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Warburg |
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Aby Warburg
(1866-1929), storico della cultura e investigatore partecipe della storia
dell'arte, inaugura con le sue ricerche un metodo per la storia della tradizione
classica, proponendo una mappa delle costanti della memoria occidentale
– miti, figure, parole, simboli – in un campo di indagine che
si apre sulle risonanze culturali tra Rinascimento, Antico e Contemporaneo
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| Nel 1983 la casa editrice
Feltrinelli pubblicava la traduzione italiana della
biografia di Aby Warburg di Ernst Gombrich, uscita nel
1970 a Londra (recentemente la casa editrice milanese
ha proposto una ristampa
del saggio).
La pubblicazione dell'importante biografia di Gombrich
fu accolta anche in Italia con favore.
Il quotidiano "il manifesto", in data 15 gennaio
1984, pubblicava una recensione critica, che risulta
ancora oggi, a distanza di vent'anni, importante e attuale:
ripubblichiamo pertanto, con il consenso dell'autore,
il contributo di Guglielmo Bilancioni. |
Guglielmo
Bilancioni
Aby Warburg, il gran signore del labirinto
(a proposito dell'edizione italiana di Ernst Gombrich, Aby
Warburg. Una biografia intellettuale)
Nelle biografie, anche se estese, documentate
e oneste, c'è sempre un limite: agiscono sulla curiosità
del lettore, lo informano con nomi e dati, ed in questo hanno
la loro utilità, ma allontanano, sempre, anche contro
la volontà del biografo, dalle essenze, solidamente celate
nelle opere dell'autore considerate.
La biografia di Warburg scritta da Ernst H. Gombrich (Aby
Warburg. Una biografia intellettuale) è utile e
importante, vasta e studiata, e merita rispetto, ma non una
completa adesione. Non ne emerge, infatti, tutta la grandezza
di Warburg, minata da insistenti ed insinuanti richiami alla
fragilità della sua psiche, ai suoi tormenti, che erano
invece passioni, alle sue indecisioni, che erano invece dolente
coscienza della complessità dell'evento artistico; in
fondo, per Gombrich, è questo è quasi insopportabile,
Warburg è "uomo perduto nel labirinto", mentre,
del labirinto, Warburg è stato veramente il signore.
Warburg ha fondato, con i suoi studi sull'arte pubblicati al
volgere del secolo, una scienza dell'arte nella quale confluivano
antropologia e psicologia, in esatte morfogenesi che permettevano
di toccare l'astratto e il lontano; da questa scienza si poteva
estrarre, oscillante nelle rifrazioni del fondo, il senso della
figura, con sismografica precisione. Attorno alla biblioteca
di Warburg – il suo più completo capolavoro, ottenuta
scambiando la primogenitura con il fratello Max a tredici anni
– è cresciuta una nuova scienza umana e si sono
formati studiosi appassionati e liberi, ed esercitati al disvelamento
degli enigmi, come Panofsky, Klibansky, Saxl, Wittkower, Wind,
Frances Amelia Yates e Klein. Su Warburg ha scritto bene Klein:
"Questo storico ha creato una disciplina che, all'opposto
di tante altre, esiste ma non ha nome, e che si fonda essenzialmente
sullo studio delle credenze scientifiche, parascientifiche e
religiose considerate dal punto di vista della tradizione delle
espressioni simboliche e artistiche che esse hanno avuto”.
L'astrologia e, in particolare il mito di Saturno, hanno sempre
vivamente interessato Warburg e i suoi amici. L'energia che
è nella figura sta all'origine della psicologia estetica
di Warburg, la sua scienza d'arte si affonda nel pullulare dei
segni e nella vita delle forme.
Nietzsche aveva rinvenuto la nascita della tragedia nello spirito
della musica, Warburg ha scoperto la nascita dell'opera d'arte
nello spirito della danza, nella "vita in movimento".
Ornamento e struttura, linee e simboli, nell'arte derivano da
impulsi antichi, arcani e pagani; c'è, in Warburg, una
religione della forma, formatasi nei documenti del tempo. Profondità
abissali e pathos del ritrovamento muovono questo studioso nei
suoi progetti "rompicapo e mozzafiato", verso la scoperta
delle tracce dell'antico che riemerge, in una "storia sottile"
che congiunge, e fa reagire, l'umore astrologico e lo stato
delle finanze di un committente, un abito da cerimonia e un
albero genealogico, l'effige su una moneta e un rituale indiano,
il centauro e la sirena, la ninfa e il melanconico dio fluviale,
il gesto e il passo, la chimera e il geroglifico. Fatato e fatale
è l'universo di Warburg, nella sua scienza logica e magia
fioriscono sul medesimo stelo.
Ma Gombrich, già nella introduzione, insiste, con poca
decenza, sul "precario equilibrio della salute mentale"
di Warburg, sulla "ovvia eccitazione", sull'ansietà:
una "mente impressionabile", sopraffatta da difficoltà
e paralisi, "da agonie", da terrori. Depressioni,
ansie, ossessioni, confusioni e frustrazioni, progetti abbandonati
e tormento nel pubblicare. E, a tratti, il professore presuntuoso
prende le distanze dal maestro: “non potevo condividere”.
Il nobile soffrire a causa della scienza, la melanconia di chi
conosce le profondità, il profetismo di chi vive su di
sé "le correnti di pensiero e di sentimenti",
vengono ridotti, dal biografo di Warburg che pure ne ha studiato
le carte e i manoscritti, ad un caso clinico, qualcosa da osservare
da lontano, negando.
La freschezza, la squisitezza, l'alta eleganza di un grande
studioso, libero dalle istituzioni ma avvinto, come il Laocoonte,
nelle spire della forma, cosmopolita e spiritoso, ricco di scoperte
e di dimostrazioni, dotata di immaginazione storica e capace
di spiegare l'essenza degli arcani, vengono adombrate come qualcosa
di orrendo e di strano, che attraversa tutto il libro e sembra
voler togliere a Warburg la sua perfetta e chiara energia. Il
male di Warburg, segnato dalla profezia, dalla melanconia e
dalla coscienza del tremendo, è, invece, una fuga con
ritorno, una "fuga per rescissione", come quella che
Calasso ha attribuito a Walser, una orfica discesa nell'Acheronte
per conoscere come possano coniugarsi agire e patire, per spezzare
nel pathos delle forme il cerchio di Saturno e la complessione
mostruosa che si torce in ognuno.
Warburg si cura da solo, e torna agli studi, dopo cinque anni
di silenzio, firmandosi "Warburg Redux". Reduce dalla
oscura esperienza del pullulare di impressioni e sensazioni,
dalla "casa del tuono cosmico", e, ancora, capace
di indicare la via del passaggio dalla complessione mostruosa
al buon ordine del simbolo.
In una stroncatura durissima, apparsa senza firma sul "Times
Literary Supplement" nel '71 ed ora ripresa in una raccolta
di saggi sull'eloquenza dei simboli, Edgar Wind aveva affermato
che dal tono deprimente di questa biografia appariva quanto
il professore Gombrich si fosse trovato di fronte "ad un
compito a lui non congeniale". "Lo stile incisivo
di Warburg – dice Wind – è perduto nello
sciame pullulante di notazioni effimere, dal quale l'uomo emerge,
come uno spettro, alla guisa di un mollusco tormentato".
Wind denuncia anche le "argomentazioni lillipuziane"
di Gombrich sulle presunte preoccupazioni accademiche di Warburg,
e critica l'eccesso di certezze e l'incompletezza della bibliografia.
Il libro di Gombrich è ricco di notizie ma fragile nella
interpretazione, necessario ma non sufficiente, la prima fonte
di studi su Warburg: non quella definitiva.
giugno
2004 |
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