| 1930:
Giorgio Pasquali ricorda l'amico Aby Warburg da poco
scomparso
Nellottobre
del 1929 moriva ad Amburgo Aby Warburg: a pochi mesi
dallevento Giorgio Pasquali dedicava allo studioso
una memoria pubblicata nella rivista Pegaso
che Gertrud Bing ebbe più tardi a definire tra
i tributi più belli e intelligenti che siano
stati dedicati a Warburg. |
Giorgio
Pasquali
Ricordo di Aby Warburg
("Pegaso" II,
4, 1930, pp. 484-495)
Quando
nell'autunno passato le riviste scientifiche cominciarono
a diffondere per il mondo, o almeno per il mondo internazionale
dei dotti, la notizia della sua morte, qui da noi molti anche
tra gli universitari si saranno chiesti se quel nome era,
oltre che di un'istituzione, anche di un uomo. Che l'amburghese
"Biblioteca Warburg per [la] scienza della cultura"
era più celebre del suo fondatore e direttore e (insieme
con altri della sua famiglia) principale finanziatore. La
biblioteca Warburg è già ora la più completa
tra le raccolte specializzate di stampati e di materiale iconografico
per chi voglia studiare in genere storia della cultura, ma
in particolare storia della cultura del Rinascimento e segnatamente
del Rinascimento nostro, fiorentino e italiano; e si trasforma
una volta il mese in sala di conferenze su discipline varie,
filosofia, storia delle religioni, delle arti figurate, dell'astronomia
e dell'astrologia, in quanto tutte gravitano verso la storia
della cultura: conferenze che sono ciascuna un avvenimento
scientifico, tenute da competenti di ogni nazione (dei nostri
ha parlato Arturo Farinelli); e si è fatta promotrice
di due serie di volumi, iniziate da pochi anni, ma già
celebri tutt'e due. Che l'uomo Warburg, il grande ricercatore
Warburg, scompaia, scomparisse già da vivo, dietro
all'istituzione da lui voluta, è conforme alle sue
intenzioni: egli ha voluto essere innanzi tutto un maestro
e un organizzatore, ha voluto che certi suoi pensieri scientifici,
non molti forse di numero ma grandi e svolti organicamente,
vivessero e fruttificassero soprattutto nelle menti dei suoi
discepoli, che egli fin da principio considerava collaboratori
e destinava successori. Né è caso che, mentr'egli
si è per lo più tenuto pago di pubblicare le
sue scoperte maggiori in forma straordinariamente succinta
e compressa, per lo più quale resoconto o riassunto
di conferenze, le sue idee, ancora lui vivo, siano state esposte
nella loro connessione organica dallo scolaro che gli era
da molti anni più vicino, Fritz SaxI.
Ma la sua personalità scientifica e umana fu forte,
e sarebbe male che se ne tacesse in Italia. A Firenze egli
ha vissuto gran parte della giovinezza, in intimità
fraterna con quella generazione di studiosi di storia dell'arte
che ora dirige le nostre gallerie; vi e tornato poi dalla
sua Amburgo, credo, ogni anno sino alla guerra, e poi di nuovo,
da quando glielo consentirono la pace e il progressivo allontanarsi
di ansie che avevano, come vedremo più innanzi, turbato
il suo spirito, fino a quest'ultimo autunno, che doveva suggellare
con l'euthanasia una vita che per ragioni non contingenti
ma essenziali, non fu sempre felice. E a Firenze soprattutto,
mentre contemplava arte fiorentina e tentava raffigurarsi
alla fantasia l'animo dei Fiorentini del Rinascimento, I'anima
del nostro Rinascimento, gli si affacciò per la prima
volta il problema, che già è in qualche modo
formulato nella sua tesi di laurea, che doveva rimanere fondamentale
per lui in tutta la sua attività di quarant'anni. Firenze
fu uno dei poli della sua vita scientifica, che n'ebbe per
vero più di due.
I
Parrà
strano che parli qui del Warburg non uno storico dell'arte,
di quelli che gli furono amici sin dalla giovinezza prima,
ma uno che di conoscenza di arte figurata e di Rinascimento
non fa professione, un filologo classico serio serio, uno
studioso senz'occhi. Ma forse non è male sia così:
il Warburg, che in quel primo lavoro era partito da considerazioni
stilistiche, non si era già allora in quelle acquetato,
e non mostrò poi mai, che io sappia, tenerezza, per
problemi o tecnici o estetici puri: egli indagò sin
d'allora l'arte quale espressione di cultura.
Fin da ragazzo Aby Warburg ha sdegnato le strade comode: il
figliolo di una ricca famiglia di banchieri israeliti di Amburgo
(ma nelle sue vene scorreva anche il sangue di un'ebrea italiana;
una Del Banco virtuosa di canto, passata nel secolo XVIII
da Modena ad Amburgo, e a lui questo non dispiaceva) era stato
avviato a quegli studi medi che sono i più consueti
e i più comodi per i ragazzi di quella classe sociale,
al "ginnasio reale", il prototipo del nostro liceo
scientifico, cioè senza greco; il greco egli se l'è
dovuto conquistare da sé quand'era già alle
porte dell'Università: l'indagine alla quale egli consacrò
la vita, ha appunto uno dei suoi sbocchi nella cultura ellenistica.
Studiò a Bonn, Monaco, Berlino, studiò e si
addottorò a Strasburgo con una dissertazione sulla
Nascita di Venere e la Primavera di Sandro Botticelli;
ma aveva già passato uno degli anni universitari qui
in Firenze lontano dalle università tedesche, lavorando
sotto la guida di A. Schmarsow. E a Firenze tornò ben
presto dopo la laurea; a Firenze, in italiano e in una strenna
festiva del nostro Istituto musicale, egli pubblicò
il lavoro che cronologicamente segue immediatamente la laurea;
a Firenze egli aiutò lo Schmarsow a fondare l'istituto
tedesco di storia dell'arte, che ora è istituzione
statale, possiede una biblioteca mirabile e mirabilmente liberale,
ed è uno dei centri internazionali più operosi
per Io studio della nostra arte. Di qui nel '95 mosse per
un lungo viaggio che Io portò sino tra le Pelli Rosse
del Pueblo. A Firenze ritornò, sposo di fresco nell'ottobre
del '97 e vi rimase fino al '901.
Firenze e gl'Indiani dell'America del Nord: uno studioso d'arte
fiorentina che s'interessa per l'etnografia di tribù
primitive. Più sopra abbiamo nominato la cultura greca,
ellenistica. Quale la sintesi di tali contrasti? A trovarla
giova aggiungere ancora i nomi di due città tedesche,
Bonn e Basilea: Bonn dove il Warburg udì le lezioni
dello storico dell'arte Justi, ma anche del grande filologo
Hermann Usener; Basilea dove hanno insegnato e scritto il
Burckhardt e il Nietzsche.
Già nella dissertazione di laurea il Warburg tentava
dimostrare che Sandro Botticelli attinge all'antichità,
chiede aiuto ai modelli antichi, si giova di formule figurate
desunte da sarcofagi, proprio là dove vuol rendere
corpi in movimento. Questa non sarebbe secondo il Warburg
una sua peculiarità ma si ritroverebbe in Agostino
di Duccio, nel Pollaiuolo e, da un certo punto in poi, nel
Ghirlandaio. Il Rinascimento fiorentino avrebbe scoperto nell'antichità
il movimento, avrebbe considerato il movimento quale specificamente
antico; il Rinascimento tutt'intero, non soltanto i pittori
e gli scultori: il Poliziano prende a imitare da Ovidio la
descrizione di femminili vesti scomposte e chiome scarmigliate.
Leonardo, teoretico dell'arte, scrive: "Et imita, quanto
puoi, li greci e latini col modo del scoprire le membra, quando
il vento apoggia sopra di loro li panni". E, come il
Warburg espose più tardi, nelle figurazioni dell'antichità
colpiva gli uomini del Rinascimento non solo il movimento
delle vesti e dei corpi umani, ma anche il movimento, il turbamento
dell'anima, l'emozione. Orfeo lacerato dalle Baccanti è
ancora una scena fredda e insipida di cavalieri e dame medievali
nelle illustrazioni dell’Ovide moralisé, che
è del secolo XIV; diviene una rappresentazione tumultuosa
ed atroce in un rame dell'Italia Settentrionale, che attinge
a modelli antichi: di mezzo c'erano state le strofe del Poliziano.
Una donna che piange in un rame del Mantegna, la Deposizione,
non è disegnata dal vero, ma riproduce una maschera
antica. Filippino Lippi non conosceva ancora il gruppo del
Laocoonte, quando della morte di Laocoonte e dei suoi
figlioli tracciò un disegno terribile. Il Laocoonte
fu appunto tanto ammirato subito dopo la scoperta, perché
gli uomini del Rinascimento erano internamente preparati a
sentire l'arte rodia. Su chi fosse venuto dall’arte classica
e dalla concezione classicistica di essa quel gruppo avrebbe
fatto un'impressione di barocco; per gli uomini del Rinascimento
fiorentino, classico o antico significava tutt'altro che olimpico,
che apollineo.
Mi sbaglio, se già in questo primo lavoro del Warburg
io sento una concezione dell'antichità che non è
più quella tradizionale dei retori della serenità
greca? Il Warburg conosce all’antichità classica due
facce, l'apollinea e la dionisiaca, anche se non adopra queste
espressioni. La vecchia fola stupida di popoli e di età
che non sapevano il dolore, non ha già allora più
presa su lui: egli sa che anche l'arte più classica
è figlia della sofferenza, perché è figlia
della vita, sa che essa conosce l'ebrezza, la passione, sin
la follia. Ora, molti già prima del Nietzsche avevano
osservato quanta ricchezza di contrasti si celasse nell'anima
antica, avevano concepito cultura antica e spirito antico
come sintesi di opposti. Ma nessuno aveva definito questa
conoscenza in una formula sia pure, da un punto di vista storico,
arbitraria ma chiara e che s'imprime nelle menti, nel contrasto
fra apollineo e dionisiaco. Questa concezione della vita greca
è stata poi ancora sviluppata e arricchita da un amico
del Nietzsche, il Rohde, che forse gli aveva per primo suggerito,
se non quei nomi, quei concetti, e da un suo avversario, il
Wilamowitz, concordi tra loro più che per molti anni
non ne abbiano avuto consapevolezza. Ed essa ha vinto sull'altra,
considerata ormai astorica, antistorica, illuministica da
tutti tranne da un pugno di provinciali retrivi.
II Warburg si è accostato al Rinascimento fiorentino
già con la scorta della nuova concezione dell'antichità,
e ha subito osservato che i Fiorentini almeno da un certo
tempo in poi avevano ammirato e imitato nell'arte classica
proprio l'elemento non classicistico, dionisiaco. Imitare,
è già forse un termine errato: al Rinascimento
l'antichità fornisce i mezzi per chiarificare ed esprimere
impulsi e sentimenti che già da tempo si celavano nei
cuori, per disintossicarsi esteticamente, direi con frase
che al Warburg almeno più tardi fu cara e gli era suggerita
dalla Poetica di Aristotele (Aristotele l’aveva presa,
con ogni probabilità, dalla medicina ionica). Un'età
che avesse soltanto mirato a riprodurre il passato, non avrebbe
prodotto nessuna opera grande; e gli uomini del Rinascimento
non sono stati, grazie al cielo, soltanto umanisti, tanto
meno poi puristi dell’età degli Antonini.
La deliberazione di andare nel Far West alla ricerca di indigeni
non ancora contaminati da quella modernità che tutto
livella, ha radici anche più profonde. Il Warburg a
Bonn era stato scolaro di Hermann Usener, e non se ne dimenticò
mai più. Hermann Usener fu forse il filologo più
ricco d'idee tra i grandi Tedeschi della seconda metà
del XIX secolo, e in molti campi della filologia classica
impresse tracce profonde. Ma presto egli lasciò da
parte la grande letteratura, ch’è sempre opera di spiriti
ai quali gli dèi hanno concesso il privilegio della
personalità e che quindi ai volghi sono sempre straniati,
anche se nascono di popolo; e, Tedesco romantico, herderiano,
si occupò specialmente del fenomeno nel quale meglio
si esprime l'anima popolare, la religione, che può
anche voler dire superstizione, astrologia, magia. Egli si
fece editore di vite di santi nella speranza, per lo più
vana, di ritrovare in essi le fattezze delle divinità
pagane che essi hanno sostituite; e tracciò la storia
più antica del Natale con implacabile forza di ragionamento
e insieme con pietà vera (il libro è dedicato
a un fratello pastore). Ma anche ricercò negli antichi
Greci e Romani i resti di credenze e di sentimenti che testimoniano
di tempi nei quali quelle razze sarebbero state primitive,
ancora al livello degli Australiani e, appunto, delle Pelli
Rosse di oggi. In un certo periodo delIa sua vita l'Usener
volle essere, ancora più che filosofo e storico, psicologo.
Egli credette che a certi gradi di sviluppo sociale debbano
ugualmente su tutta la terra corrispondere determinate forme
di religione; credette alla possibilità, in questo
campo, di una tipologia storica.
Un altro maestro di Basilea, il Burckhardt, aveva già
scorto chiaramente quanta parte la fede nella magia e un'altra
superstizione in veste scientifica, l'astrologia, occupassero
nell'anima complessa e non sempre armonica degl'Italiani,
dei Fiorentini del Rinascimento. Il Warburg si ricordò
dell'Usener, e, per intendere i Fiorentini del Rinascimento
(non sembri un paradosso), varcò l’Oceano e traversò
il continente americano. S'intende che anche su lui l'Usener
operò co me l'antichità classica sul nostro
Rinascimento, svegliando, anzi esasperando curiosità
che già gli sonnecchiavano dentro.
II
Nel
'901 il Warburg torna a stabilirsi in Amburgo. So poco della
sua vita esterna negli anni immediatamente seguenti, e non
importa. Avrà vissuto come ogni altro dotto che non
sia inceppato dal bisogno di guadagnarsi la vita o distratto
in mille direzioni da un molteplice insegnamento, che costringe
a trattare problemi per i quali, solo man mano che uno li
tratta, si sveglia l'interesse (maestro di scuola, parlo per
esperienza). Ma quelli furono anche gli anni nei quali il
Warburg (come soleva, lentamente) approfondì studi
già iniziati e pensieri già balenati nel periodo
fiorentino. Non mi riferisco al grosso fascicolo sugli affreschi
di Domenico Ghirlandaio in Santa Trinita, pubblicato subito
dopo il ritorno in patria, e nemmeno all’articolo più
recente intorno al testamento del commettitore di quelle pitture,
Francesco Sassetti. Certo, il trovare nel pio testamento di
un cattolico romano osservante nominata sul serio quale forza
cosmica attuale, quale, si oserebbe dire, divinità
vera non detronizzata dalla religione nuova, la pagana Fortuna,
quella stessa del cui simbolo Giovanni RuceIIai volle ornata
la Facciata di Santa Maria Novella; ma anche, del resto, quella
stessa il cui simbolo appare già alla fine del XII
secolo in Verona, sulla facciata di S. Zeno, quella stessa
la cui capricciosa onnipotenza è ancora oggi esaltata
ogni momento nei discorsi di qualsiasi popolano fiorentino,
induce a riflettere, quanto più complessa e contraddittoria
che non paresse anche al Burckhardt, fosse l'umanità
del Rinascimento. Ma, insomma, che i più anche tra
gli umanisti sentissero molto meno il contrasto con l'èra
precedente, medievale, e con la concezione cristiana e cattolica
della vita, questo tendono a provare anche opere recenti di
nostri connazionali, che rivelano senso profondo del problema
anche quando paiono frettolose. E che il Rinascimento non
sia soltanto umanesimo letterario, che in esso abbiano avuto
parte quasi preponderante anche classi che sapevano poco di
latino, artigiani e artisti rivolti verso la matematica, verso
l’esperimento, verso le invenzioni meccaniche, tutta gente
che ficcava lo sguardo non nel passato ma nell'avvenire, è
stato mostrato in questi ultimi anni con larghezza ed evidenza
di particolari da un altro Tedesco italiano, Leonardo Olschki.
Quando parlo di studi nuovi del Warburg, approfonditi negli
anni di Amburgo, tra il '901 e la guerra, intendo parlare
degli studi sulla magia e sull'astrologia del Rinascimento,
sulle loro fonti, sulle connessioni culturali da essi testimoniate.
II frutto più saporoso di questi studi, maturatosi
sotto il cielo di Amburgo, egli offerse a un'assemblea radunatasi
in Italia, a un'assemblea internazionale ma nella quale gl’Italiani,
crederei, prevalevano, al congresso per la storia dell’arte,
tenuto a Roma nel '912.
L'astrologia aveva dominato durante il tardo Impero incontrastata:
la nostra settimana cristiana battezza i suoi giorni dalle
divinità planetarie, dai "signori del tempo"
che secondo l'astrologia decidono dei destini degli uomini;
ma già un poeta dell'èra augustea, Tibullo,
conosce la potenza del giorno sacro a Saturno, il sabato.
Il cristianesimo ha poi saputo compiere anche questo miracolo,
di uccidere l'astrologia: al principio del Medioevo essa qui
in Occidente non è più una forza viva. Torna
a essere nel XIII secolo, proprio nell'età che nella
nostra Italia segna una rinascita. Essa era fuggita dinanzi
alla Chiesa, ricoverandosi nell'Oriente islamitico. Dall'Islam
si riaffaccia nell'VIII secolo a Bisanzio già orientalizzata;
nel XIV ritorna anche nei paesi di antica cultura latina dall'estremo
lembo occidentale della Spagna, che fu nel Medioevo araba.
Un manuale di pratiche magiche, compilato nella cerchia di
un re di Castiglia sospetto di "paganesimo", Alfonso
"el Sabio", morto nel 1281, rende testimonianza
di una concezione della natura, che oppone l'uomo quale piccolo
mondo, microcosmo, al grande mondo, al macrocosmo; di una
concezione che consente all'uomo di credersi capace, grazie
ai talismani, a immagini delle potenze cosmiche, di costringere
le cose a piegarsi al proprio volere: basta che la materia
del talismano e il giorno e l'ora della sua fabbricazione
corrispondano alla natura del dio ch'esso riproduce. Gli dèi
principali sono ancora una volta le divinità planetarie.
Il titolo del manuale che il Warburg scoperse, Picatrix,
ci conserva il nome di un savio ionico leggendario, che fu
originariamente un medico esistito davvero, seppure uno di
cui non abbiamo, tra il gran numero di scritti falsamente
attribuitigli, neppure un'opera autentica, Ippocrate. Greco
l'autore presunto; la concezione storico-religiosa presupposta,
non più greca antica ma ellenistico-orientale, derivata
in ultima analisi dalle religioni astrali dell'Asia Anteriore,
di Babilonia, penetrate nel bacino del Mediterraneo in quel
periodo nel quale il mondo orientale si vendica della conquista
di Alessandro, riversando sull'ellenismo la propria cultura
o pseudocultura, dal II secolo a. C. in poi.
Le descrizioni dei talismani contenute nel Picatrix
ci riportano a opere grandi di plastica antica, al Giove di
Olimpia, per esempio, e a un famoso gruppo di Marte e Venere,
ma anche a tipi di dèi mescolati di ferino, schiettamente
orientali. Una preghiera a Saturno s'accorda, in un modo che
non può esser casuale, con preghiere di astrologi greci
conservate in manoscritti bizantini. Arte e religione greca
ri-tornano in Occidente riorientalizzate attraverso l'ellenismo
e l'Islam.
L' astrologia rinnovata si è dalla Spagna diffusa per
tutta Europa: seguace suo ardente fu Ruggero Bacone; qui da
noi Cecco d'Ascoli ha suggellato col martirio la sua fede.
Le dottrine del Picatrix informano di sé, pare,
l'opera medica De vita triplici del grande platonico
fiorentino Marsilio Ficino; il quale nell'altra sua opera
De vita coelitus comparanda (dove coelitus deve
intendersi del cielo empirico, non del paradiso cristiano
e teologico) volle fondare sull'astrologia le regole della
vita contemplativa per l'umanista, il litteratus ipocondriaco,
suddito ma anche protetto di Saturno. E umanista (questa,
secondo me, è osservazione che ha molta importanza
per la concezione del nostro Rinascimento) il Ficino si sente
proprio nell'astrologia, tanto da richiamarsi, contro il dubbio
razionale sui poteri occulti, alla credenza concorde dell'antichità
in essi. Quello che noi saremmo tentati di considerare nel
Rinascimento elemento ancora medievale, è in verità
greco, cioè ellenistico! Il famoso rame di Alberto
Durero, che rappresenta la Melancholia, cioè
il temperamento derivato da Saturno, è ispirato al
Ficino, l'epistolario del quale era stato stampato nel 1497
proprio da un compare del Dürer. Questo pensiero, accennato
chiaramente dal Warburg, è stato sviluppato in un libro
particolare da due suoi seguaci ricchi d'ingegno e di dottrina,
E. Panofsky e Fr. Saxl.
La ricerca del Warburg non è stata mai così
fruttuosa come quando ha potuto incontrarsi con quella di
un filologo classico puro, che sentì poeti greci, come
i suoi scolari ci testimoniano ora dopo la sua morte, con
tutto il calore e la chiarezza di un vero umanista, ma che
scrisse soprattutto sull'astrologia ellenistica e le sue relazioni
con l'Oriente, Franz Boll. In appendice alla sua opera principale,
sulla Sphaera barbarica, sono stampati per opera dell'orientalista
Dyroff il testo arabo e la versione tedesca dell' "Introduzione"
del maggiore astrologo del medioevo islamitico, Abu Ma' öar
(† 886). Ora grazie ad Abu Ma' öar riuscì al Warburg
di decifrare il fregio mediano degli affreschi che Borso d'Este
fece dipingere nel suo palazzo ferrarese di Schifanoia da
Francesco Cossa. In esso, oltre ai segni dello zodiaco e ai
loro signori, sono rappresentati tre simboli astrali, tre
"decani", cioè divinità sotto il dominio
di ciascuna delle quali stanno i tre gruppi di dieci gradi
che sommati formano i trenta gradi spettanti a ciascun segno
dello zodiaco. Questi decani si ritrovano nell'astrologo arabo,
ma hanno molto d'indiano, perché l'Arabo li ha desunti
dall'opera di un Indiano, Varahamihira. Questi rifaceva alla
sua volta l'opera greca di Teucro detto il Babilonio, ma nato
a Cizico nel Nord dell'Asia Minore.
Quest'astrologia giunse probabilmente a Ferrara da Padova,
dalla città universitaria e umanistica: gli affreschi
originari della Sala della Ragione, che rappresentano pianeti,
segni zodiacali e le professioni che sono sotto l'influsso
dei singoli astri, erano stati compiuti già nel principio
del secolo XIV, e furono forse ideati dal noto incantatore
Pietro da Abano. La sala dipinta dal Peruzzi nella Farnesina
dei Chigi simboleggia in divinità astrali la natività
di Agostino così precisamente da consentire a un astronomo
moderno di calcolarne l’anno.
Dall'Italia umanistica, anzi proprio da Padova, dove tanti
Tedeschi sono stati studenti, l'astrologia prosegue il suo
cammino trionfale verso la Germania della Riforma. La polemica
contro e pro Lutero fu condotta anche da astrologi. Se Lutero
non credette all'influsso degli astri, vi credette Melanchthon,
e gli amici di Lutero consentirono nell'interesse di un presagio
favorevole a spostare di un anno la sua nascita contro il
suo volere, contro la testimonianza di sua madre. L'astrologia
ellenistico-orientale approda alfine nelle figure dei calendari
compilati al principio del XVI secolo per i contadini della
Germania del Nord. Il Warburg parlava audacemente quanto spiritosanente
di un itinerario Cizico-Alessandria-Oxene-Bagdad-Toledo- Roma-Padova-Ferrara-Augusta-Erfurt-Wittenberg-Goslar-Lüneburg.
Qualche tratto minore fu forse percorso in senso inverso,
com’è possibile fare anche sulle ferrovie dello Stato
con i biglietti circolari, ma la direzione generale e le più
tra le tappe sono sicure: averle stabilite, è il frutto
grandioso di un'indagine che durò tutta una vita.
III
Il
Warburg ha diretto lo sguardo specie sugli elementi dionisiaci
e su quelli demoniaci che il nostro Rinascimento attinge dall'ellenismo,
rispettivamente attraverso l’arte imperiale romana e manuali
del medioevo orientale e islamico. Uomo nella ricerca equilibrato,
egli non ha mai inteso negare che il Rinascimento abbia desunto
dall'antichità anche elementi di serenità e
di gravità, "apollinei". La reazione contro
il Winckelmann non l’ha mai trasportato a disconoscere quel
molto di vero, seppure di troppo parziale ed esclusivo, che
è contenuto nella concezione tradizionale dell'antichità.
Ma egli si è chiesto: la concezione e il sentimento
nuovo della cultura e dell'arte nel Rinascimento italiano
e fiorentino è vittoria: vittoria su che? Che cos'era,
il mondo estetico il cui giogo hanno scosso i grandi artisti
fiorentini del Rinascimento? Il Warburg risponde con una formula
sintetica: il naturalismo fiammingo. Alla sua indagine universale
confini di territori, di nazioni, di razze non riescono alla
lunga a sbarrare il passo. Egli sapeva che il nostro mondo
occidentale era nel Medioevo meno livellato che ora, ma percorso
con altrettanta facilità, seppure con rapidità
un po’ minore, da movimenti spirituali. Gl’Italiani del Medioevo
ultimo e del Rinascimento, e specie i mercanti fiorentini,
hanno viaggiato, e le Fiandre erano nel secolo XV in certo
senso meno lontane dall’Italia e da Firenze che oggi. I rappresentanti
delle grandi case commerciali fiorentine, i quali divengono
poi i capistipiti del nostro patriziato, ch’è appunto
mercantile, si fanno ritrarre nelle Fiandre dai grandi artisti
di lassù; i Medici decorano i loro palazzi di "tele
fiandresche"; in pitture di qua figura gente vestita
"alla franzese". Ma le osservazioni iconografiche
e stilistiche servono anche questa volta al Warburg a intendere
un contrasto culturale, un'evoluzione nell'anima dei tempi
di cui l’arte è quasi un simbolo. Egli prosegue il
nascere e le vicende di questo naturalismo fiammingo nelle
figurazioni degli dèi olimpici, contenute nelle illustrazioni
a un libretto medioevale, al libellus de imaginibus deorum
di un certo Albricus, che non si sa bene chi sia, ma che forse
è tutt’uno con quell'AIexander Neckam de Sancto Albano,
chierico dotto morto nel 1217 a Londra. Egli, e del pari l'altro
Inglese francescano che inserisce nelle sue edificanti considerazioni
descrizioni di divinità antiche, il cosiddetto Fulgentius
metaphoralis, attingono non all'arte figurata, ma, attraverso
compilazioni latine, a filosofi greci del tempo imperiale
stoici e neoplatonici, che, per salvare gli dèi li
riducono a simboli. Ma Albricus, che non aveva scritto per
pittori, è presto illustrato: e le illustrazioni si
rinnovano continuamente nei tre secoli che il libriccino impiega
per arrivare dall'Inghilterra passando per Francia e Borgogna,
nell'Italia Settentrionale. Gli illustratori primi sono davvero
medioevali o vedono negli dei simboli e nulla più;
ma ben presto i Francesi subiscono influssi meridionali, giotteschi,
imparano presto a dare alle loro miniature unità, restringendo
il numero dei personaggi. Più tardi anche questo stile
muta: ai compositori giotteschi, così severi nella
loro architettura, sottentra il nuovo naturalismo; le illustrazioni
divengono più narrative, si compiacciono di raccontar
miti come mai sin allora, e non si fanno più scrupolo
di allontanarsi dal testo, introducendo figure; né
si peritano di disegnare corpi nudi, se pure corpi non ancora
classici, anticheggianti. Quest'arte discende in Italia verso
il 1420 e si trasforma colà di nuovo: un codice scoperto
dal Warburg nella Vaticana, scritto probabilmente in Pavia,
ci mostra una gioia di vita ormai incontenibile; un interesse
estetico che sa allontanarsi dalla tradizione, ogniqualvolta
l'arte lo richieda; una sintesi felice d'italiano e di francese.
Verso il 1460 le carte da giuoco cosiddette del Mantegna proseguono
la tradizione nordica, francese dell'AIbricus; ma le figure
sinora piatte sono divenute plastiche; e una di esse, anzi,
riproduce una delle antiche opere di arte più celebri
nel secolo XV, un Hermes del V a.C. portato in Italia da Ciriaco
d'Ancona. Questo il primo contatto tra illustrazioni che vogliono
mostrarci gli dèi dell'antichità, e statue veramente
antiche di dèi!
Il fregio mediano di Schifanoia mostra, abbiamo detto, influssi
orientali, arabi e indiani; quello superiore che rappresenta
il trionfo degli Olimpi, per quanto ispirato nel complesso
a un poeta classico riscoperto di fresco, Manilio, non nasconde
in certe figure influssi nordici o, se volete, occidentali,
di Fiandra e di Francia. Gli dèi incedono su carri
trionfali, come solevano incedere le figure mascherate nelle
feste del tempo, appunto i "trionfi". Quelle feste
volevano essere classiche, ma erano insieme una continuazione
di forme già familiari all’età di Dante e insieme
delle cerimonie della Francia medievale, il paese dell'Europa
d'allora più festoso e più cavalleresco; un'altra
radice sarà stata, come già sapeva il Burckhardt,
la processione, che è anche istituzione cristiana e
medievale. Anche per questo rispetto al Rinascimento è
sintesi più complessa che non si creda comunemente.
Il Warburg voleva delineare la storia delle relazioni culturali
tra Nord e Sud, giovandosi appunto delle feste; e proprio
su feste italiane, toscane, aveva raccolto nella sua biblioteca
un materiale abbondante e raro. Ancora una conferenza tenuta
in Firenze pochi anni or sono trattava quel tema: io sono
lieto di essere stato fra gli ascoltatori.
IV
Il
Warburg, per rimaner fedele alla sua Amburgo e alla biblioteca
che già andava radunando, rinunzia due volte a salire
cattedre di storia dell'arte, offertegli, con la consueta
libertà di spirito, dal Ministero prussiano. Ma poiché
egli non volle andare alla montagna, la montagna venne da
lui. Quando in Amburgo dalle Vorlesungen, libere letture
in qualche modo appoggiate al glorioso Istituto Coloniale,
sorse l'Università, il Warburg fu nel ‘913 nominato
professore onorario di storia dell'arte.
Maestro egli era nato, tant'è vero che le sue scoperte
più importanti sono, più spesso che ragionate
in memorie, esposte in suntini di conferenze, in fogli volanti
o in appendici di giornali, difficili talvolta a trovarsi
se non per chi li abbia avuti in dono da lui, anche in questo
generosissimo. E del maestro egli aveva la dote più
necessaria, più costitutiva, la calda umanità:
il Warburg non ha mai fatto sentire, perché non ha
mai sentito egli stesso, la distanza tra sé e il giovane
che per la prima volta lo accostava con sentimenti stranamente
divisi, per metà fiero di un modesto resultato raggiunto,
per metà trepidante nel dubbio che cosa ne avrebbe
pensato l'uomo celebre. E in tempi difficili ha considerato
quale proprio dovere aiutare i principianti anche finanziariamente
senza umiliarli, procurando loro lavoro scientifico a pagamento,
facendone tanti collaboratori della sua impresa maggiore,
la biblioteca Warburg.
Il Warburg sentiva il bisogno di espandersi. Quest'uomo turbato
da ombre paurose riacquistava di colpo la letizia, sapeva
essere sereno e arguto, ogniqualvolta parlava in una cerchia
di gente disposta a capirlo. Io ho ascoltato di lui parecchie
conferenze. Non so s'egli fosse o no buon parlatore nel senso
convenzionale, retorico della parola; ma so che parlava a
volte di séguito per ben più a lungo dell'ora
accademica, perfino due ore, perfino più di due ore:
eppure non mi sono mai stancato. Poiché non pensava
mai alla forma ma sempre alla cosa, riusciva sempre efficace,
e mai noioso. Parlava senza manoscritto, spesso senz'appunti,
senza aver dinanzi agli occhi altro che il materiale figurativo
necessario. Parlava ex plenitudine cordis senza far
nulla per celare quel suo accento di signore amburghese, che
urtava più ancora certi Tedeschi del Sud che noi stranieri.
E non si peritava di intrecciare frizzi al suo discorso, se
frizzi gli venivano in bocca, di rivolgersi personalmente
a qualcuno dell’uditorio, quando sapeva che qualche particolare
avrebbe interessato questo in modo particolare. Un parlatore,
dunque, spontaneo; qualche mio collega lo avrebbe probabilmente
trovato privo di dignità accademica. Ma già
il suo stile didattico (e il suo stile era sempre didattico)
era più vivo che austero, e non rifuggiva da immagini
della vita comune, da frasi di moda tratte a un nuovo senso,
da adagi: se volete, diatriba cinico-stoica, o anche dialogo
socratico-platonico; conferenza sofistica mai.
Era un maestro divertente, perch'era un uomo divertente. Io
credo che molti, Tedeschi e stranieri, cioè Italiani,
si ricorderanno con piacere delle ore passate in compagnia
dell'omino piccino, coi baffi color pepe e sale e cogli occhi
indicibilmente dolorosi. Ed era una vera festa, quand'egli,
profittando di un talento più diffuso fra i Tedeschi
che in qualunque altro popolo (ho visto io un grande filologo
di Berlino, Fregoli nuovo e maggiore, rifare un'adunanza di
Facoltà con ventiquattro membri presenti), imitava
tipi o persone che lo avevano colpito. Non so se parlasse
perfettamente l’italiano, ma sapeva riprodurre i modi e l’accento
fiorentino in tal modo che, pregato di sostituire momentaneamente
un venditore di biglietti di lotteria allontanatosi per spicciolare
in una bottega una sua banconota troppo grossa, accettò,
e trasse in inganno un altro popolano che veniva anche lui
a comprare il biglietto, finché una risata degli accompagnatori
del Warburg non gli ebbe rivelato l'errore.
Un uomo di questa fatta doveva avere molti amici tra i coetanei
e tra i giovani. Fascino di simpatia è necessario a
chiunque voglia conquistare al servizio della sua scienza
i propri compagni di umanità. Grazie principalmente
all’umano calore che si sprigionava dalla personcina del Warburg,
egli ha potuto trar profitto per la sua storia della cultura
da vecchi e da giovani, da teologi, filologi classici, archeologi,
orientalisti, medievalisti, storici puri, filosofi, astronomi,
medici. E grazie a questi suoi pregi d'animo, che si combinavano
in lui con la facoltà organizzatrice, la sua opera
sarà anche dopo la sua morte proseguita in tutte le
direzioni, anche in quelle in essa appena accennate.
V
Dal
'18 al ‘24 il Warburg ha combattuto con una malattia mentale.
Testimoni autorevoli ci rivelano ora dopo la sua morte ch'egli
a un certo momento aveva cominciato a vivere i suoi problemi
non soltanto quali storicità. L'impulso a ricercare
quale eterna realtà abbia animato la magia, e l'astrologia
dell'ellenismo e del Rinascimento, ma anche la magia degli
uomini primitivi, vivo in lui almeno da Bonn in qua, divenne
a poco a poco, nell'animo suo, centrale. Egli credette, in
certo senso, alla magia, risentì tutti i timori irrazionali
dell'uomo primitivo. La malattia fu in un certo senso la continuazione
della sua ricerca scientifica; e, che è più
strano, egli continuò durante la malattia, profittando
di quelle esperienze morbose, la sua attività scientifica.
Il suo scolaro più caro narra: "Nel 1930 il professore
parla nel pomeriggio di Lutero" (la memoria, profonda
ma sana, su Lutero e l'astrologia della Riforma è stata
finita durante la pazzia), "scrive nel pomeriggio le
pagine meravigliose su logica e magia; la mattina era stato
un uomo magico, che credeva al demonismo delle cose inanimate".
Ma alla malattia egli seppe resistere, vincendola per mezzo
del pensiero scientifico e dell'attività scientifica:
in uno strano sdoppiamento il Warburg non cessò mai
di osservare se stesso, e in se stesso di scoprire l'uomo
primitivo che ha nella magia la sua logica.
Gli anni dopo la guarigione furono, e anche questo è
singolare, i più sereni della vita del Warburg; io
l'ho riveduto più quieto e più lieto al suo
ritorno in Italia, nel '27, di come l'avevo lasciato nel '15,
spaventato al pensiero della guerra inevitabile tra Germania
e Italia, che avrebbe, egli temeva, scavato per sempre un
abisso tra i due paesi che amava. È morto improvvisamente,
ma la sua vita è in certo senso compiuta. Egli lascia
pronto per la pubblicazione un atlante figurativo, che prende
nome dalla memoria, Mnemosyne, e deve mostrare come
i diversi paesi e le diverse generazioni, l’Oriente mediterraneo
del Medioevo e il Medioevo Europeo, il Rinascimento italiano
e tedesco, infine la generazione e la cerchia del Rembrandt
(sul Rembrandt egli aveva pronto un lavoro) abbiano successivamente
concepito, e concependo trasformato, l'eredità "patetica",
dionisiaca dell'antichità. In quell'atlante egli ha
voluto vivere per i posteri. Gli studiosi giovani opereranno
secondo le sue intenzioni, secondo il suo spirito, se non
accetteranno senz'altro concezioni che sono strettamente legate
con la potente personalità di lui, se invece di quell'atlante
si serviranno come di una pietra di paragone dei propri pensieri.
Gli storici dell'arte e gli scienziati della cultura hanno
il dovere di rendere fruttifera l'opera del Warburg, lasciando
che essa operi su loro, cioè trasformandola.
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