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| La
Rivista di Engramma 39, febbraio 2005 |
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Alessandro il Grande come Cristo
in due manoscritti miniati armeni
Fabrizio Lollini
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Natività di
Alessandro, Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni,
ms. Kourdian 280, c. 12r |
Deposizione di Dario,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian
280, c. 88r |
Ultima cena a Babilonia,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. 424, c. 117r |
0. La tradizione illustrativa delle vicende di Alessandro Magno presenta
quasi sempre in tutte le tradizioni linguistiche in cui la si
reperisce: dal latino al greco all'armeno un legame stretto col
narratum dello scritto; come molto spesso accade, il corredo
visivo a pennello non svolge tanto una semplice funzione di repertorio
decorativo, ma entra in modo decisivo a commentare e a chiarire quanto
raccontato, in forme tipiche di tutta la produzione libraria medioevale.
I fatti esposti hanno necessità di un'esplicitazione visiva,
in cui il responsabile della mise en page programma il rapporto
testo-immagine secondo strategie basate sull'anticipazione delle seconde
rispetto al primo, o su uno 'scioglimento' successivo, talvolta in modo
sottile, talaltra secondo procedimenti più banali e scontati,
e più dipendenti da convenzioni librarie di tipo tecnico che
non da specifiche opzioni percettive. Il materiale non può di
necessità godere in modo scontato di una conoscenza pregressa
esaustiva, come nel caso dei testi liturgici, o comunque a carattere
religioso, e anzi, nel caso specifico della biografia del Macedone,
detiene un valore particolare di merveille, di un'attraente
fascinazione, cioè, in cui l'esotico, l'inaspettato, l'inconsueto
ma anche l'esasperatamente lussuoso mettono in campo sollecitazioni
non ovvie.
Lo sforzo di trascrivere visivamente il contenuto del testo è
dunque forte, e deve per forza accompagnarsi a situazioni comprensibili,
in un gioco di sfasatura tra la specificità del tema e modelli
percettivi fruibili (e, nel caso, ri-fruibili). Da una parte, non è
pensabile che il lettore non possa ritrovare nel codice ausili alla
sua completa metabolizzazione del racconto; e così si spiegano
le didascalie che in alcuni codici accompagnano le illustrazioni, ma
anche le parificazioni del 'distante', dell''altro-da-sé', a
conoscenze più dirette, e quindi i costumi, le armi, gli edifici
che assumono di volta in volta le fattezze dell'hic et nunc
del contesto in cui viene realizzato il libro, con Alessandro che
di volta in volta veste i panni di un qualsiasi comandante militare
italiano del XIII secolo (magari di foggia crociata) o di uno degli
imperatori del tardo periodo paleologo, di cui vengono riprese pure
alcune specificità delle ambientazioni architettoniche. Dall'altra,
bisogna tener conto che i decoratori, sia in Occidente che nell'area
bizantina o bizantineggiante dell'est Europa, ben difficilmente dovevano
elaborare per questi scritti, come detto diffusi ma non tanto quanto
altre tipologie (religiose, o solo per alcune aree legate
allo studio universitario), e appunto di alta difficoltà esegetica,
un corredo illustrativo ad hoc, ogni volta che andassero incontro
alla necessità di illustrarne una copia. Quindi, esistevano senz'altro
dei modelli repertoriali; talvolta, semplicemente ci si doveva limitare
addirittura a trascrivere un programma iconografico già eseguito,
proprio come il testo veniva esemplato da un antigrafo acquisito. In
questo contesto, anche solo quindi per motivi meramente
concreti, poteva riuscire utile rifruire in un diverso contesto modelli
iconografici e compositivi di più facile reperimento, e di più
comoda applicazione, che, con poche e opportune modifiche, si adattavano
alla nuova collocazione: il ricorso più ovvio è quello
all'ambito religioso, in cui data l'estrema frequenza di occasioni
di committenza le occasioni di elaborazione di repertori dovevano
essere copiose; una Natività di Cristo può essere
adattata alla Nascita di Alessandro, come un Cristo tra
i dottori può divenire un Alessandro tra i sapienti,
con agio.
Ma se è senz'altro vero che il reimpiego di modelli e di schemi
iconografici polivalenti risponde, innanzi tutto, a una ragione di economia
di sfruttamento del repertorio in uso, è anche vero che, a questa
prima spiegazione minima e funzionalistica si può incrociare
un'ipotesi più elaborata, di volontaria e intenzionale cristianizzazione
dei temi pagani. È il meccanismo noto come interpretatio
christiana, secondo cui, fin dal III secolo d.C., figure e temi
storici e mitologici dell'antichità classica e postclassica sono
rivisitati e tradotti in chiave cristiana, o a volte assunti letteralmente
come prefigurazioni profetiche di figure e temi della nuova religione.
Nel caso specifico, la biografia del Macedone si prestava in modo particolare
a essere letta e interpretata come preannuncio
della vicenda cristologica: la nascita 'miracolosa' del bambino
per divino concepimento, l'infanzia e l'adolescenza costellata di prodigi,
la morte a trentatre anni erano gli elementi chiave per l'istituzione
di un parallelismo tra episodi della vita di Alessandro ed episodi della
vita di Cristo. E proprio il testo del Romanzo di Alessandro
opera elaborata nei primi secoli dell'era cristiana su materiali
storici e leggendari più antichi era già stato
rivestito, fin dalle versioni del IV secolo d.C., di una molto evidente
patina cristianizzante: Alessandro viene presentato nel Romanzo
come campione di una, anacronistica, Divina Provvidenza che guida
le sue scelte e segna la direzione della sua impresa. D'altronde sarà
proprio questo l'innesco che consentirà che molti secoli più
tardi, nelle versioni romanze e cavalleresche dell'antico Romanzo
ellenistico, Alessandro sia presentato a tutti gli effetti come
un paladino, e le sue imprese e conquiste vengano trascritte come le
tappe di una cerca della verità, sotto la guida diretta di Dio.
Due codici miniati armeni si prestano allora a un esame a questo proposito;
nel primo, il ricorso al reimpiego di modelli è evidente e reiterato,
ma lambisce solo la questione dell'eventuale traslazione del messaggio
religioso alla figura di Alessandro, nel secondo invece
quest'ultimo dato è davvero palese.
1. Ben noto ormai alla letteratura specializzata sulla miniatura della
zona armena, il ms. 424 della Biblioteca del Monastero Mechitarista
di San Lazzaro a Venezia, col Romanzo di Alessandro, fu secondo
alcuni realizzato in Cilicia; tradizionalmente, la sua datazione
viene quasi sempre posta, anche di recente, nel corso del XIV secolo
(in questo caso, come abbiamo già avuto modo di scrivere, più
probabilmente nella sua seconda metà, per
alcune aperture più attente alla resa corretta dello spazio e
la stessa stesura pittorica; ovviamente
la questione va lasciata agli specialisti di questo contesto linguistico
e culturale, prima che storico-artistico, in cui la tendenza alla persistenza
cronologica, per motivi non solo di stabilità stilistica dal
punto di vista puramente 'estetico' ma anche e soprattutto, appunto,
repertoriali, è peraltro fortissima). Il realizzatore, in
toto, del volume è identificabile dalle note che compaiono
nelle pagine del codice nel diacono Nerses
(diversamente che in Occidente, infatti, le professionalità di
copista e miniatore tendevano ad essere accorpate e, nel caso specifico
delle questioni che stiamo discutendo, ciò rendeva più
facile lo svolgimento della connessione tra il programma figurato e
lo scritto, che infatti entra assai spesso in dettaglio). Il racconto
della vita e delle gesta di Alessandro costituisce uno dei pochi esempi
in area armena di decorazione libraria laica, di cui sono note molte
copie, che presentano il testo elaborato da Khachatur Kecharetsi, che
si era basato sulla versione dello Pseudo-Callistene (non abbiamo, appunto,
la competenza per stabilire se la forma in cui lo si rammenta nel testo
di questo esemplare sottintende, come presuppone certa bibliografia,
che il codice venne realizzato prima della sua morte, ciò che
renderebbe impossibile una datazione troppo inoltrata nel
XIV secolo). Le numerosissime scene a corredo del testo sono
spesso racchiuse in una semplice e sottile cornicetta rossa, che ingloba
figure e ambientazioni distaccandole dallo scritto; al contempo, entro
ogni riquadro, una dettagliatissima didascalia, pure rubricata, espone
il contenuto di quanto raffigurato.
Anche solo a un primo riscontro, si nota una netta tendenza a visualizzare
in modo del tutto simile quasi sovrapponibile gli episodi
di analoga tipologia, in cui il confezionatore del volume poteva tranquillamente
riciclare più volte i prototipi grafici che, come già
presupposto sopra, aveva evidentemente a sua disposizione (fossero sciolti
o inglobati in un repertorio omogeneo e completo), come risulta di particolare
evidenza nelle scene in cui compare l'esercito a cavallo o nelle battaglie.
Questa soluzione, monopolistica in area orientale, è del tutto
comune anche nell'illustrazione libraria dell'Occidente, ed è
dovuta all'inopportunità concreta da parte dell'artista di elaborare
tanti schemi differenti quanti sono gli episodi narrati, soprattutto
nel caso di versioni per richiesta della committenza particolarmente
ricche di immagini. Anche il repertorio delle numerose presenze mostruose
che il racconto impone non credo fotografi un'elaborazione personale,
quanto il riuso di modelli acquisiti, come dimostra qualche confronto
con il pur successivo, e ben noto, taccuino di modelli ms. 1434 della
stessa biblioteca veneziana, databile globalmente al periodo di inizio
XVI secolo, e preziosa testimonianza dell'operatività delle botteghe
dell'est (il codice, che mostra la conoscenza di fatti non solo armeni,
ma di tutta l'area bizantina e bizantineggiante d'Oriente, è
stato riferito a un solo maestro principale, oltre a pochi interventi
più scadenti).
In questa Vita di Alessandro, la rifruizione di modelli iconografici
cristiani è forse intuibile in certi episodi; si veda la scena
del parto di Olimpia (c. 8r), che sembra recuperare appunto non
la totalità compositiva, ma singoli elementi della Natività
di Cristo, o l'idea di una sorta di Ultima Cena (c. 117r),
a compimento delle vicende che precedono la morte del protagonista.
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Parto di Olimpia,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. 424, c. 8r |
Ultima cena a Babilonia,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. 424, c.
117r |
L'impressione, nel caso, sembrerebbe comunque quella di uno sfruttamento
puramente utilitaristico, più che di una volontà di lettura
cristologica della biografia del Macedone.
2. Da un nostro primo intervento di qualche anno fa, non ha incontrato
ancora molta fortuna bibliografica una seconda, più tarda, versione
armena del Romanzo di Alessandro, anch'essa conservata a San
Lazzaro; il codice che la riporta si può collocare già
ben entro il XVI secolo, per la precisione come suggerito in
modo esplicito nelle sue pagine al 1526. Il volume, mutilo (una
delle carte mancanti, numerata originariamente M2, risulta conservata
alla Research Library di Dumbarton Oaks), reca la segnatura ms. Kourdian
280. Appartenne infatti al mecenate Haroutiun Kourdian, che, assieme
al resto della sua ricca collezione, lo destinò alcuni
decenni fa alla sede mechitarista veneziana. Le numerose miniature
figurate, opera di Grigoris Althamartsi, sono di fattura ben meno controllata
dal punto di vista della qualità formale, ma alcune risultano
come vedremo di particolare rilevanza dal punto di vista iconografico;
la loro collocazione sulla pagina è variata: in alcuni casi le
troviamo inserite in una cornice, in altri sono del tutto libere; vi
è inoltre grande abbondanza di motivi decorativi a pennello collegati
direttamente al testo, come bordi marginali e iniziali.
Già nel primo episodio (c. 9v), la figura di Olimpia ricorda
da vicino certi prototipi di Madonne stanti, che conosciamo in ambito
pittorico orientale e che ritornano anche nel già citato taccuino
1434.
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Maria, da
Taccuino per artisti, Venezia, Biblioteca di San Lazzaro
degli Armeni, ms. 1434, c. 15v |
Olimpia, Venezia,
Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian 280, c.
9v |
Ma è nella nascita di Alessandro a c. 12r
che emerge la portata delle scelte iconografiche del decoratore: non solo
la composizione della scena è evidentemente esemplata su una Natività
di Cristo, ma anche la veste di Olimpia appare analoga a quella che
in tanti codici armeni, non solo di questo periodo, viene attribuita alla
Vergine; come già detto in apertura, quanto ci sia di comodo adattamento
repertoriale e quanto, invece, di cosciente cristianizzazione di un tema
'classico' è dilemma che si potrebbe risolvere solo grazie a esplicite,
quanto improbabili a ritrovarsi, attestazioni della committenza o dell'esecutore.
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Natività,
da Taccuino per artisti,Venezia, Biblioteca di
San Lazzaro degli Armeni, ms. 1434, c. 19r |
Natività
di Alessandro,Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli
Armeni, ms. Kourdian 280, c. 12r |
Ma abbastanza clamorosamente la stessa
Olimpia appare addirittura aureolata nell'immagine di c. 15v,
dove è a colloquio con l'ancor giovanissimo figlio.
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Alessandro adolescente
e la madre Olimpia, Venezia, Biblioteca di San Lazzaro
degli Armeni, ms. Kourdian 280, c. 15v |
E ancora: la scena di c. 17v ci mostra una lezione in cui si può
riconoscere Aristotele secondo la tradizione uno dei sapienti che
formò Alessandro mentre impartisce insegnamenti ai suoi
allievi; il filosofo è pure dotato di aureola; questo fatto, in
apparenza strano, trova forse motivazione nella sua assimilazione compositiva
a una di quelle figure di Evangelista allo scrittoio che spesso
aprono (anche nello stesso ambito armeno) le versioni illustrate della
tipologia testuale a esse relativa.
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Alessandro e altri
discepoli a lezione da Aristotele, Venezia, Biblioteca
di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian 280, c. 17v |
La caratterizzazione sacrale cristianizzata,
peraltro, si mantiene anche in riferimento al protagonista: un Alessandro
aureolato cavalca un Bucefalo rampante, per esempio, alla c. 67v.
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Alessandro e Bucefalo,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian
280, c. 67v |
Ma d'interesse ancora maggiore ai
fini di questo discorso è lo svolgimento narrativo e compositivo
della serie di immagini relative alla fine di Dario (Morte, Deposizione
e Funerale, in successione alle cc. 87r, 88r e
88v), con imprestiti a mio parere evidenti dall'iconografia sacra,
che si confermano a c. 139r, dove la Morte di Alessandro,
ancora, riprende questa tendenza.
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Morte di Dario,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian
280, c. 87r |
Deposizione di
Dario, Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni,
ms. Kourdian 280, c. 88r |
Funerali di Dario,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian
280, c. 88v |
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Morte di Alessandro,
Venezia, Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian
280, c. 139r |
3. La dipendenza da modelli repertoriali pertinenti
a episodi sacri appare dunque sicura, al di là del riconoscimento
di un univoco legame di derivazione, difficile da tentare per i motivi
accennati in apertura. Ma come già ricordato, il ms. Kourdian
280 sembra almeno condividere col ms.1434 della stessa Biblioteca di
San Lazzaro un'aria per così dire di familiarità,
in generale; e, appunto, anche qualche raffronto più diretto,
in particolare. Che il gioco delle storie conservative abbia portato
due oggetti come questi a ritrovarsi dopo tanto tempo nello stesso luogo
dopo aver avuto una storia antica parallela è molto improbabile:
pure, uno dei mostri che si vedono nella Vita, quello di c.
75v, è ripreso pressoché senza modifiche da quello
che nel taccuino campeggia alle cc. 11v-12r (esposto alcuni
anni fa addirittura alla mostra dedicata ad Arcimboldo, per i suoi elementi
caleidoscopici e immaginifici).
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Mostro ibrido,
da Taccuino per artisti, Venezia, Biblioteca di San
Lazzaro degli Armeni, ms. 1434, cc. 11v-12r |
Mostro ibrido,Venezia,
Biblioteca di San Lazzaro degli Armeni, ms. Kourdian 280, c.
75v |
Il fatto si potrebbe spiegare come due esempi elaboratisi
in modo poligenetico da modelli comuni, come peraltro non impossibile in
un contesto fortemente conservatore e tradizionalista, anche sulla lunga
durata, come quello in cui i due manoscritti vennero realizzati, in cui
immagini del genere abbondano. E in ogni caso quello che interessa non è
tanto evidenziare una liaison fisica e concreta, impossibile appunto
da certificare; quanto notare da un lato l'appartenenza a un'abitudine visiva
comune, e dall'altro la conferma delle consuetudini repertoriali che governavano
l'attività dei miniatori, che si basavano su 'appunti grafici' che
riunivano materiale eterogeneo: da studi su singole parti del corpo a intere
figure, da ancor più ampie strutture compositive di episodi sacri
alla definizione del lettering, fino alle repliche di cicli di
pittura monumentale, che potevano essere trasposti in diminuendo,
come è noto, nelle pagine del volume (l'interscambiabilità
dimensionale vale anche al contrario: si pensi al celeberrimo caso dei mosaici
dell'atrio di San Marco a Venezia e il Cotton Genesis, su cui si sta ancora
indagando in dettaglio ma che non può crediamo essere
messo in discussione; e d'altra parte, lo stesso ms. 1434 è un libro
di modelli pittorici tout court, piuttosto che esclusivamente miniatori,
a parte ovviamente i casi connessi alla realizzazione di un alfabeto decorativo).
Nel caso del codice già Kourdian, l'appaiamento Cristo-Alessandro,
coi suoi casi frequenti e con l'assunzione di singoli elementi di per sé
facilmente eliminabili (come l'aureola) è certamente funzionale a
un riciclaggio strumentale degli schemi iconografici in uso: ma non è
illecito ipotizzare che la scelta dell'applicazione di schemi iconografici
cristiani alle scene della vita del Macedone risponda a una precisa interpretatio
christiana: una lettura segnatamente intenzionale del tema pagano in
chiave cristiana, ipotizzabile in forza delle relazioni interdisciplinari
accertate in ambito armeno tra le competenze degli artigiani che realizzavano
il prodotto. Nella pratica degli scriptoria armeni in cui spesso
la figura dello scriba coincide con la figura del miniatore non è
possibile ipotizzare, come spesso – e talvolta in modo esagerato –
si postula in Occidente, l'incapacità interpretativa e l'assoluta
ignoranza del testo da parte del suo decoratore.
Nota bibliografica
Data la specificità del tema trattato, sembra superfluo riportare
qui di seguito l'amplissima bibliografia sui temi generali cui si fa riferimento
(taccuini e libri di modelli, slittamenti iconografici, e così via).
Specificamente, invece, sul ms. 1434 della Biblioteca di San Lazzaro, si
veda almeno Maria Laura Testi Cristiani, Un taccuino armeno di modelli:
problemi e prospettive di storiografia critica, in Atti del terzo
simposio internazionale di arte armena, a cura di Giulio Ieni e Gabriella
Uluhogian (1981), Venezia 1984, pp. 551-558.
Sulle illustrazioni di due versioni armene del Romanzo di Alessandro,
un primo riferimento in Fabrizio Lollini, Alexander
pictus: una nota sulle illustrazioni, in Il Romanzo di Alessandro,
a cura di Monica Centanni, Firenze 1999, pp. 31-39; sul ms. 424,
invece, il recente La storia di Alessandro il Macedone. Codice armeno
miniato del XIV secolo (Venezia, San Lazzaro, 424), a cura di Giusto
Traina, con la collaborazione di Carlo Franco, Dickran Kouymjian, Cecilia
Veronese Arslan, Padova 2003.
febbraio 2005 |