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La Rivista di engramma 37, novembre 2004

L'Atlante Mnemosyne è composto da una serie di montaggi fotografici, in cui è assemblato un migliaio di riproduzioni di opere diverse: testimonianze di ambito soprattutto rinascimentale (opere d'arte, ma anche pagine di manoscritti, carte da gioco, etc.); ma anche reperti archeolologici dell'antichità orientale, greca e romana; e ancora testimonianze della cultura del XX secolo (ritagli di giornale, etichette pubblicitarie, francobolli) ...>>


Laura Caon

Rembrandt e i suoi modelli: la luce e l’ombra
Percorso tematico attraverso il Bilderatlas Mnemosyne di Aby Warburg


Rembrandt nel Bilderatlas Mnemosyne di Aby Warburg
tavola 30
tavola 37
tavola 45
tavola 70
tavola 72
tavola 73
tavola 74

Questo montaggio è una proposta di percorso tematico all’interno dell’Atlante Mnemosyne, e in particolare dei pannelli 30, 37, 45 e 70, 72, 73, 74 letti in relazione al saggio Ingresso dello stile ideale anticheggiante nella pittura del primo Rinascimento (1914). Il lavoro si sviluppa attorno a quattro nuclei: ripresa dei modelli; la luce; interiorità e stile ufficiale; confronto stilistico (il ratto).

    Ripresa dei modelli
    Rembrandt ridisegna l’Ultima cena di Leonardo (1635 ca.; cfr. tav. 72): analizzandola attua una “desacralizzazione”.
    La scena schizzata può diventare un qualsiasi convito con un fulcro verso cui tendono i vari elementi della composizione e in cui vige un’atmosfera solenne.
    La liberazione dal male attraverso l’eucarestia diventa in Rembrandt la liberazione dai romani tramite un giuramento nella Congiura dei Batavi (1661; cfr. tav.72).
Rembrandt, La congiura di Claudio Civile, olio su tela, 1661-1662, Stockholm, Museo Nazionale
Rembrandt (da Leonardo), L’ultima cena, disegno a sanguigna, 1634-1635, New York, Metropolitan Museum (Robert Lehman Collection)

    La luce
    Nel Sogno di Costantino (1452-1466; cfr. tav. 30) Piero della Francesca utilizza una luce verosimile ma non reale: è completamente piegata ai fini del racconto. Il maestro reinventa la luce, così come accade nelle coeve opere fiamminghe.
    In Rembrandt si può leggere lo stesso uso di una luce arbitraria, che traduce il realismo della pittura fiamminga in nome di un nuovo senso. Ne Le tre croci (1661 ca.; cfr. tav. 74) alcuni uomini sono investiti dalla luce e altri immersi nell’oscurità: essa deve raccontare di coloro che sono avvolti dalla Grazia divina e di coloro che ne sono esclusi.
    Allo stesso filo tematico e semantico è legata, in Masaccio, la resa pittorica dell’ombra miracolosa di San Pietro (1425 ca.; cfr. tav. 74): l’ombra portata acquista una consistenza e un ruolo inedito nella pittura dell’epoca.
Piero della Francesca, Il sogno di Costantino dalle Storie della Croce, affresco, 1452-1466, Arezzo, S. Francesco
Rembrandt, Le tre croci, acquaforte, quarta impressione, puntasecca e bulino, 1654 ca., National Gallery of Art, Washington (Rosenwald Collection)
Masaccio, S. Pietro risana con l’ombra, affresco, 1425 ca., Firenze, Santa Maria del Carmine, Cappella Brancacci

    Interiorità e stile ufficiale
    In un’incisione di Rembrandt per il dramma Medea di Jan Six (1648; cfr. tav. 73), lo spettatore – Medea stessa, nella soluzione compositiva del pittore – è posto in un angolo a osservare la scena delle nozze nell’ombra mentre gli altri personaggi sono colpiti dalla luce che filtra dall’alto. L’atmosfera è mistica e sospesa, il pittore imprigiona un attimo carico di senso.
    L’incisione è accostabile ad altre scene del dramma di Medea (da Jan Vos, ad esempio) in cui appare invece il pathos che esaspera l’azione tragica descrivendo così un climax ascendente: dal matrimonio, all’uccisione di Apsirto, alla fuga di Medea.
    Nella Strage degli innocenti (1485-1490; cfr. tav. 45) il pathos antico si sprigiona. Domenico Ghirlandaio opera una traslitterazione della scena della vittoria di Traiano sui barbari raffigurata nei rilievi dell’arco di Costantino: la battaglia dei romani contro i barbari diventa la fuga delle donne dai soldati.
    Stesso pathos, stesse pose. L’arco passa da cornice reale a sfondo della scena dipinta. Si compie così un’inversione dei due poli positivo-negativo: i 'buoni' dell’arco (i soldati vittoriosi), diventano i 'cattivi' nell’affresco (i soldati carnefici).
    L’accostamento con la Battaglia di Costantino di Piero della Francesca (1452-1466; cfr. tav. 30) evidenzia una netta contrapposizione: pur nella necessità di mostrare una scena di battaglia, la composizione di Piero si mantiene chiara e semplice. Nessuna manifestazione eccessiva, la compostezza monumentale regge l’insieme.
Rembrandt, Matrimonio di Giasone e Creusa, illustrazione per il dramma di Jan Six, Medea, acquaforte, 1648, Dresden
Medea sfugge a Giasone su un carro trainato da serpenti che la porta in aria, illustrazione dal dramma di Jan Vos, Medea, Amsterdam 1668
Marcantonio Raimondi (da Raffaello), particolare di donna inginocchiata dalla Strage degli innocenti, acquaforte su rame, primo terzo del XVI sec.
Domenico Ghirlandaio, La strage degli innocenti, affresco, 1485-90, Firenze, Santa Maria Novella, Cappella Tornabuoni
Vittoria di Traiano sui barbari, particolare, rilievo, Roma, Arco di Costantino
Piero delle Francesca, Battaglia di Costantino contro Massenzio, dalle Storie della Croce, affresco, ultimato nel 1466, Arezzo, San Francesco
J. A. Ramboux da Piero della Francesca, Battaglia di Costantino contro Massenzio, acquerello, 1843, Düsseldorf, Accademia

    Confronto stilistico (il ratto)
    Nel Ratto di Elena attribuito a Benozzo Gozzoli (1450 ca.; cfr. tav. 37) sembra del tutto assente il pathos, il temperamento passionale anticheggiante. L’architettura, la statua di Venere e il putto suggeriscono comunque un’atmosfera antica.
    Nel Ratto di Deianira di Antonio Pollaiolo (1460-1480; cfr. tav. 37) la fanciulla nuda si divincola disperata: il rapitore è un selvaggio centauro, non l’elegante Paride; Ercole nudo e furibondo esibisce un’anatomica tensione muscolare.
    Nel Ratto di Proserpina dipinto da Rembrandt (1630 ca.; cfr. tav. 70), Proserpina è coperta da un drappo tirato da due putti, che in questo modo tentano di trattenerla. Le vesti sembrano mostrare le forze che si contrappongono, ma l’espressione della tensione drammatica del momento è affidata alla struttura compositiva e alla resa della luce.
    Concentrando l’attenzione sul dettaglio dei costumi nelle tre opere, si può notare: nel primo esempio, i personaggi della mitologia greca sono vestiti secondo la moda cortese; in Pollaiolo le figure nude risultano genuinamente “all’antica”; Rembrandt, infine, ricorre a semplici drappi, senza alcun ostentato rimando all’antichità.
    Anche nel Miracolo dell’ombra di Masaccio i personaggi sono solennemente calati nel tempo (e nelle vesti) degli eventi rappresentati.
Rembrandt, Il ratto di Proserpina, olio su tela, 1630 ca., Berlin, Staatliche Museen, Gemäldegalerie
Antonio Pollaiolo, Ratto di Deianira, tempera e olio su tela (riportato da una tavola), 1470 ca., New Haven Conn., Yale University Art Gallery
Benozzo Gozzoli (o scuola di Fra Angelico), Ratto di Elena, tempera su tavola, 1437-1439 ca., London, National Gallery
novembre 2004