Nel 1970 Ernst Gombrich pubblicava a Londra una celebre
biografia
dedicata ad Aby Warburg, destinata a divenire un imprescindibile
punto di riferimento per gli studi warburghiani. Tradotta
e pubblicata in Italia da Feltrinelli nel 1983, l'opera
viene ora a distanza di venti anni riproposta dall'editore.
Si presenta qui il saggio di introduzione a questa recente,
attesa ristampa.
Katia Mazzucco
Aby Warburg. Una biografia
intellettuale di Ernst Gombrich
Il
13 giugno del 1966, in occasione del centenario della nascita
di Aby Warburg, Ernst Gombrich pronunciava all'Università
di Amburgo un discorso in onore del grande studioso, scomparso
quasi trent'anni prima.
Nello
stesso anno Carlo Ginzburg pubblicava il suo saggio Da
A. Warburg a E. H. Gombrich dedicato al problema del
cosiddetto 'metodo warburghiano', tra le cui note definiva
la commemorazione, che poté leggere in dattiloscritto:
"a tutt'oggi, l'interpretazione più ricca e
approfondita della figura di Warburg".
Tra
il 1965 e il 1966 uscivano in traduzione italiana il saggio
Arte e illusione
di Ernst Gombrich, una raccolta di conferenze di Fritz Saxl,
La storia delle immagini,
e alcuni dei più importanti saggi di Aby Warburg
nel volume voluto da Delio Cantimori e curato da Gertrud
Bing La Rinascita del Paganesimo antico.
In queste scelte editoriali, la cultura italiana manifestava
un desiderio di aggiornamento degli indirizzi di studio
che si rivolgeva proprio all'originalità delle ricerche
legate al Warburg Institute. Ma, come Ginzburg notava prontamente,
parlare di scoperta, a distanza di decenni dalle prime invenzioni
di Warburg e dei suoi successori, appariva quanto meno imbarazzante,
soprattutto "qui da noi - dove l'idea di aggiornamento
sembrava essere ormai inscindibilmente legata a frivolezza
e superficialità: "ci si aggiorna frettolosamente,
e tutto resta come prima".
Le precoci e puntuali parole di Carlo Ginzburg sembrano
inquadrare l'andamento intermittente della fortuna dell'opera
di Aby Warburg: dalla pubblicazione della prima raccolta
nel 1932, a intervalli quasi regolari una voce ' e si potrebbero
fare i nomi, per esempio, di Giorgio Pasquali, Gertrud Bing,
Edgar Wind " denuncia il destino di "famosissimo
sconosciuto" toccato a Warburg.
La
Biografia scritta
da Ernst Gombrich s'inserisce come punto di snodo in questo
corso.
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Aby
Warburg
(1866-1929) |
Ernst
Gombrich
(1909-2001) |
A
ridosso della pubblicazione del primo volume delle Gesammelte
Schriften nel 1932, l'Istituto
fondato da Warburg, e all'epoca diretto dal suo allievo
e collaboratore Fritz Saxl, era stato costretto a trasferirsi
da Amburgo a Londra dopo l'avvento al potere del partito
nazionalsocialista; il progetto editoriale dell'opera completa
venne di conseguenza interrotto e a quel primo volume degli
scritti fu negata la debita risonanza.
Al
giovane Ernst Gombrich, arrivato a Londra il 1 gennaio 1936,
venne immediatamente affidato l'incarico di occuparsi dei
materiali inediti di Warburg. A questo proposito Gombrich
non mancherà di far
notare
come la vista degli sterminati appunti, raccolti in cartelle,
cassettini, mescolati a fotografie e ritagli di giornale,
gli avesse provocato una sorta di shock, lasciandolo al
primo impatto letteralmente inorridito. Il suo lavoro consisteva
nella presentazione della storia del pensiero di Warburg
attraverso l'utilizzo degli appunti inediti, materiale che,
secondo il progetto di Gertrud Bing, avrebbe accompagnato
una vera e propria biografia alla quale lei stessa stava
lavorando. Il trasferimento in Inghilterra, lo scoppio della
seconda guerra mondiale e la scomparsa di Fritz Saxl (1948)
poco dopo l'annessione dell'Istituto all'Università
di Londra, avevano provocato un'inevitabile stagnazione
del piano di pubblicazione delle opere di Warburg e rendevano
impellente la necessità di creare un dialogo con
il pubblico culturale anglosassone.
Cresciuta, forse più di chiunque altro collaboratore
di Warburg, all'ombra del Maestro, Gertrud Bing, divenuta
direttrice nel 1955 dopo Henri Frankfort, si era impegnata
con tutte le sue energie nella causa del funzionamento dell'Istituto
- nonché più o meno coscientemente votata,
come leggiamo in filigrana nelle poche e lucidissime pagine
della studiosa lasciateci su Warburg, a un processo di canonizzazione.
Inizialmente Bing non apprezzò il distacco critico
manifestato da Gombrich nei confronti del pensiero e dell'opera
di Warburg. Non è casuale che, insoddisfatta del
proprio lavoro, non seppe portarlo a termine e poco prima
di morire (1966), come ci racconta Gombrich, "buttò
via" una stesura della biografia sulla quale era impegnata
da anni. Il lavoro di Gombrich, che nasceva per affiancare
questa mancata biografia, venne così gravato anche
della sua eredità e si caricò della tripla
funzione di traccia biografica, pubblicazione di una selezione
di frammenti inediti, commento dell'opera edita a un pubblico
che non disponeva di una traduzione.
Consapevole di tale pesante responsabilità, Gombrich
manifestò così le proprie perplessità
all'auditorio amburghese di fronte al quale commemorava
il centenario della nascita di Warburg:
«Non
è facile, nell'ambito di un discorso commemorativo,
indicare i problemi che impedirono, e tuttora impediscono,
una simile pubblicazione. Gli appunti personali di uno studioso
a cui piaceva mettere in carta le sue idee per elaborarle
in sempre nuove permutazioni, e che si serviva, inoltre,
di parole e simboli di sua creazione che sarebbero risultati
incomprensibili senza un adeguato commento, pongono il devoto
curatore dinnanzi a problemi insormontabili. Warburg sarebbe
stata certamente l'ultima persona disposta ad affidare alla
pubblicazione quei suoi foglietti. [...] Il fatto che la
sorte abbia negato a Gertrud Bing, l'unica che conoscesse
a fondo questi tesori, la possibilità di utilizzarli
per una biografia di Aby Warburg costituisce una perdita
irreparabile. Nel tentativo di dirne oggi qualcosa, mi rendo
conto, con amara tristezza, che al mio posto dovrebbe esserci
lei. Ma in un modo o nell'altro il contenuto di questo lascito
dovrà essere reso noto, se si vorrà realmente
comprendere la personalità di Warburg e il ruolo
da essa svolto».
In
apertura dello stesso discorso, inoltre, lo studioso dichiarò
la legittimità, e in un certo senso la necessità,
di un distacco critico ed emotivo dalla carismatica figura
di Aby Warburg:
«Sono
onorato dell'invito che mi è stato rivolto di tenere
oggi questa commemorazione, tanto più che non posso
vantare nessuna conoscenza personale con il grande studioso.
Non mi sono mai incontrato con Aby Warburg. Ad altri spetta
dire quale impressione facesse la sua personalità,
quali fossero la sua arguzia, le sue qualità di attore,
le sue doti di conversatore, ma anche quale intransigente
severità egli mostrasse verso se stesso e verso i
suoi collaboratori. [...] Ma, tutto sommato, non mi sembra
illegittimo che, nel centesimo anniversario della nascita
di questo grande studioso, di lui vi parli qualcuno per
il quale Aby Warburg è già entrato nella storia».
Divenuto
egli stesso direttore del Warburg Institute nel 1959 (incarico
che mantenne fino al 1976), Gombrich si occupò attivamente
di riformare i corsi che vi si tenevano. Nelle ricerche
pubblicate in questi anni, mentre portava avanti l'impegno
della Biografia,
tornò molto spesso sul ruolo svolto dalle idee di
Warburg nell'ambito della ricerca culturale: in questo senso,
tentò a più riprese di denunciare la diffusa
indeterminatezza del cosiddetto "metodo warburghiano",
associato genericamente a quelle ricerche iconologiche che
dovevano invece essere ricondotte a un altro grande erede
delle idee del maestro: Erwin Panofsky. Così Gombrich
stesso in un articolo del 1966 pubblicato sulla "Neue
Zürcher Zeitung":
«[...]
Fu la personalità di questo scienziato libero che
indicò a Fritz Saxl, Gertrud Bing e Erwin Panofsky
i problemi ai quali costoro dedicarono il lavoro di tutta
la vita. Certamente nel corso di questa evoluzione molte
risposte sono cambiate, ma le nuove domande che Warburg
seppe porre esigono di venir sempre riproposte. [...] Invece
di seguire la nuova routine di un presunto metodo di Warburg,
impariamo a domandarci: "come in realtà si svolse?"»
La
Biografia intellettuale
fu portata a termine e pubblicata due anni prima di Immagini
simboliche, secondo libro
della "trilogia" (con Norma e Forma [1966]
e L'eredità di Apelle [1976])
dedicata da Gombrich al Rinascimento: significativamente,
l'autore apriva l'introduzione intitolata Aspirazioni
e limiti dell'Iconologia
con la citazione di un celebre passo di Panofsky:
«Comunque
non si può negare che ci sia il pericolo che l'iconologia
si comporti non come l'etnologia rispetto all'etnografia,
ma come l'astrologia rispetto all'astrografia».
Proprio
tra le pagine di queste e altre opere del periodo, è
possibile rintracciare il nucleo di quella polemica contro
il malcostume degli studi iconologici che Gombrich porterà
avanti lungo il corso di tutta la propria carriera e identificato
nella deriva dello storicismo hegeliano e del credo nello
Zeitgeist, nel ragionamento
circolare e vizioso, nel pericolo dell'iperinterpretazione,
nel misticismo neoplatonico di una certa filosofia del simbolismo.
Queste
le parole di Gombrich nell'articolo del 1966 apparso sulla
"Neue Zürcher Zeitung":
«Ancora
poco tempo fa la concezione dello spazio e lo stile a pieghe
erano i temi di routine della storia dell'arte, e già
incombe addirittura un'inflazione di interpretazioni neoplatoniche
dei simboli presunti e reali. Ma come Gertrud Bing [...]
ha sottolineato [...] forse proprio questo successo esterno
dell'iconologia ha contribuito a confondere l'essenziale
della produzione personale di Warburg. Come Marx non fu
marxista e Nietzsche non fu nietzschiano, così Warburg
in fondo non fu warburghiano».
L'identificazione
di quelle che venivano riconosciute come sgrammaticature
degli studi "warburghiani" finì per condizionare
e intaccare anche il lavoro della Biografia:
nonostante la convinzione che Warburg, in fondo, non fosse
un "warburghiano", Gombrich rintracciò
nell'opera e nel pensiero del maestro questi stessi vizi.
Pubblicata
a Londra nel 1970, la Biografia intellettuale
fu immediatamente attaccata da Edgar Wind in una recensione
che possiamo chiaramente leggere come risposta polemica
da un fronte metodologico opposto.
La
decisione di Gombrich - in realtà forzata - di seguire
il doppio binario della narrazione biografica e dell'evoluzione
del pensiero e delle ricerche utilizzando soprattutto gli
inediti viene aspramente criticata da Wind, che inquadra
lucidamente tre problemi strutturali di questa biografia:
i criteri di selezione dei frammenti, ritenuti arbitrari,
e l'inesattezza dei relativi riferimenti all'Archivio; il
ritratto psicologico di Warburg, che emerge come personaggio
irrisolto e tormentato; il quadro impreciso dei maestri
e delle fonti del pensiero warburghiano.
Ancora
una volta, anche se nei toni aspri della polemica, il problema
si focalizza sulla mancata diffusione, nell'ambito della
cultura di lingua inglese, dell'opera edita di Warburg:
«Una
traduzione di quegli incomparabili scritti, lucidi, solidi
e concisi, che Warburg stesso aveva dato alle stampe, avrebbe
prodotto un volume, se non più leggero, certamente
più breve di questo libro che stiamo recensendo.
Sembrerebbe, tuttavia, che tra i seguaci di Warburg sia
diventata una tradizione considerare le sue opere letterarie
una sorta di arcano, un elisir di sapienza estremamente
raffinato ma troppo concentrato, che non deve essere servito
al consumatore inglese senza essere stato abbondantemente
mescolato con acqua e orzo».
Ribaltando
la posizione di Wind, possiamo dire però che l'opera
di Gombrich si fece carico della responsabilità di
dar voce a quegli scritti che ancora per 29 anni aspetteranno
di essere tradotti e pubblicati in lingua inglese. Le taglienti
osservazioni di Wind, purtroppo, lontane dall'aver aiutato
a raddrizzare il tiro nei confronti della ricezione di un
Warburg filtrato - o diluito - da Gombrich, sono diventate,
per ironia, il solco nel quale sono germinate le pigre letture
della Biografia.
Ecco
che negli anni, grazie anche al successo di pubblico degli
scritti di Gombrich, la sua opera su Warburg si è
involontariamente trasformata in fonte unica, sorta di summa
o filza di citazioni indirette, come se trattasse di un
autore antico perduto e giunto sino a noi solo grazie alla
fortuna dell'eccentrico "frammento del serpente".
Trasformazione - o deformazione - che ha alimentato un interesse
legittimo, ma non scevro di un certo voyeurismo, verso le
opere incompiute o solo abbozzate. Scriveva Bing nell'introduzione
alla Rinascita del Paganesimo
antico:
«Ci
si sente indotti a concludere che l'opera del Warburg è
diventata così feconda perché era rimasta
frammento, con la potenza che ha il frammento di testimoniare
dell'esistenza di un edificio più grande e di sfidare
l'immaginazione a completarne i particolari».
Non
minore sono apparsi, nel tempo, l'attaccamento e il perpetrarsi
del ritratto di un Warburg tormentato e sofferente, ancora
in gran voga. La Musa Comica, che pochi seppero riconoscere
come sua ispiratrice - e come sottolinea Gombrich stesso
si tratta di coloro che ebbero l'opportunità di conoscerlo
in vita - stenta a schiarire il ritratto warburghiano dall'ombra
della falce saturnina: di questo carattere complesso continua
a essere sacrificato il pur compresente aspetto di giovialità.
Se
da un lato possiamo riscontrare una ricezione più
o meno critica ma poco fruttuosa dell'opera di Gombrich
dedicata a Warburg, va assolutamente segnalata l'accoglienza
che le fu riservata in Italia subito dopo la traduzione
del 1983 che Feltrinelli ora ripropone.
In
una entusiastica recensione del gennaio 1984, Rossana Rossanda
vedeva nel ritorno d'attenzione sulla figura di Warburg,
in Italia ancora confuso con la fama e il nome dell'Istituto,
un segno di felice liberazione dall'onda lunga del crocianesimo
e dall'azzeramento culturale provocato dalla seconda guerra
mondiale. Un'altra positiva recensione di Enrico Castelnuovo
si chiudeva con un riferimento alla stroncatura di Wind
e con il riconoscimento a Gombrich del merito di restituire
all'arena del dibattito "questa grande figura [che]
ha dunque ancora l'attualissima capacità di suscitare
scontri e passioni".
L'esempio forse più importante di ritorno allo studio
di Warburg, anche per tramite di una attenta e critica lettura
di Gombrich, è rappresentato dal numero monografico
di "autaut" che uscì, sempre in Italia,
nell'aprile del 1984. Questa pubblicazione si offriva come
felice frutto di una ricerca di ricomposizione filologica
del frammento e di commento a più voci del pensiero
di Warburg, nella prospettiva degli studi filosofici. La
rivista, aperta dall'articolo di Gombrich del 1966, pubblicava
anche la prima traduzione italiana della conferenza divenuta
nota con il titolo Il rituale del serpente
- accompagnata da un importante contributo di Saxl sul viaggio
in America di Warburg - e due testi appartenenti alla poco
nota attività di ricerca svolta da Warburg dopo il
ricovero in clinica psichiatrica (Il "Déjeneur
sur l'herbe" di Manet
e Burckhardt e Nietzsche).
Ciò
che emergeva fortemente da questo lavoro era la necessità
di una ramificazione delle indagini e di una suddivisione
degli ambiti di approfondimento della complessa e poliedrica
personalità di Warburg.
Il senso di questa rinascita di interessi appare più
chiaro nel quadro del dibattito europeo sugli studi iconologici.
Intorno alla metà degli anni '60 si inseriscono,
infatti, alcuni importanti discorsi e commemorazioni sull'opera
e il pensiero dello studioso. Con l'affermarsi nei primi
anni '70 della scuola di Francoforte e delle tematiche benjaminiane,
si ha poi un fiorire di nuovi studi ispirati e dedicati
a Warburg, supportati, come sottolinea Michael Diers, proprio
dai materiali inediti pubblicati nella Biografia intellettuale
(pubblicata
in Gran Bretagna nel 1970 e nel 1986; in Germania nel 1981;
in Italia nel 1983; negli Stati Uniti nel 1986; in Giappone
nel 1986). In questa temperie culturale s'inserisce la pubblicazione
delle Ausgewelteschriften und Wurdigungen del 1979,
a cura di Dieter Wuttke: l'opera, sul modello della raccolta
italiana curata da Bing, pubblica una più ampia selezione
di scritti di Warburg, accompagnata da contributi allo studio
del suo pensiero e dal primo nucleo di una fondamentale
bibliografia warburghiana, in seguito ancora ampliata e
aggiornata da Wuttke.
Una svolta decisiva è quindi segnata, sul finire
degli anni '90, dalla ripresa e continuazione del piano
editoriale del 1932 per i tipi della Akademie Verlag, in
collaborazione per l'edizione italiana con Nino Aragno Editore
e, finalmente, dalla traduzione inglese della Erneuerung
der heidnische Antike,
pubblicata nel 1999 grazie
al lavoro di Salvatore Settis, prima, e di Kurt Forster,
dopo, alla direzione del Paul Getty Institute.
Proprio a questa edizione inglese, in una sorta di ideale
passaggio di testimone, fa riferimento il testo della bella
conferenza tenuta da Ernst Gombrich il 26 ottobre 1999 a
Londra, ultimo tributo del grande studioso alla memoria
di Warburg prima della morte (2001). Dedicata a una discussione
di metodo attraverso il commento di un "dettaglio"
della sua carriera, ovvero il famoso studio sugli affreschi
di Palazzo Schifanoia, la Anniversary Lecture si
apre con una considerazione sulla pratica della traduzione:
nulla può sviscerare cosa intenda comunicare uno
scrittore come il tentativo di trasmetterne il messaggio
in una lingua altra. Esattamente a settant'anni dalla morte,
l'opera di Warburg vedeva la luce in una traduzione inglese;
Ernst Gombrich, che per la "sua" Intellectual
Biography aveva lottato
con quello che Warburg aveva chiamato il proprio Aalsuppenstil,
sottolinea l'eccellente lavoro svolto dai traduttori dell'edizione
americana.
Se questa Biografia intellettuale ha
indubbiamente indotto al fraintendimento di alcuni aspetti
della personalità di Aby Warburg, la panoramica offerta
da Ernst Gombrich sulla carriera dello studioso rappresenta
tutt'oggi l'unico repertorio da cui partire per ricostruire
i suoi modi di scrittura, comunicazione, ricerca, e rimane
una fonte di primaria importanza per illuminare un periodo
ancora oscuro della carriera di Warburg, ossia tutta l'attività
svolta dopo il rientro da Kreuzlingen.
Alla luce dei recenti sviluppi della ricerca, delle nuove
edizioni, dell'attività del Warburg Institute –
da segnalare particolarmente la nuova accessibilità
dell'Archivio resa possibile dalla ricatalogazione avviata
nel 1993 – la Biografia di
Gombrich, storicizzata e pubblicata con gli apparati originali,
può essere alleggerita della eccessiva responsabilità
di cui l'autore era stato, suo malgrado, caricato. Possiamo
quindi riformulare la questione di questa dibattuta opera
facendo fruttare le polemiche nella direzione di un uso
proficuo mediante interazione, precocemente auspicato da
Giorgio Pasquali, dell'opera e del pensiero di Aby Warburg.
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"Aby Warburg in archivio",
autocaricatura,
Warburg
Institute Archive |
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Riferimenti
bibliografici
AA.
VV. "Storie di fantasmi per adulti". Il pathos
delle immagini nelle ricerche di Aby Warburg sulla rinascita
del paganesimo antico, numero monografico di "autaut"
199-200, gennaio-aprile (1984)
Didier Eribon, Ernst H. Gombrich, Ce
que l'image nous dit, Paris,
Édition Adam Biro, 1991; tr. it di Maria Perosino
Il
linguaggio delle immagini. Intervista,
Torino, Einaudi 1994
Kurt W. Forster, Introduction, in Aby Warburg, The Renewal of Pagan Antiquity, a cura di Kurt Forster, tr. ingl. di D. Britt e K.
Forster, Getty Research Institute for the History of Art
and the Humanities, Los Angeles 1999, pp.1-75
Felix Gilbert, From Art History to the History of Civilization: Gombrich's Biography of
Aby Warburg, "The Journal of Modern History", 44 (1972), pp.
381-391
Carlo
Ginzburg, Da A. Warburg a E. H. Gombrich. Note su
un problema di metodo, già
in "Studi medievali" serie III, VII-2 (1966),
ora in Carlo Ginzburg, Miti, emblemi, spie,
Torino, Einaudi 1986, pp. 29-106
Ernst
H. Gombrich, discorso pronunciato all'Università
di Amburgo il 13 giugno 1966 per il centenario della nascita
di Aby Warburg; pubblicato in Ernst H. Gombrich, Tributes.
Interpreters of Our Cultural Tradition,
O'ford, Phaidon Press, 1984; tr. it. di Aldo Serafini, Custodi
della memoria, Milano, Feltrinelli
1985
Ernst
H. Gombrich, Aby
Warburg: his Aims and Methods, conferenza organizzata dal Warburg Institute in occasione del settantesimo
anniversario della morte di Aby Warburg, pubblicata in "Journal
of the Warburg and Courtauld Institutes" LXII (1999),
pp. 268-282