Nachleben e vittorie postume della Venus Victrix.
L'immagine della Victoria in clipeo scribens dopo il (e
prima del) ritrovamento dell'esemplare di Brescia (1826)
Lorenzo Bonoldi
Bella nel peplo dorico, la
parma
poggiata contro la sinistra coscia,
la gran Nike incidea la sua parola.
Gabriele d'Annunzio, Ode alla Vittoria
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Copia
della Vittoria di Brescia fusa da Eck e Durand nel 1861,
donata a Napoleone III dopo la vittoria nella battaglia
di Solferino (1859). Parigi, Louvre. Sono visibili i
restauri integrativi. |
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Il tipo iconografico
della Vittoria con clipeo iscritto viene comunemente definito
'Vittoria tipo Brescia' (cfr. Lexicon Iconographicum Mythologiae
Classicae, ad vocem 'Victoria'): questa denominazione dipende
dalla consuetudine, propria del gergo archeologico, di raggruppare
sotto il nome dell’esemplare più antico e/o più noto diversi
reperti afferenti a un medesimo schema iconografico.
Come è noto, la Vittoria di Brescia è molto probabilmente il
risultato di una manipolazione, databile all'età di Vespasiano
(69-79 d.C.), di una preesistente statua di Afrodite: un'Afrodite
vincitrice su Ares, che esibiva come trofeo le armi dell'amante
(sulla vicenda della metamorfosi di Venus Victrix in
una Venusta Victoria si rimanda al saggio
citato). Comunque la Vittoria di Brescia rappresenta con
ogni probabilità, se non l’archetipo in senso assoluto, certamente
una delle primissime attestazioni del tipo iconografico 'Vittoria
con scudo' che godette poi di un'ampia diffusione nell'età imperiale
romana.
Ritrovamento della Vittoria di Brescia e suo riconoscimento
quale Victoria in clipeo scribens
Posta sul fronte del Tempio di Vespasiano a Brescia nell'anno
75 d.C., la Vittoria venne successivamente interrata, probabilmente
durante le invasioni barbariche del V secolo. Dalla tarda antichità,
comunque, la statua rimase certamente invisibile fino al 20
luglio 1826, quando fu ritrovata nel corso degli scavi nell'area
archeologica del Capitolium di Brescia.
La Vittoria di Brescia fu rinvenuta priva dello scudo e dell'elmo
posto sotto il piede; poiché invece vennero ritrovati accanto
ad essa alcuni frammenti di una biga, alcuni studiosi avanzarono
al tempo un'ipotesi di ricostruzione secondo la quale la Vittoria
sarebbe stata rappresentata nell'atto di salire su di un cocchio,
con le braccia distese a reggere le briglie dei cavalli.
Tuttavia, ben presto si arrivò
alla conclusione che la Vittoria appartenesse alla tipologia
che d'ora in poi definiremo della Victoria in clipeo scribens
e venne conseguentemente restaurata con l'integrazione dello
scudo poggiato sulla coscia sinistra e sorretto dalla mano
corrispondente, e di un elmo posto sotto il piede sollevato. |
Meccanismi di sopravvivenza dell'iconografia della 'Vittoria tipo
Brescia'
La possibilità di riconoscere e ricostruire l'aspetto 'originario'
della scultura in bronzo appena ritrovata venne offerta dalla conoscenza
del tipo iconografico in questione – più tardi ribattezzato
'tipo Brescia' – largamente attestato nella produzione artistica
dell'antichità, soprattutto nell'ambito della glittica e della produzione
numismatica. Così si legge nel Museo bresciano illustrato,
a cura di Giuseppe Nicolini, Rodolfo Vantini, Giovanni Labus (Brescia
1838):
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| La
Vittoria di Brescia come appare nel Museo bresciano
illustrato, ancora priva dei restauri integrativi
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Il
giorno 20 luglio del 1826, scavandosi il lato verso ponente
di quella viottola, che disgiunge il colle dalla fabbrica, sotto
un mucchio di terra commista a carbone, fu scoperto un cumulo
di svariati oggetti di bronzo e i più fra essi dorati. Tiene
il primo luogo di questi una statua maggiore del vero, che rende
immagine della Vittoria, atteggiata a un dipresso come vedesi
sulla colonna trajana, dallo scudo in fuori, che in questa pure
dovea esservi, ma non venne trovato. […] Fa stupore l'inganno
di chi ravvisò in questa statua la Fama. Vero è che alla Fama
eziandio assegna Omero le ale, perché messaggera di Giove, e
che pennuta e volante è descritta da Nonno, da Virgilio, da
Ovidio; ma l'attributo che qualifica la Fama non è la palma,
né la corona, né il clipeo, né l’elmo o il globo sotto il manco
piede, bensì la tromba. […] Si chiese che cosa potesse mai scrivere
[sullo scudo]: e si ignorarono i nummi pressoché innumerabili
ove la Dea sta scrivendo sul clipeo Victoria Caesaris, Victoria
Dacica, Victoria Germanica, Victoria Parthica e simili.
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La possibilità di ricostruire l'aspetto della
Vittoria quale essa aveva all'epoca in cui svettava sul fronte del
Tempio di Vespasiano a Brescia fu quindi offerta dalla conoscenza
di un tipo iconografico che – nonostante l'invisibilità o l'assenza
di quello che possiamo considerarne con buona approssimazione il prototipo
– rimase disponibile, 'a portata di mano' per molti secoli:
una grande Vittoria con scudo, le cui somiglianze con l'esemplare
bresciano sono troppo strette per essere casuali, campeggia a metà
del fregio della Colonna Traiana a Roma e numerosissime sono le monete
romane che recano sul verso la rappresentazione allegorica di una
Victoria in clipeo scribens (che nella produzione più tarda
appare talvolta anche seduta anziché stante).
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| Vittoria di Brescia |
Vittoria sulla Colonna
Traiana (calco del Victoria & Albert Museum di Londra) |
Esempio di monetazione
romana con Victoria in Clipeo Scribens (denario
di Traiano) |
Proprio ai conii imperiali, più
che al rilievo traianeo – posto a un'altezza considerevole e quindi
non agevolmente 'fruibile' – l'iconografia della Vittoria con scudo
deve la sua sopravvivenza e la sua fortuna in epoca tardoantica
prima e in età rinascimentale e moderna poi. Oggetti piccoli come
cammei, gemme e monete sono infatti i primi testimoni dell'antichità
a venire raccolti, studiati e catalogati nelle collezioni di dotti
umanisti cultori dell'antico.
Entrata per questa via nel repertorio formale e nel catalogo delle
diverse iconografie della Vittoria, la tipologia della Victoria
in clipeo scribens riemerse nel Rinascimento dopo secoli di oblio,
pronta a essere riutilizzata in nuovi contesti celebrativi e a ritrovare
così una nuova stagione di vitalità e fortuna.
Riemersione dell'iconografia della Victoria
in clipeo scribens in epoca rinascimentale
In un affresco della Sala delle Teste del Palazzo Ducale di Mantova,
ascrivibile alla mano di Giulio Romano e databile agli anni trenta
del XVI secolo, si riconosce una donna alata intenta a scrivere con
una penna su uno scudo poggiato sulla coscia sinistra e sorretto con
la mano sinistra: con la stessa mano la Vittoria regge anche un palmizio,
attributo desunto da un'altra delle numerose iconografie della personificazione
della Vittoria.
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Giulio Romano,
Vittoria con scudo, decorazione ad affresco dalla
Sala delle Teste del Palazzo Ducale di Mantova |
Interessante a questo punto è notare che
l'affresco giuliesco non è una deduzione formale precisa, pedissequa
e puntuale di un reperto antico: numerose sono infatti le varianti
rispetto alla tipologia iconografica attestata nelle monete imperiali
romane. L'opera del Romano è piuttosto l'applicazione di uno schema
iconografico codificato, desunto sì dal repertorio figurativo dell'arte
antica, ma piegato alle esigenze formali connesse alla destinazione
d'uso della pittura. La postura della Vittoria giuliesca – non
riferibile né alla tipologia stante né a quella seduta – è infatti
dovuta alla necessità di riempire uno spazio triangolare al fianco
della cappa di un camino. Pur nell’adattamento
funzionale, tuttavia, l'utilizzo da parte di Giulio Romano di questa
iconografia testimonia la conoscenza e la riconoscibilità del tipo
Victoria in clipeo scribens, entrambe comprovate dall'esistenza
di una derivazione puntuale da una moneta romana in un tondo a stucco,
nella decorazione giuliesca dell'appartamento vedovile di Isabella
d'Este ascrivibile allo stesso torno d'anni dell'affresco nella Sala
delle Teste.
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| Bottega di Giulio
Romano, Vittoria con scudo, decorazione a stucco
dall'appartamento di Isabella d'Este nel Palazzo Ducale
di Mantova |
Riemersa grazie alla caccia umanistica
di motivi eruditi della tradizione classica e veicolata mediante
i meccanismi di trasmissione e riuso, la figura della Vittoria 'tipo
Brescia' restò quindi in auge e attraversò diverse epoche della
storia moderna, fino ad arrivare al XIX secolo.
Un caso interessante di tale sopravvivenza
è rappresentato da una medaglia napoleonica coniata nel 1807, diciannove
anni prima del ritrovamento della Vittoria di Brescia.
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| Nicholas Brenet,
medaglia celebrativa delle vittorie napoleoniche del 14
giugno (1807) |
Sul verso si riconosce una Vittoria stante, volta
a destra, raffigurata nell'atto di tracciare su uno scudo sorretto
dalla mano sinistra l’iscrizione XIV. JUIN MARINGO FRIEDLAND. In
esergo si legge BRENET F. DENON D. (Brenet Fecit, Denon Direxit).
La medaglia celebra le vittorie napoleoniche nelle battaglie di
Marengo (1800) e Friedland (1807), entrambe combattute il 14 giugno.
La figurazione allegorica eseguita da Nicolas-Guy-Antoine Brenet
sotto la direzione di Vivant Denon, direttore generale della Monnaie
des Médailles, riprende in maniera puntuale la Victoria in clipeo
scribens della Colonna Traiana: una riprova della puntualità
della ripresa dal modello traianeo è la presenza del piedistallo
su cui la Vittoria posa lo scudo.
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| Dettaglio
della medaglia napoleonica |
Dettaglio
della Colonna Traiana (calco del Victoria & Albert Museum
di Londra) |
Unica variante rispetto al modello
traianeo, è l'eliminazione dell'elmo nemico posto sotto il piede.
L'uso di un modello desunto dall'antichità rientra pienamente nei
paradigmi dell'art officiel napoleonica, volta a legittimare 'per
figure' il nuovo impero di Napoleone, ponendolo in continuità con
l’impero romano.
La medaglia napoleonica coniata per
le vittorie del 14 giugno 1800 e 1807 conferma quindi la persistenza
e la riconoscibilità del tipo iconografico Victoria in clipeo
scribens ancora nel XIX secolo: e proprio la persistenza della
serie iconografica, che dai modelli di età imperiale romana riemerge
a partire dal XVI secolo, al momento del ritrovamento di Brescia
nel 1826 permise agli studiosi del tempo di identificare la statua
come una Vittoria in clipeo scribens secondo il modello
di età imperiale romana: "atteggiata a un dipresso
come vedesi sulla colonna trajana" e secondo "i nummi pressoché
innumerabili ove la Dea sta scrivendo sul clipeo".
La Vittoria di Brescia come immagine civica
Dopo il ritrovamento della
Vittoria di Brescia, il suo riconoscimento e il conseguente restauro
integrativo, l’immagine della dea conobbe una nuova stagione di
vitalità e venne caricata di forti significati civici e politici,
che ispirarono poeti quali Gabriele d’Annunzio e Giosuè Carducci.
Un esempio dell'uso dell’immagine della Vittoria di Brescia quale
simbolo cittadino è offerta dal manifesto del Primo Circuito Aereo
Internazionale, la prima manifestazione aviatoria italiana tenutasi
a Brescia nel settembre del 1909. Nella affiche pubblicitaria la
Vittoria di Brescia funge da testimonial della manifestazione e
viene rappresentata fra le nuvole, senza scudo e nell'atto di tendere
le braccia verso un velivolo in planata verso di lei.
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| Affiche pubblicitaria
per il primo circuito aereo internazionale di Brescia (1909) |
La Vittoria di Brescia come immagine patriottica
Accanto all'uso dell'immagine della Vittoria come
icona civica, si aggiunse presto anche un utilizzo dell'immagine
in funzione di celebrazione patriottica: il bronzo di Brescia venne
scelto come soggetto per una serie di quattro francobolli emessa
nel novembre del 1921 in occasione del terzo anniversario della
battaglia di Vittorio Veneto.
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Regno
d’Italia, francobollo per il terzo anniversario della Vittoria
di Vittorio Veneto |
Due anni dopo, nel 1923, la Vittoria
di Brescia veniva replicata dallo scultore Timo Bortolotti e posta
sulla sommità del Monumento ai Caduti, realizzato presso il passo
alpino del Tonale su progetto del Bortolotti stesso.
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| Timo Bortolotti,
Monumento ai Caduti, passo alpino del Tonale. Sulla
sommità copia della Vittoria di Brescia opera dello stesso
|
Sia nei francobolli che nella replica al Tonale,
la Vittoria viene rappresentata munita di scudo fra le braccia e
di elmo sotto il piede, ovvero come si presentava all'epoca nel
Museo della città di Brescia e come viene mostrata in una immagine
fotografica dei fratelli Alinari.
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La
Vittoria di Brescia in una riproduzione fotografica Alinari |
Tuttavia, già da tempo gli archeologi
andavano sospettando che l'aspetto originale della Vittoria di Brescia
non fosse quello che il restauro integrativo aveva restituito. Come
viene riportato nel Museo bresciano illustrato (1838), già
al momento del ritrovamento "si dubitò persino che non le appartengano
l'ale".
In seguito a un acceso dibattito
sull'identificazione del reperto come Venus e/o Victoria
la maggior parte degli archeologi, in base all'evidenza dell'attacco
posticcio delle ali e dell'incerto appoggio dello scudo sulla gamba,
giunse alla convinzione che dietro alla cosiddetta Vittoria di Brescia
si celasse una precedente rappresentazione di Venus Victrix:
dopo quasi due secoli di studi e ricerche, ancora aperto e molto
acceso tra gli archeologi è il dibattito sulla datazione della 'prima'
Afrodite e sulla cronologia dell'adattamento che portò alla metamorfosi
dell'immagine da Venus Victrix a Victoria.
Da Vittoria a Venere: una commissione dannunziana
Significativa in questo contesto
una testimonianza del 1934 legata alla commissione da parte di Gabriele
d’Annunzio di una replica del bronzo allo scultore Renato Brozzi.
In una lettera del Vate datata 16 novembre 1934 si legge:
Carissimo Renato,
sono certo che un fremito giovanile percorre la forma della Venus
Victrix. Ho scritto oggi a Gian Carlo in proposito delle
ali, che sono false. Come sarei contento se stasera io sapessi
che tu le hai tralasciate! Hai potuto ammirare la potente e delicata
schiena?
La replica del Brozzi venne effettivamente eseguita priva di ali,
scudo ed elmo sotto il piede (ovvero senza tutte le 'aggiunte' ascrivibili
alla manipolazione dell'età di Vespasiano) e venne collocata nel
Tempietto della Vittoria al Vittoriale degli Italiani di Gardone
Riviera, dove si trova tuttora.
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Renato
Brozzi, replica aptera della Vittoria di Brescia (come Venus
Victrix), Gardone Riviera, Vittoriale degli Italiani
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Una Vittoria-Venere di Duilio Cambellotti
Ma ancor più di questa commissione dannunziana – eccentrica
ed erudita al contempo – la speculazione sull'aspetto originale
della Vittoria di Brescia e sul suo rapporto con l'iconografia della
Venus Victrix portò, nel medesimo torno d'anni, a una interessante
contaminazione iconografica in un'opera di Duilio Cambellotti.
Nel Trittico della Vittoria realizzato per il Palazzo della
Prefettura di Ragusa nel 1933 l'artista, al solito oltremodo attento
ai modelli archeologici, decise di inserire una rappresentazione allegorica
della Vittoria di Vittorio Veneto, e raffigurò un corteo di uomini
nell'atto di issare su un alto piedistallo una statua della Vittoria.
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| Duilio
Cambellotti, Trittico della Vittoria, particolare
dello scomparto centrale, Ragusa, Palazzo della Prefettura
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Nell'evocazione pittorica di Cambellotti la
dea è colta nell'atteggiamento della Vittoria di Brescia, ovvero
nell'atto di mostrare con uno stilo la data IV.NOV MCMXVIII tracciata
su uno scudo poggiato sulla coscia sinistra. Ma, rispetto al modello
bresciano, la Vittoria cambellottiana è presentata con il busto
completamente scoperto: il modello da cui dipende questa colta variante
altro non è che la celebre Venere di Milo del Louvre, che l'artista
integra aggiungendo le braccia tese nell'atto di reggere lo scudo
e due grandi ali spiegate.
Duilio Cambellotti propone dunque un'immagine della Vittoria italica
che ibrida i modelli 'Vittoria di Brescia' e 'Venere di Milo' e che
si presenta come esito erudito del dibattito archeologico contemporaneo
sui rapporti fra i due celebri reperti dell'arte greco-romana: la
Vittoria di Brescia (ritrovata nel 1826) e la Venere di Milo (ritrovata
nel 1820). Una serie iconografica che va completata con gli esemplari
del tipo 'Venere di Capua', secondo il modello conservato al Museo
Archeologico Nazionale di Napoli.
Duilio Cambellotti riproduce dunque, in forma artistica, il dibattito
scientifico contemporaneo: in quegli stessi anni, infatti, gli studiosi,
che come si è visto da sempre nutrivano gravi sospetti sull'originalità
delle ali della Vittoria di Brescia, ipotizzavano una curiosa ricostruzione
dell'aspetto 'originale' della Venere di Milo secondo cui la dea,
anziché specchiarsi nello scudo di Ares, sarebbe stata intenta a scrivere
qualcosa sullo stesso scudo. La certa familiarità tra i due esemplari
e il tentativo di ricostruire una genealogia iconografica dei due
tipi inducevano dunque a leggere la Vittoria di Brescia come una Venere
travestita e, in parallelo, a ricostruire la Venere di Milo come un'Afrodite
intenta a scrivere sullo scudo di Ares, quasi fosse una precoce (e
anacronistica) Vittoria imperiale romana.
Nel 1981 sarebbe stato rinvenuto un altro elemento
della serie: la cosiddetta 'Afrodite di Perge' che pur essendo un
esemplare più tardo, di età adrianea, rappresenta il tassello mancante
della serie: l'anello di congiunzione genealogica tra la Vittoria
di Brescia, la Venere di Capua e la Venere di Milo.
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Afrodite
di Perge, Museo di Antalya, Turchia |
Ma a Ragusa, cinquant'anni
prima del ritrovamento dell'Afrodite di Perge, Duilio Cambellotti
aveva già proposto una nuova, meticciata figura di Vittoria italica
che di fatto re-inventa e pre-inventa il tipo 'Perge'.
Si dimostra una volta di più che, nell'ambito della
tradizione classica, lo sguardo ai modelli antichi induce l'artista
al rispetto del modello e al gioco di citazione erudita, ma lo stimola
anche all'esercizio di variazione rispetto al repertorio dato: un
gioco che, in casi felici come questo cambellottiano, conduce alla
reinvenzione di un modello già inventato millenni prima.
Ancora una volta, nell'opera cambellottiana l’immortale
Afrodite, messe le ali della Vittoria, vince trionfante e riafferma
la sua potenza, ma senza dimenticare le sue origini. E la Venus-Victoria
antica che riappare a dare forma alla Vittoria italiana di Cambellotti
riafferma una volta di più la vis vitalis della tradizione
classica, che si impone prepotente contro la cancellazione dell'oblio,
ma anche contro la neutralizzazione della memoria, la sterile museificazione
delle immagini.
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