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Alexander (nei dettagli nascosto)
Alexander, regia di Oliver Stone,
USA 2004
"Tu la abiterai da morto, ma non sarai morto:
tua tomba sarà la città che hai fondato" (Rom.
Alex. I, 33). Da Alessandria d'Egitto – la prima delle
tante Alessandrie che Alessandro il Grande fondò e che divenne
poi il luogo della sua sepoltura – ha inizio Alexander,
l'ultimo dei kolossal storico-mitologici che hanno conosciuto un nuovo
revival nelle più recenti stagioni cinematografiche.
Come una vera e propria 'febbre greca', la tentazione di portare sul
grande schermo i grandi nomi dell'epica e della storia antica è
infatti tornata a caratterizzare la produzione cinematografica di
stampo hollywoodiano degli ultimi anni. Eppure, come è stato
di recente illustrato nel saggio Tutto quello che sappiamo su
Roma lo abbiamo imparato a Hollywood (Laura Cotta Ramosino, Luisa
Cotta Ramosino e Cristiano Dognini, Bruno Mondadori, Milano 2004),
il cinema è per la storia "un adorabile infedele":
errori, anacronismi, sviste clamorose sono inevitabilmente all'ordine
del giorno ogniqualvolta si tenti di trasformare la storia in sceneggiatura,
l'history in story – quando l'indagine
storica si ritrasforma in mythos, in gusto narrativo.
E Alexander di Oliver Stone non fa certo eccezione. Ma in
questo caso, l'impresa è ancora più ardua: come riuscire
a essere 'fedeli' a una storia che fin dall'inizio è anche
mythos? La 'storia' dell'avventura di Alessandro porta infatti
in sé, fin dalle origini del racconto, contraddizioni, varianti,
multiformi versioni proprie di un'impresa che intreccia realtà
storica, amplificazione leggendaria e invenzione mitica. Proporre
un film sulla figura di Alessandro significa non solo pensare a una
ricostruzione storicamente attendibile di fatti e ambienti, ma anche
offrire una reinvenzione imaginale: restituire l'immagine di un personaggio
che già in vita aveva fatto di se stesso un mito, e che dopo
la morte è stato, di epoca in epoca, una figura
di riferimento per l'Occidente, da un punto di vista politico
e culturale, e addirittura morale e religioso.
Il problema sembra ben presente al regista che fatica visibilmente
a far parlare le fonti, a mettere insieme in una trama drammaturgicamente
convincente i frammenti di una storia che dovette sembrare ai suoi
stessi protagonisti un sogno breve e fantastico. La vita di Alessandro,
anche per il regista Oliver Stone, è un susseguirsi ininterrotto
di imprese stupefacenti mai tentate (e mai immaginate) prima: dalla
Macedonia, in cui Alessandro e i giovani compagni seguono le lezioni
di Aristotele seduti in mezzo a rovine di colonne greche (perché
per Hollywood in Grecia le rovine ci sono da sempre); all'Asia, verso
il cuore dell'impero persiano e ancora oltre, fino ai deserti dell'Iran,
alle montagne dell'Hindu Kush, alle corti esotiche dell'India e poi
di nuovo a Babilonia. Tutte le tappe del mirabolante viaggio sono
segnate – in carte 'militari'
rigorosamente a mosaico – in un pastiche
anche di traslitterazioni (lettere latine mescolate con caratteri
greci), seguendo la toponomastica inglese; e il gusto per l'erudizione
a buon mercato della traslitterazione 'alla greca' apre e chiude il
film, nei titoli di testa e di coda, e fa capolino dai volumina
di papiro srotolati dai personaggi.
Nella trasposizione cinematografica la grande capitale dell'impero
dei Persiani assomma e riunisce in sé tutte le capitali del
regno di Dario che Alessandro conquista: Susa, Ecbatana, Persepoli,
Pasargade sono tutte qui, tutte insieme, nella Babilonia dei Giardini
Pensili e della Torre di Babele. La città capace di irretire
nell'ozio e nel lusso i soldati macedoni è insieme la Babilonia
corruttrice delle profezie della Bibbia, ma è anche la terra
sospesa tra sogno e fantasia che nasce dai visionari quadri di Bosch,
dalle seduzioni dei 'bagni turchi' di Ingres e dalle strabilianti
invenzioni di Moreau.
Ma sottotraccia, dietro le figure del sogno e del mito, si avverte
nell'opera di Stone anche un'altra intenzione, un'altra trama di senso:
nelle pieghe della storia, dietro la maschera di questo Alessandro
inquieto, trapelano angosce e speranze molto attuali. L'ingresso del
biondo conquistatore in una Babilonia intatta e favolosa suggerisce
per contrasto paragoni impietosi: così ha dichiarato il regista
americano in un'intervista: "Il mio paese sta rapinando il Medio
Oriente delle sue risorse, mentre Alessandro le risorse le restituiva
ai legittimi proprietari e ha preso per moglie una donna persiana.
Lui reclutava nuovi uomini nei territori che conquistava così
da rendere sempre fresco il suo esercito. Noi invece in Iraq siamo
entrati da conquistatori senza alcun senso di rispetto, abbiamo sbagliato
tutto e ora ne paghiamo le conseguenze. Non abbiamo proprio imparato
nulla dalla storia".
Per altro in questo lungo viaggio ai confini del mondo conosciuto,
della straordinaria avventura di Alessandro molto di quanto raccontano
le fonti antiche si perde per strada. Non c'è traccia di alcuni
dei momenti più celebri dell'impresa: nulla si dice di Troia,
del mitico Nodo di Gordio che promette il dominio dell'Asia (e quindi
del mondo intero), dell'estenuante assedio di Tiro, del passaggio
del fiume Granico, della grande battaglia di Isso e del controverso,
terribile incendio di Persepoli. Fin troppo fugaci o sottotono risultano
la visita all'oracolo di Zeus-Ammone a Siwa, l'incontro con la principessa
Statira e la famiglia di Dario, la disastrosa via del ritorno attraverso
il deserto della Gedrosia. Del 'vero' Alessandro, quello a cavallo
tra mito e storia che per secoli ha alimentato e suggestionato la
fantasia e l'emulazione di Oriente e Occidente, Oliver Stone sceglie
di mostrare solo alcune istantanee e soprattutto un volto – quello del conquistatore
nervoso e testardo, militarmente formidabile (ma anch'egli dovrà
fermarsi di fronte al 'Vietnam' indiano, con elefanti degni del miglior
Kipling!) e umanamente fragile. Nel grande affresco cinematografico,
nonostante i continui rimandi agli eroi del mito, ritroviamo sullo
schermo un Alessandro plutarcheo – umano, fin troppo
umano – ma va perduto
il bagliore e l'intensità di quell'aura invincibile e soprannaturale
che per secoli (e già in vita) fece considerare Alessandro
il "figlio di un dio".
Eppure, per dirla con Aby Warburg, "il buon dio si nasconde nei
dettagli", ed è proprio nei dettagli che si può
apprezzare nell'opera di Stone lo sforzo, non sempre riuscito, di
rigore filologico: ad esempio, la corazza indossata da Alessandro-Colin
Farrell durante la battaglia di Gaugamela, che è una ricostruzione
sul modello di quella sfoggiata da Alessandro nel mosaico pompeiano
con la Battaglia di Isso conservato al Museo Archeologico di
Napoli; o la corona d'oro indossata dal padre Filippo (un Val Kilmer
monocolo e spesso ubriaco che assomiglia tanto al Polifemo dell'Ulisse
cinematografico anni '60) al momento della morte, copia esatta di
quella effettivamente ritrovata dagli archeologi nella tomba di Filippo
II a Vergina. D'altro canto, proprio nei dettagli, più di una
volta, si palesano smagliature nella ricostruzione filologicamente
accurata degli abiti, degli oggetti, dei contesti; e allora può
avvenire di vedersi comparire sullo schermo un Alexander che indossa
con affettazione un elegante modello di pigiama all'ultima moda. Le
citazioni di pezzi d'arte antica sono numerose e ridondanti, in un
continuo gioco tra citazione 'filologica' e reinvenzione 'all'antica':
nel film si riconoscono chiaramente i rilievi persiani con Ahura Mazda
e quelli assiri dai palazzi di Ninive, la porta di Ishtar, i mosaici
di Pella, i bronzetti della Roma imperiale e la Atena crisoelefantina
di Fidia; ma anche il Bacco di Michelangelo (che nel Cinquecento fu
considerato antico) oggi al Museo del Bargello.
In Alexander non mancano poi citazioni puntuali, a volte
un po' troppo erudite, delle fonti antiche: l'aquila che segue Alessandro
in battaglia, volando sopra il suo capo, è ripresa da un passo
della Vita di Alessandro in cui Plutarco ci racconta che
"un'aquila volava sulla testa di Alessandro e puntava diritta
contro i nemici" (Plu., Alex., 33). E ancora, nell'episodio
delle nozze del re con la giovane principessa asiatica Rossane, Stone
ci mostra come Alessandro tenesse sotto il cuscino un pugnale e un
rotolo di papiro che viene offerto alla sposa come prezioso dono nuziale:
Plutarco riferisce che Alessandro teneva sempre presso di sé
una copia dell'Iliade, proprio accanto al letto assieme al
pugnale (Plu., Alex., 8), ma il riferimento resta sottointeso
e comprensibile solo a chi conosca il passo plutarcheo. Per altro
il dettaglio dell'Iliade come livre de chevet era
già stato citato in una scena predente del film, quando i compagni
schernivano Alessandro adolescente perché teneva "ancora
l'Iliade sotto il cuscino" – come fosse stato
un segno di infantile debolezza!
Eppure della 'regia' biografica delle fonti antiche a volte Stone
non sfrutta appieno alcuni suggerimenti efficaci, come nell'episodio
della principessa persiana che scambia Efestione per Alessandro: l'identificazione
tra il Macedone e l'alter Alexander, adeguatamente 'messa in
scena' da Curzio Rufo (III, 12) a ribadire il rispecchiamento l'uno
nell'altro della coppia eroica (così come indistinguibili erano
stati Achille e Patroclo sul campo di battaglia), nel film risulta
solo una rapida allusione, non pienamente leggibile, se non (ancora
una volta) allo spettatore che conosca bene le fonti antiche.
Criptico e comprensibile solo allo spettatore colto resta quanto detto
da Efestione, amico-amante di Alessandro, al giovane re: nonostante
i molti anni passati dalla fanciullezza, Alessandro ha ancora l'abitudine
di "tenere la testa inclinata da un lato" (è citazione
da Plutarco, puntualmente confermata dalle fonti
iconografiche); soprattutto, ha "gli occhi come nessuno al
mondo": allusione a quella 'umidità' dello sguardo di
cui parlano i contemporanei e alla caratteristica straordinaria di
avere "gli occhi di diverso colore, il destro nero e il sinistro
azzurro" (Rom. Alex. I, 13).
In questo incrocio prezioso – e a volte preziosistico
e criptico – di citazioni,
rimandi e fugaci riferimenti a episodi secondari, l'intera vita di
Alessandro si inscrive sotto il segno degli eroi del mito, come è
esplicitato nell'episodio del dialogo di Alessandro con il padre nella
grotta affrescata con arcaici dipinti mitologici, metaforica immersione
'nel profondo' secondo l'equazione pseudofreudiana mito-subconscio.
In particolare è Achille il modello mitico – e, per via di
madre, anche dinastico – che guida le
imprese, militari e amorose, di Alessandro. L'insaziabile e inesausto
desiderio di gloria che tormenta Alessandro è lo stesso che
consuma l'animo di Achille, e anche la morte dell'amato Efestione
si pone forse all'incrocio di una doppia suggestione letteraria: per
un attimo lontano dal letto di Babilonia-Ectabana su cui giace l'amico
morente, Alessandro non si accorge della morte di Efestione; allo
stesso modo in cui, lontano dal campo di battaglia sotto le mura di
Troia, Achille non vede la morte di Patroclo; e come l'Adriano delle
Memorie di Marguerite Yourcenar, che del suo Antinoo confessa:
"Non so in qual momento quel bel levriero è uscito dalla
mia vita".
Ma è Eracle – l'eroe del genos
paterno – a segnare di
Alessandro la nascita e la morte; il bambino che la madre Olimpia
chiama nel film "mio piccolo Achille" è anche un
piccolo Eracle, che stringe nelle mani i serpenti con la fermezza
e la circospezione di chi ha imparato a temerli e a domarli. E quando,
nell'ultimo banchetto a Babilonia, Alessandro avvicina alle labbra
la coppa che gli sarà fatale, porta sul capo la pelle di leone
attributo di Eracle: per un riuscitissimo e suggestivo espediente
registico, è proprio la testa del leone a bere della coppa,
da una coppa che reca dipinte, infatti, proprio le fatiche dell'eroe.
Ma ancora un attimo, prima di bere: un attimo perché Alessandro
diventi anche un nuovo Perseo, un attimo per vedere nel vino sul fondo
della coppa (ed è un ulteriore richiamo erudito alla pittura
vascolare attica) la testa di Olimpia-Medusa dalla chioma di serpi
urlanti.
Incantevole incantatrice di serpenti e vera diva in perfetto stile
peplum, Olimpia è in questo film una figura splendida
e terribile al contempo, continuamente presente. Madre amorevole che
al figlio lontano scrive lettere fin nel cuore dell'Asia, Olimpia
è anche una Medea positiva che partorisce lo strumento della
propria vendetta contro il marito Filippo, e che tutti, e soprattutto
quest'ultimo, chiamano "strega". Figura complessa e polo
di un rapporto di natura ambigua con il figlio – rapporto in
cui confluiscono i miti/complessi di Edipo e di Medea, secondo quel
gusto 'psicologizzante' tanto presente nella cinematografia americana
– Olimpia viene
presentata da Stone anche come 'modello' che proietta la propria immagine
riflessa su Rossane, la principessa presa in moglie da Alessandro
e a cui lo sposo, durante la prima notte di nozze, sussurra all'orecchio:
"Se tu non fossi solamente un pallido riflesso del cuore di mia
madre!". E Rossane, che seduce Alessandro in una danza che è
insieme quella dei sette veli di Salomè e dei dervisci rotanti
di oggi, è davvero un riflesso di Olimpia: Oliver Stone riprende
Angelina Jolie (Olimpia) e Rosario Dawson (Rossane) negli stessi atteggiamenti,
con le stesse inquadrature, nelle stesse posture, con gioielli simili.
Oliver Stone ci consegna un Alessandro imperfetto, e imperfetta risulta
anche la sua opera: drammaturgicamente non polita – quasi a dire
che tre ore e mezzo di pellicola non bastano a mettere insieme una
trama compiuta su questa storia – con alternanza
tra cartapeste psicologiche e archeologiche e, al contrario, inquadrature
profondamente commosse, immagini visionarie – come il rapido
e sublime ritratto di Bucefalo; come gli elefanti e il cielo rosso
della trasognata battaglia nella giungla indiana. Ma nonostante il
senso di incompiutezza e di imperfezione che l'opera trasmette, nonostante
il conflitto tra l'eccesso di dettagli e di giochi eruditi e la superficialità
didascalica di certe sequenze, Alessandro parla ancora, grazie al
film di Stone, alla nostra mente e al nostro cuore. E – dalla distanza
di una storia che fu subito mito – parla dritto
al nostro tempo: "Non dobbiamo giudicare Alessandro con gli occhi
del ventesimo secolo – ha dichiarato
Stone – lo muoveva l'idea
di andare verso Est ma non razziava le terre che aveva conquistato.
Nella sua vita, ha avuto tre donne e dei ragazzi asiatici, spesso
ha lasciato ai re orientali quello che aveva loro conquistato. Era
un uomo con un grande sogno: credeva, cioè, che non ci fosse
bisogno di confini".
La potenza senza limiti del sogno incarnato contro l'efficacia geometrica
del tracciamento di confini: sarebbe stato troppo chiedere a Stone
di raccontare esplicitamente, in questi termini, il duello filosofico
che oppose Alessandro al suo maestro Aristotele, fuggevolmente citato
in icona. Ma proprio la tecnica di semplificazione con la quale il
regista traduce la complessità del mito storico nei ritmi espressivi
del linguaggio cinematografico contemporaneo, proprio la capacità,
molto aristotelica, di dominare la tentazione a dire tutto di Alessandro
– di limitarsi
a raccontare uno tra i tanti profili possibili del Re del mondo – ha consentito
a Oliver Stone di portare a compimento la sua opera mimetica, che
dissemina demoni antichi nelle pieghe del sogno americano.
E in questo senso molto particolare il regista, che già aveva
portato sullo schermo il mito moderno di JFK, parla di Alexander
come di un film 'storico': "Qualche imbecille ha paragonato
il mio film a Troy o a Il Gladiatore, come se quelli
fossero film storici. La verità è che gli Americani
sono molto più ignoranti degli Europei, questo è risaputo,
non conoscono nemmeno la loro breve storia che pretendono di imparare
dalle fiction". Così parlò Oliver Stone,
nella conferenza stampa tenuta a Roma in occasione della presentazione
del film: parole molto chiare e dirette, perché non dalle periferie
ma dal centro dell''impero' la prospettiva critica sul presente acquista
nettezza. Gli attacchi ricevuti negli USA sia dai conservatori che
dai liberal, l'incomprensione del punto di vista politico – e quindi estetico
ed artistico – della cifra
interpretativa adottata, testimoniano dell'ampia superficie di attrito
di un'opera doppiamente sovversiva: perchè, con dovuta scorrettezza,
Stone riconosce che il desiderio di impero che anima Alessandro non
è, primariamente, un'intenzione di prepotenza tirannica, ma
è essenzialmente il movimento espansivo, interiormente inquieto
e avventuroso, di un progetto che sfonda gli orizzonti dati, che non
conosce, preventivamente, misura. In questo Stone, ancora, ribadisce
la differenza – estetica oltre
che politica – tra lo spirito
di esplorazione del nuovo e il primordiale istinto predatorio dell'imperialismo
di cui oggi vediamo i macabri, terrificanti, esiti distruttivi. Questo
Alessandro ci insegna il gusto di meticciare i costumi di 'greci'
e 'barbari', la necessità di oltrepassare e dimenticare la
rigidità identitaria, la tensione a sperimentare nuove, difficili
misure comuni – e questo rende
l'Alexander di Stone comunque inservibile per gli usi delle
fate ignoranti che propagandano gli scontri di civiltà.
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