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Le fatiche della
battaglia anziché le sofferenze della malattia (in acie/macie):
una nota su un errore paleografico nella traduzione albertiana dell'ekphrasis di Luciano della Calunnia di Apelle Elisabetta Borga |
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Come si evince dal confronto tra il testo di Luciano (nell’edizione M.D. Leold) e la traduzione latina di Guarino, le due traduzioni di Alberti (sia la latina che l’italiana) presentano una versione sostanzialmente fedele (anche se a tratti compendiata) rispetto al senso dell’originale greco e della sua puntuale versione guariniana. L’unico punto in cui il confronto rivela un’anomalia significativa riguarda la similitudine tra la personificazione di Phthonos/Livor/Livore, e “chi esce scheletrito da una lunga malattia” (testo greco; Guarino) e invece “chi nei campi dell’armi con lunga fatica fusse magrito e riarso” (Alberti latino e italiano). Il testo di Luciano, secondo la traduzione letterale che proponiamo condotta sull'edizione M.D. Leold, recita infatti: "Un uomo pallido e brutto lo precede, dallo sguardo acuto che somiglia a quelli che escono scheletriti da una lunga malattia". Guarino verbum de verbo traduce: "Dux huius est vir quidam palore obsitus et informis acriter intuens quem eis iure comparavero, quos macie diuturnior confecit aegritudo". Leon Battista Alberti, invece, sembra leggere proprio un altro testo e traduce: (versione latina) "Duxque huius est vir quidam pallore obsitus, deformis, truci aspectu, quem merito compares his quos in acie longus labor confecerit". (versione italiana) "Ed eravi uno uomo palido, brutto tutto lordo, con aspetto iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne' campi dell'armi con lunga fatica fusse magrito e riarso". Ricapitolando: in riferimento all'aspetto fisico e all'espressione di Phthonos il testo lucianeo propone un paragone con un uomo emaciato che esce da una lunga malattia; paragone che ritroviamo esattamente nella versione guariniana: Luciano ἐοικὼς τοῖς ἐκ νόσου μακρᾶς κατεσκληκόσι Guarino "Compares his quos macie diuturnior confecit aegritudo". Alberti invece abolisce il paragone Livore/Uomo che esce da una lunga malattia e introduce il nuovo paragone Livore/Uomo che esce da una lunga battaglia. Il confronto tra la versione latina di Alberti e la precedente versione guariniana consente di proporre un'ipotesi sulla genesi della variante albertiana. Guarino traduce il greco ἐοικὼς τοῖς ἐκ νόσου μακρᾶς κατεσκληκόσι con le parole: his quos macie diuturnior confecit aegritudo. Nella versione latina del De pictura Alberti traduce lo stesso passo con le parole: his quos in acie longus labor confecerit. Pare evidente che la versione di Alberti dipenda da un'errata lettura non del testo greco, ma della versione latina: al posto dell' ἐκ νόσου che Guarino traduce "macie", Alberti probabilmente legge, malamente, "in acie". Si tratta con tutta evidenza di un errore di lettura, forse dipendente da un'errata trascrizione paleografica che per facile confusione m/in porta Alberti a leggere l'allusione a una battaglia laddove c'è un'allusione legata allo stato di malattia. Questo errore macie/in acie è anche importante da un punto di vista più generale, che riguarda la tradizione del testo di Luciano nella prima metà del Quattrocento. La confusione paleografica costituisce una prova ulteriore della mancanza di un accesso diretto di Alberti al testo originale greco: Alberti usa come testo mediatore una versione latina (molto probabilmente la prima, che è proprio quella che Guarino fa circolare in Italia intorno al 1408): e da questa prima versione latina dipende la versione latina albertiana. Quindi, in difetto di emendamento successivo da parte dello stesso Alberti, l'errore si trasmette alla seguente versione in volgare del De pictura che, ancora sotto l'effetto di quello stravagante "in acie", ormai entrato nel testo albertiano, propone un "ne' campi dell'armi... magrito e riarso". |