 |
Saggio |
|
| La
Rivista di Engramma 36, ottobre 2004 |
|
|
|
Manet "un fidato amministratore dell'eredità della
tradizione"
Nel 1929 Aby Warburg dettava a Gertrud Bing
un lungo appunto, molto probabilmente l'abbozzo per un saggio
che, nel taccuino in cui è conservato presso il Warburg
Archive a Londra, porta il titolo Manet's "Déjeuners
sur l'herbe". Die vorprägende Funktion heidnischer
Elementargottheiten für die Entwicklung moderner Naturgefühls
(Il "Déjeuner sur l'herbe"
di Manet. La funzione prefigurante delle divinità pagane
elementari per l'evoluzione del sentimento moderno della natura,
WARBURG [1929] 1984).
La riflessione di Warburg prendeva spunto da un contributo di
Gustav Pauli che a sua volta rilanciava e argomentava un'intuizione
di Ernest Chesneau (CHESNEAU 1864, p.190): per il Déjeuner
di Manet, "il quadro moderno che pone maggiori difficoltà
al critico che voglia provarne le connessioni formali e sostanziali
della tradizione" (WARBURG [1929] 1984, p. 40), era "possibile
indicare il modello antico e il mediatore italiano con una esattezza
quale di rado è riuscita alla scienza dell'arte" (WARBURG
[1929] 1984, p.41).
Nello stesso 1929 Warburg stava lavorando al grande progetto del
Bilderatlas
Mnemosyne, e nella tavola
55 viene proposto un percorso di deduzione iconografica preciso:
la Ninfa nuda del picnic che tanto scandalo aveva suscitato a
Parigi nel 1863 quando era stata esposta al Salon des Refusés,
poteva vantare un pedigree autorevole. Il montaggio di
tavola 55 ci indica chiaramente i motivi e i percorsi attraverso
i quali, secondo Warburg, la Ninfa approda sulla tela del pittore:
se per il tema e per la composizione Manet si era ispirato al
Concerto campestre di Giorgione, la posa impertinente
della sua scandalosa Victorine (Victorine Meurent, la modella
prediletta dell'artista) ha un precedente illustre in un'incisione
di Marcantonio Raimondi da Raffaello.
| |
|
|
|
|
Dalla 'ninfa' di Giorgione
a Victorine di Manet: particolare da Tavola 55 |
L'incisore Marcantonio Raimondi (Bologna 1480
ca. - 1534 ca.), copia un'opera perduta di Raffaello raffigurante
il Giudizio di Paride; a sua volta Raffaello si sarebbe
ispirato a un sarcofago visibile a Roma, ora murato nel giardino
di Villa Medici. Nella tavola
4 del Bilderatlas, Aby Warburg espone anche i modelli
antichi delle Ninfe di Giorgione e di Manet presenti in tavola 55.
Come sempre la complessa strategia argomentativa dell'Atlante
rifugge programmaticamente da ogni semplificazione iconografica
e mira a sottolineare sempre l'importanza del testo mediatore (nel
caso specifico l'incisione cinquecentesca) rispetto all'identificazione
secca di un modello unico: l'Atlante ci insegna che quasi
sempre nella tradizione è la serie che 'fa testo' (vedi al
proposito in Engramma: i contributi di Marianna Gelussi sui
modelli della 'Danza
dei nudi' del Pollaiolo e sui modelli del Satiro
di Mazara del Vallo; e più in generale, il mio contributo
L'originale
assente. Dunque in tav. 55 l'opera di Manet ci viene presentata
come esito finale in un processo di trasmissione in cui un ruolo
importante è svolto dal 'testo mediatore' (l'incisione di
Marcantonio Raimondi da Raffaello); all'interno del gruppo di tavole
4-8 che presentano le le "Preformazioni" (ovvero i modelli
antichi) Warburg esibisce anche i 'modelli originali' in una serie
di sarcofagi datati al II secolo d.C. che hanno come soggetto il
Giudizio di Paride.
|
|
|
|
|
Sarcofagi romani raffiguranti
il Giudizio di Paride |
In particolare per il gruppo delle due figure
sulla destra il dio Fiume e la ninfa Raffaello (giusta
Raimondi) avrebbe tratto bensì ispirazione dal sarcofago
di Villa Medici, ma avrebbe introdotto però una significativa
variante rispetto al modello: la ninfa che "nell'arte pagana
leva estaticamente adorante il capo verso le meraviglie dell'alto
[i.e. verso il ritorno di Venere all'Olimpo] nell'incisione volge
la testa al contemplante mondo esterno".
|
|
Sarcofago di Villa Medici
con il Giudizio di Paride |
Incisione di Marcantonio
Raimondi raffigurante il Giudizio di Paride |
Suggestioni da Giorgione
Stando dunque a Warburg (sulla scorta di Pauli e Chesneau) il modello
della ninfa di Manet sarebbe "esattamente" l'incisione
di Marcantonio Raimondi da Raffaello.
In un breve saggio pubblicato del 1996 uno studioso veneziano proponeva
invece un convincente modello 'giorgionesco' come mediazione ulteriore
tra il sarcofago antico e Manet.
Guerrino Lovato ricorda infatti che nel 1859 il ventiseienne Manet
compie il suo secondo viaggio in Italia. Il soggiorno segna profondamente
il giovane pittore: è proprio in occasione di una sua visita
di studio che ha modo di copiare anche la cosiddetta Venere
di Urbino di Tiziano, schizzo che, qualche anno dopo (è
il 1863), viene utilizzato per la celebre Olympia (tela
oggi al Musée d'Orsay). Manet per altro dichiara esplicitamente
il suo debito verso Giorgione: non è da escludere
sostiene Lovato che il pittore, magari andando a far visita
alla famosa pala conservata nel Duomo di Castelfranco, possa avere
ammirato gli affreschi del Palazzo Piacentini che affaccia sull'attuale
Piazza Giorgione. Secondo la critica quegli affreschi furono realizzati
nel secondo Cinquecento da Cesare Castagnola, ma nell'incertezza
che allora come ora avvolge le attribuzioni al Maestro, alla metà
dell'800 potevano essere considerati di mano del Giorgione (LOVATO
1996, p. 49). Tra gli affreschi è una scena della Caduta
di Fetonte, oggi piuttosto rovinata ma nell'800 sicuramente più
leggibile: nella parte centrale raffigura Fetonte che cade a precipizio
con il suo cocchio e i quattro cavalli scomposti nella caduta e
aggrovigliati nelle redini; nella parte inferiore un gruppo di divinità,
seduto nei pressi di un fiume tra la vegetazione, assiste alla scena.
|
Affresco di Castelfranco
raffigurante la
Caduta di Fetonte |
Accostando il particolare dell'affresco di Castelfranco
all'opera di Manet le somiglianze paiono stringenti: l'ambientazione
e la postura dei personaggi ricalcano il profilo delle figure dell'affresco
giorgionesco, più che le figure dell'incisione cinquecentesca:
in particolare "la figura del fiume di destra è esattamente
nella posa del personaggio con il berretto di Manet e la sua gamba
destra è esattamente come nel dipinto impressionista e non
come nel modello inciso" (LOVATO 1996, p. 51). A questo importante
dettaglio si aggiunge il fatto che "la nota bagnante sul fondo,
che non esiste in Raimondi, la ritroviamo nell'affresco e si intravedono
anche degli oggetti in primo piano paralleli alla natura morta
di Manet" (LOVATO 1996, p. 51).
Confronto tra l'affresco di Castelfranco
e il Déjeuner di Manet: lezioni congiuntive
|
|
|
| Affresco
di Castelfranco (particolare) |
Manet, Déjeuner
sur l'herbe (particolare) |
|
|
Affresco di Castelfranco
(particolare) |
Manet, Déjeuner
sur l'herbe (particolare) |
|
|
Affresco di Castelfranco
(particolare) |
Manet, Déjeuner
sur l'herbe (particolare) |
Agli argomenti di Lovato si può aggiungere
un altro elemento. Esiste anche una variante del dipinto che Manet
predispose poco prima del 1863, oggi conservato presso il Courtauld
Institute di Londra, che ritrae la ninfa nella medesima posizione,
ma con i capelli fermati da una ghirlanda o cuffia: la stessa acconciatura
che, a quanto è dato di vedere, la ninfa porta nel 'modello'
giorgionesco di Castelfranco*.
|
 |
Bozzetto per il Dejeuner
del Couthaul Institute (particolare) |
Affresco di Castelfranco
(particolare) |
*Devo questa segnalazione ad Alessandra Pedersoli
Se come Manet stesso proclama per difendersi
dagli attacchi della critica l'ispiratore del soggetto del suo Déjeuner
era Giorgione e i suoi Concerti campestri, l'esistenza di ben tre
e forse quattro lezioni congiuntive tra l'affresco di Castelfranco
e l'opera del pittore pare certificare che anche nei dettagli formali
l'ispirazione possa essere venuta all'artista direttamente da un'opera
(ritenuta) giorgionesca piuttosto che dall'incisione raffaellesca.
Vero è che a metà dell''800, anche grazie alle prime
riproduzioni fotografiche erano in circolazione copie delle incisioni
di Raimondi: ma è più facile ipotizzare la suggestione
su Manet dell'affresco giorgionesco esposto sulla piazza di Castelfranco,
certamente più accessibile.
La successione si lascia dunque così riordinare:
|
|
|
| Sarcofago di Villa Medici |
Marcantonio Raimondi (Raffaello
perduto) |
|
|
|
|
|
Affresco di Castelfranco |
|
|
|
|
| |
Giorgione Concerto campestre |
Manet, Déjeuner sur l'herbe |
Abbiamo così ricostruito il ruolo di
un ulteriore, possibile 'testo mediatore' un altro anello
nella catena che conduce dai sarcofagi romani a Manet. Questa ricostruzione
certifica, con ancora più forte evidenza, che la supposta
invenzione provocatoria di Manet si iscrive invece perfettamente
nella serie di riprese e citazioni di un soggetto concerto
campestre con ninfa che, come attestano i testimoni plurimi
(Raffaello, Raimondi, Giorgione-Castagnola, Manet) ha una buona
fortuna per tutta la prima metà del XVI secolo, e che, dopo
più di tre secoli di latenza, Manet riesuma. In questo senso
l'artista che dà scandalo e che epàte le bourgeaux
è da considerare al contrario, secondo la definizione tecnica
del mancato banchiere Warburg "un fidato amministratore dell'eredità
della tradizione" (WARBURG [1929] 1984) e in particolare della
tradizione del maestri italiani del Cinquecento (sugli attacchi
critici che Manet subì per la sua opera "volgare e maliziosa"
vedi da ultimo: PELLIZZER 2004).
Edouard Manet reinventa la scena del Concerto campestre come un
moderno picnic, avvalendosi di uno o più modelli e suggestioni,
a cui si rifà in tutti i dettagli. L'aggiornamento più
evidente sono i vestiti moderni delle figure maschili panni
borghesi che vengono letti dalla critica del tempo come "provocatori",
e tali sono ma soltanto rispetto alla 'classica' nudità della
ninfa Victorine. Anche in questo caso, come nella nota allegoria
di Tiziano, panni 'profani' versus 'sacra' (assoluta) nudità.
Il giudizio di Paride di Raffaello e i suoi modelli archeologici:
lezioni congiuntive e disgiuntive
Ma facciamo ora un passo indietro per verificare un altro punto
critico della ricostruzione che, a quanto mi risulta, non è
stato ancora affrontato e discusso: lo sguardo della ninfa sarebbe
un'invenzione tutta raffaellesca poiché (afferma Warburg)
non si ritrova nel modello antico (ovvero nel sarcofago di Villa
Medici).
Accogliendo l'ipotesi che un modello di Raffaello possa essere stato
il sarcofago di Villa Medici, andiamo a verificare puntualmente
quali siano le lezioni congiuntive e disgiuntive tra antigrafo e
apografo. In questa operazione di confronto di dettagli è
utile ricorrere, oltre che all'immagine fotografica del pezzo archeologico,
anche a un'incisione cinquecentesca esemplata dal sarcofago, opera
di Giulio Bonasone, non artisticamente eccelsa ma già segnalata
dallo stesso Warburg perché riproduce molto fedelmente i
dettagli del modello antico e ci restituisce anche lo stato di leggibilità
che il sarcofago presentava al tempo di Raffaello. Nel confronto
va tenuto in conto il fatto che, mentre il sarcofago antico, come
è evidente dall'incisione di Bonasone, presenta un compendio
di diversi episodi della storia del Giudizio, Raffaello sceglie
di rappresentare soltanto la scena della contesa.
|
|
Sarcofago di Villa Medici |
|
|
|
| Giulio Bonasone: incisione
dal sarcofago di Villa Medici
(l'immagine è invertita destra/sinistra) |
Marcantonio Raimondi (Raffaello perduto) |
Confronto tra il Giudizio di Paride
di Raffaello e il sarcofago Villa Medici
|
lezioni congiuntive
|
lezioni disgiuntive
|
- carro del sole (al centro del cielo)
- Giove in trono (in alto a destra) con Atlante sotto che
sostiene il cielo
- postura di Paride
- postura (e direzione dello sguardo verso l'alto) del dio
Fiume |
- posture delle tre dee, e in particolare della figura centrale
della composizione (Minerva nuda di spalle)
- Nike che vola a incoronare Venere
- postura e direzione dello sguardo della Naiade accanto
al Fiume |
Da questo confronto risulta evidente che
se ci sono effettive e precise consonanze tra alcuni dettagli
dell'opera di Raffaello e il modello antico, ci sono anche motivi
di decisa diversità.
Già Warburg notava che
la "donna nuda vista di spalle intenta a lanciarsi l'abito
dietro le spalle", che nell'opera di Raffaello (giusta
Raimondi) costituisce il centro della composizione, non compare
nel modello. Lo studioso avanzava l'ipotesi che il motivo della
figura nuda di spalle potesse essere stato elaborato da Raffaello
"sul modello di un'antica statua e trasferito a Minerva
[:..] in luogo dell'offesa figlia di Zeus dei sarcofaghi che
armata di tutto punto sale al cielo come un uccello adirato"
(WARBURG [1929] 1984, p. 43). Presupporre la fruizione da parte
di Raffaello di un non meglio identificato (e a noi ignoto)
modello statuario accanto al sarcofago è un'ipotesi certo
ammissibile, ma ben poco economica.
Warburg attribuiva le "invenzioni"
di Raffaello, e in particolare "il viso rivolto in fuori
verso lo spettatore della naiade" e la "Minerva, prototipo
di una serena disinvoltura olimpica" a una intenzionale
variatio rispetto al soggetto antico intesa a sottolineare
l'emancipazione tutta umanistica dalla soggezione teofanica:
la sinuosa Minerva sarebbe così in posa di spalle ad
esibire una fisicità molto poco mistica, una corporeità
tutta umana "come specchio di una superiore humanitas";
mentre la ninfa "non guarda più il miracolo dell'ascensione
[di Venere, presente nel sarcofago] e non ha più l'occasione
di compiere il gesto dell'adorazione dell'estasi momentanea,
ma prende nota di uno spettatore immaginario che va cercato
in terra, non in cielo" (WARBURG [1929] 1984, p. 43). Un
manifesto l'opera di Raffaello che attesterebbe
dell'avvenuta mondanizzazione delle antiche divinità.
Ma la figura centrale di spalle
di Minerva e la Vittoria in volo in atto di incoronare Venere
non sembrano semplici varianti disgiuntive ascrivibili alla
innovazione portata al soggetto dall'artista rinascimentale:
hanno tutta l'aria di figure come le altra dedotte da un modello
archeologico preciso (che, evidentemente, per esse non è
però il sarcofago di Villa Medici).
A queste lezioni disgiuntive
la Minerva di spalle e la Vittoria si aggiunge
la postura e lo sguardo della nostra ninfa: quello sguardo che
porta diritto fino alla Victorine di Manet.
Altri modelli per la ninfa di Raffaello
(e di Manet)
Nel 1907 a Parabiago, in provincia di Milano, fu rinvenuta
una patera d'argento di pregevole fattura, un tipo di piatto ornamentale
usato anche come copertura di urne cinerarie.
La patera di Parabiago, attualmente conservata
al Museo archeologico di Milano, è un'opera preziosa della
seconda metà del IV secolo d.C., testimonianza eccellente
del clima culturale del tempo, l'età dell'ultimo paganesimo
giulianeo. Come vediamo nello straordinario compendio che la scena
presenta, un Pantheon di demoni arcaici ed elementari (Sole e Luna,
Terra e Fiumi, Oceano e Teti), è confinato ai bordi a far
da cornice al trionfo di Cibele e Attis e all'esibizione cosmica
di Aion, iscritto nel cerchio dello Zodiaco e sostenuto da Atlante.
Già prima del definitivo successo del Cristianesimo gli dei
olimpici qui del tutto assenti erano stati detronizzati
dalle nuove divinità misticheggianti giunte a Roma da Oriente.
Nella zona superiore del tondo Helios sopraggiunge sul suo carro
tirato da quattro cavalli, anticipato dall'alato Phosphoros
che tiene alta la fiaccola del giorno; Selene sta fuggendo,
sul carro che due buoi trascinano a testa bassa; un Esperos alato
con la fiaccola della notte abbassata le fa strada.
Al centro è la fascia che contiene la scena principale: su
un maestoso carro dalle fiancate istoriate tirato da quattro leoni
troneggia Cibele e al suo fianco sta seduto il frigio Attis. Intorno
al carro tre coribanti in armi, in pose plastiche di grande effetto
coreografico, danzano guerra morte rigenerazione: il panneggio delle
corte tuniche che si muove leggero scoprendo le atletiche membra
dei danzatori rivela lo statuto sessualmente ambiguo dei devoti
della Grande Madre. Sul lato destro, un anello ovale istoriato dai
segni zodiacali incornicia la figura di Aion: l'anello è
sorretto da Atlante che sbuca a mezzo busto dalla terra; a fianco
su una colonna-obelisco un Serpente avvolge le sue spire puntando
il capo verso l'alto. Nella zona inferiore una serie di divinità
assiste alla scena: al centro Oceano e Teti affiorano dalle onde
popolate di pesci e segnalano con il linguaggio delle mani il loro
ammirato stupore per lo spettacolo cosmico che si svolge sopra le
loro teste. Sul lato destro in basso, sta Terra mollemente adagiata:
con una mano si sorregge il capo e abbraccia una cornucopia da cui
traboccano frutti e attorno cui si avvolgono le spire di un altro
serpente; le si fanno incontro i quattro Putti stagionali progressivamente
più vestiti (dal primo che danza nudo, al quarto completamente
coperto con una lunga tunica e avvolto in un mantello): sono in
fila e recano i loro doni. Accanto a Terra altri due putti nudi,
uno seduto sulla bocca della stessa cornucopia, l'altro in piedi
con la mano sinistra affettuosamente appoggiata sulla spalla di
lei, puntano l'indice destro verso l'alto, indicando alla dea lo
spettacolo cosmico: anche Terra, come Oceano e Teti, rivolge lo
sguardo verso l'alto. Sul lato sinistro in basso, infine, una coppia
di divinità fluviali, un fiume e una naiade (nella scheda
espositiva del Museo archeologico di Milano e nel catalogo di una
recente mostra le due figure sono descritte erroneamente come "due
fiumi": CARRIÉ 2004, p. 352). Il Dio Fiume è
nella stessa posa, ma ribaltata di spalle rispetto a Terra che si
trova (in elegante pendant compositivo) in posizione simmetrica
sull'altro lato: in mano impugna una canna, e un ciuffo di vegetazione
spunta anche fra i suoi capelli; anche il dio è intento a
guardare verso l'alto. La Naiade è in secondo piano seduta
dietro al Dio Fiume, in posizione frontale, parzialmente coperta
dal torso del compagno: la mano sinistra trattiene uno stelo palustre
ed è graziosamente appoggiata alla guancia; la Ninfa guarda
dritto davanti a sé. Tutte le figure della zona inferiore
della composizione sono intente verso l'alto. Il dito puntato dei
due putti indirizza la attenzione dei personaggi, guidando la direzione
di tutti gli sguardi, tranne uno: la Ninfa Fluviale è l'unica
figura tra le cinque divinità elementari chiamate ad assistere
al cosmico corteo che volge lo sguardo altrove: uno sguardo che
si sottrae alla concentrazione generale sulla parte centrale della
scena uno sguardo che evade e punta fuori dalla composizione.
La Naiade di Parabiago nei dettagli della mano al volto e dello
sguardo è perfettamente accostabile alla Naiade di Raimondi
(ex Raffaello).
|
|
| Patera di Parabiago (particolare) |
Marcantonio Raimondi, Giudizio
di Paride (particolare) |
Ovviamente non può trattarsi
di una deduzione diretta: Raffaello non poteva aver visto la nostra
patera, rinvenuta in una tomba nel 1907. Ma l'esistenza della
Naiade di Parabiago attesta che il motivo del Fiume con Ninfa,
in questa precisa postura (mano al volto e sguardo diretto fuori
della composizione) è presente già in età
tardo antica. Si ipotizza quindi l'esistenza di un modulo di repertorio
la coppia Fiume-Naiade girati in un senso (variante A:
Fiume di spalle in primo piano/ Naiade di fronte in secondo piano,
come nella Patera) o nell'altro (variante B: Naiade di spalle,
in primo piano/Fiume di fronte in secondo piano, come nell'incisione
Raimondi ex Raffaello): il gruppo Fiume con Naiade poteva evidentemente
essere inserito in composizioni di tipo diverso (ma è forse
significativo che i nostri esemplari, dal sarcofago alla Patera,
siano comunque scene di genere 'cosmologico'). E di questa serie
(nella sua variante B) Raffaello deve aver visto un esemplare
da cui potè ricavare la sua coppia di divinità fluviali,
nella loro esatta postura.
Quindi se Manet non ha 'inventato' la posa di Victorine (ma l'ha
dedotta dall'esempio giorgionesco o raffaellesco), a sua volta
neppure Raffaello era stato l'autore dell'emancipazione dello
sguardo della Ninfa estatica, ma aveva tratto ispirazione precisa
per lo sguardo della sua ninfa da un modello antico. Allargando
l'ipotesi rendendola comprensiva anche delle altre lezioni disgiuntive
che l'opera di Raffaello porta rispetto all'antigrafo-Villa Medici,
si può supporre che da quell'esemplare (ad oggi a noi sconosciuto)
Raffaello potrebbe aver dedotto anche le figure, molto 'archeologiche',
della Minerva di spalle e della Nike.
La successione si lascia quindi così ricostruire:
|
|
|
| Sarcofago di Villa
Medici (particolare) |
Marcantonio Raimondi,
Giudizio di Paride (particolare) |
|
|
|
|
| Patera di Parabiago
(particolare) |
Giorgione, Giudizio di
Paride (particolare) |
|
|
|
|
|
Affresco di Castelfranco (particolare) |
Manet, Déjeuner sur l'herbe
(particolare) |
Un altro elemento entra dunque nella ricostruzione
della catena che porta da Raffaello, via Marcantonio (o via Giorgione/Castagnola)
fino al Déjeuner di Manet. Manet non ha inventato
la scena del Déjeuner ma l'ha trovata pronta e disponibile
nel repertorio della tradizione. Ma neppure Raffaello aveva inventato
un nuovo sguardo per la sua Ninfa: la Naiade che ci fissa dalla
Patera di Parabiago, rende più che verosimile l'ipotesi dell'esistenza
di un modello 'classico'.
Lo schema genealogico della Ninfa si presenta come un incrocio di
modelli puntuali e di suggestioni intrecciate: nella sua complessità
un ottimo paradigma dei percorsi non lineari della tradizione classica.
E lo sguardo della Ninfa, all'apparenza così moderno e impertinente,
è in realtà un sguardo antico.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
CARRIE' 2004
Jean-Michel Carrié, Patera di Parabiago: Cibele e Attis,
scheda del catalogo 387 d.C. Ambrogio e Agostino: le sorgenti
dell'Europa, Edizioni Olivares, Milano 2003, p. 352
CHESNEAU 1864
Ernest Chesneau, L'art et les artistes modernes en France et
en Angleterre, Paris 1864
LOVATO 1996
Guerrino Lovato, "Le dejeuner sur l'herbe" di Edouard
Manet a Castelfranco Veneto, "Veneto ieri oggi domani",
anno VII nn. 80-8, settembre-ottobre 1996, pp. 48-51
MNEMOSYNE 2004
Mnemosyne: l'Atlante di Aby Warburg, materiali della mostra, Fondazione
Ugo e Olga Levi, Venezia 20 marzo-2 aprile 2004, a cura del Seminario
di Engramma, "Quaderni IUAV", Università IUAV,
Venezia 2004; versione completa e interattiva dei materiali in "La
Rivista di engramma" n. 35, 2004
PELLIZZER 2004
Cristina Pellizzer, Gli dei en promenade. Una lettura della
tavola 55 dell'Atlante della Memoria di Aby Warburg, Università
Ca' Foscari di Venezia, Tesi di Laurea specialistica in Storia delle
arti e Conservazione dei beni culturali, rell. Augusto Gentili,
Monica Centanni, A.A. 2003-2004
WARBURG [1929] 1984
Aby Warburg, Il "Déjeneur sur l'herbe" di
Manet. La funzione prefigurante delle divinità pagane elementari
per l'evoluzione del sentimento moderno della natura (titolo
originale: Manet's "Déjeneur sur l'herbe".
Die vorprägende Funktion heidnischer Elementargottheiten für
die Entwicklung modernen Naturgefühls, appunti dettati
nel 1929 a Gertrud Bing), tr. it. di Gianni Carchia, "aut aut"
199-200, pp. 40-45
WARBURG [1929] 2002
Aby Warburg, Mnemosyne. L'Atlante delle immagini, a c.
di Martin Warnke con la collaborazione di Claudia Brink; edizione
italiana a cura di Maurizio Ghelardi, Nino Aragno editore, Torino
2002
ottobre
2004
|
|