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(l.b.) |
| Lo spazio vuoto dei palazzi
celesti Anselm Kiefer, "Die sieben Himmelpaläste - I sette palazzi celesti", Hangar Bicocca, Milano, 24.9.2004-12.2.2005
Parlare di mostra è però sostanzialmente impreciso,
perché Die sieben Himmelpaläste sono un’unica opera, che prevede
l’erezione di sette palazzi/torri all’interno dell’Hangar Bicocca,
uno stabilimento industriale divenuto, in seguito alla chiusura, un
gigantesco spazio svuotato. Negli anni ottanta Kiefer utilizzò come atelier una
ex fabbrica di mattoni e da qualche anno, a Barjac appunto, lavora
in un complesso di edifici adibiti un tempo alla lavorazione della
seta. Al di là delle dimensioni industriali dei suoi lavori, che richiedono
spazi adeguati alle loro caratteristiche, è precisamente il carattere
del luogo in cui ha inizio il suo lavoro ad essere decisivo. Kiefer
ha più volte sottolineato come questo non si sviluppi mai in uno spazio
immacolato, ma abbia bisogno di una situazione già fortemente ‘compromessa’,
per partire dalle tracce presenti e servirsene come spunto iniziale.
Se uno spazio ‘neonato’ è sostanzialmente vuoto, uno spazio svuotato
contiene invece innumerevoli tracce e segni del suo passato. Le immagini
che Kiefer ricerca e realizza sono sempre un proseguimento di elementi
preesistenti e simultaneamente una rielaborazione dei materiali con
cui vengono realizzate. Per questo le sue opere spesso stridono con
il bianco delle sale museali (e diversi problemi danno anche a coloro
che vogliano conservarle), dove il processo artistico si è arrestato
in un’immagine terminale. È invece entrando tra le pieghe del
buio denso dell’Hangar Bicocca che ci si avvicina alla fucina di Kiefer,
a una situazione dove la metamorfosi è costantemente al lavoro e il
risultato incerto. Ogni palazzo è una sovrapposizione di più container delle dimensioni standard utilizzate nel trasporto delle merci pari a m 2,5x2,5 realizzati in cemento armato. La scelta di impiegare un materiale così pesante e grezzo per la costruzione dei palazzi celesti è un elemento portante dell’operare di Kiefer, che ricerca ad ogni livello le contraddizioni apparentemente più ottuse e banali e le utilizza come dispositivo per aprire interrogativi su ciò che viene rappresentato o, per meglio dire, indagato. I sette palazzi celesti sono descritti nei testi della mistica ebraica come il percorso dell’iniziato per giungere innanzi al trono di Dio. A ogni edificio Kiefer ha assegnato un nome (Sternenfall; Sternenlager; Die Sefiroth; Tzim-Tzum; Shevirat Ha-Kelim; Tiqqun e Die sieben Himmelpaläste) e viene ulteriormente caratterizzato dalla presenza di altri elementi appesi, deposti ai piedi o collocati in cima alla costruzione: cornici vuote, stelle e libri di piombo, detriti di cemento, frammenti di vetro, foglie secche. Sulle pareti laterali di ogni container si aprono una o più porte mentre il tetto è sempre sfondato, in modo da permettere l’accesso a quello superiore. Particolarmente interessanti sono le sommità delle torri, dove Kiefer ha sistemato alcuni elementi centrali del suo percorso: un modello di nave da guerra, realizzato sempre in piombo e che ricorre fin dagli anni settanta nella serie Unternehmen Seelöwe (1975) e successivamente in Naglfar (1978-1991), mentre in cima ad un altro palazzo si riconosce il poliedro della Melencolia I di Dürer. Immagini, nomi, oggetti che si incontrano ripetutamente e diventano la scena che Kiefer stesso esplora e a cui si rivolge ignorando i confini geografici e temporali. I lavori di Kiefer presentano al nostro sguardo una catena di immagini dove il passato si presenta, carico di tutti i tempi, nelle forme della tradizione, e in questo modo aggiungono un nuovo anello a quella catena che trasportano (che nelle immagini di Kiefer appare costantemente in pericolo e minacciata di estinzione) e forse offrono uno spazio a qualcos’altro che verrà a completare. "Die sieben Himmelpaläste" è un soggetto che Kiefer affronta da anni: un’importante personale tenutasi a Basilea presso la Foundation Beyeler nel 2001 aveva lo stesso titolo e Die sieben Paläste è anche una tela del 2002. Più che ‘titoli’ si dovrebbe dire nomi (e questi nomi possono essere frasi, filastrocche del tempo di guerra o versi di poeti) e lo stesso nome può accomunare opere realizzate a distanza di molti anni e in forme radicalmente differenti. La carica evocativa dei nomi è uno dei poli di tensione di ogni suo lavoro, perché racchiude e allude a un pensiero, un mito, una poesia o un evento storico. Kiefer indica così il soggetto guida della sua ricerca e non manca di introdurlo graficamente nel contesto dell’opera iscrivendolo sulla sua superficie. Non si tratta quindi propriamente di serie, quanto dei risultati delle molte metamorfosi che hanno origine dall’incontro e dallo scontro tra nomi, ambienti, materiali e i differenti tempi in cui sono coinvolti. |
(Matteo Zadra) |