Ritratto
intellettuale
Aby
Warburg nel ritratto di Giorgio Pasquali (1930) e
di Gertrud Bing (1958): una vera "biografia intellettuale"
"Warburg
stesso soleva dire di sé che
egli era proprio l'uomo fatto
per creare un bel ricordo"
Gertrud Bing
Aby
Warburg. An Intellectual Biography è il titolo
di un famoso volume di Ernst Gombrich, pubblicato a Londra
nel 1970. Fino ad allora, il nome di Warburg e la sua opera
di studioso erano rimasti pressoché ignoti: grazie
a questo fortunato saggio biografico, tradotto nelle principali
lingue europee (in Italia da Feltrinelli nel 1983), egli divenne
un autore di riferimento importante nel panorama culturale
internazionale. A Gombrich va quindi il merito indiscusso
di aver promosso e recuperato fra le grandi figure del Novecento
la carismatica personalità di Aby Warburg: quel libro,
che cuce insieme racconto biografico e pezzi dautore
editi e inediti, testimonianze e documenti diaristici, appunti
frammentari e brani di epistolari privati, proietta un ritratto
suggestivo, tormentato e affascinante dello studioso tedesco.
Ma, paradossalmente, proprio la fortuna del libro di Gombrich,
sul piano della diffusione del pensiero e del metodo warburghiano
contribuì a quel fenomeno che già Gertrud Bing
aveva tempestivamente denunciato:
"La fama postuma di Warburg è fondata più
sul sentito dire che sulla conoscenza dei suoi scritti ed
egli condivide tuttora la sorte di quegli autori i quali [
]
sono elogiati con più zelo di quanto siano letti".
La biografia di Gombrich fu oggetto di una feroce stroncatura
ad opera di uno dei migliori interpreti della lezione warburghiana:
Edgar Wind, in una recensione uscita pochi mesi dopo la pubblicazione,
sottolineò tutti i difetti compositivi e interpretativi
di quella biografia.
"Nata sotto una cattiva stella", lopera
che viene tacciata anche di grigiore e di monotonia (oltre
che di grossolanità e ottusità) viene
criticata sotto tre diversi rispetti:
- i criteri compositivi del saggio, ovvero la scelta discriminata
e discriminante dei materiali editi e inediti di Warburg e
la loro organizzazione approssimativa e confusa, secondo unarchitettura
artificiosa che vorrebbe far parlare Warburg "con le
sue stesse parole" e invece produce la sensazione frustrante
di involuzioni del pensiero e di brancolamenti alla cieca;
- la ricostruzione della fisionomia psicologica delluomo-studioso
Warburg, di cui viene fraintesa la cifra tragica della pazzia,
e che viene presentato come "uno spettro, con le sembianze,
oggi di moda, di un tormentato mollusco, informe, esagitato
e sterile, incessantemente preoccupato dei propri conflitti
interiori e spinto inutilmente a esagerarli da un indomabile
prurito per lAssoluto";
- la riduzione della grandezza dello studioso e dellimportanza
delle sue opere allavventura intellettuale di uno spirito
di genio, ispirato dalla follia, che percorre le volute imperscrutabili
dei suoi privati labirinti, consacrando così lunicità
del suo nume ma con ciò imbalsamandolo e neutralizzando
la portata rivoluzionaria del suo metodo.
Limmagine di Warburg proposta da Ernst Gombrich è
in contraddizione anche con le testimonianze di quanti ebbero
occasione di lavorare con lui e di conoscerlo da vicino come
uomo e come studioso. Tra tutti spicca il ricordo di Gertrud
Bing, la più assidua collaboratrice di Aby Warburg
nellultimo periodo della sua vita e colei che, dopo
la morte, divenne la curatrice delledizione tedesca
dei suoi saggi (1933) e la custode appassionata della sua
memoria.
Bing, nel ricordo scritto nellimminenza del trentesimo
anniversario della scomparsa di Warburg (1958), ci restituisce
il ritratto di un intellettuale militante:
"Warburg sentiva il suo compito scientifico come missione;
parlava del problema che lo comandava, e al quale
egli obbediva senza ribellarsi nonostante gli acciacchi fisici,
nonostante lincomprensione nella quale spesso si imbatteva
e nonostante i dubbi che lo afferravano troppo spesso su se
stesso".
Vita e ricerca erano unite inscindibilmente nella cifra di
un rigore assoluto, di un senso di responsabilità sempre
integro, mai indulgente al compromesso:
"Egli applicava la stessa serietà alle cose della
vita pubblica e quando si riferivano allarte o alla
scienza subito ne faceva una causa sua. Anche in questi casi,
egli non era mai disposto a venire a patti con la mediocrità
e non era davvero nelle sue abitudini di porsi sul terreno
dei fatti".
Un Warburg però pronto a scontrarsi duramente, proprio
sul terreno dei fatti, con i sedicenti, immancabili specialisti,
quando veniva offeso "il suo senso di integrità
artistica e intellettuale".
"Senza
clemenza - ricorda Bing - ma anche senza considerare se così
si rendesse inviso, egli si gettava nella battaglia con tutte
le armi della sua penna e del suo spirito tagliente [
].
Era per lui una questione di principio: non tollerare un ottimismo
di lega scadente e non abbandonarsi a un altezzoso senso di
sicurezza".
A questo proposito Bing riferisce un icastico aneddoto, che
propone un Warburg chiamato inopinatamente come consulente
e che si rivela ancora una volta, di fronte allottuso
pragmatismo della burocrazia, un personaggio scomodo e importuno:
"Quando un giorno fu chiamato come perito davanti a una
commissione che doveva deliberare se chiudere o continuare
la collezione di calchi in gesso nella Kunsthalle, rispose
al consueto riferimento burocratico ai precedenti e alle forti
spese, con lobiezione che la natura elargisce gesso
in quantità illimitate. Il termine precedente
era per lui come un panno rosso per un toro: coi precedenti
si poteva uccidere ogni iniziativa".
Un Warburg che interviene in dura polemica svelando i miserabili
intrighi del mondo accademico - da cui si era sempre voluto
tenere distante - nel momento in cui era necessario sostenere
uno studioso di grande valore e un amico, come il filosofo
Cassirer:
"Warburg non era un pioniere accecato dallidea
che Amburgo dovesse avere una sua Università [
].
Ma quando, una volta fondata lUniversità, vi
fu il pericolo che Ernst Cassirer venisse tolto alla sua cattedra
di Amburgo da una chiamata a Francoforte, Warburg non disdegnò
di entrare nella lizza della polemica quotidiana. Fece pubblicare
un suo articolo nello Hamburger Fremdenblatt [
] perché
fermamente convinto che il largo pubblico avesse il diritto
di sapere che cosa fosse veramente in gioco in simili questioni
di chiamate accademiche".
Nel ritratto di Gertrud Bing Warburg appare come un maestro
"che in ogni sua manifestazione reca in modo così
notevole limpronta dellinconsueto".
Maestro generoso verso collaboratori e studiosi che stimava:
"Non esisteva amico più fedele di lui. Quando
sentiva che poteva tributare il proprio riconoscimento, lo
faceva senza riserve".
Ma persino i discepoli a lui più vicini faticano a
riprodurre leccezionale qualità del suo genio:
"Nemmeno gli scolari o amici pei quali la conversazione
scientifica è stata indimenticabile, saranno sempre
in grado di dire in che cosa consistesse limportanza
di quei colloqui e cosa li rendesse così straordinariamente
efficaci".
Una passione didattica che derivava immediatamente dalla sua
passione di studioso:
"Il suo segreto stava nel saper rendere accessibili a
tutti, a giovani e vecchi, alle persone colte o ai semplici
dilettanti, e perfino ai fanciulli, le cose alle quali teneva
[
]. Gli sembrava più importante dischiudere [
]
a una più larga cerchia di dilettanti interessati le
biblioteche già esistenti [
] indicare -
come lui diceva - a quei lettori potenziali la via del libro".
Anche nel campo della ricerca Bing restituisce a Warburg qualità
di rigore metodologico e di dinamismo intellettuale: i suoi
pochi saggi sono "capolavori di acribia storica, di sensibilità
psicologica e di geniale padronanza del materiale".
Con un metodo del tutto innovativo Warburg riconosce uno stretto
rapporto tra le formule di pathos ricavate dai modelli classici
e "la forma plasmata": questa necessità che
infonde movimento allespressione figurativa "compenetra
di sé tutta lopera di ricerca di Warburg"
e - nota sempre Bing - suggestiona il suo linguaggio conferendogli
quel peculiare senso di urgenza". E tuttavia il linguaggio
rimane sempre aderente alla cosa, "non si scosta mai
dal caso storico singolo che interessa lindagine specifica".
Un metodo che apriva nuove prospettive alla ricerca, oltre
ogni settorialismo e ogni disprezzo pregiudiziale per il contesto:
"Al tempo di Warburg nessuno storico dellarte si
sarebbe interessato dei contratti daffari dei Medici
o del testamento di un loro socio nel quale non si parlasse
darte, o delle lettere dei loro rappresentanti dOltralpe
che lamentano i cattivi affari; cose del genere erano lasciate
agli storici delleconomia politica. Gli oggetti darredamento
delle case rientravano, secondo lopinione di allora,
nellartigianato e le loro decorazioni sembravano troppo
lontane per stile e per contenuto dai prodotti della cosiddetta
arte libera per poter essere prese in considerazione".
Warburg è il primo a cogliere, in modo rigoroso e sistematico,
il nesso di stretta necessità che lega forma e contenuto:
"Il problema [
] se la scelta del contenuto figurativo
non fosse stata determinata anche dalluso al quale quegli
oggetti erano destinati".
Grazie a questo procedimento investigativo su più livelli,
che non trascura nessun dettaglio, nessuna traccia, Warburg
consegna unalta lezione di metodo:
"Linsegnamento che ne abbiamo avuto - scrive ancora
Bing - è che si possono far sentire voci umane articolate
anche da documenti di scarsa importanza".
Ma nota Gertrud Bing la lezione di Warburg non
sta, principalmente, in quel che ha lasciato scritto, ma anche
nella sua lezione orale e nella costruzione di una nuova topografia
mentale e reale della ricerca: le lezioni, gli
appunti di studio, lIstituto, la Biblioteca, lAtlante.
"I saggi danno solo una parte di quanto la sua opera
e la sua personalità abbiano significato per la ricerca
scientifica. Per averne un quadro completo bisognerebbe aggiungere
a quei saggi i numerosi frammenti, i richiami, appunti e abbozzi
che si trovano nelle carte da lui lasciate [...]. Bisognerebbe
poter ricostruire le conferenze che egli teneva senza manoscritto,
per le quali abbiamo solo schemi e notizie e bisognerebbe
rifare le molte conversazioni familiari in cui non si stancava
mai di parlare di quel che muoveva il suo interesse scientifico".
La sua eredità è la ricezione di una importante
lezione di metodo da parte della sua scuola. Scrive Bing:
"Bisognerebbe soprattutto aggiungere i lavori usciti
da trentasei anni a questa parte a cura dellIstituto
che porta il suo nome. Penso che in quasi ognuno di essi si
potrebbe individuare quello che nel contenuto o nel metodo
risale a lui".
"Spesso ironico verso se stesso", e avverso a qualsiasi
riconoscimento integralistico di appartenenza, secondo la
testimonianza di Gertrud Bing, Warburg coltivava un atteggiamento
di deciso disincanto anche verso lidentitarismo ebraico
che connotava la storia della sua famiglia:
"L'orgoglio per le peculiarità ebraiche che era
sempre esistito nellortodossia e si era poi sviluppato
sotto la pressione dellantisemitismo anche presso gli
ebrei liberali, era estraneo a Warburg, il quale lo respinse
sempre fermamente dovunque lo incontrasse. Egli aveva una
sua risposta alla domanda su che cosa costituisca la distinzione
tra gli Ebrei e i popoli che li ospitano: Abbiamo patito
la storia universale per duemila anni più di loro.
Non cera altro, ma per chi conosce lo stile di Warburg
non è difficile ravvisare in questa formulazione il
nesso linguistico fra patire, pazientare,
e passione: amor fati".
A proposito della malattia, anche Bing ricorda la sua ferita,
ma la ascrive a una sorta di inquietudine feconda, di "sacra
insoddisfazione". Il suo spirito brillante era a tratti
venato da una profonda angoscia interiore: la "tragica
consapevolezza che non gli era concesso vivere in una imperturbata
armonia con se stesso o con le persone a lui vicine".
E
proprio Gertrud Bing in occasione delledizione italiana
degli scritti di Warburg (La Rinascita del paganesimo antico,
La Nuova Italia 1966) indicherà nel ricordo di Giorgio
Pasquali, risalente a più di trentacinque anni prima,
"il tributo migliore" alla lezione e alla figura
del maestro: una vera biografia intellettuale, scritta in
poche pagine, asciutte, rigorose, essenziali e illuminanti,
in cui ogni parola, ogni frase appare soppesata con perizia
e cura filologica. Eppure, questo sguardo di ampio orizzonte
riesce mirabilmente a inquadrare luomo e lo studioso
Aby Warburg in un profilo di luce in cui vita, carattere e
interessi di ricerca appaiono strettamente intrecciati. Nellaprile
del 1930, a soli cinque mesi dalla morte di Aby Warburg, la
rivista italiana "Pegaso" pubblicava un ritratto
delluomo e dello studioso, opera del grande filologo
classico Giorgio Pasquali.
"Quando
nellautunno passato le riviste scientifiche cominciarono
a diffondere per il mondo, o almeno per il mondo internazionale
dei dotti, la notizia della sua morte, qui da noi molti anche
tra gli universitari si saranno chiesti se quel nome era,
oltre che di unistituzione, anche di un uomo. Ché
lamburghese Biblioteca Warburg per scienza della
cultura era più celebre del suo fondatore e direttore
e (insieme con altri della sua famiglia) principale finanziatore.
La biblioteca Warburg è già ora la più
completa tra le raccolte specializzate di stampati e di materiale
iconografico per chi voglia studiare in genere storia della
cultura, ma in particolare storia della cultura del Rinascimento
e segnatamente del Rinascimento nostro, fiorentino e italiano;
e si trasforma una volta il mese in sala di conferenze su
discipline varie, filosofia, storia delle religioni, delle
arti figurate, dellastronomia e dellastrologia,
in quanto tutte gravitano verso la storia della cultura [
].
Che luomo Warburg, il grande ricercatore Warburg, scompaia,
scomparisse già da vivo, dietro allistituzione
da lui voluta, è conforme alle sue intenzioni: egli
ha voluto essere innanzi tutto un maestro e un organizzatore,
ha voluto che certi suoi pensieri scientifici, non molti forse
di numero ma grandi e svolti organicamente, vivessero e fruttificassero
soprattutto nella mente dei suoi discepoli, che egli fin dal
principio considerava collaboratori e destinava successori".
Già nellincipit, Pasquali ricorda la "intimità
fraterna" che legava Warburg allItalia e agli studiosi
italiani. Ma forse non è un caso che fra tutti gli
studiosi (italiani e non solo) lunico che trovi parole
adeguate a descriverne la personalità intellettuale
e che riconosca tempestivamente il valore scientifico e innovativo
dei suoi studi, non sia uno storico dellarte ma un filologo
classico:
"Parrà strano che parli qui di Warburg non uno
storico dellarte, di quelli che gli furono amici sin
dalla giovinezza prima, ma uno che di conoscenza di arte figurata
e di Rinascimento non fa professione, un filologo classico
serio serio, uno studioso senzocchi. Ma forse non è
male sia così: Warburg, che in quel primo lavoro era
partito da considerazioni stilistiche, non si era già
allora in quelle acquietato, e non mostrò poi mai,
che io sappia, tenerezza per problemi o tecnici o estetici
puri: egli indagò sin da allora larte quale espressione
di cultura".
Già nel primo lavoro di Warburg su Botticelli, Pasquali
rileva la feconda ricezione della lezione nietzscheana come
chiave ermeneutica indispensabile per la piena comprensione
della cultura antica:
"Mi sbaglio, se già in questo primo lavoro di
Warburg io sento una concezione dellantichità
che non è più quella tradizionale dei retori
della serenità greca? Warburg conosce allantichità
classica due facce, lapollinea e la dionisiaca, anche
se non adopra queste espressioni. La vecchia fola stupida
di popoli e di età che non sapevano il dolore, non
ha già allora più presa su di lui: egli sa che
anche larte più classica è figlia della
sofferenza, perché è figlia della vita, sa che
essa conosce lebbrezza, la passione, sin la follia.
Ora, molti già prima di Nietzsche avevano osservato
quanta ricchezza di contrasti si celasse nellanima antica,
avevano concepito cultura antica e spirito antico come sintesi
di opposti. Ma nessuno aveva definito questa conoscenza in
una formula sia pure, da un punto di vista storico, arbitraria,
ma chiara e che si imprime nelle menti, nel contrasto fra
apollineo e dionisiaco. Questa concezione della vita greca
è stata poi ancora sviluppata e arricchita da un amico
di Nietzsche, Rohde, che forse gli aveva per primo suggerito,
se non quei nomi, quei concetti, e da un suo avversario, Wilamowitz,
concordi tra di loro più che per molti anni non ne
abbiano avuto consapevolezza. Ed essa ha vinto sullaltra,
considerata ormai astorica, antistorica, illuministica da
tutti tranne che da un pugno di provinciali retrivi".
Il contributo di Warburg agli studi non solo artistici viene
valutato come una felice affermazione di un metodo adeguatamente
complesso, contro le semplificazioni di un sapere settoriale
che Pasquali considera ormai piuttosto ottimisticamente
sconfitto, in via di estinzione.
Pasquali vede chiaramente che Warburg è il primo a
riconoscere nel Rinascimento la travagliata riemersione di
un antico essenzialmente antinomico, che contempla in sé
anche lanima dionisiaca:
"Al Rinascimento lantichità fornisce i mezzi
per chiarire ed esprimere impulsi e sentimenti che già
da tempo si celavano nei cuori, per disintossicarsi esteticamente
[
]. Unetà che avesse soltanto mirato a
riprodurre il passato, non avrebbe prodotto nessuna opera
grande; e gli uomini del Rinascimento non sono stati, grazie
al cielo, soltanto umanisti, tanto meno poi puristi delletà
degli Antonini".
E più avanti, dopo aver ripercorso in sintesi magistrale
la topografia degli studi e dei ramificati interessi di ricerca
di Warburg, Pasquali ancora nota:
"Warburg ha diretto lo sguardo specie sugli elementi
dionisiaci e su quelli demoniaci che il nostro Rinascimento
attinge dallellenismo, rispettivamente attraverso larte
imperiale romana e manuali del medioevo orientale e islamico.
Uomo nella ricerca equilibrato, egli non ha mai inteso negare
che il Rinascimento abbia desunto dallantichità
anche elementi di serenità e gravità, apollinei.
La reazione contro Winckelmann non lha mai trasportato
a disconoscere quel molto di vero, seppure di troppo parziale
ed esclusivo, chè contenuto nella concezione
tradizionale dellantichità".
Pasquali riconosce dunque nello sguardo di Warburg un Rinascimento
come "sintesi complessa".
Contro limmagine tetra, contro "la patina di nera
mestizia" per dirla con le parole di Wind
che verrà proposta nella prosopografia warburghiana
posteriore (vincente), Pasquali propone a caldo un ritratto
tutto diverso:
"Maestro egli era nato, tantè vero che le
sue scoperte più importanti sono, più spesso
che ragionate in memorie, esposte in suntini di conferenze,
in fogli volanti o in appendici di giornali, difficili talvolta
trovarsi se non per chi li abbia avuti in dono da lui, anche
in questo generosissimo. E del maestro egli aveva la dote
più necessaria, più costitutiva, la calda umanità:
Warburg non ha mai fatto sentire, perché non ha mai
sentito egli stesso, la distanza tra sé e il giovane
che per la prima volta lo accostava con sentimenti stranamente
divisi, a metà orgoglioso di un modesto risultato raggiunto,
a metà trepidante nel dubbio di che cosa ne avrebbe
pensato luomo celebre. E in tempi difficili ha considerato
quale proprio dovere aiutare i principianti anche finanziariamente
senza umiliarli, procurando loro lavoro scientifico a pagamento,
facendone tanti collaboratori della sua impresa maggiore,
la Biblioteca Warburg".
Un uomo che, proprio perché sdegnava le strade comode,
fece della sua fortunata condizione familiare una risorsa
per tutti. La Bing a questo proposito ricorderà la
passione e la tenacia con cui Warburg portava avanti le proprie
battaglie a istituzioni che con superficiali scelte politiche
offendevano limmagine delle città che amava,
Amburgo e Firenze, citando, fra le altre, la sua preoccupazione
per listruzione degli adulti che cercava di guidare
ai libri perché "la cultura non fa mai male".
"Warburg sentiva il bisogno di espandersi. Questuomo
turbato da ombre paurose riacquistava di colpo la letizia,
sapeva essere sereno e arguto, ogniqualvolta parlava in una
cerchia di gente disposta a capirlo".
Un uomo, Warburg, generoso di tempo e di parole e che nella
sua Biblioteca e nel suo stile di scrittura chiama linterlocutore
a interagire:
"Non so se egli fosse un buon parlatore nel senso convenzionale,
retorico della parola; ma so che parlava a volte di seguito
per ben più a lungo dellora accademica, perfino
due ore, perfino più di due ore; eppure non mi sono
mai stancato. Poiché non pensava mai alla forma ma
alla cosa, riusciva sempre efficace, e mai noioso. Parlava
senza manoscritto, spesso senza appunti, senza aver dinanzi
agli occhi altro che il materiale figurativo necessario. Parlava
ex plenitudine cordis senza far nulla per celare quel suo
accento di patrizio amburghese, che urtava più ancora
certi Tedeschi del Sud che noi stranieri. E non si peritava
di intrecciare frizzi al suo discorso, se frizzi gli venivano
in bocca, di rivolgersi personalmente a qualcuno delluditorio,
quando sapeva che qualche particolare avrebbe interessato
questo in modo particolare. Un parlatore, dunque, spontaneo:
qualche mio collega lo avrebbe probabilmente trovato privo
di dignità accademica. Ma già il suo stile didattico
(e il suo stile era sempre didattico) era più vivo
che austero, e non rifuggiva di immagini della vita comune,
da frasi di moda tratte a un nuovo senso, da adagi: se volete,
diatriba cinico-stoica, o anche dialogo socratico-platonico;
conferenza sofistica mai".
Solo alla fine di questa "biografia intellettuale"
Pasquali ricorda la malattia di Warburg. Ma riesce a inserire
anche linfermità nella storia intellettuale e
a farne un capitolo importante della ricerca di unesistenza
non certo pacifica ma percorsa da ansie, una vita che "per
ragioni non contingenti ma essenziali, non fu sempre felice":
"Dal 18 al 24 Warburg ha combattuto con una
malattia mentale. Testimoni autorevoli ci rivelano ora dopo
la sua morte chegli a un certo momento aveva cominciato
a vivere i suoi problemi non soltanto quali storicità.
Limpulso a ricercare quale interna realtà abbia
animato la magia e lastrologia dellellenismo e
del Rinascimento, ma anche la magia degli uomini primitivi,
vivo in lui almeno da Bonn in qua, divenne a poco a poco,
nellanimo suo, centrale. Egli credette in certo senso
alla magia, risentì tutti i timori irrazionali delluomo
primitivo. La malattia fu in un certo senso la continuazione
della sua ricerca scientifica; e, che è più
strano, egli continuò durante la malattia, profittando
di quelle esperienze morbose, la sua attività scientifica.
Il suo scolaro più caro narra: Nel 1920, il professore
parla nel pomeriggio di Lutero (la memoria, profonda ma sana,
su Lutero e lastrologia della Riforma è stata
finita durante la pazzia), scrive nel pomeriggio le pagine
meravigliose su logica e magia; alla mattina era stato un
uomo magico, che credeva al demonismo delle cose inanimate.
Ma alla malattia egli seppe resistere, vincendola per mezzo
del pensiero scientifico e dellattività scientifica:
in uno strano sdoppiamento il Warburg non cessò mai
di osservare se stesso, e in se stesso di scoprire luomo
primitivo che ha nella magia la sua logica".
Lidea del nesso tra malattia e ricerca verrà
ripresa da Carlo Ginzburg che nel 1966 scriverà:
"Lo studio dellastrologia e della magia nel Quattrocento
e Cinquecento sintrecciò drammaticamente alla
follia in cui cadde per lunghi anni - come se lo sforzo per
padroneggiare razionalmente queste forze ambigue, per metà
legate alla scienza, per metà a un mondo oscuro e demoniaco,
esigesse un tragico compenso sul piano biografico".
La malattia, nota Pasquali, fu scatenata anche da una paura:
"Io lho riveduto più quieto e più
lieto al suo ritorno in Italia, nel '27, di come lavevo
lasciato nel 15, spaventato al pensiero della guerra
inevitabile tra Germania e Italia, che avrebbe, egli temeva,
scavato per sempre un abisso tra i due paesi che amava".
La lungimiranza dello sguardo di Pasquali sulla vita e lopera
di Warburg gli fa vedere la morte come una eutanasia autunnale:
una morte improvvisa di una vita che però è
"in certo senso compiuta".
Il compimento che Pasquali intende, e a cui il filologo lascia
ad arte lultima menzione, è lopera Mnemosyne
considerata, ben diversamente da come vorranno i superficiali
lettori e specialisti per più di 50 anni, unopera
"compiuta":
"Egli lascia pronto per la pubblicazione un atlante figurativo,
che prende nome dalla memoria, Mnemosyne, e deve mostrare
come i diversi paesi e le diverse generazioni [
] abbiano
successivamente concepito, e concependo trasformato, leredità
patetica, dionisiaca dellantichità.
In quellatlante egli ha voluto vivere per i posteri".
Il lascito di Warburg maestro e studioso è ricapitolato
con parole di unattualità sorprendente nella
chiusa dello scritto di Pasquali:
"Gli studiosi giovani opereranno secondo le sue intenzioni,
se non secondo il suo spirito, se non accetteranno senzaltro
concezioni che sono strettamene legate con la potente personalità
di lui, se invece di quellatlante si serviranno come
di una pietra di paragone dei propri pensieri".
Quindi non una lezione chiusa e ingessata, ma un percorso,
un confronto, una stella su cui costruire la rotta della ricerca.
"Gli storici dellarte e gli scienziati della cultura
hanno il dovere di rendere fruttifera lopera di Warburg,
lasciando che essa operi su loro, cioè trasformandola."
Parole esemplari, perché alludono al problema essenziale
del sapere: procedere a passi lenti nel labirinto del divenire,
per correzioni successive di rotta, senza postulati rigidi
o pregiudiziali, ma con una decisa intenzione interpretativa,
nel confronto tra ipotesi diverse che, interagendo e trasformandosi
reciprocamente, provocano scintille di conoscenza.
Parole che a settantanni di distanza è tempo
di raccogliere.
|