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La Rivista di engramma 45, gennaio 2006

"Chiunque io sia non cercare di conoscere il mio nome..."
Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, Roma, Colosseo 22 luglio 2005-8 gennaio 2006; catalogo a cura di Angelo Bottini, Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, Electa, Milano 2005

"... ma quando giungerò alle case dei beati, allora lo pronunceranno
tutti coloro che mi hanno nel cuore" (Inscriptiones Graecae II, 3811).


Il Colosseo ha prestato in questi mesi il suo II ordine a fare da scenario, o meglio da galleria, a una mostra sui misteri nel mondo antico, curata e coordinata dal nuovo Soprintendente ai Beni archeologici di Roma, Angelo Bottini.

Un vasto apparato documentativo articolato in dodici sezioni tematiche (curato da Nunzio Giustozzi) introduce e rende conto in modo efficace della storia, della diffusione e dell'iconografia dei riti e dei culti misterici, dall'età classica alla fine del mondo antico: nella cintura esterna, tra la bella sfilata di archi dell'Anfiteatro, scorrono dodici pannelli didascalici, intervallati da proiezioni e suoni che creano un'atmosfera suggestiva e propongono uno sfondamento antropologico verso le forme di ritualità nell'epoca moderna e contemporanea; tra le colonne dell'ambulacro interno, invece, sono esposti pezzi selezionati, rari e preziosi, ordinati secondo la sequenza tematica, in corrispondenza dei pannelli.

Negli apparati didascalici, pur essendo garantita l'apertura a interpretazioni psicologiche e a contestualizzazioni folkloriche fino al suggerimento di un confronto con la nuova religiosità new age, si apprezza la presa di distanza dalle scorciatoie dell'etnologia e dell'antropologia comparativista. Emerge comunque forte dagli oggetti e dalle didascalie la riaffermazione di un'idea di tradizione classica come movimento di passaggio e di consegna: una tradizione viva in quanto, fin dalle origini e poi nel corso della storia, è sempre 'tradizione in atto'.

Seguendo il tortuoso itinerario espositivo – che attraversa molti secoli e molti, diversi, fenomeni religiosi – a tratti sembra che il filo del discorso si interrompa, ma poi di stazione in stazione l'istanza misterica riemerge con altre forme, altre immagini, altri nomi. Divinità potenti e 'famose' incrociano i loro miti e intrecciano i loro riti con divinità minori, e nello spostamento geografico assumono nuove sfumature cultuali, nuove tonalità religiose, seguendo i costumi e le mode di identità culturali diverse: Demetra come doppio di Persefone, Cerere e l'egizia Iside; la Fortuna romana che, seduta su un carro tirato da leoni, presta i suoi tratti alla frigia Cibele. E ancora: Dioniso e il suo tiaso, che già nel racconto mitico trova tanto contrasto e tante violente opposizioni, anche nella realtà del piano storico e giuridico viene ripetutamente censurato e tuttavia ovunque la sua immagine nell'iconologia funeraria trionfa. E infine Mitra e la straordinaria diffusione dei suoi riti, a seguito dell'esercito romano, che prepara e prelude l'affermazione dei nuovi riti cristiani.

Si tratta di una mostra che, proponendosi di rappresentare tutte le realtà misteriche del mondo greco-latino, nello sviluppo antologico dell'esposizione sacrifica certamente qualcosa nel dettaglio e nell'approfondimento filosofico e iconografico del tema. Ma ha un'intonazione espressamente 'didascalica' e un lodevole intento di alta divulgazione, coerentemente riaffermato nel taglio e nella struttura del catalogo dell'esposizione: in controtendenza rispetto al cattivo costume di tante pubblicazioni edite per mostre italiane in cui, spacciati per cataloghi, si trovano raccolte di saggi iperspecialistici, il bel volume Electa Il rito segreto è introdotto dal saggio di Franz Graf (già pubblicato nel volume II.2 della collana "I Greci. Storia Cultura e Società" curata per Einaudi da Salvatore Settis), esemplare per chiarezza; seguono una serie di contributi tematici, rigorosi e scientificamente aggiornati eppure presentati in uno stile piano e accessibile, in cui vengono presentati uno a uno i diversi riti misterici – da Eleusi a Locri, da Dioniso a Mitra; e infine seguono, a presentare singolarmente i pezzi in mostra, una serie di schede essenziali ma esaurienti, corredate da illustrazioni a tutta pagina.

Gli oggetti in mostra danno efficacemente conto dell'enorme diffusione dei culti misterici nel mondo antico, sia in senso orizzontale-geografico, sia in senso verticale-cronologico; ma la mostra restituisce anche la percezione della pervasiva diffusione dei riti misterici a livelli diversi – dal culto pubblico alla devozione privata – e la distribuzione delle pratiche misteriche tra tutti i ceti sociali. Dall'esposizione si impara che le varie forme di religione misterica non rappresentavano tanto (come pure ancora, scolasticamente, si trova affermato) un'opzione personale e segreta in contrasto con la religione pubblica, una reazione spirituale alla noia e all'astrattezza dei culti ufficiali: erano invece comunque accettati, anche pubblicamente, come una dimensione 'alternativa' del sentire religioso, che senza escludere i riti ufficiali investiva un'opzione individuale ulteriore.

Si tratta quindi, certo, di riti 'segreti', ma in un senso molto particolare: i misteri erano 'segreti' in quanto arrheta, 'indicibili', 'impossibili a dirsi'. Il mistero non si dice, non si lascia 'parlare' dal logos ma va intimamente vissuto: nella prospettiva misterica l'unica possibilità espressiva è data dalla viva esperienza del sacro che il rito assicura all'iniziato.

L'incredibile mobilità dei culti e delle immagini parla dell'infinita plasticità delle forme del divino, ma consente anche di individuare come denominatore comune di tutte le pratiche misterico-rituali la ricerca di una teofania salvifica: tutti questi culti, riti, superstizioni e liturgie, prima di un valore sociale o eversivo, parlano infatti di un'aspirazione personale e intima alla salvezza (come già il curatore, Angelo Bottini, scrisse in pagine fondamentali sul tema dell'escatologia misterica, pubblicate qualche anno fa in Archeologia della salvezza).

Mediante il rito, liturgicamente codificato, l'iniziato prepara i suoi sensi ad accogliere l'epifania del divino. I rituali misterici, di grande suggestione e fascino per la forza delle sensazioni ispirate, creano un legame patetico e sensoriale con il dio, del quale si ripercorrono le gesta, fino a confondervisi personalmente, e con lui partecipare di una nuova sorte, di un riscatto dalle miserie quotidiane e dalla disperata prospettiva della morte fisica e della fine dell'individuo.

Si crea uno sfondamento del cielo e della terra, del maschile e del femminile, del divino e dell'umano, della morte e della vita: dei che scendono e salgono dagli Inferi, che si disperano per la morte dei loro amati, che cercano, anelano l'immortalità che li salvi dal dolore; dei che trascinano con sé gli umani nella tristezza, ma con un loro sorriso tornano a nutrirli di pane e di vino, ma anche di gioia e di speranza; dei che nell'ebbrezza dell'estasi mostrano il cielo un po' più vicino e l'uomo un po' più divino; dei che promettono una vita dell'anima, una sopravvivenza nelle tenebre dell'Ade.

Poco, del dio, l'iniziato poteva afferrare: ma grazie ad atti codificati e ritualizzati, in istanti particolari e assoluti, il miracolo del contatto poteva pure accadere: e nel simbolo l'iniziato aveva esperienza di dio, poteva contemplarlo e partecipare di lui.
Non il 'segreto', dunque, ma l''indicibile', questo è il mistero: svelare e insieme rivelare dio, in un attimo simbolico e perfetto che prelude e raffigura l'assoluto.

(m.b., m.c.)


Mostre e musei in Italia (e non solo): un nuovo sito-osservatorio della Scuola Normale di Pisa
Osservatorio Mostre e Musei <http://mostreemusei.sns.it/>


Allestire una mostra o un museo è un lavoro difficile e impegnativo che prevede un concorso serrato di pensiero e di azione, nonché la sinergia di competenze varie, di tecniche diverse. Nell'organizzazione dell'evento espositivo e poi nella valutazione dei suoi esiti spesso prevalgono ragioni e criteri meramente turistico-commerciali; ma in realtà mostre e allestimenti sono anche il prodotto di prospettive scientifiche ed ermeneutiche ben riconoscibili, e rispondono a precise opzioni di politica culturale.

Per iniziativa di Paul Zanker è stato varato da qualche mese il sito 'Osservatorio Mostre e Musei': fin dalla titolazione in testata il sito si propone come un punto di osservazione critico su esposizioni effimere e allestimenti permanenti.

Nato come prodotto del 'Laboratorio interdisciplinare di ricerca, gestione e progettazione per il Patrimonio culturale' – centro di ricerca della Normale di Pisa – il sito è, in prima istanza, il luogo in cui rifluiscono le riflessioni teoriche e le esperienze formative di ricercatori, studiosi e studenti della prestigiosa Scuola pisana. Ma si tratta anche di un interessante esperimento di registrazione e di comunicazione on-line dei risultati delle analisi scientifiche compiute; così si legge nell'editoriale del sito:
"Gli interventi raccolti si offrono sia come strumenti di documentazione e guide agli eventi, sia come materiali di studio, sia come spunti per chiunque, dopo la visita di una mostra o di un museo, intenda approfondire e problematizzare le proprie esperienze visive riflettendo sul contesto, le forme e le tipologie che le regolano".

Nella sezione 'Mostre e Territorio' il sito pubblica interventi e schede di presentazione e di recensione (ad esempio, tra le ultime recensite, la mostra al Colosseo Il rito segreto: vedi la recensione di engramma, in questo stesso numero). La particolarità e l'utilità dei contributi di 'Osservatorio' sta nel formato e, soprattutto, nel taglio critico degli interventi: dopo una prima schermata che fornisce la scheda tecnica della mostra e l'incipit della recensione, nella seconda pagina continua il testo della recensione, seguendo un'articolazione in capitoli in cui vengono sottoposti a una serrata analisi il taglio scientifico dato ai materiali, ma anche la ratio che presiede alle scelte dei pezzi in esposizione, lo stile dell'allestimento e i criteri scelti per la comunicazione dell'evento. Una singolare, e preziosa, attenzione viene anche riservata alla godibilità dell'esposizione, al piacere che l'esperienza culturale deve e può ingenerare nel pubblico: non vengono presi in considerazione i generici, astratti, standard di sicurezza e di accessibilità, ma viene piuttosto considerata la cura posta in quegli aspetti di comodità e di piacere che possono consentire a qualunque visitatore di vivere la visita culturale non come un supplizio punitivo ma come un'esperienza di soddisfazione estetica complessiva. Mostre e allestimenti permanenti vengono quindi sottoposti a una griglia di valutazione, lucida e rigorosa ma non rigida, vengono giudicati alla luce di una critica severa, pur sempre costruttiva ma puntigliosa e affilata nel dettaglio. Pertanto le recensioni di 'Osservatorio' forniscono anche uno strumento utilissimo agli operatori culturali del settore, che vogliano tenere conto anche di questo tipo di sguardo, attento e positivamente 'interessato', sulla qualità del loro lavoro. Si vedano ad esempio le osservazioni di Walter Cupperi a proposito della piccola mostra sull'Attis di Donatello, in programma al Museo del Bargello fino all'8 gennaio 2006. Nel recensire l'evento Cupperi riconosce nella politica espositiva del Bargello una scelta tanto lodevole quanto rara nel panorama della museografia italiana (in questo senso un modello positivo, invece, e di innegabile successo di critica e di pubblico viene identificato nella programmazione regolare di mostre monografiche presso la National Gallery di Londra). Le piccole mostre monografiche incentrate intorno a un pezzo della collezione permanente sono relativamente 'economiche' e spesso, pur essendo molto suggestive, rappresentano l'occasione per il visitatore ma anche per lo studioso di effettuare approfondimenti critici inediti. Inoltre, scrive Cupperi: "Le mostre monografiche piccole, pensate per illustrare un pezzo della collezione accostandolo ai suoi pendants ottimali, sono tra i fattori che attraggono l'attenzione dei turisti e rendono abituali i visitatori residenti. Esse permettono infatti di rinnovare la collezione e il taglio tematico dei percorsi senza traumi eccessivi, e consentono la produzione di materiale illustrativo che non troverebbe spazio nelle sale, vincolate da difficili equilibri di allestimento".

La sezione 'Arte contemporanea in Italia', strutturata come la precedente, separa – nei fatti un po' troppo recisamente – gli allestimenti di arte contemporanea dal resto degli eventi recensiti.

La sezione 'Musei' appare ancora in uno stadio embrionale per quanto riguarda le 'recensioni' degli allestimenti dei musei nazionali. Più ricco invece è il settore, interno alla sezione, relativo al dialogo con gli allestimenti londinesi: un 'sottocapitolo' particolarmente interessante e stimolante, che forse meriterebbe una maggiore visibilità, già nel sommario in home e nelle altre pagine del sito.

La sezione londinese contiene diversi contributi critici, tutti tesi a instaurare un proficuo dialogo con le esperienze dei musei britannici. Anche in questa sezione l'attenzione è posta sulla ratio scientifica, sulla politica comunicativa, e sul valore tecnico-artistico degli allestimenti, ma non solo: l'accento cade anche sulla soddisfazione estetica, sul ristoro intellettuale e fisico, sulla dote di piacere che il visitatore ricava dalla visita ai musei di Londra. Si vedano in questo senso, gli interventi di Gabriele Donati, Cultura e relax ovvero il confort nei maggiori musei londinesi; di Gabriella Cirucci sui piaceri di una visita al British; di Fabrizio Federici, sui vantaggi di un disegno illuminotecnico mirato; di Daniele Rivoletti sui nuovi allestimenti del Victoria and Albert e della Tate Modern.

Ma al di là della qualità e dell'interesse dei singoli contributi, il pregio di 'Osservatorio Mostre e Musei' sta nel taglio della prospettiva critica, in uno stile che rifugge da qualsiasi asprezza censoria ma, anche, dal complementare (e più comune) vizio della piaggeria dettata dal cointeresse e dalla compiacenza accademico-corporativa – vizio che rende affatto inutili, quando non irritanti, tante recensioni di mostre italiane pubblicate in riviste specializzate e non.
'Osservatorio Mostre e Musei', proprio nella pratica di un'analisi rigorosamente e positivamemente critica delle scelte museografiche, effimere o permanenti, riafferma invece con forza il valore etico e il carattere squisitamente politico dell'impresa culturale.

(m.c.)


Instancabile studioso esploratore e vagabondo "nato con l'istinto del pellegrino"
Giuseppe Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005

Di Giuseppe Tucci, grandissimo orientalista e massimo studioso del Tibet, Neri Pozza ha recentemente raccolto in volume ventuno racconti di viaggio scritti nell'arco di venticinque anni, tra 1931 e 1956: racconti che si snodano sulle strade che furono teatro delle numerose spedizioni del professore in Asia centrale, a ridosso e a cavallo della catena dell'Himalaya, in Nepal e, soprattutto, in Tibet, in quel Paese, cioè, che altrove lo stesso Tucci definì "il più grande amore della mia vita".

Si tratta di una selezione di resoconti, note, articoli, brevi saggi, spesso corredati da bellissime fotografie, che Tucci pubblicò in riviste quali "Asiatica", "Le Vie d'Italia e del Mondo", "Quaderni dell'Associazione Culturale Italiana", "Bollettino della R. Società Geografica Italiana"; scritti che comparvero in pagine e sedi considerate allora quantomeno insolite da un punto di vista strettamente (e baronalmente) accademico e che, all'interno dell'opera di Tucci – di fronte e accanto agli ancor oggi imprescindibili studi scientifici e ai libri di viaggio di insuperata freschezza e appassionante coinvolgimento (e purtroppo difficile reperimento) – finirono per essere dimenticati: tanto che quelli che Stefano Malatesta raccoglie e presenta ora per Neri Pozza nella bella collana da lui diretta, "Il cammello battriano", possono dirsi testi pressoché sconosciuti, ora giustamente – finalmente – restituiti alla luce.

Fu notoriamente viaggiatore curioso e instancabile, Giuseppe Tucci, uomo dal sapere sterminato e dal notevole spirito pratico (seppure, per sua stessa ammissione, segnato dall'incompatibilità nei confronti di qualunque macchina, a cominciare da quella fotografica), poliglotta a cui tutte le lingue e i principali dialetti dell'Asia erano noti fino alla familiarità, capace di vagabondare in terre remote e desolate, oggi ardue e allora per varie ragioni quasi del tutto inaccessibili, di arrivare sulle cime più impervie, di avventurarsi su sentieri a strapiombo sull'abisso e su piste a malapena tracciate, di attraversare quei ponti sospesi che sono nulla più di "tremule corde gettate da una sponda all'altra su fiumi scorrenti in basso con rombo di tuono".

Cuore delle ricerche e degli interessi di Tucci furono i Paesi che si trovano lungo la cresta dell'Himalaya, che è cicatrice e insieme cerniera: l'India e l'alto Pakistan da una parte, e il Tibet ("il paese delle donne dai molti mariti", come Tucci stesso lo chiamò), attraverso il Nepal, dall'altra. Lungo questo crinale e crocevia, lungo il limes che è sempre e da sempre frontiera e tramite, i tempi e i modi di trasmissione, modificazione e travestimento delle forme culturali – quelle che dall'India, non senza cambiamenti, giungono attraverso l'Himalaya fino al Nepal e, da qui, al Tibet – si rivelano con maggior chiarezza a chi sappia coglierli e leggerli.

Monasteri quasi disabitati in cui nessun visitatore era mai approdato, immensi tesori di sapere che si credeva perduto conservati in biblioteche che nessuno aveva mai studiato, templi dimenticati in cui nessun occidentale aveva mai messo piede, manufatti artistici insieme a credenze, usi, costumi e civiltà che l'Occidente, se pur conosceva, aveva mal compreso e mal interpretato: questo è il bottino, di conoscenza, di ricerca e di scoperta, che Tucci riporta a casa dai lunghi e avventurosi viaggi nel cuore dell'Asia; un bottino di insperata (sospettata e tenacemente inseguita) ricchezza, che diede origine a "quella direttrice nuova e feconda della scienza italiana che è l'esplorazione dell'Oriente" (Sabatino Moscati) e che, prima di Giuseppe Tucci, nel nostro Paese non esisteva.

La fiera consapevolezza, apertamente dichiarata e mai sottaciuta, di sé e dell'importanza del proprio pionieristico operato si sposa, in queste pagine, alla volontà intelligente (oltre che alla conveniente opportunità) di farsi, come Tucci stesso dichiara, "tibetano fra tibetani": apprende e condivide stili e abitudini di vita propri del luogo e delle genti, e – padroneggiando le lingua dell'Asia come pochi occidentali erano in grado di fare – interroga i monaci, i funzionari, i contadini in prima persona e senza intermediari, senza un interprete che, se crea un ponte tra due lingue e due culture, crea anche un filtro interpretativo che qui, non necessario, viene totalmente eliminato. Come scrive lo stesso Tucci meglio di chiunque altro, è questo calarsi nei panni dell'altro che "mi è stato più utile per comprenderne la psicologia, leggerne l'anima, ricostruire quel mondo di fantasie e di paure in cui vivono, che non anni interi spesi a tavolino a sezionare col coltello della semplice filologia i loro libri che prima di essere manuali di filosofia sono libri di vita".

La conoscenza che delle civiltà, delle letterature, delle filosofie, delle religioni, delle arti orientali Tucci matura e comunica è una conoscenza diretta, "sterminata e approfondita" insieme, avvicinata e verificata dall'interno prima che le forme e le parole significanti si cristallizzassero in formule vuote e riti astrusi, ai più malamente comprensibili: è questo che gli permette di dissolvere quell'alone superstizioso e nebuloso, "quell'impasto di tradizioni geniali, magismo degradato e puro imbroglio che stava alla base del rapporto Oriente-Occidente di tipo turistico" (Stefano Malatesta).

È così che non mancano le argomentazioni tese a fare chiarezza, a definire e precisare dal punto di vista terminologico e semantico alcuni concetti cardine della filosofia buddistica e della religione tibetana, ben noti in Europa ma mal compresi e quindi fraintesi: tanto più, quindi, da chiarire perché divenuti veri e propri luoghi comuni attraverso cui l'Occidente guarda all'Est. Nell'avvicinare culture che sono e restano lontanissime da quella occidentale e che quindi rendono ancor più necessaria una struttura argomentativa che le renda a noi pienamente e correttamente comprensibili, Tucci non esita a procedere per stadi progressivi, a proporre confronti, in rapporto di similitudine o contrasto, con fenomeni e processi culturali dell'Occidente, com'è il caso, per esempio, degli "elementi aborigeni [...] travestiti in forma buddistica, proprio come certe divinità pagane sono finite, mutato nome ed attributi, nel calendario cattolico".

Un viaggio quindi, quello che complessivamente questa raccolta delinea e compone, che segue un ritmo che è quello "delle carovane così amate dal professore: un lento, meraviglioso e quasi incantato avvicinamento a un mondo agli antipodi di quello occidentale, che veniva svelato vallata dopo vallata" (Stefano Malatesta); un ritmo lento e mai affrettato, ma anche – proprio perché questa raccolta è frutto dell'accostamento di resoconti scritti in tempi e con intenti diversi – capace, qua e là, di riavvolgersi su se stesso e rincorrere temi e problemi ritornando con occhi e prospettive nuove a luoghi già visitati ma non ancora, e non mai, esauriti.

(c.d.)


Per una fenomenologia politeista della guerra
James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005

Una massima di Goethe recita: "Siamo panteisti come naturalisti, politeisti come poeti e monoteisti nella morale" (Massime e Riflessioni, n. 807).

Con Un terribile amore per la guerra James Hillman ci mostra come il 'politeismo poetico' possa essere esteso anche alla tonalità della riflessione teoretica, e quindi coinvolgere non solo l'esperienza estetica ma anche l'inclinazione etica: si ribadisce così, forse in modo più eloquente rispetto agli scritti più recenti, il contributo importante che il pensiero di Hillman può offrire alla coscienza del nostro tempo.

Nel caso di questo lavoro "ultimo" (l'autore ritorna più volte nel testo sulla liminarietà, anche biografica, del saggio) il ragionamento si snoda attraverso una serie discontinua di appunti, di letture e di annotazioni personali che, nell'insieme, configurano una sorta di "diario sulla guerra" compiuto da chi, delle guerre che hanno segnato lo scorso secolo, è stato solo spettatore: in alcune sezioni dello scritto evidenziate graficamente dal corsivo l'autore indaga puntualmente sul suo proprio sentimento della guerra e sull'attrazione che il tema su di lui ha esercitato fin dalla giovinezza. Hillman ascrive il motivo dell'interesse per il tema a una particolare inclinazione del suo 'cielo' – astrologico, ma anche etico-caratteriale: il filosofo si riconosce, infatti, come "figlio di Marte" e nel segno di Ares, il dio che secondo la sapienza antica è "padre di tutto quanto esiste" – legge la coloritura polemica del suo proprio approccio nelle relazioni, negli affetti, nelle passioni, e in generale nello stile inquieto che caratterizza il suo stare al mondo. Quanto alla guerra, Hillman provoca il lettore con uno sguardo politicamente, e teoreticamente, scorretto; il filosofo smaschera la finzione prospettica delle guerre 'giuste' o 'necessarie' (con accenti lucidi e coraggiosi contro l'attuale strategia Usa in Medio Oriente), ma inficia anche, sul piano storiografico, l'ideologia della 'normalità della pace', prospettando una visione della guerra atroce ma purtuttavia oscuramente suggestiva: alla luce rosso-incandescente dello sguardo di Ares – Hillman ci insegna – la guerra non suscita esclusivamente sentimenti di orrore, ma esercita altresì un fascino potente sui suoi attori e sulle sue stesse vittime.

Ancora una volta il pensiero greco viene chiamato a darci spiegazioni: il mito dell'amore di Ares e di Afrodite (e in particolare la figura della grazia vitale di Afrodite tremendamente attratta nel cerchio della passione di Ares) ci ricorda che la vita in greco era colta e rappresentata come commistione di crudeltà e di bellezza; la figura della coppia di amanti divini include nel tremendo della guerra anche la grazia e l'incanto dell'amore. "Festa crudele" (per riprendere una bella espressione del medievista Franco Cardini) in cui giostrano morte e vita, il territorio liminare del polemos è un luogo critico in cui lo stare al mondo trova paradossalmente un limite di senso. Dal punto di vista del dato storico, non solo sotto il profilo filosofico e teoretico, la guerra si presenta come una costante delle civiltà dell'uomo: intenzione del filosofo è dunque cercare di comprendere, più che di giudicare: entrare nel fenomeno e contemplare l'epifania della guerra come una costante antropologica. Non è la logica dicotomica che giudica, non la prospettiva morale, goethianamente monoteista, per cui esiste il bene opposto al male, il bianco opposto al nero: si attiva invece uno sguardo caleidoscopico che osserva il fenomeno e da esso impara, un prisma che, del mondo, rifrange molti, variegati colori.

Hillman parla di noi e del nostro tempo, ma si rivolge alla Grecia. Il 'ritorno alla Grecia', ricorrentemente auspicato da Hillman, non serve tanto – o non serve solo – a scomodare i filosofi antichi e il loro logos, ma introduce, anzitutto, il recupero dello sguardo plurale del mito. Non si tratta di mera mitologia –> erudizione, letteratura, allegoresi, e comunque 'discorso' sul mito: secondo Hillman al nostro tempo serve, e serve urgentemente, rievocare le molteplici immagini del mito, le parole e le figure di cui è fatto, che costituiscono la fitta tramatura della memoria e che a loro volta possono fornire un inesauribile codice interpretativo della realtà. In armonia con la prospettiva mitica, anche la comprensione del fenomeno-guerra deve passare attraverso la sua immaginazione: la guerra infatti è un evento che sfugge al controllo razionale, e sfugge quindi a ogni tentativo di dicibilità, ma da sempre si lascia invece leggere e bene rappresentare come un accadimento mitico. L'uso dell'immaginazione richiede uno slittamento di paradigma nel metodo e nelle modalità della comprensione: il filosofo, nel ruolo di psicagogo, ci chiede di affidarci a un diverso ordine di spiegazione che non è la ricerca delle cause dei fenomeni e delle supposte e correlate ragioni, per giustificarlo o condannarlo, ma la collocazione del singolo fenomeno nel suo specifico orizzonte mitico, in corrispondenza al tema, all'universale incarnato in ogni singola esperienza. Il racconto mitico è capace di abbracciare ciò che è razionale e ciò che non lo è perché i miti costituiscono la trama stessa della mente, la cui essenza è intimamente mitico-poietica: "Il mito – ci dice Hillman – è la normazione dell'irragionevole", e aggiunge: "L'averlo riconosciuto è la più grande di tutte le conquiste della mente greca".

Mitico e greco è il pensiero del tragico, il prodotto più alto del sapere antico, il modo filosofico e poetico più idoneo di intendere la complessità delle azioni umane e di darne intensa rappresentazione: la guerra, con i suoi bagliori e le sue distruzioni, è un controcanto che attenta continuamente alla vita dell'uomo, ma è anche una sorta di 'tragedia perenne' che costella la storia della civiltà umana. Anche in questo senso il linguaggio del mito rappresenta un accesso privilegiato al fenomeno: forse l'unico in grado di intendere e di rappresentare pienamente, evitando ogni semplificazione interpretativa e ogni banalizzazione moralizzante, la tragedia da sempre in atto nei tanti scenari di guerra che funestano il mondo.

(m.c., d.s.)


Il nuovo Museo Cambellotti a Latina
Museo Duilio Cambellotti, Latina, Piazza San Marco, Palazzo della Cultura

La fama artistica e di conseguenza anche la fortuna critica di Duilio Cambellotti è in costante ascesa, come dimostrano le varie mostre, con annessi cataloghi, che si sono succedute nel corso degli ultimissimi anni – Roma, Ragusa, Siracusa, Palermo: in questo contesto di 'riscoperta' dell'artista si inserisce l'apertura, avvenuta a Latina nell'ottobre 2005, del museo a lui dedicato.
Realizzato all'interno dell'edificio progettato da Oriolo Frezzotti nel 1932 per ospitare l'Opera Nazionale Balilla, esso conserva alcune delle opere eseguite da Cambellotti ispirate e destinate ai luoghi pontini, e in particolare i cartoni preparatori originali del ciclo pittorico La redenzione dell'Agro che decora la Sala della Prefettura di Latina.

Ai temi legati alla Campagna Romana, cui l'artista si dedicò su più fronti per un lungo periodo della sua vita in collaborazione con G. Balla, A. Marcucci, S. Aleramo, A. e M. Celli, è soprattutto dedicato il catalogo Il Museo Duilio Cambellotti, pubblicato dalla Palombi Editori con data 2002, ma messo in distribuzione solo post apertura museo. Diviso per argomenti, il catalogo propone un excursus tematico in cui i maggiori studiosi del maestro romano, da Anna Maria Damigella a Paola Pallottino a Francesco Tetro, approfondiscono alcuni dei soggetti cardine di una vasta e definita produzione cambellottiana. Primo fra tutti il tema dell'acqua e delle fontane, illustrato e documentato da opere spesso inedite, poi il tema di "Roma 1911", l'importante rassegna organizzata per il Cinquantenario di Roma Capitale, che vide l'artista presentare, collocate nella Grande Capanna, opere d'arte accostate ai manufatti quotidiani dei pastori transumanti, e in particolare una sezione dedicata al grandissimo e imponente fregio della Prefettura del 1934 in cui, quasi a riepilogo della sua lunga attività nei luoghi pontini, richiama alcuni dei soggetti a lui più cari legati al "miracolo della bonifica".

Non mancano saggi dedicati anche alle arti decorative, in cui, facendo riferimento a questa vastissima e variegata area di attività di Duilio – soffermandosi anche sulla sua importante collezione d'opere d'arte che comprendeva dai calchi di monete rinascimentali a reperti archeologici – si torna ancora una volta a mettere in giusta luce il profondo e sentito legame di Cambellotti con le testimonianze artistiche antiche.

Da segnalare, infine, il saggio di Daniela De Angelis su Cambellotti e il cinema, in cui – pur facendo riferimento in modo pressoché esclusivo all'attività di tema e carattere laziale – si affronta un argomento molto poco conosciuto, ma non per questo meno interessante, incentrato sull'attività cinematografica del nostro artista, nei panni di scenografo, sceneggiatore e aiuto-regista, accanto ad alcuni dei personaggi più accreditati della sua epoca, da Ugo Falena ad Augusto Genina.

(s.d.)


Cinque artisti contemporanei interrogano il sacro
Sacro_Contemporaneo, Conegliano (TV), Palazzo Sarcinelli 17 dicembre 2005-5 febbraio 2006 (informazioni sulla mostra)

Quale incarnazione il sacro può assumere nell'espressione artistica contemporanea dopo che secoli di pittura, ispirata dalla volontà della Chiesa di divulgare un messaggio derivante dall'interpretazione cattolica delle Sacre Scritture, ci hanno abituati a espressioni figurative codificate? E come parlarne dopo l'evoluzione figurativa e spirituale realizzatasi nel secolo scorso, che ha segnato un punto di non ritorno rispetto a precedenti modalità di sentire e vedere?

La mostra Sacro_Contemporaneo, inaugurata a Palazzo Sarcinelli a Conegliano e che si terrà fino al 5 febbraio 2006, è stata allestita invitando cinque artisti locali a fornire la propria interpretazione sul tema della sacralità contemporanea. Il percorso si snoda dedicando un piano del palazzo alle opere di ciascun artista e all'inizio dell'esposizione sono situati dei pannelli in cui, con un breve scritto, gli artisti presentano il loro lavoro di ricerca su questo argomento.

Francesco Michielin sceglie di rappresentare il sacro in due modi: attraverso il ritratto, in quanto i volti sono per lui "simboli del mistero... enigmi, geografie di segni la cui decifrazione non è possibile altro che approssimativamente... porte dell'invisibile, dove la chiave è perduta", oppure attraverso la rappresentazione del paesaggio, che talvolta assume caratteri umani e in cui il sacro viene collegato al mistero della nascita e della morte. Stilisticamente sono presenti richiami a suggestioni metafisiche o simboliste – come ad esempio nei dipinti ...et in Arcadia ego (1997), Paesaggio italiano (1997), Stanza (2001).

Anche Manuela Bordin rimane legata al figurativo proponendo alcuni oggetti simbolici della religione cristiana (candele, lumini, corona di spine, la croce) o cercando di raffigurare, come dice l'artista stessa, l'istante "sacro in cui un bimbo avverte per la prima volta l'infinito e l'eternità". La trasposizione in immagine del sentimento di immenso e di spaesamento provato si concretizza nella raffigurazione di personaggi in ampi paesaggi stellati, Bambino in riva al mare, It's my Angel and me, entrambi del 2005, dove si avverte l'influenza della pittura romantica tedesca.

Vincenzo Politino oscilla tra figurativo e astratto: è figurativo nella rievocazione di paesaggi primordiali, ispirati alle suggestioni derivanti dalla lettura della Genesi, mentre passa a forme più astratte, con le quali cerca di esprimere impressioni legate a un fare artistico più vicino agli influssi esercitati dall'inconscio, in immagini come Agnus Dei, Derisione, Nunc et semper, tutte del 2005.

Morago e Loreto Martina, invece, si pongono sul versante della pittura informale. "L'artista... non esterna più le manifestazioni del sacro; egli visualizza piuttosto... la spinta primordiale dell'uomo a confrontarsi con l'infinito per poi tradurla in opera". Con queste parole Morago suggerisce al pubblico la direzione intimamente soggettiva della propria ricerca: ponendosi al di là di qualsiasi interpretazione religiosa, l'obiettivo dell'artista è quello di dare voce alle inquietudini dell'uomo moderno che "se esteriormente è appagato delle proprie conquiste, interiormente è sconcertato per l'impossibilità di destreggiarsi in un quadrante incompatibile con quelle indicazioni che, un tempo, rendevano il suo procedere fiducioso di approdo nell'Assoluto".

Uno dei dipinti che al meglio illustra il sentimento dell'artista rispetto alla condizione umana di fronte al sacro è Interrogazione (1989), in cui due masse contrapposte di colori (rosso/nero) situate su piani diversi si affrontano e si contendono reciprocamente lo spazio, creando una tensione che sembra non avere possibilità di soluzione, oppure il dipinto Specchio (1991), in cui il vuoto nero che risucchia lo sguardo dello spettatore sembra rievocare il nulla che angoscia l'esistenza umana.

Loreto Martina, fin dai versi iniziali di autopresentazione, dichiara il proprio amore per la grande tradizione pittorica veneziana, in particolare per Tiziano, fornendo così un'indicazione rispetto a fonti e maestri ai quali si ispira il suo lavoro. Martina riesce a evocare sentimenti profondi legati all'esperienza del sacro e dà un ampio respiro alle proprie opere, che non si limitano a parlarci del sacro legato alla realtà del messaggio cristiano, ma si richiamano a questa dimensione in quanto esperienza primordiale, esigenza vitale per l'essere umano, coinvolgendo intensamente lo spettatore.
È il caso del bellissimo trittico Grande Madre (2005) in cui l'artista rievoca il senso del sacro in rapporto a civiltà antiche legate al culto della dea madre: il colore che domina e fa da sfondo al dipinto è il giallo, su cui si stagliano delle figure appena abbozzate e, pur richiamandosi a una sacralità primordiale, la potenza del soggetto e del colore ricorda anche le ieratiche figure sugli sfondi oro di mosaici e dipinti antichi di epoca cristiana.

Angelo custode (2005) e il dipinto del ciclo Angelo Cavaoci (2005) ci riportano più direttamente, invece, all'ambito della fede cristiana. In Angelo custode figure appena delineate su un ampio sfondo azzurro suggeriscono i protagonisti dell'opera: l'angelo è evocato nell'ala leggera che irrompe dall'alto e si fa presenza concreta che con un movimento vorticoso si interpone tra due forme, due presenze, a difesa di una delle due dall'incombere minaccioso dell'altra; l'immersione della scena nell'azzurro intenso e sfumato la trasfigura e la traspone in una dimensione non terrena, fantastica, che ricorda un approccio fiducioso e ingenuo al sacro, caratteristico dell'infanzia, ma al tempo stesso parla della fragilità dell'essere umano e del suo perenne bisogno di protezione.

Angelo Cavaoci, invece, ripropone l'immagine del martirio: il rosso è il colore dominante, richiamo al sangue del sacrificio, e la forma che suggerisce il particolare anatomico dell'occhio può essere letta anche come frammento di una ruota dentata, onnipresente strumento di tortura di una delle immagini più famose di martirio, quella di Santa Caterina. Non può più esserci la compostezza compassata propria dell'iconografia cattolica che, pur richiamando, con la descrizione degli strumenti del supplizio, le sofferenze inflitte, mirava a suggerire l'idea della beatitudine finale e della possibile redenzione alle terribili sofferenze terrene.

Nostalgia disperata (2000) è probabilmente il quadro più suggestivo e intenso dell'intera esposizione; non troviamo in esso alcuna proposta consolatoria, ma uno sguardo sincero e poetico sul "sacro contemporaneo": l'interrogazione incessante, la ricerca che non giunge a una risposta rassicurante e tuttavia il bisogno di trovare senso e appagamento nella dimensione del sacro è, forse, l'unica modalità dello stare in essa per l'uomo contemporaneo.

(n.m.)

gennaio 2006