
Il "multiforme
ingegno" del testo elettronico
Gianfranco Crupi
1. Paratesto
Nei processi comunicativi esistono dispositivi che servono a suggerire
al lettore come è fatto un testo e secondo che modalità
leggerlo. Si tratta di metasegni istituzionalizzati ed evidenti
sul piano percettivo, fra i quali hanno particolare importanza
i paratesti. Come ci ricorda Genette (Genette 1989), che ne ha
indagato e formalizzato gli aspetti peculiari, con paratesto intendiamo
l'insieme di produzioni, verbali e non verbali (cioè visuali),
che accompagnano un testo e ne guidano la fruizione da parte del
lettore. Può essere suddiviso in due zone editoriali distinte:
il peritesto (vale a dire l'insieme dei messaggi paratestuali
che si ritrovano all'interno della pubblicazione che contiene
il testo: copertine, frontespizi, bandelle, indici, testatine
ecc.) e l'epitesto (l'insieme dei messaggi paratestuali che si
ritrovano, almeno originariamente, all'esterno della pubblicazione:
recensioni, interviste ecc.).
E' attraverso il paratesto che il testo diventa libro, vestendolo,
personalizzandolo, promuovendolo, dando senso compiuto alla sua
trasformazione in un prodotto materiale, fruibile secondo specifiche
modalità che rispondono a canoni editoriali, a convenzioni
letterarie e a pratiche codificate di lettura. Basti pensare alla
nostra abitudine di associare alcune tipologie librarie a particolari
generi testuali e a fruire alcuni elementi costitutivi del libro
(la carta, il tipo e il corpo del carattere, l'impaginazione,
le partizioni strutturali, l'architettura grafica e tipografica)
come se fossero caratteristiche intrinseche e native del testo.
La fisionomia e il ruolo di queste componenti si sono trasformati
nel corso del tempo, talvolta radicalmente, e la casistica della
loro presenza e della loro disposizione è estremamente
varia e può rispondere non solo a organiche politiche editoriali,
ma anche a opzioni occasionali dettate, per esempio, da esigenze
estetiche, tecniche, ambientali, sociali; inoltre, i loro artefici
possono essere vari: il tipografo, l'editore, l'autore, il curatore,
ecc.
2. Paratesto elettronico
Ma qual è l'identità del paratesto di un testo elettronico?
quanto si conserva e quanto si perde nel confronto con la tradizione
del libro tipografico? quale spazio occupa nelle politiche di
pubblicazione, non solo editoriali? chi crea il paratesto? qual
è la funzione semiotica degli elementi verbali e di quelli
iconici che concorrono alla sua definizione?
Un testo è in genere composto di altri testi di dimensioni
minori, circondato da altri testi maggiori o diversi, sta al posto
di altri testi possibili e la sua capacità di significazione
è naturalmente influenzata dall'enciclopedia del lettore
(vale a dire, dal complesso delle sue conoscenze) e in particolare
dalla sua conoscenza di altri testi che sono spesso presenti sotto
forma di citazioni, parodie, critica ecc. Questa dimensione cotestuale
dei testi, (secondo l'accezione di Ugo Volli: Volli 2005, 63),
l'intertestualità, è molto importante e in genere
determina profondamente il loro funzionamento. Nel testo elettronico
l'intertestualità è agita elettivamente dalla forma
ipertestuale.
Parafrasando Gertrude Stein "un testo è un testo è
un testo è un testo" ma senza il contesto fornito
dagli elementi paratestuali, che si aggiungono ad esso per costituire
un libro, quel testo sarebbe difficile da collocare nell'universo
bibliografico. Ebbene, se vestiamo gli abiti di chi per professione
si occupa del paratesto, vale a dire il catalogatore bibliotecario,
emerge in tutta evidenza la frequente assenza nei documenti elettronici
degli elementi di presentazione formale, a cui di solito attinge
la descrizione bibliografica. Michael Gorman ricorda che i nuovi
formati sono spesso contrassegnati in una prima fase da una presentazione
caratterizzata dall'assenza di segni esterni che ne aiutino l'interpretazione
e la comprensione, cui segue poi una maturità della presentazione,
nella quale tutti questi elementi paratestuali non solo sono presenti
ma vengono anche indicati in modo standardizzato e prevedibile
(Gorman 2005, 657).
3. Peritesto bibliografico
Questi segni esterni, questi elementi sono intercettati dai sistemi
catalografici nei metadati presenti nei testi elettronici, cioè
in quelle strutture informative, comprensibili dal computer, che
aiutano a identificare, descrivere, localizzare e gestire una
risorsa elettronica e che non si limitano ad essere un surrogato
del documento, come nel caso di una scheda catalografica, ma ne
fanno parte a pieno titolo. Ne è un esempio significativo
quella tipologia di metadati annidati nel frontespizio elettronico,
rappresentata, nell'ambito della TEI, dall'elemento <teiHeader>,
che comprende, oltre alla descrizione degli aspetti bibliografici
del documento, informazioni circa i sistemi e le pratiche di codifica
poste in essere, la storia delle revisioni, le dimensioni ed estensioni
del file, gli identificatori delle singole unità bibliografiche,
le diverse responsabilità editoriali e intellettuali che
concorrono, oltre a quelle tradizionali, alla creazione del testo
elettronico. Il quale, così marcato, ci fornisce, attraverso
il supporto che lo veicola, alcune informazioni essenziali per
la sua analisi testuale, e le fornisce alla critica genetica che
voglia ricostruire e interpretare il processo che ha portato alla
costituzione del testo.
Nella cultura post-tipografica, la documentazione delle circostanze
relative alla produzione di un documento acquista infatti una
rilevanza notevole proprio per i caratteri intrinseci del testo
elettronico (immaterialità, invisibilità, fragilità
e fluidità) e assume pertanto un ruolo fondamentale ai
fini della sua contestualizzazione, della valutazione della qualità,
dell'autorevolezza del documento stesso e delle strategie necessarie
alla sua conservazione oltre ad essere parte integrante del processo
di validazione, certificazione e mediazione bibliografica (Solimine
2005, 319-320).
Questa zona del paratesto, rappresentata dai metadati, potremmo
definirla convenzionalmente peritesto bibliografico. I metadati
sono la "scatola nera" del testo elettronico, il dispositivo
informativo che registra tutti i cambiamenti che il testo subisce
sino ad arrivare al lettore. Consentono anche l'interoperabilità
logica e semantica tra risorse digitali ontologicamente diverse,
creando dinamicamente nuove relazioni fra i documenti, e servono
ai browser e ai motori di ricerca per gestire i contenuti in modo
più efficace sia sul piano del retrieval bibliografico
che su quello della loro fortuna epitestuale.
Tuttavia, pur se oggetto di studio e di applicazione in alcuni
ambiti settoriali, quali la bibliografia e la biblioteconomia,
risulta ancora poco o per nulla indagata la loro rilevanza paratestuale.
Il loro inserimento comporta specifiche competenze bibliografiche
ed editoriali, non sempre previste e preventivate dagli editori
informatici; inoltre, solo di recente sembrano essersi stabilizzati
alcuni standard circa la quantità, la qualità, la
tipologia e la granularità dei metadati da utilizzare a
seconda dei domini del sapere.
Va rilevato infine che la natura del testo elettronico, la stessa
storia del web hanno enfatizzato la centralità del testo
rispetto al paratesto o meglio rispetto agli aspetti bibliografici
del paratesto, laddove altri aspetti o elementi hanno finito invece
per sovrastare il testo stesso.
4. Peritesto interattivo
Mi riferisco a quella zona del paratesto che potremmo, sempre
convenzionalmente, denominare peritesto interattivo, il quale
si manifesta nell'interfaccia. L'interfaccia dice "ciò"
che l'utente-lettore può fare, nascondendogli idealmente
il "come" ("You press the button, we do the rest",
diceva George Eastman, fondatore della Kodak); principio questo
che è alla base del concetto di usabilità di una
risorsa elettronica.
Insomma, assistiamo - come sostiene Jerome McGann - al passaggio
da una cultura bibliografica a una cultura dell'interfaccia (MacGann
2002), anche se alcune forme di paratestualità rimangono
intatte nel testo virtuale e in quello fisico, sia pure culturalmente
ri-mediate (per riprendere un termine caro a David Bolter, 2002):
i sommari, gli indici analitici, le liste delle illustrazioni,
convenzionalmente paratestuali nel mondo dei libri stampati, restano
tali nell'universo digitale anche se diventano strumenti dinamici
di navigazione ipertestuale, che si affiancano ai frame, ai pulsanti
di navigazione presenti nel browser, alle mappe dei siti web, ai
diagrammi di navigazione e così via.
La forma ipertestuale, assunta da qualunque documento elettronico,
induce ad una percezione fortemente spazializzata della struttura
del testo e dei suoi contenuti e in quella forma appunto assumono
particolare rilievo tutte le indicazioni di tipo metatestuale
(i livelli gerarchici, i richiami, le modalità di transizione,
i legami relazionali ecc.).
"La presentazione di un testo in ambiente digitale può
essere fortemente condizionata dall'interfaccia utilizzata per
la sua visualizzazione e lettura: anche se può sembrare
paradossale, la perdita di materialità e fisicità
del documento viene sostituita da altri aspetti altrettanto tangibili,
dovuti ai dispositivi hardware e software che ciascun utente adopera
per accedere a uno stesso documento" (Solimine 2006, 60);
contrariamente a quanto avviene con il libro a stampa che non
richiede alcun dispositivo supplementare per essere usato.
In questo caso, e contrariamente a quanto abbiamo affermato per
il peritesto bibliografico, assistiamo a un radicale rovesciamento
gerarchico tra testo e paratesto: il paratesto finisce per invadere
i territori del processo di scrittura, costringendo chi si assume
le responsabilità autoriali ed editoriali a farsi carico
sia dell'organizzazione delle informazioni in uno spazio pluridimensionale
sia della predisposizione di un sistema di segnali che stiano
attorno al testo e che siano funzionali a rendere facilmente accessibili
al lettore i contenuti informativi e ad armonizzare il contesto
comunicativo. Il più delle volte si tratta di un sistema
pittografico costituito da icone, le vere protagoniste dell'interfaccia.
Gli elementi paratestuali linguistici, logici e iconici che permettono
di produrre una significativa lettura delle informazioni diventano
pertanto decisivi. Essi rappresentano quella "coreografia
della transizione", per riprendere un'immagine di Luciano
Anceschi, che mette in atto le strategie comunicative in grado
di offrire al destinatario capacità predittive rispetto
ai percorsi che intende svolgere ma che conservano anche traccia
del percorso compiuto. Ebbene, in un contesto verbale il cui spazio
visivo è interamente convenzionale, imparare a leggere
significa apprendere le convenzioni di tale spazio. Il testo è
dunque il risultato dell'applicazione delle sue stesse istruzioni,
è una rappresentazione e un'istanza di se stesso (McGann
2002). Ogni forma di scrittura e lettura elettroniche sono esercizi
di semiotica applicata; un testo elettronico è una rete
dinamica di relazioni e ogni itinerario entro la rete definisce
un ordine, un'interpretazione e un significato del testo secondo
un certo codice.
5. Peritesto editoriale
C'è poi una terza zona del paratesto che possiamo definire
peritesto editoriale, rappresentato da elementi formali di tipo
grafico e "tipografico", quelli che nella tradizione
del libro a stampa sono riconducibili al formato, alla legatura,
alla carta, ai caratteri, alla mise en page, alla "gabbia
grafica" ecc. cioè a quegli elementi che rappresentano
la zona di transizione tra testo ed extra-testo ma anche di transazione,
cioè di scambio e comunicazione tra autore ed editore da
un lato, e lettori dall'altro (Demaria, Fedriga 2001).
"I mutamenti della forma-libro sono [
] legati ai mutamenti
con i quali il variare dei parametri (innovazioni tecnologiche,
condizioni del mercato, norme, abitudini editoriali, intenzioni
autoriali, modi e abitudini di lettura) che l'hanno prodotta agganciano,
per così dire, la conoscenza alla realtà" (Demarca,
Fedriga 2001, 14). I significati che vengono attribuiti a un libro
dipendono, si sedimentano e mutano grazie all'intersezione di
pratiche testuali, pratiche produttive e tecnologiche, pratiche
di lettura. Senza soffermarsi su problematiche ampiamente indagate
dagli storici del libro, è da dire che la caratteristica
peculiare del testo elettronico, vale a dire la sua intangibilità
e il suo accesso mediato da dispositivi di lettura, trascina a
cascata una serie di fattori che condizionano in modo determinante
la fruizione del documento: basti pensare alla prevalente disposizione
verticale del testo che modifica radicalmente la pratica di lettura
attraverso lo scrolling, privandola di alcune ancore cognitive
(come il contesto), o visive (come il passaggio orizzontale recto
verso e il trascorrere dello sguardo dalla pagina alla spaziatura),
che influenzano non poco la qualità e la "quantità"
di lettura del testo, la sua ricezione in quanto entità
semiotica complessa; ai formati per gli e-book, come il proprietario
Microsoft Reader, che tendono a livellare la lettura su alcune
impostazioni di base che consentono pochi scarti; fino all'utilizzo
di font privi di "grazie", perchè non sempre
graficamente comprensibili e visualizzabili dai software, e via
di seguito.
Al venir meno di una tradizione editoriale, si va affermando una
cultura editoriale del digitale dai contorni ancora poco distinti
e poco codificati, affidata a nuove figure imprenditoriali (centri
accademici, istituzioni bibliotecarie, organizzazioni no-profit,
ma anche singoli) che non sempre si avvalgono di professionisti
in grado di progettare l'architettura logica e di disegnare graficamente
un nuovo prodotto editoriale. Mise en page e visualizzazione oscillano
fortemente fra la replica del modello del libro tipografico e
soluzioni alquanto "spartane", non riconducibili al
filone dell'editoria "povera", che affermano si direbbe
provocatoriamente l'assoluta centralità del testo sul paratesto.
Le cui principali funzioni - e qui restringo drasticamente il
campo d'indagine ai siti dei centri accademici e di ricerca -
sono quelle di visualizzazione, di scaricamento (downloading),
di ricerca.
Il modello editoriale che si va affermando - ed è novità
a nostro giudizio di tutto rilievo - è quello della collezione,
della raccolta, in cui il singolo testo è inserito in un
articolato sistema, che potremmo definire enciclopedico, di relazioni
autoriali, cronologiche, di genere, di forma, che il lettore può
esplorare, ma anche combinare e generare secondo le personali
esigenze di ricerca e di studio. Il Rossetti Archive (dedicato
a Dante Gabriele Rossetti) o l'André Gide Editions Project,
tanto per citarne alcuni, sono esempi di edizioni che raccolgono
dinamicamente, sull'asse cronologico e su quello critico, l'insieme
dei documenti che costituiscono la tradizione di un'opera, l'ambiente
di circolazione, il contesto delle relazioni concepito come parte
essenziale del testo stesso (varianti testuali, relazioni intertestuali,
biobibliografie, immagini, testimonianze, ecc.), confermando l'assunto
di Mario Ricciardi secondo cui "un primo effetto dell'uso
dell'informatica nella filologia è lo spostamento del centro
di interesse dal prodotto al processo" (Ricciardi 1998, 130-32).
Modello editoriale dicevamo e forse nuovo genere testuale, costruito
tuttavia sulla falsariga di una biblioteca ideale, che affianca
all'universo testuale gli strumenti di reference, generabili da
specifici software di indicizzazione (full-text engine), particolarmente
idonei nella gestione dell'analisi computazionale, finalizzata
alla creazione di concordanze, indici, liste di frequenza, processi
di lemmatizzazione e di text retrieval. Spazi virtuali autosufficienti
- spesso per ragioni economiche e commerciali - che offrono servizi
innovativi, come il reference linking, che consente la navigazione
trasversale tra opac, basi di dati e full text, o procedimenti
semiautomatici di raffinamento delle ricerche, basati sull'analisi
del contenuto dei documenti, come i data mining. Luoghi, ancora,
in cui il lettore potrebbe sperimentare nuove applicazioni di
semantic web finalizzate alla aggregazione dinamica dei contenuti
e degli oggetti digitali (ontologie, mappe topiche, ecc.). L'idea,
insomma, di uno spazio testuale, di uno spazio di lavoro integrale
in cui il lettore possa accedere e muoversi come nel suo riservato
"studiolo", luogo della mente e della memoria.
I linguaggi di codifica dichiarativi come l'XML consentono poi
di generare attraverso i cosiddetti fogli di stile (XSL) edizioni
diverse del testo, tipologie di visualizzazione e quindi di stampa
differenti (html, pdf, rtf, ecc.), ma consentono anche di trasformarlo,
smontandone, aggregandone e riordinandone differentemente le parti
costitutive. Come dice George Landow, la regola diventa: muovi
il codice, muovi il testo - cambia il codice, cambia il testo
(Landow 1993). Questa è la retorica del digitale, questa
la regola della sua "grammatologia", che ridefinisce
e riformula canoni culturali e letterari.
E' dunque il paratesto a sancire il "multiforme ingegno"
del testo elettronico, vero e proprio "palinsesto di scritture
e codifiche nascoste, dal codice binario del linguaggio macchina
alla codifica dei linguaggi di marcatura, fino alla testualità
visibile" (Pellizzi 2001). Ed è proprio lo spazio
proteiforme e stratificato del paratesto, questa zona di confine
intermittente, sfuggente, labile, a porci di fronte alla paradossale
aporia di Borges, secondo cui "il concetto di testo definitivo
appartiene unicamente alla religione o alla stanchezza" (Borges
1973 [1984] 372).
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