Un
ricordo di Aby Warburg di
Gertrud Bing
Il 31 ottobre 1958, in occasione dello scoprimento del
busto di Aby Warburg e della sua collocazione nella Kunsthalle
di Amburgo, Gertrud Bing, che era stata la più
stretta collaboratrice di Warburg, tenne una conferenza
commemorativa. Nelle sue parole il tono ufficiale si mescola
al ricordo di episodi divertenti e di aspetti inediti
della vita dello studioso, restituendo un ritratto a tutto
tondo dell’uomo e del Maestro.
Il testo di Bing venne pubblicato in traduzione italiana
nel 1960. |
Gertrud
Bing
ABY M. WARBURG
("Rivista storica italiana" LXXII, 1960,
pp. 100-113) Nell’ottobre
prossimo si compiranno i trenta anni dalla morte di Aby Warburg,
e sono dodici mesi che il suo busto, esiliato nei magazzini
della galleria sin dal principio dell’era hitleriana, ha ritrovato
un posto degno e congeniale nella Kunsthalle della
sua natia Amburgo, per le cure affettuose dei suoi amici e
l’aiuto sollecito delle autorità municipali. A proposito
di questo busto, modesto benché dignitoso, che ora
fa parte di un gruppo di ritratti delle notabilità
della sua città, vorrei rammentare uno di quei detti
allegri, del Warburg, spesso ironici verso se stesso, che
facevano della sua compagnia una esperienza così incantevole.
Il busto fu modellato soltanto dopo la sua morte perché
la moglie, benché scultrice esperta, non era mai riuscita
a indurlo a posare. Tutt’al più, soleva dire il Warburg,
vi si sarebbe adattato se ella avesse voluto fargli un monumento
equestre, di grandezza naturale.
Dopo
tanti anni tali ricordi fanno emergere la figura del Warburg
nella memoria di quelli che lo conobbero di persona, come
se egli vivesse ancora; ma come evocarla alla mente di tutti
coloro per cui lo stesso nome non è più che
un qualcosa del quale si è vagamente sentito parlare?
Com’è possibile disegnare in pochi tratti la figura
di un uomo che in ogni sua manifestazione recava in modo così
notevole l’impronta dell’inconsueto? Se si chiede di lui a
coloro che lo hanno ancora conosciuto, la risposta sarà
probabilmente tutt’altro che chiara. Alcuni forse addirittura
la maggioranza parleranno del suo spirito effervescente
e citeranno qualche sua parola di scherzo improvvisato con
insuperabile, brillante e precisa fantasia linguistica. Qualcuno
metterà in rilievo il rigore con il quale la sua vita
si conformava alle leggi di condotta che egli si era scelto,
che sempre lo sospingevano nella direzione dell’assoluto.
Altri ancora ricorderà come potevano essere scomodi
i suoi tentativi di rendere accettabili queste leggi ad un
ambiente che non era affatto sempre disposto a porgergli ascolto.
Nemmeno gli scolari o amici pei quali la sua conversazione
scientifica è rimasta indimenticabile, saranno sempre
in grado di dire in che cosa consistesse l’importanza di quei
colloqui e che cosa li rendesse così straordinariamente
efficaci. Il Warburg stesso soleva dire di sé ch’egli
era "proprio l’uomo fatto per creare un bel ricordo".
In questa ironica formulazione si trova al tempo stesso un
riflesso della sua tragica consapevolezza che non gli era
concesso vivere in una imperturbata armonia con se stesso
o con le persone a lui vicine. Ma di fatto queste sue parole
gli hanno dato ragione: il Warburg è diventato quasi
una figura mitica.
Non
diversamente sono andate le cose per la sua personalità
scientifica. La raccolta dei suoi scritti pubblicati comprende
solo due volumi. I risultati e le argomentazioni che gli hanno
assicurato un posto particolare tra i grandi storici dell’arte
della sua generazione, emergono da cinque o sei saggi capolavori
di acribia storica, di sensibilità psicologica e di
geniale padronanza del materiale, che però non sono
di facile lettura. E anche questi saggi danno solo una parte
di quanto la sua opera e la sua personalità abbiano
significato per la ricerca scientifica. Per averne un quadro
completo, bisognerebbe aggiungere a quei saggi i numerosi
frammenti, i richiami, appunti e abbozzi che si trovano nelle
carte da lui lasciate, e in formulazioni sempre rifatte e
sempre di nuovo respinte. Bisognerebbe poter ricostruire le
conferenze che egli teneva senza manoscritto, per le quali
abbiamo solo schemi e notizie, e bisognerebbe rifare le molte
conversazioni familiari in cui non si stancava mai di parlare
di quel che muoveva il suo interesse scientifico. Bisognerebbe
soprattutto aggiungere i lavori usciti da trentasei anni a
questa parte a cura dell’Istituto che porta il suo nome. Penso
che in quasi ognuno di essi si potrebbe individuare quello
che nel contenuto o nel metodo risale a lui; e mi sembra perfino
che ora, in uno sguardo retrospettivo, la sua figura scientifica
potrebbe essere enucleata da questi lavori meglio di quanto
sarebbe stato possibile in base ai soli suoi scritti, mentre
egli era ancora in vita.
Per
questo, oggi l’unica cosa possibile mi pare sia questa: far
emergere dai miei ricordi alcuni tratti, per me caratteristici,
della sua figura e coglierne l’occasione per narrare del suo
lavoro quel tanto che impedisca che la nostra commemorazione
appaia soltanto una faccenda di patriottismo locale.
Una cosa vorrei mettere in rilievo subito: il Warburg non
è stato uno studioso estraneo alle cose del mondo.
Suo fratello Max soleva raccontare un aneddoto d’infanzia:
egli e Aby, ragazzi di dodici e tredici anni, si erano un
giorno divisi l’eredità. A Max e non ad Aby sarebbe
passata la banca paterna, ma in cambio Max doveva promettere
di comprare al fratello maggiore tutti i libri dei quali questi
avrebbe avuto bisogno per i suoi studi. Quando poi Max Warburg
aggiungeva che quella promessa era stata la più grossa
cambiale in bianco da lui mai firmata in vita sua, il patto
suonava come episodio tipico della fanciullezza d’un grande
studioso che nella mente non ha null’altro che libri. E nel
caso di uno studioso privato che ha coerentemente declinato
tutte le chiamate universitarie che gli sono pervenute, non
riesce difficile rimaner fermi a quest’idea. Ma se si pensa
che il Warburg ha realmente creato una biblioteca scientifica
che alla sua morte constava di circa 65.000 volumi e che ora
ne conta circa 140.000, neppure in quell’aneddoto della fanciullezza
si può disconoscere un certo istinto del meccanismo
pratico della vita. Max Warburg stesso conosceva bene questa
capacità del fratello, e ha sempre rilevato con quanta
vivacità questi si interessasse delle faccende della
banca e con quanta saggezza le giudicasse; soleva dire: "Mio
fratello sarebbe diventato un ottimo banchiere". In particolare,
il professore aveva fiuto per l’atmosfera delle crisi di Borsa,
e quando egli si presentava inatteso dai fratelli, nel loro
ufficio, dicendo: "Sento frusciare le ali dell’avvoltoio
del fallimento", spesso aveva ragione. Il Warburg ha
considerato la creazione della sua biblioteca né più
né meno che una vocazione e una professione; e, per
anni è stato l’unico bibliotecario di se stesso. Non
molti saranno stati gli studiosi che avevano familiare come
lui il mercato librario internazionale e che come lui strappavano
alla stanchezza le tarde ore della serata per sfogliare giorno
per giorno i cataloghi delle librerie antiquarie.
Egli
applicava la stessa serietà alle cose della vita pubblica,
e quando si riferivano all’arte o alla scienza subito ne faceva
una causa sua. Anche in questi casi, egli non era mai disposto
a venire a patti con la mediocrità, e non era davvero
nelle sue abitudini di porsi sul "terreno dei fatti",
come si suol dire con una certa bella frase. Ma forse più
sorprendente apparirà un altro tratto della sua figura,
specialmente nella luce esoterica che ora circonda il Warburg
per le generazioni più giovani: la preoccupazione per
l’istruzione degli adulti. L’insegnamento serale allora non
era ancora al centro di un interesse generale come di questi
giorni; ma per lui costituiva il presupposto indispensabile
di ogni vita scientifica feconda. Le sue lezioni al Volksheim
ch’egli aveva aiutato a fondare non avevano nulla da invidiare
per serietà scientifica a un corso di lezioni universitarie.
In quelle conferenze, sia su Leonardo o su Dürer, o sul
Primo Rinascimento fiorentino, ci sono molti particolari che
sicuramente devono aver superato la capacità di comprensione
dei suoi uditori. Ma questo non significava nulla: il suo
segreto stava nel saper render accessibile a tutti, a giovani
e vecchi, alle persone colte o ai semplici dilettanti, e perfino
ai fanciulli, le cose alle quali teneva.
Il
Warburg non era un pioniere accecato dall’idea che Amburgo
dovesse avere una sua università. Qualche sua osservazione
fa pensare che gli sembrasse più importante dischiudere
anzitutto a una più larga cerchia di dilettanti interessati
le biblioteche già esistenti, la Stadtbibliothek
e la Commerzbibliothek, "indicare", come
egli diceva, "a quei lettori potenziali la via del libro".
Ma quando, una volta fondata l’Università, vi fu il
pericolo che Ernst Cassirer venisse tolto alla sua cattedra
di Amburgo da una chiamata a Francoforte, il Warburg non disdegnò
di entrare nella lizza della polemica quotidiana. Fece pubblicare
nello Hamburger Fremdenblatt il suo articolo "Perché
Amburgo non deve perdere il filosofo Cassirer", perché
fermamente convinto che il largo pubblico avesse il diritto
di sapere che cosa fosse veramente in giuoco in simili questioni
di chiamate accademiche. Qui si deve ricordare anche l’esposizione
da lui progettata per il planetario di Amburgo, la cui attuazione
egli non riuscì più a vedere. Essa consisteva
in riproduzioni e modelli che illustravano la storia dell’astronomia
e dell’astrologia, ed era il risultato di lunghi anni di ricerca
erudita. Ma il fine ch’egli si era posto era quello di destare
nel pubblico una coscienza storica. Non gli sembrava sufficiente
che i visitatori si trovassero dinanzi agli occhi lo spettacolo
del moto delle stelle come risultato bell’e pronto; essi dovevano
trovare l’indicazione della storia che ha condotto alla nostra
odierna immagine dell’universo.
A
queste cose pensava, quando diceva di esser sempre tornato
ad assicurare ai suoi concittadini: "La cultura non fa
mai male". Ma sapeva prendere ben altro tono quando il
suo senso d’integrità artistica e intellettuale veniva
offeso da coloro che erano chiamati a sapere di che si trattava.
Quando avvertiva questo pericolo e per queste cose aveva
orecchio finissimo non vi era possibilità di compromesso
e non c’era alcun riguardo per la persona o per la sua posizione
sociale; senza clemenza per coloro che egli riteneva responsabili
del malfatto, ma anche senza considerare se così si
rendesse inviso, egli si gettava nella battaglia con tutte
le armi della sua penna e del suo spirito tagliente. Qualcuno
ricorderà forse la sua lotta contro gli affreschi di
Hugo Vogel nella Sala Grande del Municipio di Amburgo e l’articolo
molto bellicoso che scrisse allora. Quando, molti anni dopo,
durante la prima guerra mondiale, seppe che Hugo Vogel era
stato chiamato nel Gran Quartier Generale per dipingere il
ritratto ufficiale di Hindenburg, Warburg disse: "Ormai
è certo che perderemo la guerra". Ed era tutt’altro
che una battuta di spirito. Per lui, in queste cose, non esisteva
nessuna zona di indifferenza e nemmeno di minore importanza.
Così, egli protestò anche contro l’arredamento
dei vapori della Hapag in stile Luigi XIV. Quella
illusione di falso splendore non sarebbe servita che a far
dimenticare ai passeggeri di essere esposti all’arbitrio di
una forza naturale incalcolabile. Questa diffidenza del Warburg
non aveva nulla a che fare coi rischi che in quell’epoca si
correvano nell’attraversare i mari, rischi dei quali l’affondamento
del Titanic è rimasto memento minaccioso. Era
per lui una questione di principio: non tollerare un ottimismo
di lega scadente e non abbandonarsi a un altezzoso senso di
sicurezza mentre in ogni evento l’uomo deve dirsi fortunato
pel solo fatto che se la cavi senza danni. Vi sono anche storielle
di questo tipo meno serie: quando un giorno fu chiamato come
perito davanti a una commissione che doveva deliberare se
chiudere o continuare la collezione di calchi in gesso nella
Kunsthalle, rispose al consueto riferimento burocratico
ai precedenti e alle forti spese, con l’obiezione che la natura
elargisce il gesso in quantità illimitate. Il termine
"precedente" era per lui un panno rosso: coi precedenti
si poteva uccidere ogni iniziativa. Mi ha fatto piacere sentire
che la collezione dei calchi esiste tuttora.
Ma
questa immagine di un Warburg militante ha bisogno di una
integrazione. Non esisteva amico più fedele di lui.
Quando sentiva che poteva tributare il proprio riconoscimento,
lo faceva senza riserve, e la sua sacra insoddisfazione ammutoliva.
Questo
senso di responsabilità nei confronti della cosa pubblica
fa parte integrante della levatura morale del Warburg, e si
sarebbe manifestato dovunque egli fosse vissuto. Ma Amburgo
occupava pur sempre in lui un posto a parte. Con tutta la
dovuta cautela, credo di poter dire che proprio nei suoi lavori
scientifici fa capolino un pezzetto di Amburgo. Mi riferisco
ai suoi contributi alla storia dell’arte e della civiltà
di Firenze.
Ai
nostri giorni la predilezione per l’arte fiorentina del Quattrocento
è un po’ passata di moda; ai tempi del Warburg era
generale. Per opera di August Schmarsow il Warburg è
andato a Firenze per la prima volta, come studente, e Schmarsow
è stato il fondatore dell’Istituto tedesco per la storia
dell’arte in quella città. Adolf Hildebrand, l’estetica
del quale ebbe un forte influsso sul Warburg, viveva a Firenze.
E Jacob Burckhardt, la cui trattazione domina ancora oggi
la nostra immagine del Rinascimento, aveva attinto sostanzialmente
a fonti e a documenti fiorentini. I lavori del Warburg si
ricollegano al Burckhardt, e nessun apprendista può
essere stato più chiaramente consapevole del suo debito
di riconoscenza verso il maestro della propria arte di quel
che sia stato Warburg nella sua ammirazione per Burckhardt.
Ciò nonostante oggi possiamo dire che l’immagine del
Rinascimento tracciata dal Warburg supera in molti punti quella
del Burckhardt.
Il
Warburg è vissuto a Firenze circa dieci anni nei primi
tempi del suo matrimonio e lì è nata la sua
figlia maggiore. Forse non sarebbe ritornato ad Amburgo se
non avesse sentito che doveva allontanarsi dalla ricchezza
di materiale che gli affluiva dall’archivio, dalle raccolte
e dai tesori delle chiese, per poterlo elaborare e ripensare.
Ogni parola da lui scritta su Firenze porta l’impronta di
un rapporto personalissimo come non si incontra spesso in
lavori scientifici. Si potrebbe quasi dire che con i suoi
lavori su Firenze il Warburg ha scritto i suoi Buddenbrooks.
Ancora nei suoi ultimi anni di vita, la sua lingua, la sua
gesticolazione, tutto il suo atteggiamento lo facevano credere
fiorentino a Firenze, e con la sua corporatura sottile e la
sua testa scura ed espressiva, anche come fisionomia, a Firenze
egli si staccava meno dall’altra gente che ad Amburgo. Non
posso fare a meno di narrare qui una storia che non rientrerebbe
affatto nel nostro discorso, se non fosse che ci mostra il
Warburg fiorentino in azione. Un’estate circolavano voci di
una epidemia di tifo, ed il Warburg correva da un ufficio
all’altro per indurre le autorità a prendere disposizioni
precauzionali ragionevoli. Ma l’esistenza del pericolo fu
negata finché alla fine nell’acquedotto che da Fiesole
portava l’acqua potabile a Firenze fu trovata la carcassa
di un asino. Quando a questa notizia il Warburg si ripresentò
negli uffici con amaro trionfo e con l’intenzione di elevare
una vivace protesta, si ebbe la risposta: "Ma che! Era
un asino così piccino!". È uno dei pochi
casi di questo tipo che io conosca in cui perfino il Warburg
si dichiarasse vinto.
Ma
per intendere la sua affinità elettiva con la Firenze
del Quattrocento, divenuta così importante dal punto
di vista scientifico, bisogna ricordare che la Firenze di
allora era una città-stato, e precisamente, in contrasto
con gli altri Stati del Rinascimento eccettuata Venezia
una repubblica; e che la funzione dirigente in seno a questa
comunità era esercitata da un patriziato borghese mercantile.
Credo che ci sia lecito supporre che nelle esperienze amburghesi
del Warburg vi siano stati elementi che potevano trasformarsi
senz’altro in una comprensione istintiva dei fiorentini nell’età
medicea. Il Warburg era partito da ricerche sul cambiamento
dello stile artistico nella seconda metà del Quattrocento,
dunque da un problema formale familiare ad ogni storico dell’arte
del suo tempo; e nel suo primo scritto aveva trattato dei
dipinti mitologici del Botticelli, la Nascita di Venere
e la cosiddetta Primavera alla quale avrebbe preferito
dare il nome di Regno di Venere. In questo scritto
si trova la osservazione che le caratteristiche stilistiche
del Botticelli, chioma svolazzante e vesti mosse, si possono
ritrovare anche nella poesia e teoria dell’arte di quell’epoca,
e che dappertutto esse costituiscono indizi di una nascente
predilezione per i modelli classici. Ma quest’osservazione
non fu per lui più di un punto di partenza.
Cioè,
gli anni dal 1450 al 1490 circa, dei quali egli s'interessava
in particolare, erano l’epoca in cui in Firenze s’iniziava
una trasformazione dell’intero stile di vita: e il Warburg
si rese conto del fatto che i cambiamenti stilistici nell’arte
monumentale ne costituivano solo una parte, poiché
quella trasformazione si estese anche a tutti gli accessori
della vita pratica; cominciò dunque di conseguenza
a includere nelle sue considerazioni gli oggetti del fabbisogno
quotidiano, e fece ricorso non solo alle grandi testimonianze
letterarie, ma anche, anzi, prima d’ogni altra cosa, ai documenti
privati. A questo modo creò per la storia dell’arte
quello che nell’archeologia classica designiamo col termine
di Realienkunde. Oggi possiamo riconoscere che era
un’eredità del positivismo storico; al tempo del Warburg
nessuno storico dell’arte si sarebbe interessato dei contratti
d’affari dei Medici o del testamento di un loro socio nel
quale non si parlasse d’arte, o delle lettere dei loro rappresentanti
d’Oltr’Alpe che lamentano i cattivi affari; cose del genere
erano lasciate agli storici dell’economia politica. Gli oggetti
d’arredamento delle case rientravano, secondo l’opinione di
allora, nell’artigianato, e le loro decorazioni sembravano
troppo lontane per stile e per contenuto dai prodotti della
cosiddetta arte libera per poter essere prese in considerazione
o perché ci si potesse porre il problema che si poneva
il Warburg: se in entrambi i casi la scelta del contenuto
figurativo non fosse stata determinata anche dall’uso al quale
quegli oggetti erano destinati.
Porterò
solo un esempio delle argomentazioni del Warburg. Dal carteggio
dei Medici con i loro rappresentanti di Bruges risulta che
essi si facevano spedire dalle Fiandre arazzi a metraggio.
Queste stoffe preziose servivano per l’arredamento delle stanze,
come rivestimenti delle pareti o come tendaggi da letto, e
di preferenza rappresentavano, in grandi figurazioni, scene
di storia antica. Se gli arazzi fossero stati alla corte di
Carlo il Temerario, non ci meraviglieremmo a vedervi costumi
borgognoni. Però Warburg fu colpito dal fatto che i
Medici raccomandavano ai loro agenti, anch’essi italiani,
di badare molto che sugli arazzi preparati per loro le figure
fossero rappresentate "nella foggia di qua": dunque
avevano una predilezione così forte per lo stile delle
Fiandre da accettare con piacere le figure eroiche dei greci
e dei romani nei costumi dei paladini di Borgogna. A questo
modo perdeva ogni nebulosità quell’elemento che fino
ad allora era stato designato, piuttosto vagamente, come influsso
fiammingo sull’arte fiorentina, e che ora si presentava come
il prodotto di una scelta consapevole le cui origini si potevano
seguire; e le vie per le quali giunse a Firenze risultavano
essere quelle del traffico normale e della mercatura.
Il
modo tenuto dal Warburg, per delineare, servendosi di simili
analisi dei particolari, la sua immagine della mentalità
della borghesia fiorentina nel Quattrocento, è inimitabile;
l’insegnamento che ne abbiamo avuto è che si possono
far sentire voci umane articolate anche da documenti di scarsa
importanza. Ma, dopo che il Warburg si fu reso conto che c’era
un carico forte di tendenze di gusto preesistenti e di esigenze
della vita pratica prima che la fioritura dello stile ideale
potesse emergere vittoriosa, lo sviluppo dello stile anticheggiante
del Pieno Rinascimento apparve molto più differenziato
di prima. Lo svolgimento fiorentino di questo stile divenne
la testimonianza principale del come la tradizione antica
venne accolta nel Rinascimento e della parte che in questo
fatto ebbe l’imitazione di esemplari dell’arte classica.
Si
dovrebbe pensare che agli italiani sarebbe bastato guardarsi
attorno nel proprio paese per riconoscere le testimonianze
autentiche del passato greco-romano. Ma per giungere a questo
punto ci volle parecchio tempo. Dapprima, come in tutta l’Europa
medievale, così in Italia, l’antichità fu accolta
in una forma modificata che aveva la sua origine nella tarda
antichità. In questi ultimi decenni, le ricerche si
sono concentrate sempre più proprio su questo processo
medievale di trasmissione, e oggi ne sappiamo di più
e possiamo seguire il fenomeno meglio e in più campi
di quanto fosse possibile ai tempi del Warburg.
Ma
non è un caso che questa direzione delle ricerche risalga
a uno storico dell’arte. Infatti le figure della mitologia
antica erano sopravvissute nel ricordo da molto tempo prima
che le testimonianze della letteratura e filosofia antica
fossero riscoperte e divenute comprensibili. Esse erano anche
rimaste, fino a un certo punto, sempre comprensibili; e questo
perché erano tramandate in immagini in immagini che
si erano conservate su pietra, in argilla, su metalli o su
gemme. Si trattava solo di un numero esiguo di forme figurative
che furono accolte dalle generazioni posteriori: ma queste
poche forme tornarono sempre ad esser copiate. "L’uomo",
soleva dire il Warburg, "vien lavorato con poca spesa".
Naturalmente
si conoscevano già nel Quattrocento imitazioni singole
dell’arte antica. Vi è un libro di schizzi che copiano
sculture antiche, attribuito al Ghirlandaio, e al quale potrebbero
aver attinto pittori e scultori del suo tempo per procurarsi
i modelli. I rilievi tondi decorativi del cortile di Palazzo
Medici sono imitazioni di gemme antiche i cui originali si
trovavano in possesso di Lorenzo. Ma ci si era arrestati a
constatazioni come queste; nessuno si era posto il problema
delle intenzioni che determinavano la scelta entro il tesoro
plastico antico. Si presupponeva che gli artisti del Quattrocento
fossero animati da quella medesima venerazione per tutta l’antichità
classica che era diventata la regola ovvia per ogni persona
colta a partire dal Settecento. Anche il Warburg era partito
in un primo tempo da imitazioni singole di quel tipo. Di questo
tipo era la sua scoperta che Botticelli aveva attinto alla
plastica neo-attica i modelli delle sue figure in movimento
o librate in aria, quasi volanti. In un disegno che risale
alla scuola del Botticelli, un gruppo di tre figure era stato
copiato da un sarcofago antico che in quel tempo era murato
nella scala di Aracoeli in Roma. Ma la svolta nuova che il
Warburg ha impresso alla storia della tradizione non consiste
nel chiedersi che cosa si fosse imitato, o da quale modello
si fosse fatta l’imitazione: consiste invece nell’indagare
il perché dell’imitazione data. Egli poté così
constatare che gli artisti o i loro committenti e dotti consiglieri,
quando sceglievano i loro modelli, non si preoccupavano in
prima linea del contenuto delle opere antiche, ma del loro
linguaggio mimico. Da modello del rapido movimento e della
mimica nervosa delle figure del Botticelli fa l’atteggiamento
della menade classica. Il gruppo di Apollo e Dafne in cui
il dio cercava di afferrare l’amata, divenne il prototipo
dell’inseguimento amoroso. E quando nel rilievo di una tomba
a Santa Trinita in Firenze si dovette raffigurare il pianto
funebre per il defunto ivi sepolto, si scelse come modello
un sarcofago antico sul quale figure luttuose circondavano
coi classici gesti del lamento funebre la salma di Meleagro.
Quando
al Warburg si fu dischiuso questo significato degli antichi
gesti espressivi, si poterono identificare numerosi esempi
di questo tipo. Gli artisti del Quattrocento si servivano
della mimica classica quando per essi si trattava di raffigurare
momenti di massima commozione: lotta, trionfo, rapina, disperazione
o lamentazione.
Il
Warburg era scolaro di Hermann Usener, e quindi le ricerche
sui miti gli erano state familiari fin dalla giovinezza. Ma
egli non si è posto il problema del significato dei
miti che nei tempi antichi avevano ispirato quelle raffigurazioni.
Per lui queste ultime erano testimonianze di stati d’animo
divenuti immagini. Per lui Medea non costituisce l’esempio
di un archetipo, come sostiene C. G. Jung; la sua immagine
non trascende la figura che le ha conferito il mito: essa
si presenta come moglie gelosa o infanticida. Così,
per l’espressione figurativa è indifferente che Proserpina
rappresenti la morte e il risveglio della vegetazione o no;
nella immagine che ci è stata tramandata Proserpina
è diventata il prototipo del ratto violento. Tutte
queste figure sono, come dice il Warburg, formule del pathos
coniate nell’antichità. Le generazioni posteriori,
scegliendo queste espressioni come modello, vi cercavano le
tracce permanenti delle commozioni più profonde dell’esistenza
umana per far propri i mezzi classici per esprimere queste
esperienze elementari. Infatti le forme figurative già
coniate serbano in sé il ricordo dei miti tragici dei
Greci e riportano in tal modo al campo della religiosità.
Questo
senso della origine della forma plasmata, questo senso che
attraverso essa si comunichi la comprensione intuitiva di
un contenuto psicologico e religioso, compenetra di sé
tutta l’opera di ricerca del Warburg. Questo rapporto conferisce
al suo linguaggio quel peculiare senso d’urgenza, benché
esso non si scosti mai dal caso storico singolo che interessa
la indagine del momento. Vi sono dei miti di cui egli non
ha mai parlato perché lo colpivano troppo forte. Uno
di questi è la storia di Edipo: e non credo che questa
ritrosia sia spiegabile in modo esauriente con elementi psicoanalitici.
Tuttavia il Warburg ha osato inoltrarsi in un campo nel quale
le figure classiche si presentavano non come formule del pathos,
ma palesemente come demoni. Intendo riferirmi ai suoi studi
sull’astrologia.
Non
è difficile tracciare il ponte ideale che conduce dalle
formule del pathos all’astrologia nei lavori del Warburg.
Anche l’astrologia è una porzione di tradizione figurativa
che si può seguire dalla tarda antichità fino
al Rinascimento. I nomi e le figure dei pianeti e le figure
dello zodiaco sono tuttora testimoni della fantasia mitopoietica
che animava i Greci. Ma le immagini hanno subìto qui
una trasformazione più allarmante che nelle formule
espressive artistiche; esse sono passate attraverso le speculazioni
cosmologiche di autori della tarda antichità, alessandrini,
e nella astrologia medievale queste figure appaiono come demoni
astrali, i quali influiscono sulla sorte di ogni singolo uomo
secondo la casualità della loro posizione in cielo
e l’arbitrio della loro natura antropomorfica: la prassi astrologica
rappresenta un tentativo di stabilire e di prevenire le loro
intenzioni osservando e calcolando i loro movimenti nel cielo.
Queste
idee hanno avuto, come si sa, una funzione importante nella
storia. Il Warburg ebbe ragione di occuparsene come storico,
e il suo studio sull’astrologia e sulla credenza nel vaticinio
dei mostri entro l’ambiente di Lutero e di Melantone, è
un esempio complicato, ma in fondo sobrio, del suo metodo
di comprendere una situazione storica in base a fonti figurative
e documentarie. In questo studio egli ha emancipato quei resti
di una fede pagana fatalistica dall’odiosità della
mera superstizione e ha chiarito che la loro origine risale
a idee religiose.
Ma
in ultima analisi per il Warburg non si trattava di constatazioni
di nessi storici di questo tipo. L’astrologia aveva per lui
un significato che ci riguarda tutti: in essa si riflette
la consapevolezza di quanto sia inadeguata l’esistenza umana.
Inerme dinanzi al destino, l’uomo si rifugia nella magia;
egli comincia a manipolare le immagini a suo danno. È
vero che nell’idea che il malvagio Saturno possa contrariare
la buona influenza del pianeta Giove vive ancora il ricordo
della lotta fra Cronos e Zeus. Ma le raffigurazioni del mito
qui non hanno più, come l’avevano nell’arte, la funzione
di esemplari: sono diventati idoli che tengono l’uomo avvinto
nella paura e nel terrore.
Però,
nell’astrologia vi sono anche elementi più confortanti.
Accanto al timore dei demoni vi si trovano gli avanzi di una
spiegazione razionale del cosmo, anch’essa retaggio dei Greci.
Il tentativo degli astrologi di seguire i moti di questi corpi
celesti in forma di demoni ha costituito, ancora nel Cinquecento,
il punto di partenza delle osservazioni scientifiche di Tycho
Brahe e di Kepler. Ma una volta calcolate le orbite dei pianeti
sulla base della risorta logica scientifica dei Greci, la
consapevolezza del rapporto fra universo e creatura umana
non poteva non modificarsi fondamentalmente. Al posto della
vicinanza tangibile degli astri che minacciavano di attaccare
direttamente l’uomo, subentrò, per dirlo con le parole
del Warburg, "lo spazio ideale della riflessione".
Con questo non è detto che così l’umanità
fosse stata emancipata una volta per sempre dal timore dei
demoni e dalla credenza nel potere degli astri. Noi stessi
abbiamo fatto l’esperienza che tali timori e credenze tornano
sempre a ricomparire ogni qualvolta gli animi siano presi
dall’inquietudine. Non abbiamo dimenticato ancora il profluvio
di pronostici e di notizie della nascita di creature mostruose
che si ebbero al momento della presa del potere di Hitler.
E dappertutto i giornali danno oroscopi, e i piccoli settimanali
di astrologia vengono letti con grande interesse. Il Warburg
stesso raccontava come, dopo qualche conferenza in cui egli
intendeva mettere alla berlina i pericoli della astrologia
così com’è esercitata oggi, venisse gente da
lui per dire: "Se un uomo dotto come Lei se ne occupa
tanto, qualcosa di vero deve pur esserci".
Magia
e logica, il volto bifronte dell’antichità che è
divenuto il destino fatale della civiltà europea, sono
anche i due poli fra i quali oscilla il pendolo della coscienza
individuale. Il fatto che l’uomo torni sempre a ricadere nella
magia non lo esime dal dovere di ritornare sempre a tentare
di emanciparsi dalla sua tutela facendo ricorso al proprio
pensiero. Con le parole del Warburg: "Bisogna sempre
di nuovo liberare Atene dai ceppi di Alessandria".
Il
Warburg credeva nel potere della ragione; era illuminista
proprio perché conosceva tanto bene l’eredità
dell’antichità demoniaca. Il Laocoonte di Lessing
era stato l’influsso più forte che avesse sperimentato
in gioventù: ed egli si sentiva obbligato all’insegnamento
dell’illuminismo tedesco del Settecento. Per le stesse ragioni
egli si sentiva altrettanto vicino a un’altra figura della
storia tedesca, che si trova al centro della sua esposizione
della fede demoniaca della Riforma: Martin Lutero. Il dover
constatare perfino in Lutero una confusa fede nelle comete,
nei mostri e nelle meteore inviate dal cielo come segnali
d’allarme, faceva parte per il Warburg di quell’ambivalenza
che egli ammetteva in ogni fenomeno storico. Tuttavia, e ciò
nonostante, egli ha visto nella Riforma tedesca uno dei grandi
movimenti europei che hanno sgombrato la via al pensiero indipendente
e che hanno condotto al riconoscimento del diritto che ha
ogni singolo individuo di prendere le proprie decisioni in
campo religioso e morale. La Riforma era stata per lui una
forza progressiva.
Eccomi
all’ultimo punto del pensiero di Warburg, che vorrei qui rendere
ben presente. Egli proveniva da una casa paterna che teneva
fermo alla tradizione dell’ebraismo ortodosso. Il Warburg
compì il suo primo atto illuministico verso se stesso
quando andò all’Università a Bonn; allora dichiarò
ai genitori che da quel momento non avrebbe più osservato
le leggi ebraiche sui cibi. Certo, avrebbe potuto farlo anche
senza informarne i genitori, ma questa non sarebbe stata per
lui una vera emancipazione; così si era aperta la via
sulla quale poi doveva tanto procedere. Le condizioni generali
degli anni delle grandi speculazioni dopo l’unità tedesca
erano favorevoli all’assimilazione degli ebrei; ad Amburgo
suo fratello Max e il Ballin, direttore della Hapag
e amico di Max, si trovavano in posizioni influenti senz’altro
riconosciute. Il Warburg stesso ha adempiuto il suo obbligo
militare con una gioia e una coscienziosità addirittura
commoventi. Egli non ha mai dimenticato che la Germania dell’Impero
ha trattato bene gli ebrei, e anche in seguito non ascoltava
volentieri le critiche che le si movevano. Ancora nel 1929
visitò a Roma l’ex cancelliere del Reich Bülow
benché lo facesse forse con qualche malizia, perché
gli era tanto simpatica la moglie italiana di Bülow.
E benché egli si identificasse con la Germania così
integralmente e senza riserve, come noi, la generazione
successiva non avremmo più potuto fare, anche prima
di Hitler, egli non si era mai liberato del tutto del senso
della minaccia antisemita. Una sua piccola osservazione dice
in proposito più di molte parole. Quando a Firenze,
nella sua casa, un’amica della moglie sposò uno dei
giovani colleghi del Warburg, ed egli avrebbe quindi avuto
buone ragioni per partecipare al festoso evento, annotò
invece nel suo diario: "Mary ed io non li abbiamo accompagnati
in chiesa. È meglio che ci si meravigli del fatto che
non ci siamo, che qualcuno si meravigli del fatto che ci siamo".
Si deve forse alla lucidità derivante da quella scissione,
che il Warburg fosse tra i pochi che in Germania trovarono
inaudito il fatto di Bethmann-Hollweg sui "pezzi di carta"
a proposito della violazione della neutralità belga.
Nella prima metà di agosto del 1914, quando tutta la
Germania s’inebriava di gioia per il successo dell’avanzata
in Francia, troviamo nel suo diario le profetiche parole:
"Noi vinciamo da morirne".
L’orgoglio
per le peculiarità ebraiche che era sempre esistito
nell’ortodossia e s’era poi sviluppato sotto la pressione
dell’antisemitismo anche presso gli ebrei liberali, era estraneo
al Warburg, il quale lo respinse sempre fermamente dovunque
l’incontrasse. Egli aveva una sua risposta alla domanda su
che cosa costituisca la distinzione fra gli ebrei e i popoli
che li ospitano: "Abbiamo patito la storia universale
per duemila anni più di loro". Non c’era altro,
ma per chi conosce lo stile del Warburg non è difficile
ravvisare in questa formulazione il nesso linguistico fra
"patire", "pazientare" e "passione":
Amor fati.
Non
v’è dubbio che la sua persona avesse qualcosa del profeta
del Vecchio Testamento. Tutti coloro che mai abbiano provato
su di sé la pienezza e l’eloquenza della sua collera,
debbono averlo sentito. Ma parlando di lui si pensa anche
al detto di Federico Schlegel: lo storico è un profeta
volto all’indietro. Il Warburg sentiva il suo compito scientifico
come missione; parlava del "problema che lo comandava"
e al quale egli obbediva senza ribellarsi nonostante gli
acciacchi fisici, nonostante la incomprensione nella quale
spesso s’imbatteva e nonostante i dubbi che su se stesso troppo
spesso l’afferravano. Nel suo lavoro di ricerca, disse un
giorno, non doveva "esservi nemmeno il sospetto d’un
blasfemo giocare alla scienza".
E
ora mi si consenta di chiudere con una piccola frase autobiografica
scritta dal Warburg un giorno in italiano: "Ebreo di
sangue, Amburghese di cuore, d’anima Fiorentino". Forse
neppure lui sapeva esattamente quale rara fusione avessero
compiuto in lui quei tre elementi. |