton, brillanti e innovativi
ritratti in bianco e nero di scrittori celebri del tempo, prodotti copiosamente
a partire dal 1896[12]. Se da un lato bisogna osservare
che le teste di Vallotton risultano molto più asciutte e scarne rispetto
a quelle di Kienerk (immagini più dense e stratificate di potenziali
rimandi), è evidente che il principio riduttivo le accomuna. Tale riduzione
si muove nel caso di Vallotton verso l'elementarità, secondo una naïveté
d'impronta gaugueniana, nel caso di Kienerk verso un'estrapolazione, attraverso
lo studio dei contrasti chiaroscurali, dei ritmi essenziali di un volto e/o
di uno stato d'animo (come nel caso dei "Sorrisi" che poi vedremo),
quasi 'onde' che promanano anche all'esterno amplificate dalle mosse dei capelli
e dei contorni.
In entrambi i casi, funziona da ausilio la fotografia[13]
("Irriguardoso ciclope monocolo"[14]),
mezzo di riproduzione che Warburg conosce bene avendo personalmente documentato
il viaggio attraverso le popolazioni Hopi in America[15].
Ma se per Vallotton l'immagine fotografica può essere il punto di partenza
per un'elaborazione di carattere prettamente disegnativo, apparentata alla caricatura
e alla ricerca del tipico, per Kienerk essa costituisce lo spunto per una riflessione
di natura essenzialmente estetica dagli esiti fortemente decorativi. Se gli
approdi sono diversi, dunque, affine è il criterio operativo (riduzione,
abbreviazione, sintesi) con cui si elabora l'immagine iniziale, interpretata,
soprattutto nel caso di Kienerk, anche alla luce degli affetti della solarizzazione.
Il Sorriso della Sfinge
All'epoca della visita di Warburg, nel 1901, Kienerk aveva già creato
e diffuso attraverso riviste e cartoline i suoi celebri "Sorrisi":
volti femminili ripresi da varie angolazioni, incorniciati da folte e fluenti
capigliature, su cui fiorisce un sorriso intenso e gentile .
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| Giorgio Kienerk, Sorriso, 1900 ca., litografia | Giorgio Kienerk, Sorriso, 1900 ca., litografia |
Nel suo diario, Warburg parla di "maschere
in bianco e nero; del genere Vallotton, in brillante chiaroscuro, silhouette
en face, nessun contorno"[16] e dunque non
sembra accennare esplicitamente ai "Sorrisi" caratterizzati, tranne
per alcune loro versioni, da una policromia fortemente contrastata. Ma la questione
cromatica importa relativamente, il procedimento grafico è sostanzialmente
lo stesso.
D'altro canto i "Sorrisi", cui Antonella Sbrilli dedica un contributo in questo stesso numero di "engramma", sono concettualmente un'elaborazione più complessa.
Essi sono la ripetizione seriale di uno stato d'animo, in cui la riconoscibilità
fisiognomica concorre a dare evidenza reale ai volti ma non ne è funzione
prioritaria. Kienerk dà infatti corpo al 'sorriso della Belle Epoque',
un atteggiamento dello spirito positivo e ottimista, fiducioso verso la razionalità,
la scienza e il progresso, ma anche attratto dall'inebriante neopaganesimo dei
costumi, dal vitalismo fantastico, dalle seduzioni dell'esoterismo e delle scienze
occulte.
Proprio come l'epoca che intendono incarnare, i "Sorrisi" recano l'impronta
di una lieve ambiguità, espressa nei diversi sedimenti iconografici che,
coscientemente o meno, l'artista sembra riversarvi: echi rinascimentali e botticelliani
nelle volute dei capelli,
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| Giorgio Kienerk, Sorriso, matita e inchiostro su carta velina, collezione privata | Sandro Botticelli, La nascita di Venere, particolare, Firenze, Galleria degli Uffizi |
chiome leonine (inno alla moderna femminilità, presente e assertiva), maschere, apparizioni fantasmatiche e fluttuanti (Kienerk s'interessa di occultismo e partecipa a varie sedute spiritiche, intrattenimento all'epoca assai diffuso), evocazioni sfingiche dalla fascinosa fissità. In particolare, osservando alcune versioni dei "Sorrisi", come quella utilizzata per la copertina del "Cocorico" del 15 settembre 1900,
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| Giorgio Kienerk, Sorriso, copertina per "Cocorico" 40, 15 settembre 1900 |
la sagoma della testa e gli stessi effetti cromatici ricordano la testa di una grande sfinge
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| Un particolare della Sfinge di Giza, Egitto |
(simbolo antico
come la Gorgone, segno di una femminilità ambigua e tentatrice assai
diffusa nella letteratura del tempo), il cui corpo, nella sua imponenza, è
lasciato solo intendere dall'oscurità sottostante.
L'accentuazione dell'elemento emotivo, di cui la maschera è la cristallizzazione
visibile, risponde ad un interesse, comune in quegl'anni, verso i sentimenti,
gli stati d'animo, le emozioni appunto, fino a poco prima tenuti a freno e sublimati
dal filtro normativo della ragione, dell'ideale, del bello. Grazie ai principi
del naturalismo e del verismo, più tardi amplificati e interpretati in
chiave simbolista ed estetizzante, le gradazioni del sentimento, i labirinti
dello spirito, della mente, della sensibilità umane (talvolta autentici
abissi in cui perdersi) assumono una posizione di centralità. Lo stesso
Kienerk realizza, attorno al 1900, alcuni dipinti che proprio degli stati dell'animo
umano cercano di cogliere le differenti sfumature: Dolore, Ansietà, Piacere,
Sconforto[17]. Qualcosa che certamente aveva potuto
attrarre Warburg, lui che, a proposito del carattere quasi iniziatico della
ricerca storico-artistica, avrebbe più tardi affermato: "Ci siamo
concessi di indugiare per un momento nelle sinistre stanze dei commutatori che
trasformano le commozioni psichiche più profonde in figurazione artistica
duratura"[18].
La liaison tra Warburg e Kienerk non sarebbe giunta alla mia attenzione senza la segnalazione a Vittoria Kienerk, da parte di Ilaria Furno Weise, del contenuto del testo di Bernd Roeck Florenz 1900. A lei e all'amica Vittoria va il mio primo, sincero ringraziamento. Fondamentali sono state poi le collaborazioni del Warburg Institute di Londra, nella persona del suo direttore Charles Hope, per la consultazione in copia degli originali, e di Dorothea McEwan, per la decifrazione della difficile scrittura di Warburg. Grazie infine a Elena Lazzarini per aver fatto da primo tramite con il Warburg Institute, a Elsa Ciuffarin per la traduzione, ad Alberto Olivetti, Antonella Sbrilli, Benedetta Cestelli Guidi e Claudia Wedepohl per le utili indicazioni.
[1] Questo aspetto del temperamento di Warburg, compresente rispetto al
progressivo ripiegamento umorale e patologico, percorre la storiografia dello
studioso fin dai tempi di Giorgio Pasquali, Aby Warburg, "Pegaso"
II, 4, 1930, pp. 484-495, poi ripubblicato in Pagine stravaganti di un filologo.
I: Pagine stravaganti vecchie e nuove. Pagine meno stravaganti, a c. di
C.F. Russo, Le Lettere, Firenze 1994, pp. 40-54. Continua poi nella recensione
a firma di E. Wind Aby Warburg. An Intellectual Biography, "The
Times Literary Supplement", 25 giugno 1971, pp. 735-736, confluita nella
traduzione italiana di E. Colli dal titolo Una recente biografia di Warburg
in E. Wind, L'eloquenza dei simboli, Adelphi, Milano 1992, pp. 161-173.
Una ultima eco la si può trovare nella biografia romanzata di F. Cernia
Slovin, Aby Warburg. Un banchiere prestato all'arte. Biografia di una passione,
Marsilio, Venezia 1995.
[2] B. Roeck, Florenz 1900. Die Suche nach Arkadien,
C.H. Beck, München 2001, pp. 210-212, 300n.
[3] A. Warburg, Diario, 17 marzo 1901; lettera di
Mary a Charlotte Warburg, 18 marzo 1901, Londra, Warburg Institute.
[4]La traduzione integrale della pagina del diario
di Warburg e della lettera di Mary sarà presentata, nella versione definitiva,
nell'articolo di prossima uscita sui "Quaderni Warburg Italia". Saranno
quindi possibili lievi discrepanze di cui mi scuso in anticipo con i lettori.
[5] La testa a macchia di Warburg è pubblicata,
accanto a quelle dello stesso Giorgio Kienerk e di un altro personaggio, identificabile
con l'amico incisore Emilio Mazzoni Zarini, su "L'Arte Decorativa Moderna"
6, giugno 1903, pp. 181-182.
[6] B. Cestelli Guidi, N. Mann, Photographs at
the frontier: Aby Warburg in America, 1895-1896, Merrell Publishers Limited-Warburg
Institute, London 1998.
[7] K. Michels, Aby Warburg. Im Bannkreis der
Ideen, C.H. Beck, München 2007. La foto è conservata presso
il Warburg Institute, Londra.
[8] Si tratta precisamente della riproduzione rilegata,
molto fedele e apparentemente di vecchia data, del taccuino originale, la cui
ubicazione risulta sconosciuta.
[9] Naturalmente fanno eccezione, in questo discorso,
i disegni schizzati dalla moglie Mary e, in particolare, il busto bronzeo da
lei eseguito postumo e replicato in varie copie, come mi informa Claudia Wedepohl,
archivista del Warburg Institute, Londra. Notizie sul busto raffigurante Warburg
sono riportate nella tesi inedita di Sabina Ghandchi, Die Hamburger Künstlerin
Mary Warburg geb. Hertz, Magisterarbeit, Hamburg 1986, poi riprese da Ute
Haug nel suo contributo Mary Warburg geb. Hertz-Künstlerin der Avantgarde?,
in Künstlerinnen der Avantgarde in Hamburg zwischen 1890 und 1933
(catalogo della mostra, Amburgo, Hamburger Künsthalle 21 maggio-20 agosto
2006), tomo I, pp. 29-34.
[10] E.H. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia
intellettuale, [1970] tr. it. Feltrinelli, Milano [1983] 2003, p. 90. Lettura
ripresa da Micol Forti con particolare riferimento al rapporto tra Warburg e
l'arte contemporanea: M. Forti, Dal realismo all'espressionismo: Warburg
e la cultura artistica contemporanea, in C. Cieri Via, P. Montani, Lo
sguardo di Giano: Aby Warburg fra tempo e memoria, a c. di B. Cestelli Guidi,
M. Forti, M. Pallotto, Nino Aragno, Torino 2004, pp. 377-410.
[11] Si veda la Biografia intellettuale di
Gombrich, p. 89.
[12] Nel 1896 Vallotton inizia a produrre la serie
degli scrittori illustri per la "Revue des Revues", poi riutilizzata
per il primo Livre de masques, accompagnato da testi di Remy de Gourmont
per le Editions du Mercure de France. La seconda edizione è del 1898;
in J.P. Morel, Vallotton. Dessinateur de presse et graveur, Lausanne
2002, p. 96.
[13]Cfr. per Vallotton, M. Ducrey, Felix Vallotton,
Lausanne 1989 ("Ses masques souvent d'après des photographies",
p. 24). Per Kienerk il rapporto tra le teste a macchia e la fotografia è
più che evidente. Basti pensare alla galleria di volti (Mazzini, Bistolfi,
De Amicis, Tolstòj, Rodin, Ibsen) pubblicati sulle copertine dell'"Avanti
della Domenica" (1904-1906), posteriori alla maschera-ritratto di Warburg,
in cui l'artista, il più delle volte, sembra lavorare direttamente sulle
fotografie tramite velina. Nel caso specifico di Warburg, d'altro canto, la
stessa testimonianza dello studioso ("Mi faccio ritrarre subito come maschera")
sembra lasciare intendere un'esecuzione estemporanea.
[14] Warburg utilizza questa definizione quando commenta
commosso il funerale di Arnold Böcklin a Firenze, nel gennaio 1901 (nella
Biografia di Gombrich, p. 137).
[15] Cfr. il volume di Benedetta Cestelli Guidi e
Nicholas Mann Photographs at the frontier.
[16]A parte quelle di Warburg, esistono altre maschere-ritratto
in bianco e nero; cfr. nota 5 in questo stesso articolo.
[17]Cfr. Dipinti in E. Querci, Giorgio
Kienerk 1869-1948, Umberto Allemandi & C., Torino 2001, nn. 39, 56,
59, 68.
[18] A.M. Warburg, Schlussübung, appunti per il seminario invernale 1927-1928, febbraio 1928 [WIA III.113], citato da Gombrich nella sua Biografia di Warburg, p. 222 ("Ci è stato concesso di indugiare per un momento nelle inquietanti caverne dove i trasformatori convertono le emozioni più profonde dell'anima umana nelle forme durature dell'arte"); in B. Roeck, Aby Warburg Seminarübungen über Jacob Burckhardt im Sommersemester 1927, "Idea" 10, 1991, pp. 88-89; tr.it. Sul metodo, in questo numero di "engramma".
aprile 2007