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Rivista di Engramma 37, novembre 2004 |
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Sergio Polano
L'icona invadente, ovvero: la civiltà
del pixel*
Tentando di osservare con occhi disincantati l'universo
quotidiano della "civiltà dei pixel" ossia il campo della grafica
non cartacea, attraverso gli specchi moltiplicatori delle plurime cornici in
cui si manifesta (dai monitor
dei computer ai distributori
di denaro
, fino agli schermi dei
cellulari
, per intenderci),
si intravede un panorama iconico, un paesaggio figurale da qualche decennio
in esponenziale espansione ma al cui interno non mancano dei singolari moti
retrogradi e degli scarti significativi.
La fin troppo ingenua fede in un supposto quanto indimostrato valore comunicativo
universale delle immagini e in una altrettanto apodittica potenza espressiva
delle icone d'ogni tipo è acriticamente predicata e praticata nell'universo
a cui facciamo riferimento, perlopiù senza né verifiche di usabilità né discernimento
alcuno degli esiti sul campo. "L'immagine, in quanto segno, in quanto elemento
di un sistema di comunicazione, ha un considerevole valore impressivo
ha affermato Roland Barthes in un'intervista, a suo tempo . Si è tentato
di studiare questo potere di choc ma […] occorre essere molto prudenti: in quanto
segno, l'immagine comporta una debolezza, diciamo una difficoltà notevole che
risiede nel suo carattere polisemico. Un'immagine irradia sensi differenti,
che non sempre sappiamo padroneggiare. […] Così, ciò che l'immagine guadagna
in impressività lo perde spesso in chiarezza. […] È stato detto e ripetuto che
siamo entrati in una civiltà dell'immagine. Ma si dimentica che praticamente
non c'è mai immagine senza parole, siano queste sotto forma di legenda, commento,
sottotitolo, dialogo ecc."
È stato l'avvento delle interfacce-utente grafiche
(al
posto di quelle a comando di linea
) per i sistemi
operativi dei computer, una ventina d'anni fa, a dare una spinta formidabile
e assieme una motivazione incontrollata a questa esplosione d'iconismo, spesso
gratuito, ragion per cui siamo afflitti da una congerie di figurine che presumono
di dire più di quanto non possano, superando i limiti del linguaggio verbal-alfabetico.
Questo nuovo diluvio universale è dilagato nell'immaginario quotidiano, occupando
un posto privilegiato negli strumenti e nei mezzi di comunicazione, dal sempre
più gigantesco spazio del web alle svariate trasmutazioni dei telefoni cellulari
dalla voce alle immagini.
Laddove un complesso mix di fattori (non ultimo, una appropriata qualità formale)
è riuscito ad imporre agli utenti la convenzionalità di questi nuovi segni,
essi sono entrati a far parte dei codici visivi condivisi: nell'icona di un
bidone con coperchio
nel monitor di un computer
qualsiasi utente ormai riconosce il luogo virtuale in cui spostare dei files
da cancellare; quella di una busta da lettere
nello schermo di
un cellulare, avverte presumibilmente dell'arrivo di un messaggino o qualcosa
di analogo.
Non si tratta però di un universo stabile e definito; anzi, il mondo di queste
speciali immagini si mostra in rapidissima feroce concorrenziale evoluzione;
qualsiasi nuova invenzione visiva, tanto maggiore è la sua capacità di identificazione,
tanto più velocemente viene replicata: si pensi, ad esempio, alla fortuna recente
dei favicon (al proposito, vedi il commerciale http://www.favicon.com/), le
minuscole immagini (16x16 pixel)
che compaiono nei
browser di navigazione in rete accanto agli indirizzi http
. Bisogna
però riconoscere che, al tanto conclamato predominio del mondo delle immagini
nella comunicazione attuale, si accompagna una invasione verbal-alfabetica senza
precedenti: il volume di e-mail scambiate è giunto a una cifra iperbolica, anche
rispetto agli scambi nel web, ove peraltro il fenomeno dei blog la dice lunga
sulla potenza delle parole; analogamente, gli sms hanno finito per superare
in quantità le comunicazioni vocali nei sistemi di telefonia cellulare.
Limitati strutturalmente nel repertorio dei segni trasmissibili sostanzialmente
all'alfabeto, caratterizzati da un bisogno intrinseco di economia di mezzi (particolarmente
acuta per gli sms), questi ambiti di comunicazione elettronico-digitale sostanzialmente
verbale hanno costituito, nel corso degli ultimi anni, dei loro originali repertori
di figure, costruite con i segni alfabetici: ne son traccia, su piani diversi,
le raccolte di ascii-art e di emoticons (vedi http://dir.yahoo.com/Arts/Visual_Arts/Computer_Generated/ASCII_Art/
e http://dir.yahoo.com/Arts/Visual_Arts/Computer_Generated/ASCII_Art/Emoticons/)
diffusissime in rete e ormai disponibili anche a stampa, persino in edicola.
L'ascii-art si avvale dello spettro dell'american standard code for information
interchange (arcaico ur-codice informatico), in pratica dei segni della tastiera
(anglosassone) di un qualsiasi computer, per disegnare figure (incluse quelle
letterali), utilizzate non solo come signature per l'e-mail. Si tratta,
in effetti, di un'arte povera e antica, che ricorda malinconicamente le ambizioni
espressive di dattilografe provette, nelle copisterie di un'epoca che fu, ma
che assieme mostra senza inibizioni come certe forme semplici e vernacolari
di espressività siano capaci di sopravvivere ai mutamenti tecnologici, offrendo
una gamma assai articolata e accattivante di raffigurazioni, oscillanti da un
versante più propriamente pittorico-illustrativo a uno astrattamente sintetico.
Una necessaria stringente sintesi espressiva caratterizza gli emoticon, ancor
più condensate figurazioni che, trasmigrate dall'e-mail agli sms
, assai
più che l'ascii-art son divenute patrimonio comune: chi non conosce infatti
le faccine come questa :-) e le sue innumerevoli varianti e complicazioni? È
da notare che, nel caso degli emoticon** (originariamente
destinati a segnalare stati d'animo, in alcuni casi assurti a codici condivisi
anch'essi), la lettura implichi una virtuale rotazione di 90 gradi rispetto
all'asse di lettura testuale, risultante in una scrittura per colonne verticali
(tipica delle ideografie), come se convivessero e si incrociassero letteralmente
una orizzontale alfabetica e una ortogonale figurale. Anche nel caso degli emoticon,
i repertori accumulati dall'incessante contributo di anonimi rappresentano una
vera e propria miniera di umorali espressioni immaginali, a cui accostarsi senza
pregiudizi di sorta, costruendo degli appropriati strumenti d'indagine, se si
intende contribuire a una più onesta storia dell'arte***
e, in specie, delle arti contemporanee, che si affranchi dai troppi pregiudizi
che ne limitano lo sguardo.
note
*
Testo pubblicato su carta, in versione breviore
e aniconica, con il titolo Ditelo con le lettere…, "Sugo"
(Venezia) 1, marzo 2004, p. 169
**
Il primo emoticon risale al 1982; di seguito lo
storico documento:
19-Sep-82 11:44 Scott E Fahlman :-)
From: Scott E Fahlman <Fahlman at Cmu-20c>
I propose that the following character sequence for joke markers:
:-)
Read it sideways. Actually, it is probably more economical to mark
things that are NOT jokes, given current trends. For this, use
:-(
***
arte (pl. arti) sostantivo f. (àr-te)
1 . Attività fabbricativa della specie umana, fondata sul dominio di un ambito
tecnico (dal lat. technicum, gr. tekhnikós, der. di tékhne
"arte"), cioè sulla padronanza di un sapere agente, esperito sia
nella teoria che nella prassi, mirato alla fattura di peculiari artefatti,
inutili ma necessari, consoni al mutevole quadro interpretativo e categoriale
dei singoli periodi storici.
2 . Attività teorico-pratica di natura rivelativo-rilevativa, mirata alla
conoscenza e alla trasformazione; "assai più che un oggetto di eccitazione
estetica e, più che illustrazione, [l'arte] è linguaggio al servizio della
conoscenza" (Konrad Fiedler, Aphorismen, 36).
3 . Speciale tipo di merce, valorizzata e promossa da teorici dell'arte, critici
ed estetologi, in subordine a interessi prettamente economici, secondo variabili
indipendenti da valenze conoscitivo-trasformative; "nel regime della
libertà borghese l'arte è caduta sotto un'altra forma di illibertà; emancipatasi
dalla dittatura del potere aristocratico ed ecclesiastico, è stata sottomessa
all'implacabile dittatura del mercato" (Karel Teige, Il mercato dell'arte,
1936).
> etimologia: dal lat. ars, artis, rad. indoeur. /ARE/ e
/RE/ "adattare", "articolare", "ordinare" ma
anche "applicare", "guarnire"; aff. ad "arto",
lat. tardo artus, -us, class. artus pl., astr. in -tu
della id. rad., pres. in area arm., gr. (artys "unione")
e ind. , e ad "arma", lat. tardo arma, class. arma,
armorum pl., colleg. ad armus "articolazione della spalla",
rad. indoeur. /eRE/, /ERE/, /ARE/, pres. con id. ampliam. in -m- in area anglos.
(ingl. Arm "braccio"), arm., balt., germ. (ted. Arm
"braccio"), indo-iran., sl., e in area gr. con ampliam. in -sm-
(gr. hàrma "attrezzatura", harmonìa "proporzione",
harmòs "spalla").