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La
Rivista di engramma 43, settembre 2005 |
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Le antichità razziate dell'Iraq tra storia e cronaca
Frederick Mario Fales, Saccheggio in Mesopotamia. Il Museo di Baghdad
dalla nascita dell'Iraq a oggi, Forum Editrice Universitaria Udinese,
Udine 2004
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Gli studiosi della Mesopotamia antica, secondo una recente annotazione,
"sono poco abituati al bagliore delle luci della ribalta"
(Francis Deblauwe). Al di là dei resti imponenti e celeberrimi
che da tempo costituiscono alcuni dei tesori più preziosi dei
grandi musei di Londra, Parigi, Berlino e New York, tutto ciò
che dalla terra fra Tigri ed Eufrate ci è giunto a differenza
di quanto accaduto per altre civiltà antiche fra le quali,
tra tutte, quella egizia ben difficilmente riesce a uscire
dal campo strettamente accademico e specialistico e a dare notizia
di sé al grande pubblico. Gli oggetti minuti, spesso seriali
e ripetitivi (come è il caso dei sigilli), i manufatti preziosi
ma non sempre appariscenti e le tavolette ricoperte di scritture cuneiformi,
tanto impenetrabili da essere comprensibili solo a una ristretta cerchia
di specialisti, non facilitano certo un interesse generalizzato e
su larga scala, tanto che, se pur di enorme importanza, questo materiale
resta in gran parte poco o mal noto, poco accessibile e poco frequentato.
È all'indomani del saccheggio perpetrato nel Museo Nazionale
di Baghdad tra l'8 e il 12 aprile 2003 che le antichità appartenenti
alle civiltà sviluppatesi nelle terre dell'odierno Iraq sono
state riportate all'attenzione della stampa, dell'informazione e della
comunità internazionale. Per giorni e settimane sulle prime
pagine delle cronache di tutto il mondo un grande clamore stupore
e incredulità, sdegno e orrore alimentati da notizie veritiere
e allarmanti, voci incontrollate, indiscrezioni incerte e stime difficilmente
verificabili, quando non apocalittiche ha preso vita intorno
al saccheggio, alla sparizione, al danneggiamento e alla distruzione
(tutt'altro che frutto del semplice assalto di masse popolari disperate,
affamate e inferocite) di capolavori e tesori di inestimabile valore
conservati nel Museo della capitale irachena.
Intorno a quei cinque giorni di saccheggio indiscriminato e in gran
parte ancora da ricostruire in modo puntuale Frederick Mario Fales,
ordinario di Storia del Vicino Oriente Antico presso l'Università
di Udine, ha costruito un'opera monumentale che va ben oltre il resoconto
dello stretto fatto di cronaca e anche ben oltre l'ampio arco temporale
che nel sottotitolo (Dalla nascita dell'Iraq a oggi) si indica.
E lo fa con spirito metodico e paziente, con sguardo attento e intelligente,
notando subito come una singolare contraddizione si apra tra l'accoramento
e l'apprensione con cui le notizie venivano via via accolte e la seria
probabilità "che la maggior parte del pubblico televisivo
[...] non sospettasse neppure che a Baghdad esisteva un museo archeologico
di stato, di rilevanza e statura internazionale".
Il primo tentativo (all'inizio del tutto personale) di Fales, mosso
da "una curiosità di carattere puntuale e cronachistico",
è quello di fare chiarezza sui fatti e di capire che cosa fosse
realmente accaduto. Ma, per meglio comprendere le (possibili) motivazioni
e il significato della razzia, il respiro della ricerca, di necessità,
si dilata: nelle quasi 500 pagine dense e fitte di Saccheggio in
Mesopotamia il Museo di Baghdad non è solo il cuore e il
centro dell'indagine, ma diventa anche uno specchio, una lente, un
punto di osservazione preciso e privilegiato dal quale guardare all'intera
storia dell'Iraq lungo un arco cronologico di tredici millenni: dall'età
preistorica e protostorica a cui datano i primi e più antichi
reperti lì conservati, alle grandi civiltà sumerica,
akkadica, babilonese, assira, achemenide, ellenistica, sassanide e
fino al fiorire della cultura islamica; di più e più
oltre, dagli anni venti del Novecento che videro la nascita e la fondazione
del museo su iniziativa europea e per interessamento dell'inglese
Gertrude Bell, ai decenni, anche recenti, di estesa attività
di scavo in tutto il Paese, fino alla più stringente attualità
oggetto di cronaca.
In questo lungo e sapiente 'viaggio nel tempo', Fales dedica attenzione
anche alla "politica 'antico-mesopotamica' attuata da Saddam
Hussein nei suoi anni di grazia", vale a dire tra la fine degli
anni sessanta e ottanta: politica meritevole di conoscenza, perché
sostanzialmente poco nota e perché di grande (e forse inatteso)
interesse dal punto di vista delle modalità di articolazione
e svolgimento della tradizione culturale.
Sono stati precisi intenti di carattere ideologico e politico
l'opposizione all'imperialismo straniero e il rafforzamento dell'unità,
dell'identità e della potenza del Paese, sul fronte interno
come sullo scacchiere del mondo arabo e internazionale a muovere
Saddam negli anni in cui rivendicò a sé e al popolo
iracheno la millenaria eredità della Mesopotamia antica. L'identificazione,
l'assimilazione e la perfetta continuità che egli rivendica
con l'ultimo grande conquistatore babilonese, Nabucodonosor II, costituisce
un momento di legittimazione personale importante e il rinnovarsi
di una pratica antica e ben nota: non solo perché i due regnanti
compaiono insieme in manifesti e opere propagandistiche in un simbolico
ed esplicito 'passaggio di consegne e testimone' e i loro profili
sono affiancati su loghi ed emblemi, ma anche perché i mattoni
delle mura di Babilonia ricostruite da Saddam recano l'iscrizione
dedicatoria in arabo, così come quella di Nabucodonosor era
stata in caratteri cuneiformi.
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In chiave ancora una volta ideologica possono leggersi sottolinea
Fales alcune iniziative e operazioni culturali particolarmente
celebri tra quelle volute da Saddam: i finanziamenti a favore di campagne
di scavo archeologico in tutto il Paese e dell'ampliamento o edificazione
ex novo di molti musei archeologici; la creazione nel 1987 del Festival
di Babilonia capace di attirare partecipazioni e curiosità
da tutto il mondo; e il restauro meglio: l'"estesa ricostruzione
in alzato" della cinta muraria di Ninive, dei templi di
Hatra, degli edifici religiosi di Samarra e dell'intero sito archeologico
della città di Babilonia. Se la disinvoltura di intervento
nei confronti delle effettive tracce archeologiche superstiti (particolarmente
nel caso di Babilonia) ha fatto parlare di una vera e propria "invenzione
della tradizione", l'uso strumentale e funzionalistico che Saddam
ha fatto della storia irachena è volto a conciliare la più
antica ascendenza mesopotamica con la più recente appartenenza
al mondo arabo: è in questo senso che Fales arriva a parlare
di una volontà e di una pratica di arabizzazione progressiva
della Mesopotamia e a leggere l'intera politica culturale di Saddam,
nella migliore 'tradizione' del riuso ideologico delle vestigia del
passato, come una "riscrittura della storia per fini di propaganda
e orientamento politico".
La quantità di informazioni a disposizione e di materiali
che Fales utilizza nel corso della sua indagine è letteralmente
sterminata, una "giungla di dati" per dirla con l'autore,
varia sia nella tipologia e nella natura sia nel supporto comunicativo,
e quindi nel linguaggio, utilizzato. I testi cartacei, di certo più
consueti e familiari a chi si muova in questo e simili campi di ricerca
(articoli scientifici, monografie, rapporti di scavo), si sono necessariamente
affiancati alla sempre più ampia informazione reperibile su
supporto elettronico via Internet, in continuo aggiornamento e rapidissimo
incremento. A raccogliere, vagliare e tenere insieme una tale eterogeneità
di fonti è una sapienza critica e argomentativa che fa tesoro
di ogni singola informazione (non ultima, quella propria della documentazione
fotografica sul campo) per ricomporre un insieme organico e unitario
che crea e rende visibile ordine e senso tra gli sparsi frammenti
di registrazione della realtà: un'opera in grado di restituire
questi disiecta membra alla memoria collettiva e capace quindi,
in ultima analisi, di costruire storia a partire dalla cronaca.
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Il sogno dell'architetto
Horst Bredekamp, La fabbrica di San Pietro. Il principio della
distruzione produttiva, Einaudi, Torino 2005
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Nel 1505, quando viene incaricato da Giulio II di realizzarne il
monumento funebre, Michelangelo pensa di collocarlo nel nuovo coro
della basilica di San Pietro, la cui costruzione era stata avviata
decenni prima da Niccolò V. Contemporaneamente, il pontefice
affida a Bramante l'ultimazione del medesimo coro.
Bramante, tuttavia, non si limita ad adempiere al compito assegnatogli:
ambisce a trasformare il proprio incarico in quello di riedificare
interamente San Pietro, e con una mossa lucida e spregiudicata riesce
a imporre questo suo desiderio. Dopo aver determinato un salto
quantitativo e qualitativo dell'intervento rispetto a quanto inizialmente
previsto, con la posa della prima pietra egli ottiene un risultato
decisivo: imposta la costruzione in maniera tale da determinarne irrevocabilmente
il prosieguo lungo la via tracciata. I pilastri della crociera e gli
arconi tra di essi che Bramante inizia a edificare sono incompatibili
con la basilica paleocristiana, che inizia proprio con le operazioni
intraprese da Bramante a venir demolita. Alla morte del papa e dell'architetto,
i piloni rimarranno come un invito ineludibile a proseguire lungo
la via ormai imboccata: la via della progressiva demolizione
non tanto del nuovo coro quanto della fabbrica paleocristiana e dell'edificazione
di una nuova, in un'operazione in cui la distruzione della prima costituisce
la premessa della costruzione della seconda, e in cui l'inizio della
costruzione della seconda implica necessariamente la distruzione della
prima. Bramante costringe i posteri a portare a termine quanto da
lui intrapreso.
Non che non si levino voci, anche autorevoli, contrarie alla demolizione
della vecchia, nobile basilica. Ma l'impostazione planimetrica di
Bramante non lascia adito a ripensamento alcuno: o proseguire nella
direzione da lui indicata, negando quanto vi si pone come ostacolo
(la vecchia fabbrica, in primis), o ripristinare una fabbrica ormai
intaccata, traballante e, soprattutto, assai meno allettante di quella
lasciata trapelare e fatta immaginare. Tra le due opzioni non vi è
scelta. Il sogno di Bramante impone di venir perseguito.
Nel 1546 sarà Michelangelo a riprendere in mano la realizzazione
della fabbrica, dopo Raffaello, Peruzzi e Antonio da Sangallo. Come
i suoi predecessori, anche Michelangelo inizia i propri interventi
operando demolizioni. I propri sogni si impongono a scapito di quelli
altrui; nel caso specifico, di quelli del defunto Antonio da Sangallo
e di Nanni di Baccio Bigio, che del progetto di Antonio si erge a
difensore e a lungo ostacola pervicacemente l'operato di Michelangelo.
Nel clima ostile in cui si trova a operare, ogni mossa di Michelangelo,
ormai più che settantenne, è determinata dall'intento
di difendere il proprio progetto dai suoi avversari attuali, nonché
futuri. È in questa ottica che va considerato l'ottenimento,
da parte del progetto michelangiolesco, del riconoscimento papale
al diritto a "essere osservato e ottemperato in ogni tempo futuro",
"acciocché non potesse venire alterato, riconfigurato
o modificato"; in tal modo, Michelangelo conduce il papa a ipotecare
in un certo senso il futuro, bloccando qualsiasi modifica al proprio
progetto nei decenni a venire, imponendolo a sua volta non solo al
presente ma al futuro.
Tra i punti fermi Michelangelo assume i piloni di Bramante, quegli
stessi che quarant'anni prima, spostando l'interesse di Giulio II
dal coro alla chiesa intera, avevano implicato l'accantonamento del
progetto della tomba che lo scultore fiorentino avrebbe dovuto erigere
per il papa. Ora Michelangelo si attiene alla fabbrica impostata da
Bramante, perlomeno nella misura in cui gli risulti utile per sbarazzarsi
del partito favorevole alla soluzione sangallesca e per esercitare
le necessarie demolizioni. Proprio come Bramante, inoltre, anche Michelangelo
nella scelta della sequenza dei propri interventi procede
in maniera tale, vista la patente impossibilità di portare
a ultimazione l'opera nel corso della propria vita, di imporre il
proprio disegno al futuro rendendolo irrevocabile, "di maniera"
osserva Vasari che la fabbrica "non potessi essere
mutata mai più da altri".
Tale è la parte forse più sconcertante della vicenda
costruttiva della basilica di San Pietro, nella suggestiva ricostruzione
offerta da Horst Bredekamp. Nella sua analisi, l'architettura non
si trova soltanto presa all'interno di enormi lotte di potere, al
centro di una contesa politica. Se così fosse, l'architettura
sarebbe soltanto espressione di logiche altre, che ne fanno uso. Inquietante
risulta invece, la sua ricostruzione, perché pone l'accento
sulla logica del potere che inerisce al fare architettonico stesso,
a prescindere dagli intenti dei committenti e, anzi, esercitandosi
pure su di essi: "L'arte figurativa osserva, forse eccedendo,
l'autore non è tanto il riflesso e il sismografo quanto
piuttosto il motore di quel mondo che essa apparentemente si limita
a nobilitare". Un gioco senza esclusione di colpi: è in
questa forma che emerge l'architettura, non come specchio del mondo
ma come un laboratorio e un campo d'azione essa stessa
del potere, in cui l'indissolubile intreccio tra costruzione e distruzione
e la distruzione nella sua dimensione "creatrice" costituisce
soltanto uno dei "nuclei incandescenti".
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Lo Statuario Pubblico
dei veneziani in catalogo
Museo Archeologico Nazionale di Venezia, a cura di Irene Favaretto,
Marcella De Paoli, Maria Cristina Dossi, Electa, Milano 2004
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Una manciata di stanze in gran parte affacciate su Piazza San Marco,
distribuite intorno a un cortile centrale, strette tra il vasto e
celeberrimo Museo Correr e le Sale Monumentali, raccolte e imponenti,
dell'antica Libreria Marciana: è qui che sono raccolte centinaia
di opere d'arte di grande pregio e valore davanti alle quali, purtroppo,
i visitatori che instancabilmente e senza sosta affollano Venezia
finiscono spesso per sfilare con passo veloce e sguardo corrivo.
Oggi ingiustamente poco noto e poco frequentato, il Museo Archeologico
Nazionale di Venezia costituisce il tesoro d'arte forse più
prezioso tra quelli che sono raccolti intorno a Piazza San Marco,
perché, nel proprio nucleo originario, fu per secoli, insieme
all'Arsenale e alla Basilica di San Marco, uno dei vanti della Serenissima,
uno dei luoghi in cui più significativamente si esprimeva e
rappresentava il potere della Repubblica, una delle tappe d'obbligo
di quel percorso tra le glorie della città in cui ogni illustre
personalità, visitatore, diplomatico o straniero di passaggio
veniva orgogliosamente condotto.
Nato e allestito negli spazi che occupa tuttora nel corso degli anni
venti del Novecento, ordinato da Carlo Anti nelle forme e nella disposizione
che sostanzialmente restano quelle attuali, il Museo Archeologico
di Venezia trae origine da una straordinaria raccolta di opere d'arte
antica (in gran parte statue, teste e busti marmorei provenienti dalla
Grecia, dal Mediterraneo orientale, dalle coste adriatiche e da Roma)
messa insieme nel corso del Cinquecento da due personaggi di primo
piano del mondo della politica e della cultura veneziana, il cardinale
Domenico e il nipote Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia e fine
umanista; raccolta donata alla Serenissima (e quindi resa pubblica)
in due momenti successivi, con donazione di Domenico, nel 1523, e
lascito testamentario di Giovanni, nel 1587. È intorno a questo
nucleo iniziale che fu uno dei primi musei pubblici d'Europa (noto,
appunto, come Statuario Pubblico della Serenissima) e che è
arrivato a noi praticamente intatto nonostante le vicende travagliate
che ne hanno segnato e accompagnato i trasferimenti nel luogo di conservazione
ed esposizione che per successive donazioni si è giunti
alla raccolta attuale: di essa è oggi finalmente disponibile
un catalogo, da lungo tempo atteso e promesso, che alla accuratezza
scientifica unisce la praticità e l'utilità di una guida
alle collezioni.
Ampia e variegata è la galleria di oggetti che il Museo ospita
e il catalogo, articolato in sezioni che suddividono gli oggetti secondo
la tipologia di appartenenza, raccoglie: dalle opere plastiche di
età romana realizzate a partire da modelli greci, alle teste
e busti marmorei antichi e 'all'antica' spesso riconoscibili come
ritratti, dai rilievi alle iscrizioni, dalle gemme alle vastissime
raccolte numismatiche, fino ai bronzi, agli avori, alle ceramiche,
senza dimenticare un piccolo ma importante drappello di antichità
egiziane e vicino orientali (in gran parte deposito Correr).
Ma la presenza più stupefacente, che rende ben ragione del
motivo per cui la raccolta Grimani fu in passato, soprattutto tra
Cinque e Settecento, nota e ammirata in tutta Europa, è quella
di oltre una ventina di marmi greci, databili tra l'età classica
e quella ellenistica: eccezionali perché tra i pochissimi marmi
greci originali in un momento storico in cui le poche opere antiche
di cui si disponesse erano di fatto di epoca romana (ed era questa,
la disponibilità di marmi provenienti dalla Grecia e dal Mediterraneo
orientale, in particolare da Creta, la peculiarità quasi esclusiva
del collezionismo veneziano nello scenario del collezionismo europeo).
Ricostruita nelle pagine del catalogo, la storia di ogni singolo
pezzo (e particolarmente dei marmi più antichi e preziosi,
quelli Grimani) si intreccia con le tracce di tutti i secoli che separano
quelle opere dai giorni nostri: spesso ritrovate mutile e frammentarie,
gran parte delle sculture Grimani subirono, secondo l'uso cinquecentesco,
interventi (in parte oggi eliminati) di restauro, integrazione, completamento
e, in qualche caso, vera e propria rilettura iconografica. È
in questo senso che la raccolta Grimani diventa anche specchio fedele
e buon punto di osservazione su questa pratica oggi tanto deprecata
ma allora consueta e pressoché sistematica, affidata alle mani
di artisti quali Tiziano Aspetti, Tullio Lombardo e Alessandro Vittoria.
Altri e numerosi furono gli artisti da Tiziano a Veronese,
da Tintoretto a Sebastiano Ricci, per non citare che i più
noti tra i pittori veneti che attinsero alla raccolta Grimani,
pubblicamente visitabile e quindi assiduamente visitata e attentamente
studiata, come a un grande serbatoio e repertorio di modelli. È
così che in molte opere d'arte sparse per la città di
Venezia o finite nei musei di mezzo mondo possiamo riconoscere un
dettaglio, una postura, una fisionomia copiata precisamente e certamente
da una statua, un busto una testa dell'Archeologico. Ed è qui,
in queste sale, che sono da cercare, appunto, alcune delle opere più
celebri, più fortunate, più studiate in età rinascimentale
e oltre: le piccole sculture dei Galati, il conturbante gruppo di
Leda col cigno, il copiatissimo busto di Vitellio, le figure di amanti
dell'Ara Grimani, i quattro putti del Trono di Saturno e poi la lunga
galleria di busti di imperatori e personaggi della corte di Roma che
annoverano di nuovo tra essi uno splendido busto cinquecentesco di
Antinoo, il favorito di Adriano, da poco restituito alle sale espositive.
Un museo, quello veneziano, che è specchio della storia della
città, testimone esemplare e precoce della storia del collezionismo
veneziano ed europeo e del nascere e del maturare della sensibilità
verso l'antico, e che è insieme strumento importante per lo
studio della pratica della copia dai modelli antichi e della storia
del restauro delle opere d'arte.
Un catalogo, quello del museo veneziano, che oltre a raccogliere
intorno a sé gli studiosi più importanti che da data
più o meno lunga hanno legato il proprio nome a queste raccolte
costituisce di fatto, anche per il lettore più accorto
e informato, una continua scoperta e riprova di quanto il Museo Archeologico
sia un'incredibile miniera di opere preziose per qualità, rarità
e importanza documentaria, e, insieme, di quanto questo materiale
resti per molta parte ancora da studiare con profitto e meriti, prima
di tutto, di essere al meglio valorizzato. Ma ancora prima, di certo,
merita di essere avvicinato, visitato e conosciuto con interesse e
curiosità.
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settembre 2005 |