 | News | | | La Rivista di engramma 34, giugno-luglio 2004 | | Grazia e inquietudine: Botticelli e Filippino Lippi Botticelli e Filippino. L’inquietudine e la grazia nella pittura fiorentina del Quattrocento, Firenze, Palazzo Strozzi 11 marzo-11 luglio 2004  | A Firenze, nell’evocativa sede espositiva di Palazzo Strozzi, modello di residenza privata nella Firenze della seconda metà del Quattrocento, opera dell’architetto Benedetto da Maiano, è allestita una mostra dedicata a Botticelli e al suo allievo Filippino Lippi. In mostra sono disposte e messe a dialogo tra loro 60 splendide opere, la maggioranza tempere brillanti e vivaci che affiancate moltiplicano la capacità di ogni singola immagine di incantare per la propria bellezza, connubio inscindibile di materia e senso. Di esse 30 sono di mano di Botticelli, 21 di Filippino. Questo corpus di opere restituisce una visione della produzione pittorica dei due artisti cronologicamente e tematicamente esaustiva, in grado di documentare l’evoluzione artistica dei due pittori e di rimandare al loro vissuto e al contesto di cui furono protagonisti: la Firenze del secondo Quattrocento mediceo nell’età di Lorenzo il Magnifico e della renovatio laurenziana, e la svolta in seguito alla morte di Lorenzo nel 1492 e alle prediche di Savonarola. La mostra è così organizzata: una sezione è dedicata alle Storie sacre e profane, una dedicata ai Santi, una agli Angeli, una alle Madonne, una ai Ritratti, una all’Allegoria e Mito, una a Gli anni di Savonarola e una a La rappresentazione del dramma religioso. La mostra è sottotitolata "l’inquietudine e la grazia", espressione sintetica dell’interpretazione critica che è esile chiave di accesso alle immagini in mostra; esile perché interamente affidata alla capacità comunicativa delle opere e alla capacità del visitatore di leggerle... o alle audioguide: inutile cercare ogni altro supporto scientifico che aiuti la loro comprensione. Grazia, si legge nel testo di Michael Baxandall, Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento, è la qualità per la quale Filippo Lippi viene lodato nell’epigrafe dettata per lui da Poliziano; ed è motivo di elogio anche per un altro artista, Desiderio da Settignano (1428-1464). "Gratia" è, secondo la definizione che ne diedero alcuni critici letterari, colleghi di Landino, il prodotto di "varietà" e "ornato", le due qualità che più avanti Landino attribuirà a Filippo Lippi, maestro di Botticelli, e che fecero parte dei precetti di Alberti, che nelle opere di Botticelli e del suo allievo Filippino trovarono espressione. Opere fatte di linee curve, mobili, flesse e sinuose, ma bilanciate; di contrasti di tinte e di diversità degli atteggiamenti delle figure. Inquietudine si riferisce alla maniera drammatica elaborata da Botticelli nel rappresentare "istorie", maniera che l’artista sviluppò nella sua lunga attività (oltre quindici anni) di illustratore della Divina Commedia e che, seguendo gli insegnamenti di Alberti relativi all’espressione dei moti dell’animo, affida ai movimenti del corpo e delle membra, già all’inizio degli anni ottanta, mentre ancora per Filippino la descrizione del pathos suscitava scarso interesse. Drammaticità cui Botticelli e Filippino danno forma, ispirandosi e citando dall’Antico; ma nella pittura di quest’ultimo i riferimenti all’antico e la presenza di figure animate da azioni e pose cariche di pathos compariranno solo in seguito al suo soggiorno romano, datato tra il 1488 e il 1493. Merita di essere ricordato anche il catalogo della mostra, curato da Daniel Arasse, Pierluigi De Vecchi e Jonathan Katz Nelson. Al suo interno ricorre spesso il nome di Aby Warburg, e l’eco della sua lezione è particolarmente presente nel contributo di Charles Dempsey, L’amore e la figura della ninfa nell’arte di Botticelli, che ha inizio con un’analisi della figura di Venere nel celebre quadro degli Uffizi uno degli oggetti di indagine della tesi di laurea di Warburg. Ricorrente è anche concetto di Pathosformel, utilizzato all’interno dello stesso saggio e in quello di Jonathan Katz Nelson, Filippino nei ruoli di discepolo, collaboratore e concorrente del Botticelli, per spiegare il recupero di exempla classici come mezzo per rispondere alle nuove esigenze espressive. | | (s.a.) | Antico à la page. Il "camerino d’alabastro" di Antonio Lombardo Gli Este a Ferrara, Ferrara, Castello Estense 14 marzo-13 giugno 2004 Il 14 marzo scorso il Castello Estense di Ferrara è stato riaperto al pubblico dopo due anni di restauri, nel corso dei quali è stato compiuto il recupero di ulteriori spazi e realizzato il completo riallestimento del percorso espositivo. La riconsegna dell’edificio alla città è stata recepita come l’occasione per riunire una ricca serie di opere e di documenti articolati in due mostre, aperte entrambe fino al 13 giugno. Una, dedicata alla corte ferrarese all’epoca degli Este, si propone di offrire una panoramica sugli interessi e sulle scelte che guadagnarono alla committenza ducale un ruolo di spicco nelle vicende artistiche italiane ed europee tra XV e XVI secolo; l’altra, alla prima strettamente connessa, riporta nel luogo d’origine quel che ancora rimane del celebre "camerino d’alabastro". La straordinaria qualità tecnica e la raffinatissima cultura antiquaria espresse nei fregi che ornavano questo ricercato studiolo, voluto da Ercole I e da suo figlio Alfonso quale summa della scultura contemporanea, valgono da sole la visita al Castello. La notizia del lauto compenso versato dalla corte estense ad Antonio Lombardo nel febbraio del 1505, pochi giorni dopo l’incoronazione di Alfonso, induce a credere che il progetto di un camerino in marmi mischi e porfidi rari decorato da fregi scultorei, fosse già stato avviato prima della morte di Ercole I, avvenuta il 25 gennaio del medesimo anno. Il rapido trasferimento a Ferrara dello scultore la cui presenza vi è documentata sin a partire dal 1506 offrirebbe un’ulteriore conferma a questa ipotesi. Attiva principalmente a Venezia, la bottega di Pietro Lombardo, presso cui lavoravano i due figli Tullio e Antonio, rappresentava nei primi anni del Cinquecento uno dei vertici di quella cultura antiquaria che tanto fascino doveva esercitare sulla corte estense. Che Ercole, appassionato collezionista di marmi, mecenate di Cesariano (che proprio a Ferrara stava lavorando alla traduzione di Vitruvio) e di Prisciani (a sua volta impegnato a tradurre al duca gli scritti architettonici di Alberti) si fosse rivolto proprio a uno scultore come Antonio non desta, quindi, sorpresa; nemmeno in seguito, d’altronde, la corte ferrarese avrebbe mitigato la propria accentuata passione per un antico al tempo stesso irreprensibile e fantastico. Come il camerino si dovesse presentare non è noto; se ne conoscono unicamente l’ubicazione all’interno di quella via coperta che, scavalcando il fossato e la piazza, connetteva il Castello al Palazzo e le dimensioni, tramandate da due stime redatte in occasione della devoluzione del ducato allo scadere del XVI secolo. Si può ipotizzare che il camerino conformemente a una tradizione ormai piuttosto ben radicata nelle corti italiane si presentasse come una piccola teca, come uno scrigno completamente rivestito di incrostazioni marmoree, pietre preziose, inserti ornamentali e pannelli narrativi, giustapposti gli uni agli altri in un vano delimitato, in alto, da un soffitto dorato. Nessuna illazione su come le lastre e i fregi fossero disposti risulta oggi lecita; certo è che l’impressione di fasto e ricchezza suscitata dalle sculture, dai porfidi e dai serpentini era tale che in brevissimo tempo la minuscola stanza divenne celebre e celebrata con il nome di "camerino d’alabastro". Auspicio dei curatori, del resto, è che lo studio comparato delle parti scolpite consentito proprio dalla mostra, in cui sono stati riuniti tutti i fregi oggi a disposizione, altrimenti dispersi tra diverse collezioni possa finalmente consentire una migliore comprensione della loro disposizione originaria tramite l’indagine indiziaria di eventuali tracce, relative al loro posizionamento, rimaste sul retro o sui bordi. Se, infatti, manca la totalità delle specchiature, di cui si è persa ogni traccia, nessuno dei fregi scultorei sembra essere andato perduto. Quel che del camerino resta sono, dunque, trentacinque lastre marmoree finemente scolpite da Antonio Lombardo, che con esse raggiunge uno degli apici non solo della propria produzione ma di tutta la scultura antichizzante del primo decennio del Cinquecento. D’altro canto, la bottega dei Lombardo osserva Matteo Ceriana, curatore della mostra e autore, nel catalogo, di un ottimo saggio garantiva "un lessico antiquario irreprensibile e la diretta contiguità con una cultura umanistica sofisticata", come quelli espressi nella Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, opera che, non a caso, appare in forte consonanza con l’esuberante repertorio d’immagini dispiegato da Antonio nei suoi capricciosi racemi; proprio per questo nelle tavole che accompagnano l’edizione del Polifilo stampata a Venezia nel 1499 presso Aldo Manuzio, si ritrovano un’atmosfera e delle suggestioni quanto mai affini a quelle del camerino. Il linguaggio all’antica proprio dei rilievi ferraresi di Antonio risulta così estraneo a quella "severità mantegnesca, petrosa e intransigente" perseguita da altri contemporanei, e aspira piuttosto a proporre un aggiornamento figurativo in termini antichizzanti di quella medesima sensibilità che nei romanzi cortesi cercava soddisfazione. Del resto, proprio intorno alla corte estense aveva da poco, forse non a caso, orbitato Boiardo; in un curioso rimando di scambi reciproci, d’altro canto, era stato proprio Pietro Lombardo a suggerire all’autore della Hypnerotomachia buona parte dei motivi architettonici. L’intero apparato scultoreo del camerino, particolarmente quello delle quattro scene principali La contesa tra Minerva e Nettuno, La fucina di Vulcano, Naiade tra due Tritoni, Il trionfo di Ercole sembra proporre, come osserva Alessandro Ballarin, una sorta di antologia delle sculture antiche allora à la page, un giardino di statue in miniatura inteso a ricreare, suggerisce Ceriana, "in quel palazzo lontano dall’Urbe e in una città priva di monumentali vestigia antiche, una magnificenza romana". Gli stessi partiti architettonici che inquadrano i rilievi denunciano, tramite il ricorso al lessico ormai ben consolidato dei Lombardo, la volontà di conferire allo studiolo il carattere di un raffinato quanto ricercato "esercizio di stile", in cui sarebbe probabilmente eccessivo voler riconoscere, accanto a una tutto sommato scontata celebrazione della dinastia estense, un programma iconografico di particolare complessità. Si spiega anche con questo l’influsso che, a partire da quel momento, lo stile di Antonio avrebbe esercitato sulla produzione artistica ferrarese, tuttora ben avvertibile, più che nelle poche opere attribuite ad Antonio, come il portale di Palazzo Prosperi-Sacrati, nella ripresa e nella disseminazione di temi e motivi di sua ascendenza per tutta la città. Un’ultima nota va riservata alla posizione assolutamente originale che il camerino occupava in seno alla città: almeno a partire dal Quattrocento, per una tradizione che si pretendeva risalire fino a Cicerone e a Plinio il Giovane, tali luoghi di studio e raccoglimento risultavano immancabilmente collocati in angoli appartati, tranquillamente affacciati su giardini o verdi campagne, oppure nella parte più privata e riposta del palazzo, spesso accanto alla camera del signore; lo speculum principis di Alfonso, al contrario, si colloca, per una scelta quanto mai eccentrica ed eterodossa, proprio al di sopra del luogo più chiassoso e maleodorante dell’intera città, ossia il mercato del pesce e della carne. Risulta pertanto doveroso spendere qualche parola di lode nei confronti dell’allestimento disegnato da Gae Aulenti, che, forse nell’intento di evocare l’originaria collocazione del camerino, espone le opere di Antonio Lombardo su preziosi banconi di marmo, disposti lungo le pareti di quella che, grazie al rivestimento in pannelli di candido statuario lucido, può ben esser confusa con una macelleria. | | (a.a., d.p.) | | "Accettare e tradurre quel tanto di passato che aderisca allo spirito del dramma" Artista di Dioniso, Duilio Cambellotti e il Teatro greco di Siracusa (1914-1948); 23 maggio 2004 - 9 gennaio 2005; Palazzo Greco – Museo e Centro studi INDA, Corso Matteotti 29, Siracusa; catalogo Electa 2004  Dal 1914 al 1948 Duilio Cambellotti, protagonista di avanguardia nel panorama artistico nazionale del Novecento, collabora come scenografo, costumista e disegnatore con il Comitato per gli Spettacoli Classici fondato a Siracusa da Tommaso Gargallo, costituitosi poi in Istituto Nazionale del Dramma Antico. A novant’anni dalla nascita dell’Istituto, il Museo e Centro studi INDA, da poco inaugurato nella sede storica della Fondazione a Siracusa, offre ai suoi primi visitatori una importante retrospettiva sull’attività dell’artista al Teatro greco (informazioni e materiali all'indirizzo www.indafondazione.org/museo). Nella sua trentennale esperienza siracusana, alla ricerca di una soluzione per la questione – allora urgentissima, e ancor oggi di grande attualità – di come far rivivere il teatro antico, Duilio Cambellotti affronta consapevolmente un percorso che lo porta a emancipare progressivamente il suo stile da una iniziale “maniera archeologica”, fino a sottrarre simboli, citazioni, orpelli, e a guadagnare finalmente una decisa “maniera architettonica”. Nei materiali presentati in mostra – dai plastici ai costumi, dai bozzetti alle foto di scena, dagli schizzi ai manifesti – si ripercorre concretamente l’itinerario che conduce, per tappe, dalla prima scenografia ideata da Cambellotti per Agamennone del 1914 all’ultima scenografia per Orestea del 1948: dalla prima Porta dei Leoni – fedele citazione di“una Grecia barbarica, inaspettata, dalle maschere d’oro e dai monumenti micenaici” recentemente portata alla luce dagli scavi di Schliemann – a un’ultima Porta dei Leoni che con l’originale archeologico si pone invece in dialogo critico.  Le parole stesse dell’artista – riportate su grandi cunei di ferro – accompagnano i visitatori, proponendo un netto itinerario di evoluzione teorica e insieme stilistica; i materiali sono presentati in dieci sezioni, dal I Ciclo di Spettacoli Classici del 1914 al X Ciclo del 1948. In una riflessione a posteriori sull’esperienza maturata nel Teatro greco di Siracusa, Cambellotti riconosce come ‘’l’abilità peculiare dello scenografo consiste nel sapere accettare e tradurre quel tanto di passato che aderisca allo spirito del dramma; il resto saperlo rigettare, anche se esteticamente e archeologicamente possa sedurre; anzi proprio per questo”. Ma l’artista, lungi dal rifiutare il confronto con l’Antico come sterile mimesi esornativa, lungo tutta la sua carriera guarda però costantemente ai modelli archeologici – siano essi le impressioni ricavate dal suo viaggio in Grecia, siano i reperti dei Musei archeologici di Roma, di Napoli e della stessa Siracusa – e con essi si misura. Duilio Cambellotti insegna che occorre interpretare l’estetica e non la lettera dei drammi classici: “rimuoverne la patina” per restituire la vividezza di quei colori, e così farsi catturare dallo spirito del dramma per ‘’colmare i secoli di distanza che separano lo spettatore dal drammaturgo” . Occorre – afferma l’artista – svegliare le figure del dramma antico dal “lungo letargo”, ridare vita a quei “possenti fantasmi, ancora aleggianti su noi” per essere, come l'opera teatrale esige, anzitutto visivamente persuasivi.  La mostra di Siracusa si configura dunque come un saggio del patrimonio memoriale conservato dall’Archivio della Fondazione, preziosissimo per ricostruire quasi un secolo di teatro classico in Italia, ma non solo: la scelta di esibire il ‘caso Cambellotti’ si propone anche come un esempio del peculiare, poliedrico rapporto degli artisti e degli intellettuali con il dramma antico, nella difficile sfida che vede tutti impegnati nel progetto di una sua ‘rinascita’.
| | (redazione di engramma) | Aby Warburg. La dialettica dell'immagine "autaut" 321-322 (maggio-agosto 2004) numero monografico  | Nel 1984 la rivista "autaut" pubblicava un numero monografico dedicato ad Aby Warburg che intitolava: "Storie di fantasmi per adulti". Il pathos delle immagini nelle ricerche di Aby Warburg sulla rinascita del paganesimo antico. Il fascicolo proponeva alcuni importanti testi warburghiani: il breve saggio sul Déjeuner di Manet; la prima traduzione italiana della celebre conferenza sul Rituale del Serpente; il prezioso frammento su Burckhardt e Nietzsche (di recente riedito da Maurizio Ghelardi, per i tipi della Aragno in: J. Burckhardt, F. Nietzsche, Carteggio, Torino 2002). Oltre ai titoli d'autore venivano anche proposti al pubblico italiano un saggio del filosofo italiano Tito Vignoli, letto e apprezzato da Warburg, e i contributi di due importanti studiosi debitori, in modi diversi e per certi versi contrastanti, della lezione warburghiana: Ernst Gombrich ed Edgar Wind. Ma "autaut" pubblicava anche i contributi critici importanti di alcuni giovani intellettuali italiani, che erano destinati ad aprire una nuova stagione di riflessione sul pensiero di Warburg: i saggi di Giorgio Agamben, Aby Warburg e la scienza senza nome; di Alessandro Dal Lago, L'arcaico e il suo doppio; di Gianni Carchia, Aby Warburg: simbolo e tragedia, sono a tutt'oggi un punto di riferimento imprescindibile nella bibliografia warburghiana.  | La redazione della rivista così presentava quel numero: "Questo fascicolo speciale è dedicato ad Aby Warburg. Si tratta di una figura anomala ma molto significativa nel quadro delle modificazioni di pensiero tra Otto e Novecento. Non è un vero e proprio storico dell'arte, eppure si occupa soprattutto di pittura rinascimentale. Non è un vero e proprio filosofo, eppure la sua riflessione abbraccia la zona più delicata del pensiero contemporaneo, l'irrompere dell'irrazionalismo dopo Nietzsche. Ma si occupa anche di antropologia e di psicologia, di storia delle religioni e di astrologia, e il suo obiettivo è apertamente una nuova e mai scritta 'scienza' dell'uomo" (dalla Premessa in "autaut" 1984). Il tono della presentazione denuncia tutta la novità del rilancio del pensiero di Warburg nel panorama culturale non solo italiano. A distanza di vent'anni, per il suo numero 321-322 "autaut" propone un nuovo fascicolo monografico su Aby Warburg, con cui la rivista inaugura anche una nuova veste grafica e il suo approdo presso un nuovo editore (ora Il Saggiatore). Nell'arco di tempo tra il 1984 e il 2004 il nome e il metodo di Aby Warburg si sono progressivamente diffusi e affermati e non solo nell'ambito degli studi di storia dell'arte e dell'iconologia: anche se, come nota il curatore nella Premessa, la pubblicazione delle opere complete di Warburg è ancora in fieri (e si preannuncia annosa), gli studi e l'attenzione critica non solo sulle opere, ma soprattutto sul pensiero e sul metodo dello studioso a partire dagli anni novanta è cresciuta esponenzialmente. Una tappa importante della rinascita warburghiana è stata la riscoperta dell'opus magnum, l'Atlante Mnemosyne: le edizioni tedesche e italiana dei materiali fotografici conservati all'Archivio del Warburg Institute di Londra, gli studi critici, le mostre dei materiali che sono state organizzate nell'ultimo decennio, a Vienna, Siena, Firenze, Roma, e recentemente Venezia. Nel panorama degli studi warburghiani però come si rileva anche dal sommario di questo numero l'indagine sul Bilderatlas non ha guadagnato l'importanza che merita. Come dimostra comunque, una volta di più, questo ricco numero di "autaut", nonostante su Aby Warburg molto sia stato scritto e detto, molto c'è ancora da fare, da pubblicare, da studiare. Il fascicolo presenta ben nove testi di Warburg, alcuni dei quali inediti, di diversa estensione e importanza. Anche per la ricostruzione storica del ruolo dello studioso amburghese nel panorama culturale contemporaneo si segnalano le importanti testimonianze di Warburg su Max Weber, a proposito della pubblicazione dell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo, e la corrispondenza epistolare con il filologo Ulrich von Wilamowitz Moellendorff, il "nemico di Nietzsche" che nel 1924 in assenza del maestro ancora lontanto per la malattia era stato invitato da Fritz Saxl a tenere una conferenza presso la Biblioteca dell'Istituto. Del periodo del ricovero a Kreuzlingen vengono pubblicati due preziosi frammenti di diario provenienti dall'Archivio Binswanger: documenti che contribuiscono in modo significativo alla revisione dell'immagine di un Warburg in balia delle sue ossessioni, e rilanciano invece il profilo di un uomo armato di un'incredibile dose di tenacia e di consapevolezza e impegnato in una lotta attiva contro i suoi demoni. Nella sezione 'Materiali' vengono pubblicati inoltre: la commemorazione di Fritz Saxl del 1929, fonte primaria per ricostruire il clima e i progetti in cantiere nell'Istituto alla morte del maestro; un testo del figlio Max Adolf nel centenario della nascita, denso e interessante non solo dal punto di vista della ricostruzione biografica; alcune preziosissime pagine del linguista Hermann Osthoff la cui teoria sui paradigmi difettivi, o meglio "suppletivi" delle lingue indoeuropee del tipo bonus/melior/optimus fornì a Warburg uno spunto ermeneutico e uno schema metodologico per indagare le fluttuazioni di significato e i "suppletivismi" morfologico-semantici nell'evoluzione delle Pathosformeln. Tra i contributi critici di Giorgio Agamben, Andrea Cavalletti, Silvia Contarini e Maurizio Ghelardi, Mattia Vinco, Davide Zoletto si segnala il saggio di Georges Didi-Huberman che, tornando sugli studi botticelliani, prende in esame non solo il famoso saggio sulla Primavera, ma anche i materiali critici ulteriori che da quel primo fondamentale saggio hanno preso l'avvio per la lettura dei testi pittorici di Botticelli; ma Didi-Huberman insiste soprattutto sull'importanza del metodo di ricerca di Warburg e, già dal titolo del suo contributo Alla ricerca delle fonti perdute dà risalto in particolare alla teoria dell'assenza di una "fonte originale" (più in generale, sull'abolizione necessaria di ogni "idolo delle origini"): la complessità delle relazioni fra le fonti letterarie e iconografiche, che porta Warburg a ipotizzare paradossalmente un essenziale "anacronismo delle fonti", va indagata con strumenti ermeneutici adeguati, senza cedere alla tentazione della riduzione a uno stemma geometrico univoco. Ma forse il contributo più importante per gli studi warburghiani viene dalle coordinate teoretiche date al volume dal curatore Davide Stimilli, già dal titolo stesso La dialettica dell'immagine (locuzione mutuata da uno dei sottotitoli pensati da Warburg per l'Atlante Mnemosyne): l'immagine è considerata come invenzione essenzialmente dialettica, inserita in un sistema di dinamogrammi forti e insieme instabili, in dialogo con altre immagini e costantemente in relazione attiva con l'espressione razionale e verbale, la lingua altra del logos. Un'impostazione forte, questa di Davide Stimilli, che mira a riscattare il pregiudizio (derivante da Gombrich, ma anche dall'evoluzione della disciplina in chiave panofskiana) di una matrice vagamente genericista e tendenzialmente irrazionalista che pesa sull'iconologia warburghiana. Aby Warburg, ricorda Stimilli, scriveva nel 1928 che "senza Hegel è impossibile comprendere la Biblioteca Warburg", e iscriveva così la sua opera (la Biblioteca ma, metonimicamente, anche l'Istituto e l'Atlante) nella ricerca di un ordine, di punti di orientamento da disegnare sulla mappa dell'irriducibile complessità del mondo. In questo senso tutta l'opera ultima di Warburg, e in primis l'Atlante, si propone come pharmakon, rimedio allo stato di smarrimento che inquieta l'homo occidentalis. E proprio questo senso di smarrimento e questa fertile, 'studiosa' inquietudine Warburg esemplarmente incarna quando, da Kreuzlingen, scrive: "La mia malattia consiste in ciò, che io perdo la capacità di collegare le cose nei loro semplici rapporti causali". Come sottolinea acutamente Giorgio Pasquali, una volta uscito vincitore dallo scontro con i suoi mostri, Warburg redux traduce nella ricerca dell'Atlante la sua intensa esperienza psichica, e compie così la sua impresa di uomo e di studioso con un atto da maestro. Lo sguardo attento alle variegate corrispondenze, agli inestricabili nessi che agiscono come gangli nervosi nella tradizione occidentale, secondo una prospettiva platonica (o, più propriamente, neoplatonica) che conferisce un valore all'attività mimetica e vitale della poiesis imaginale, nei molteplici, mai semplificabili, raccordi che inaspettatamente producono senso e, infine, costruiscono impreviste armonie. Ma anche (e soprattutto, verrebbe da dire, assecondando lo spunto di Stimilli) il desiderio di razionalizzazione, di punti di orientamento, di schemi e di categorie. Un'artificiosa-artistica idea di ordine, questa warburghiana, ordine che pure si sa già preventivamente precario: idea che deve a una lezione decisamente aristotelica (ancora tutta da riscattare dalla gabbia scolastica) le sue coordinate teoretiche e di metodo. (m.c.) | |    Cantami, o Diva, d’Hollywood l’Achille Troy, regia di Wolfgang Petersen, USA 2004 http://www.warnerbros.it/movies/troy/flashsite/flash.html http://www.warnerbros.it/movies/troy/ La vitalità del mito antico si basa sulla sua malleabilità: l’assenza di un testo sacro e rivelatore alla base della ‘religione’ greca permette infatti l’esistenza di numerose varianti e di molteplici versioni di miti e leggende del mondo classico. Pertanto discrepanze rispetto alla versione omerica del mito di Troia si riscontrano numerose già in tutta la storia della mitografia e della drammaturgia antica. Questo assunto permette di affrontare in maniera serena la visione del film Troy, di Wolfgang Petersen. Come dichiarato nei titoli di coda, infatti, la pellicola è sì ispirata all’Iliade di Omero, ma non ha la pretesa di esserne la versione cinematografica. Fugati in questo modo tutti i dubbi mossi dall’obiezione "in Omero la storia non è così" è possibile apprezzare alcune scelte del regista. Innanzitutto la ricostruzione di Troia in stile ‘Peplum’ anni cinquanta è ricca di interessanti citazioni, a partire dai numerosi kuroi e korai disseminati in vari angoli della città, per arrivare ai rimandi alle sculture cultuali di Nemrut che, pur nello stridore dell’anacronismo, riportano in primo piano la natura di ‘greci d’Asia’ dei troiani. All’occhio attento non possono poi sfuggire le riproduzioni dei gioielli del ‘Tesoro di Priamo’ ritrovato da Heinrich Schliemann nel 1872-1873, indossate nel film dalle donne della corte troiana. Dal punto di vista delle dinamiche della tradizione, la figura più interessante del film è senza dubbio quella di Briseide (Rose Byrne), nella quale si riassumono i caratteri di altre figure della leggenda. In un cast dai pochi ruoli femminili, in cui oltre alla schiava prediletta di Achille figurano soltanto la bellissima Elena (Diane Kruger) e Andromaca (Saffron Burrows), a cui va aggiunta anche Teti (Julie Christie) in una brevissima apparizione iniziale, Briseide funge da personaggio versatile e sincretico, capace di supplire all’assenza di altre importanti figure femminili del mito di Troia. Così la vediamo come Cassandra, vergine consacrata alla divinità che protegge la città, oggetto di violenza ai piedi della statua divina durante il sacco di Troia e principessa concupita da Agamennone come schiava-amante da portare in trofeo a Micene. Al contempo la si riconosce anche come Polissena, abbracciata ad Achille nel momento in cui, all’interno del sacello di Apollo, la freccia scoccata da Paride trafigge mortalmente il vulnerabile tallone dell’eroe. E proprio in questa scena si riconosce un altro abile gioco messo in scena della regia, tutto basato sullo scarto fra il 'non detto' nel film e il bagaglio culturale dello spettatore: l'episodio della morte di Achille, legata al mito della vulnerabilità del Pelide, non è spiegato all'interno del film ma rimanda a conoscenze dello spettatore che si danno per scontate in quanto 'classiche'. Anche in mezzo agli errori e alle discrepanze messe in luce da gran parte della critica, ciò che è interessante per la riflessione sulla Tradizione Classica è il fatto che, a secoli di distanza dall’invocazione intonata da Omero all’inizio dell’Iliade, ancora una volta una musa in questo caso la decima continua a cantare le gesta di eroi a cui la fama ha donato l’immortalità tanto agognata. | | (l.b.) | | Donne, barbare, streghe Mara Meimaridi, Le streghe di Smirne, Edizioni e/o, Roma 2004 Un rocambolesco e divertentissimo turbinio di persone, religioni, epoche storiche e rivolgimenti sociali per questo romanzo neogreco: ricette di polpette insieme a filtri e malocchi; come conquistare il mondo con la produzione di creme di bellezza; illuminazioni sapienziali per la più raffinata e astuta gelosia; il binomio archetipale madre-figlia dispiega la sua potenza nell’ascesa sociale più sfacciata; Grandi Madri e divinità oscure iniziano alle arti dell’arricchimento tramite marito facoltoso. La trama si svolge intorno alle avventure di Eftalìa e Katina, richiamate alla memoria dai sortilegi di una loro inconsapevole e illuminata discendente. Il loro arrivo in completa miseria dalla Cappadocia nella cosmopolita Smirne a cavallo tra il XIX e il XX secolo determina la ferrea volontà di risollevarsi, sfruttando senza pietà ogni astuzia e cattiveria. Nell’incontro con la Madre Attarte sta la svolta sapienziale, che si mescola però al coro di improbabili comari greche, prostitute turche e dame dell’alta borghesia mercantile e coloniale francese e inglese, creando una vera società parallela individuata da una sola caratteristica: essere donna. Infatti, dietro alla poliedricità dei fili narrativi si legge un romanzo molto interessante per la stratificazione dei significati: lo spaccato storico descrive la cultura greca e quella turca nella loro difficile convivenza, e l’ingresso della cultura europea è visto come ridicola e fallimentare imposizione dagli occhi di un popolo fiero e antico. Ma le religioni e le razze si mescolano e cadono non appena si scopre la verità della vita di una persona. Dimensione questa che sembra apparire come prerogativa del femminile: tutta la lotta delle protagoniste, l’affondare della loro potenza in arcani, come la creazione di creme rassodanti e le astuzie per soggiogare gli uomini che diventano solo strumenti, è in realtà la lotta di due donne povere ed emarginate per il riconoscimento della loro intelligenza e libertà, del loro valore, del loro diritto all’uguaglianza sociale. Il mito e i suoi archetipi divengono allora la fonte sotterranea a cui attingere la forza, la volontà e l’ironia sorniona per definire e riscattare l’altra parte del cielo. | (m.b.) | |