Warburg
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Aby Warburg (1866-1929), storico della cultura e investigatore partecipe della storia dell'arte, inaugura con le sue ricerche un metodo per la storia della tradizione classica, proponendo una mappa delle costanti della memoria occidentale – miti, figure, parole, simboli – in un campo di indagine che si apre sulle risonanze culturali tra Rinascimento, Antico e Contemporaneo ...>>

Barbara Da Forno

Il diavolo sta nei dettagli.

Appunti sulla ricezione italiana di Aby Warburg


Da uno scambio epistolare tra intellettuali prende il via questo studio; si tratta di una serie di lettere che Rosario Vittorio Cristaldi e Alfredo Parente si erano scambiati sulle pagine della prestigiosa "Rivista di Studi Crociani", allo scopo di risolvere "un dubbietto filologico".

Nel 1948, a conclusione della prima conferenza tenuta agli alunni dell'Istituto per gli Studi Storici di Napoli, Benedetto Croce aveva invitato a:

Non andare in cerca della verità, né del bene, né del bello, né della gioia, in qualcosa che sia lontano da voi, distaccato e inconseguibile, e in effetti inesistente, ma unicamente in quel che voi fate e farete, nel vostro lavoro, nel cui fondo c'è l'Universale, di cui l'uomo vive; e, per chiudere con un motto bizzarro ma profondo, che soleva ripetere un dotto tedesco (o, se si vuole, ebreo-tedesco), altamente benemerito degli studi, il Wartburg, tenere sempre presente che Gott ist im Detail, che Dio è nel particolare (CROCE [1948] 1950).

Rosario Vittorio Cristaldi riconoscerà immediatamente, nel famoso detto, uno studioso tedesco, ma gli risultava che il suo nome fosse Warburg, non Wartburg. Cristaldi sapeva, del resto, che anche Croce lo "conosceva benissimo", perché "nel 1946 vi aveva fatto cenno discutendo a lungo su un libro di Jean Seznec" (CRISTALDI 1980), dunque, come poteva essersi sbagliato? Era più probabile, semmai, che Cristaldi non conoscesse il dotto Wartburg in questione, ed è per questo che si rivolse all’amico crociano Alfredo Parente.

A questo puntosi avviò un processo che potremmo definire di restitutio memoriae. Attraverso una serie di dati, infatti, i due studiosi cercarono di giustificare il lapsus di Croce, e di difenderne l'immagine, ma l'effetto ottenuto fu paradossalmente il contrario.

Parente venne prontamente in soccorso all’amico, infatti, rivelandogli che uno studioso tedesco di nome Wartburg era effettivamente esistito, e che, per di più, era un linguista che Croce conosceva sicuramente poiché ne aveva recensito un testo nel 1946, dunque due anni prima della conferenza tenuta all’Istituto per gli Studi Storici di Napoli. Questo è appunto il motivo per cui, secondo Parente, Croce si era confuso: egli conosceva, cioè, entrambi gli studiosi, ma il linguista era nella sua memoria una "più fresca, anzi recentissima accessione" (PARENTE 1980).

In questa ricostruzione, però, Parente aveva trascurato il fatto che, sempre nel 1946 — come aveva del resto anche notato il più attento Cristaldi — Croce aveva recensito anche il testo di Jean Seznec, La sourvivance des dieux antiques. Quella recensione negativa costituì un ostacolo non solo alla fortuna italiana di Seznec, alla quale il recensore faceva esplicito riferimento, ma anche a tutta la scuola di Warburg, cui invece si mirava in modo ben più velato (settis 1992).

Questo elemento confutava la teoria con cui Parente aveva tentato di giustificare l’errore commesso da Croce, l’inganno della memoria, dovuto a più recente frequentazione del nome di Warburg: dimostrava infatti che c’era stata sì confusione, ma anche che i nomi di Warburg e di Wartburg erano presenti nelle letture e negli scritti di Croce nello stesso periodo, il 1946.

Per rassicurare ancora di più l’amico Cristaldi sulla familiarità che Croce aveva con Warburg, Parente scelse di condividere con lui e con tutti i lettori della "Rivista di studi crociani" un momento privato, un ricordo personale: "il bellissimo incontro col Warburg" che era avvenuto "proprio in casa Croce, in un anno, che non posso ora precisare, intorno al 1933" (PARENTE 1980). L’ansia giustificata di Parente provoca un effetto tra il macabro e il ridicolo: parafrasando una famosa espressione warburghiana, riferita a Mnemosyne "storia di fantasmi per persone veramente adulte" potremmo affermare che quell'incontro, se era avvenuto, poteva essere avvenuto solo con un fantasma, perché nel 1933 Warburg era morto da ben quattro anni.

Con questa informazione Parente si dimostra, nei confronti di Warburg, approssimativo quanto il Maestro che intendeva difendere; infatti, come Croce aveva grossolanamente confuso il nome con quello di un altro, così Parente confonde altrettanto grossolanamente una data con un’altra. Evidentemente ai crociani il nome dello studioso amburghese non restava particolarmente impresso.

Agli inizi la ricezione di Warburg in Italia presenta un panorama non proprio entusiasmante: importanti studiosi dimostravano nel dopoguerra un approccio superficiale, quando non ostile. La figura di Croce incombeva come un’ombra proiettata sugli argomenti e i personaggi da esaminare. Così scrive Parente elogiando l’attività censoria di Croce:

Si era giunti, in Italia, ad un punto della vita degli studi psicologicamente assai singolare: che chiunque mettesse nero su bianco, a meno che non fosse un incosciente, entrava nel particolare stato d’animo di chi sapeva di dover passare sotto i raggi di quell’osservatorio che erano gli occhi instancabilmente sbarrati e i fucili continuamente spianati della Critica (PARENTE 1953).

Nel numero successivo della stessa rivista e da parte di uno, il più savio, dei nostri crociani, nuovi importanti elementi vengono offerti alle nostre ipotesi, contribuendo da una parte a modificare le tinte del fenomeno, dall’altra a confermare ciò che pensavamo.

Rosario Vittorio Cristaldi aveva risposto a Parente facendogli elegantemente notare che quel loro "bellissimo" incontro non poteva essersi tenuto nel 1933, poiché Warburg era morto nel 1929 (CRISTALDI 1980). A questa osservazione Cristaldi aggiunse anche che il motto che Croce aveva citato in occasione di quella conferenza a Napoli non era esatto o, quantomeno, ne era una variante crociana. Infatti Warburg non disse mai Gott ist im Detail ma Der liebe Gott steckt im Detail. Dunque a Cristaldi va il merito di aver risollevato, sul piano della correttezza filologica, il prestigio della scuola crociana; non solo: proprio Cristaldi continuò a interessarsi a Warburg e soprattutto a quell’emblematico motto.

È sempre una lettera lo strumento di cui si serve lo studioso per rivolgersi nuovamente a Parente (CRISTALDI 1982): Cristaldi ripercorre con lodevole rigore filologico, e con viva curiosità, la ‘vita’ di quel motto, offrendoci del prezioso materiale documentario.

Lo studioso aveva rintracciato il motto, che ormai lo interessava da anni, in un testo di Panofsky in cui lo si attribuiva a Flaubert (PANOFSKY [1955] [1962] 1996). Volendo conoscere con certezza la fonte di tale attribuzione, Cristaldi arriva a eliminare Panofsky e Gombrich dalle sue fonti autorevoli, per appoggiarsi invece, su indiretto suggerimento di Salvatore Settis, a Dieter Wuttke. Grazie allo studioso e ad altre sue personali osservazioni, ritiene così di poter confermare quanto aveva già dichiarato Ernst Cassirer: il motto deve considerarsi di Warburg; alcuni anni più tardi, infatti, porrà in esergo a un suo saggio (intitolato non a caso Il fascino del dettaglio), il famoso motto, come aveva fatto Ginzburg, ma questa volta attribuendolo ad Aby Warburg (CRISTALDI 1986).

Non ancora pienamente soddisfatto, Cristaldi ipotizza le fonti di ispirazione di Warburg — Usener, Fontane, Spinoza — e ricostruisce la fortuna del motto. È proprio grazie a queste ricerche che lo studioso ripercorre la critica warburghiana nei suoi più autorevoli rappresentanti — nel caso di Panofsky non possiamo parlare di critica warburghiana perché non scrisse che un testo su di lui (PANOFSKY 1929), ma di studioso autorevole sicuramente sì — compiendo un percorso estremamente significativo. Con la vivacità di cui aveva già dato prova nelle altre lettere incontrate, Cristaldi boccia Gombrich perché approssimativo, contesta Panofsky perché accetta acriticamente Gombrich e ricorre invece al preciso Wuttke perché ne scopre la competenza grazie a Salvatore Settis.

In Cristaldi ritroviamo anche altri precisi argomenti: l’autorevolezza, sempre confermata, di Salvatore Settis intorno a ogni questione relativa a Warburg; il taglio interpretativo dato da Ernst Gombrich, fra l’altro direttore del Warburg Institute dal 1959 al 1966, che, per dirla con le parole di Cristaldi: "Nel migliore dei casi, certo un po’ distratto è. Sarà probabilmente a causa di quei giri frequenti on a hobby horse, sul cavallino della fantasia" (CRISTALDI 1982, 96-97).

Infine un’ultima considerazione, relativa ai tranelli warburghiani; l’attenzione per il motto, può essere — ma non ci sembra il caso di Cristaldi, che ne fa invece occasione per una seria operazione di riflessione metodologica — uno di questi tranelli, anche se il più innocuo: si deve stare attenti a non perdere di vista le questioni sostanziali, quelle rivolte alla comprensione di Warburg e non fini a se stesse, a non essere insomma "più interessati ai dettagli che agli deî" (DAL LAGO 1984). L’altro pericoloso tranello è quello teso dalla sua malattia, che può portare a sottovalutare la forza straordinaria del suo pensiero, ad accantonare e ignorare le sue osservazioni per considerarle frutto estroso di una mente malata (SETTIS 1998). Infine il Rituale del Serpente, lo studio che gode forse di maggior fama tra le opere di Warburg, quando il suo autore non voleva neppure venisse pubblicato.

Sarà ora più evidente la natura emblematica degli articoli che abbiamo considerato: essi erano esemplari sia di una ricezione approssimativa, sia di uno studio rigoroso, inoltre contenevano alcuni dei nomi più rappresentativi — di nuovo in senso ambivalente — della critica warburghiana.

Quanto a Rosario Vittorio Cristaldi, resta ancora un’osservazione da fare: nel 1984, sempre sulla "Rivista di studi crociani", recensisce The Eloquence of Symbols. Studies in Humanist Art, di Edgar Wind, ponendo in rilievo il ruolo che il simbolo aveva rivestito nella carriera dello studioso (CRISTALDI 1984). Scrivendo di Wind, Cristaldi non perde l’occasione per alludere a una questione: l’anno prima la casa editrice Feltrinelli aveva pubblicato l’edizione italiana della biografia di Gombrich, ma senza tener conto delle osservazioni rigorose e — per di più — fondate che Wind aveva reso note ben dodici anni prima.

Che dire? Questione di dettagli.

Bibliografia

CRISTALDI 1980, I

Rosario Vittorio Cristaldi, Gott ist im Detail, in "Rivista di studi crociani" XVII (1980), pp. 202-203

CRISTALDI 1980, II

Rosario Vittorio Cristaldi, Ancora su Warburg e Croce e una lettera inedita del filosofo, in "Rivista di studi crociani" XVII (1980), pp. 310-312

CRISTALDI 1982

Rosario Vittorio Cristaldi, Ex Germania philologica lux, in "Rivista di studi crociani" XIX (1982), pp. 95-98

CRISTALDI 1984

Rosario Vittorio Cristaldi, I "selected papers" di Edgar Wind, in "Rivista di studi crociani" XXI (1984), pp. 58-66

CRISTALDI 1986

Rosario Vittorio Cristaldi, Il fascino del dettaglio, in Scritti in onore di Calogero Meli, Catania 1986, pp. 19-25

CROCE 1946

Benedetto Croce, Gli dei antichi nella tradizione mitologica del Medioevo e del Rinascimento, in "La Parola del Passato" I (1946) pp. 273-285

CROCE [1948] 1950

Benedetto Croce, Storiografia e idealità morale, Bari 1948

DAL LAGO 1984

Alessandro Dal Lago, L’arcaico e il suo doppio, in "aut aut" 199-200, gennaio-aprile (1984), pp. 67-91

PANOFSKY 1929

Erwin Panofsky, Nachruf Warburg, in „Hamburger Fremdenblatt", 28 Oktober 1929

PANOFSKY [1955] [1962] 1996

Erwin Panofsky, Meaning in the Visual Arts, New York, 1955; ed. it. Il significato delle arti visive, Torino 1996

PARENTE 1953

Alfredo Parente, La critica e il tempo della cultura crociana, Bari 1953

PARENTE 1980

Alfredo Parente, A proposito di Croce e di Aby Warburg, in "Rivista di studi crociani" XVII (1980), pp. 203-205

SEZNEC [1940] 1981

Jean Seznec, La sourvivance des dieux antiques. Essays sur le rôle de la tradition mythologique dans l’humanisme et dans l’art de la Renaissance, London 1940; ed. it. La sopravvivenza degli antichi dei. Saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell’arte rinascimentali, Torino 1981

SETTIS [1981] 1992

Salvatore Settis, Presentazione, in Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei, Torino 1992, pp. VII-XXIX

SETTIS 1998

Salvatore Settis, Aby Warburg, il suo Atlante Mnemosyne: antropologia, memoria, storia, intervento in Aby Warburg Mnemosyne. Italia 1998, Incontro internazionale di studio Siena, 30-31 maggio 1998

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