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Warburg |
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Aby Warburg
(1866-1929), storico della cultura e investigatore partecipe della storia
dell'arte, inaugura con le sue ricerche un metodo per la storia della tradizione
classica, proponendo una mappa delle costanti della memoria occidentale
– miti, figure, parole, simboli – in un campo di indagine che
si apre sulle risonanze culturali tra Rinascimento, Antico e Contemporaneo
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Struttura
dei saggi e stile di scrittura
Ad
aprire i saggi di Aby Warburg è una presentazione del tema,
una sorta di dichiarazione di intenti in forma di quesito, di presupposto,
a volte mascherata da semplice descrizione. Come per la soluzione
dei problemi di matematica, Warburg espone immediatamente il percorso
che intende seguire e ha seguito e le regole che intende
applicare per ottenere il risultato, cioè la dimostrazione
dellipotesi iniziale.
Ciò che colpisce immediatamente in questi scritti è
la densità dei contenuti. Nel leggerli si ha la sensazione
di percorrere un sentiero indicatoci sin dalle prime righe con chiarezza
ma che si rivela ad ogni passo più ramificato. Un sentiero
che lautore ha battuto, attraversando anche luoghi poco frequentati
dalla cultura convenzionale.
Il saggio del 1893 su La Nascita di Venere e La Primavera di Botticelli,
ad esempio, inizia con lintento, espresso nella "Osservazione
preliminare", di porre a confronto le due opere con il panorama
culturale della loro epoca. Il fine dichiarato è quello di
capire quali elementi dellantichità attraessero gli
artisti del Quattrocento. Attraverso questo confronto è possibile
osservare come nel Quattrocento si guardasse agli antichi per raffigurare
il moto fisico mediante la rappresentazione di forme accessorie
in movimento. Assieme a questa anticipazione leggiamo una riflessione
di respiro più ampio, "prova per lestetica psicologica":
attraverso gli esempi scelti è possibile "osservare
nel suo divenire la sensibilità per latto estetico
della compenetrazione come potenza creatrice di stile".
Lesposizione dellargomento, poi, avviene passando di
documento in documento, attraverso una traccia che sembra a volte
allontanare dallo scopo iniziale, ma che percorre il tragitto più
tortuoso solo per non trascurare alcun indizio e creare una rete
fittissima di riferimenti ai più svariati campi della cultura
e dellesistenza, nessuno di questi considerato tanto trascurabile
da non poter fornire qualche indicazione. Queste voci, più
o meno note, vengono pazientemente ascoltate da Warburg e riportate
senza essere tradite, di modo che il lettore possa dialogare mentalmente
con esse.
Ciò che impedisce di perdersi tra le numerose finestre aperte
sul passato, è, con le parole di Gertrud Bing, il "legame
strettissimo che nelle opere di Warburg unisce descrizione e interpretazione.
Egli si serve di un linguaggio singolarmente serrato, evidentemente
plasmato ad hoc, che gli consente di lasciar intravedere i suoi
punti di vista più generali senza separarli dalla trattazione
del caso singolo". Sempre a proposito di questa singolare capacità
di Warburg, Ernst Gombrich parla di "una specie di contrappunto
verbale" che gli permette di "far risuonare un tema e
al tempo stesso di combinarlo con il motivo che gli fa da contrappunto".
Solo dopo questo argomentare a più voci, troviamo nelle righe
conclusive la riflessione che chiude e risolve il lavoro ma non
largomento. Durante il tragitto, infatti, lautore ha
posto nuovi interrogativi e creato numerosi link. Incisi e note
dei saggi sembrano profeticamente elaborati come file di ipertesto
e questa stessa mobilità sarà caratteristica dellultimo
progetto di Warburg, lAtlante di immagini. Ciò che
leggiamo nelle ultime parole dei saggi è una sorta di c.v.d.
(come volevasi dimostrare, alla fine di una dimostrazione matematica)
formulato alla luce delle prove addotte ma anche, e soprattutto,
una conferma di quello che già durante il percorso, senza
bisogno di formulazione, era emerso tra le righe. In alcuni casi
queste conclusioni assumono una forma aforistica, in grado di contenere
di nuovo per intero, ma in un linguaggio ermetico, le riflessioni
precedenti. In altri casi o contemporaneamente esse
hanno valore "propositivo" e invitano a proseguire il
cammino intrapreso.
"Siamo nelletà di Faust, nella quale lo scienziato
moderno, oscillando fra pratica magica e matematica cosmologica,
cerca di conquistare al proprio pensiero lo spazio fra se stesso
e loggetto per una contemplazione spassionata. Occorre sempre
di nuovo salvare Atene da Alessandria [
]. Che menti chiare
e dotte, cui sia concesso giungere più lontano di me, possano
trovarsi insieme ad un tavolo comune di lavoro nellofficina
di una storia delle arti figurative svolta come parte di una scienza
della civiltà!" (Divinazione antica pagana in testi
ed immagini delletà di Lutero, 1920).
Per seguire un imperativo assoluto di chiarezza, evidente nella
struttura circolare ma non viziosa! dei suoi saggi,
Warburg evita i sensazionalismi senza adottare mai un linguaggio
aridamente scientifico. Si avvale, infatti, di un ricchissimo vocabolario
formato da termini provenienti da tutti i campi del sapere. È
proprio alle parole che Warburg attribuisce un valore fondamentale:
esse vengono caricate di significato e combinate in frasi dense,
a volte reiterate come formule. Lo sforzo è quello di creare
un linguaggio evocativo, il più vicino possibile alle proprietà
della vista, dotato quindi di simultaneità: una sorta di
"matrimonio alchemico", come lo definisce Kurt Forster,
tra immagine e concetto.
A questo proposito si veda uno fra i numerosissimi esempi possibili
dello "scrivere per immagini" di Warburg. In Arte del
ritratto e borghesia fiorentina, del 1902, leggiamo che la committenza
borghese di fine Quattrocento considerava lartista come un
abile artigiano nato sotto il segno di Mercurio: "Non si andava
dallartista astratto, per sentire con lui, in simpatizzante
posa estetica sotto la luce nord dello studio, i sentimenti discordanti
delluomo di cultura stanco". Le immagini della malinconia
saturnina e di tutti gli studioli di intellettuali giunte sino a
noi, balzano agli occhi in un lampo, velate da una sottile ironia
che gioca in favore della concretezza e dellabilità
di chi cercava Mercurio.
Questa complessità Warburg stesso, nel 1906, definisce
il proprio stile "zuppa danguilla" giustifica
chiaramente la difficoltà e la riluttanza a ridurre in forma
scritta e conclusa le proprie ricerche. Non è un caso che
egli faccia così spesso ricorso negli appunti a veri e propri
diagrammi e che, già nel 1905, pensi a unopera costituita
direttamente da immagini: il futuro Atlante della memoria. Mnemosyne.
Aby Warburg ha pubblicato relativamente poco nel corso della sua
carriera scientifica e la maggior parte dei suoi saggi nasce come
conferenza. La revisione di questi materiali per la stampa prevedeva
un severa ricerca formale che evitasse la riduzione o il congelamento
delle idee in formule immutabili e la perdita del potere comunicativo
della parola parlata, pronunciata di fronte al pubblico. Questo
personalissimo rigore metodologico è assente nellaffascinante
relazione del 1923 su Il rituale del serpente, che infatti non è
un testo scientifico destinato alla pubblicazione, ma un abbozzo
nato per essere esposto al pubblico non specialistico della clinica
di Kreuzlingen.
Lopera complessiva di Aby Warburg, concretizzatasi nella forma
della Biblioteca, dellAtlante e degli scritti, interagisce
con chi vi si connette innescando un processo dinterrogazione.
Oggi più che mai quella "legge del buon vicinato",
rivista alla luce delle potenzialità dei mezzi telematici,
evoca le parole di Giorgio Pasquali: "Gli storici dellarte
e gli scienziati della cultura hanno il dovere di rendere fruttifera
lopera del Warburg, lasciando che essa operi su loro, cioè
trasformandola".
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