Mnemosyne, tappa Rimini
Il Tempio di Rimini e il metodo warburghiano

Moreno Neri

Alla fine del 1928, giusto pochi mesi prima della sua morte, è a Rimini il fondatore della “scuola iconologica” Aby Warburg con Gertrud Bing, che lavorava al Warburg Institute dal 1922 e ne sarà direttrice negli anni ‘50, quando l’Istituto si trasferirà in un nuovo edificio nell’Università di Oxford. Lo assiste nelle sue ricerche lo studioso romagnolo Augusto Campana. Ne scaturirà, com’è noto, la tavola 25 di Mnemosyne.

Dopo Warburg seguiranno a rendere omaggio al Tempio Malatestiano di Rimini altri warburghiani. Altre vittime, “nate in Platonia”, di una sconsiderata o voluta dimenticanza. È altresì noto quale sia stato il nostro processo di restitutio memoriae di Mitchell a fronte della anoressica ricezione italiana, e principalmente riminese, dello studioso inglese del Warburg Institute.

Infatti, l’unico altro importante tentativo di interpretazione della struttura mitico-simbolica sottesa al monumento elaborato dalla corte malatestiana risale agli anni cinquanta ed è di Charles Mitchell, uno studioso del Warburg Institute. Condotta sulle linee dell’insegnamento ermetico, è basata su alcuni testi di Macrobio, erudito neoplatonico del IV secolo d.C.. Tra le fonti letterarie, ispiratrici dell’apparato del Tempio, Mitchell ritiene che esse vadano rinvenute, oltre che nelle opere del citato Macrobio, anche in quelle di Platone, Porfirio, Giamblico e Gemisto Pletone. Le varie parti, ispirate al tema solare, avrebbero dovuto vedere, a conclusione dell’edificio, al centro della grande rotonda cupolata, un occhio aperto al sommo della volta.

Non sorprende, quindi, trovare, anche di recente, come questa lettura politico-religiosa di netta impronta neo-platonica venga superficialmente e sbrigativamente associata alla lettura ‘esoterico-massonica’ dell’opuscoletto di Giuseppe Del Piano, edito a Rimini nel 1928, e, alla meno peggio, come essa appartenga, comunque, alle famigerate “sfrenate fantasie iconologiche”, nelle quali appare sconveniente avventurarsi. Per Del Piano il soggetto della decorazione del Tempio è “la storia immortale della religiosità umana”, storia che sarebbe illustrata nelle sue tappe fondamentali, dalle dottrine esoteriche dell’Egitto, della Caldea, della Giudea, dell’Etruria e della Grecia nelle varie cappelle, fino al trionfo di Gesù. E strappa un sorriso sornione il sapere che tra il chimico Giuseppe Del Piano e il serissimo e contemporaneo studioso di cose malatestiane e bibliotecario della “Gambalunghiana” di Rimini, Aldo Francesco Massèra, massone era quest’ultimo e che, invece, Del Piano andrebbe più correttamente inserito in quel filone occultista e gnostico, che fiorì a Parigi, ai margini di un certo cattolicesimo eterodosso.

Su questa impostazione della critica moderna, ovviamente, pesa, come un macigno, l’estetica crociana. Né il tetragono Croce né i suoi saldi epigoni si fanno scalfire dalle parole di Roberto Valturio che dichiarava, da buon testimone del tempo, che il Tempio era colmo di “simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia” o dalla tradizione che vuole che in un’opera d’arte vi sia una lettura dei simboli. Già Croce appariva soprattutto infastidito da quanti hanno “fame di allegorie e di ritrovamenti del significato”, irridendo gli stessi come “spiriti bizzarri e vanesi che par che immaginino che, oltre la storia visibile, ce ne sia un’altra invisibile, la quale ad essi è o sarà concesso svelare con lo stabilire sottili confronti, da loro immaginati, tra i fatti: sicché i loro racconti storici prendono aria di scoperte di cospirazioni e di intrighi ed essi di abilissimi investigatori o piuttosto poliziotti.” Che l’avversione di Croce fosse soprattutto diretta verso “il rampollo ribelle di una dinastia di banchieri che amava definirsi ‘amburghese di nascita, ebreo di sangue, nell’animo fiorentino’ e che stimava ‘la conoscenza più importante della ricchezza’”, ha un’indiretta conferma nelle stesse parole di Warburg che Croce, pur senza nominarlo, echeggiava per contrastarlo (sulla relazione Croce-Warburg, vedi in engramma il saggio di Barbara Da Forno, Il diavolo sta nei dettagli. Appunti sulla ricezione italiana di Aby Warburg).

Aby Warburg, infatti, partendo dalla premessa dell’origine dell’opera d’arte come cooperazione tra committente e artista e quindi frutto di un’azione reciproca, in assenza di una documentazione storica su questo fecondo scambio era giunto a questa conclusione:

“Dello scambio di sentimenti o pareri fra committente e artista esecutore solo di rado qualcosa giunge al mondo esterno… sottraendosi in tal modo perlopiù alla consapevolezza personale e storica. Bisognerà quindi, giacché le deposizioni di testimoni oculari sono così difficilmente reperibili, convincere di colpevolezza il pubblico coinvolgendolo nell’indagine mediante prove indiziarie”.

Secondo l’imperante sistema crociano ogni opera che minacci di stroncare tale impostazione generale viene accuratamente occultata.

Dal nostro punto di vista, che riteniamo legittimo, se è lecita la libertà di ricerca, al contrario anche il Tempio si rifà a quella Tradizione — la “prisca sapientia” di Pletone prima e di Marsilio Ficino poi — che è di per sé affine e compartecipe dell’esoterismo, in quanto tende a rimanere sostanzialmente immutata, pur mutando pelle, nel corso dei secoli, quanto meno nella scelta del repertorio simbolico, senza farsi condizionare dai cambiamenti di gusto artistico che avvengono di epoca in epoca e dalle diversità da luogo a luogo, a riprova della sua primordialità sovrumana nel tempo e della sua circolarità diffusa nello spazio.

Da allora, nel solco warburghiano, ulteriori studi di altri allievi geniali hanno toccato tangenzialmente il maggior monumento riminese. Bastino qui i nomi di Frances A. Yates ed Edgar Wind, di Saxl, Seznec, Cassirer, Panofsky o — più lontani da tale solco ma ugualmente indirizzati da esso — potremo citare Chastel e i nostri Eugenio Garin, Maurizio Calvesi ed Elemire Zolla.

Ne concluderemo davvero, con Wind, che i misteri pagani furono concepiti per iniziati e richiedono quindi un’iniziazione. Si è così cominciato, dopo le ripubblicazione delle ormai introvabili conferenze di Mitchell, a editare via via la traduzione delle opere di Pletone.

Anche l’occasione del 550° anniversario della morte del filosofo bizantino ha rappresentato una felice opportunità per organizzare a Rimini un ciclo di conferenze, cui hanno preso parte — in ordine di apparizione — Silvia Ronchey, Cesare Vasoli, Monica Centanni, Marco Bertozzi e Antonio Panaino. Si è così tentato di stabilire una più esatta fisionomia e percezione dello stato dell’arte e degli studi intorno a Pletone e al periodo malatestiano. Soprattutto nei confronti di chi ha ritenuto che la discussione sulla collocazione delle spoglie di Pletone, come ultimo atto di Sigismondo, fosse e restasse solo “una facile trovata”. Quanto tale approccio sia riduttivo e superficiale, se non pregiudizialmente ostile, fa apparire perfettamente priva di effetti quell’accoglienza entusiastica che nel lontano 1984 tributava Rossana Rossanda al ritorno d’attenzione sul metodo warburghiano come un segno di felice liberazione dall’onda lunga del crocianesimo e dall’azzeramento culturale provocato in Italia dalla II Guerra Mondiale.

Contro quest’opera di occultamento degli indizi, considerati alla stregua di reperti fossili, va anche l’attività editoriale di Walter Raffaelli nella direzione del recupero e della riscoperta di opere tralasciate o, addirittura sconosciute, che girano intorno al Tempio malatestiano <www.r
affaellieditore.com>. E non mi riferisco solo a Ezra Pound e ai suoi Malatesta Cantos, che sono solo la punta d’iceberg di una tensione generale che ha riguardato l’ispirazione, nei più diversi campi letterari, e la critica intorno al monumento riminese. Mi riferisco anche ad Adrian Stokes — che non era certo un warburghiano quanto un post-ruskiniano e un modernista — o ancor più indietro a Charles Yriarte e alla sua opera fondamentale, o al lavoro che stiamo intraprendendo su Antonio Beltramelli e Montherlant e quello che seguirà ancora su Stokes, Aldous Huxley e E.M Forster e che proseguirà col recupero delle opere sul rinascimento italiano di Joséphin Péladan.

Non so se questo sia, come si legge ne "la Rivista di engramma", quello “stile di lavoro ispirato al metodo warburghiano” che “predilige come oggetto di studio la riemersione delle tracce mnestiche (miti, figure, simboli) nella memoria occidentale, in un campo di indagine che si apre alle vibrazioni e alle risonanze culturali tra Rinascimento, Antico e Contemporaneo” o se addirittura le evocazioni qui fatte non esorbitino da esso. Ma di fronte a un desolante panorama di negligente trascuratezza o di deliberata attività censoria si può confidare nella ricezione dell’eredità di Warburg, come pure nell’emersione di altre ascendenze, nel tentativo di ricreare quel varco visivo che renda meno sterotipata la visione del monumento riminese e del suo sempre fascinoso apparato iconografico in un intreccio di arte, critica, letteratura, poesia, tale da restituire quella “scientia scientiarum”, che era concetto basilare del Rinascimento, e che possa rettificare il cammino delle scienze del mondo moderno, diretto finora verso una crescente specializzazione e verso la reciproca separazione delle conoscenze.

Gli esiti ultimi di queste nostre indagini riguardanti il nostro Tempio potrebbero quantomeno essere restituiti, nei nostri paraggi, all’arena del dibattito con la loro attualissima capacità di suscitare scontri e passioni.

Si vorrebbe agitare un drappo rosso riferendo che nel mondo anglosassone

“the standard interpretation of the Tempio reliefs today is Charles Mitchell The imagery of the Tempio Malatestiano […] who argues that their subject derives from Macrobius’s Commentaries on Cicero’s Dream of Scipio and the Neo-Platonically orientated humanist Basinio and Valturio at Sigismondo’s court.”


Si vorrebbe infilare la banderilla segnalando come proprio recentemente Maria Grazia Pernis e Laurie Schneider Adams, in un loro libro dedicato a Federico da Montefeltro e Sigismondo Malatesta, affermino :

“L’analisi di Mitchell dell’iconografia del tempio è veramente convincente. Al contrario, la sua interpretazione del medesimo monumento che propose più di vent’anni dopo, non lo è […]. La nuova interpretazione di Mitchell, infatti, proietta un’immagine “cristiana” della personalità di Sigismondo che contrasta con l’atteggiamento “pagano” descritto dalla maggior parte dei suoi contemporanei”.


Questa, in conclusione, è l’opera di illustrazione del Tempio che l’editore Raffaelli ed io stiamo tentando contro un suo destino di continuo fraintendimento, come spesso accade quando un brutale richiamo alla sterile compostezza e alla tristezza della storia dell’arte estetizzante interrompe il libero vagare primaverile della mente, lasciando dietro di sé un velato rimpianto verso il suo sorriso pagano. E si chiede venia se abbiamo sciorinato, con una certa pedanteria — quanto meno nelle note – il nostro personale atlante della memoria, che abbiamo raccolto e raccoglieremo, scomparso sottoterra, riemerso, con la sua capacità di ferire e di guarire.

Per ampliare la sua conoscenza o per risuscitare il mito così da non sprofondare nel caos della follia Warburg, lasciando la vecchia Europa, si era invece rivolto al rituale del serpente degli indiani Pueblo nel Nuovo Messico: sapeva bene quello che ogni Convegno a lui dedicato non può dimenticare — che l’icona come la parola non si svelano mai completamente e in questo sta la forza del simbolo che, come il serpente dei Pueblo o il dio-pianeta, “cambiando pelle continua a vivere”.

luglio 2004