MARSILIO FICINO DIVULGATORE DEL PLATONISMO

La lettura neoplatonica del mito prometeico che leggiamo nel Commentarium in Protagoram di Marsilio Ficino [1] ci riporta alla dicotomia tra anima e corpo propria del cristianesimo platonizzato: questo conflitto tra l’aspirazione intellettuale e spirituale e i cedimenti degli istinti provoca tragiche lacerazioni nell’anima di ogni uomo. Dirà Lorenzo il Magnifico che quest’uomo, in preda a una smania di conoscenza ma vittima della sua condizione mortale e terrena, assomiglia a una rete da pesca sospesa sul mare: il piombo tenta di tirarla nella profondità dell’acqua, mentre un legno la sorregge, e il tempo passa senza che alcuna di queste due forze abbia mai il sopravvento, e intanto logora e distrugge la rete rimasta vuota


Così son io una rete distesa

la qual il legno van tien sopra l’onda:

il grave piombo, che da basso pesa,

la tira nella parte più profonda:

alfin ciascun di lor perde l’impresa:

bagnasi il legno e ‘l piombo non s’affonda:

né l’un disio né l’altro par si faccia:

la rete intanto si consuma e straccia [2].

 

Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo gli umanisti si avvalevano, per studiare Platone, della traduzione latina di Ficino e dei suoi commenti; l’opera ficiniana, che conobbe moltissime pubblicazioni, costituiva quindi una sorta di “vulgata” degli scritti del filosofo greco, dapprima soprattutto per gli eruditi dell’ambiente fiorentino, anche dopo la stagione savonaroliana. In seguito il neoplatonismo si diffuse un po’ ovunque, mescolandosi poi ad altri atteggiamenti mistici e ai primitivismi fioriti durante i tentativi di rigenerazione della cristianità nell'epoca della Riforma.

 


[1] In Opera quae hactenus extetere et quae in lucem nunc primum prodiere omnia, Basileae 1576 (rist. anast. a cura di P.O. Kristeller, M. Sancipriano, Torino 1962), pp. 1296-1299.
[2] Lorenzo de’ Medici, Selva II, in Opere, a cura di L. Cavalli, Napoli 1970.