Daniela
Sacco
Le trame intrecciate
di Mnemosyne. Aby Warburg e Carl Gustav Jung a confronto
| Un'indagine
sull'affinità tra il concetto di archetipi
dell'inconscio collettivo coniato da Carl Gustav Jung
e quello di Pathosformeln di Aby Warburg in relazione
al contesto storico comune e ad una stessa sensibilità
nei confronti dell'immagine. Un esito è la
restituzione di valore alla concezione rinascimentale
della memoria che accomuna la teoria archetipale del
principale erede di Jung, James Hillman, e l'uso che
ne fa Aby Warburg nell'Atlante di Mnemosyne. |
Mentre abbiamo
notizia (Gombrich 1983) dello scarso apprezzamento che Aby
Warburg ha sempre dimostrato per la teoria psicanalitica
di Sigmund Freud, in particolare per limportanza da
lui attribuita alla sessualità, nulla si sa di una
eventuale conoscenza del pensiero di Jung, il cui nome non
appare mai nei suoi scritti.
Può
capitare invece di trovare sempre più spesso il nome
di Jung citato accanto a quello di Warburg nei testi critici
degli anni più recenti di studi warburghiani. Laccostamento
tra i due autori avviene in virtù dellimmediata
associazione tra il concetto di Pathosformeln, termine
chiave del linguaggio warburghiano, e quello di archetipi
dell'inconscio collettivo, che caratterizza la psicologia
analitica di Jung.
Il
contesto storico comune, lo Zeitgeist, è lhumus
in cui Jung e Warburg radicano il loro pensiero.
Warburg,
nato ad Amburgo nel 1866, precede di nove anni Jung, che pur
essendo di natali svizzeri è ereditariamente e soprattutto
culturalmente tedesco. Alle spalle di entrambi muove un momento
storico particolarmente ribollente di fermenti culturali,
attraversato da correnti di pensiero spesso in antitesi tra
loro e fautrici di trasformazioni epocali che il nuovo secolo
vivrà pagandole il tragico prezzo delle due crisi mondiali.
Sia
Jung che Warburg sono riconducibili a filoni di ricerca che
in questo periodo accomunano un gran numero di pensatori e
scienziati: da una parte, il vivo interesse per il concetto
di ereditarietà inaugurato dagli studi di Darwin, con
le teorie meccanicistiche dellevoluzione e della memoria
razziale che ne seguirono; dallaltra, in contrasto con
il determinismo positivista incalzante, le concezioni vitalistiche
legate soprattutto alla Naturphilosophie.
Questultima
corrente di pensiero, sostenuta tra la fine del Settecento
e i primi decenni dellOttocento in ambito scientifico
tedesco, si identifica soprattutto nella scienza idealistica
della "morfologia" elaborata da Goethe, e si rivolge
principalmente alla ricerca della Urform o Urtyp,
forma o tipo originario di ogni specie vivente, in una sintesi
di studi empirico-naturalistici e umanistico-trascendentali.
Altra tendenza vitalistica opposta allevoluzionismo
di stampo darwiniano, dominante alla fine dellOttocento
soprattutto nella Germania dellimperialismo, è
il pensiero della Lebensphilosophie. Una sua probabile
influenza può essere intravista sia in Jung che in
Warburg, nella misura in cui i due furono affascinati dal
pensiero di Nietzsche e al tempo stesso se ne difesero, protetti
dalla loro sophrosyne.
Jung
e Warburg, nelloriginalità delle loro posizioni,
contestualmente ai loro differenti ambiti di ricerca ma in
comune accordo con loggetto ultimo dellindagine,
la memoria culturale, entrano ed escono da questi schieramenti,
li attraversano tangenzialmente, sintetizzando creativamente,
in virtù della loro personale esperienza e del loro
genio, sia le concezioni vitalistiche della Naturphilosophie
che quelle meccanicistiche della Naturwissenschaft.
Per
Warburg, filamenti della memoria culturale sono le Pathosformeln,
per Jung gli archetipi dell'inconscio collettivo: per entrambi
in una commistione di componenti deterministiche e finalistiche.
Osservando
la genesi delle idee che, sia per luno che per laltro,
si svolge in un medesimo percorso, dallosservazione
empirica di img alla memoria storica sovrapersonale, risulta
fondamentale linfluenza di Jacob Burckhardt.
Il
termine "immagine primordiale", che appare in Simboli
della trasformazione (Jung 1912) come prima espressione
del più tardo concetto di archetipo, è mutuata
da Burckhardt che, in una lettera a un allievo, definisce
il Faust unautentica Urbild, servendosi a sua
volta di unespressione propria di Goethe. In Warburg,
che riconosce in Burckhardt un maestro, il concetto di Pathosformeln
consiste nell'ipotesi secondo cui dove appare qualche
manifestazione di pathos, se ne può rintracciare
una formula antica.
Oltre
Burckhardt, che in questo caso funge da filtro, è comunque
possibile risalire direttamente a Goethe, tanto importante
per Jung quanto per Warburg riguardo alle stesse tematiche;
al punto che, per certi versi, si potrebbe pensare a Goethe
come lanello di congiunzione tra i due.
Per
ciò che concerne Warburg, al concetto di "polarità",
che riconosceva espressamente come una sua creazione oltre
che centro del pensiero morfologico di Goethe, si aggiungeva
anche quello della dottrina delle forme o tipi originari,
ossia quella stessa Urbild desunta da Jung. Quanto
a Jung, nel 1955 poteva dichiarare di voler "confermare
su base sperimentale le intuizioni di Goethe" (Jung 1995).
Gli archetipi sembrano infatti riprodurre nella dimensione
dellimmagine lUrphänomen osservato
da Goethe nelle scienze naturali.
Il
concetto della Pathosformel, concepita già dalle
primissime opere, appare compiutamente definita da Warburg
nello scritto del 1905 su Dürer quale "formula patetica",
o meglio, come una carica emotiva che, recuperando la passionalità
dell'antica dimensione mitica, trova espressione in una formula
iconografica precisa e costante nel tempo, pur nelle diverse
contestualizzazioni storiche che accompagnano il suo rappresentarsi
artistico.
In
entrambi i casi, gli elementi costitutivi di archetipi e Pathosformeln
sono listinto e lemozione da una parte, la forma
e la riflessione dallaltra, congiunte come le facce
di una medesima medaglia. In particolare, per Jung limmagine
primordiale è concepita come "intuizione che listinto
ha di sé stesso o come autoraffigurazione dellistinto".
E ancora, come "il necessario opposto complementare dellistinto"
(Jung 1921). Per Warburg, nellindissolubile intreccio
di una carica emotiva e di una formula iconografica cè
un continuum, un passaggio ininterrotto tra l'emozione,
la sua espressione, e latto della riflessione. Si esplicita
così un duplice senso del concetto di forma: "alla
caratterizzazione della forma sensibile come aspetto esteriore
si affianca, compenetrandola, quella di forma ideale come
struttura eidetica, come formula tipica che esprime immediatamente
un contenuto psichico o patemico altrettanto tipico: Pathos-Formel"
(Pinotti 2001).
Lespressione
"formule del pathos", avendo la caratteristica
di essere sempre indicativa di img e rivelativa della loro
essenza emotiva, non distingue tra forma e contenuto. In questo
modo, il significato del termine si avvicina a quello originario
di archetipo dato da Jung, sgombrando il campo da tutte le
disquisizioni tra fenomeno e noumeno, tra immagine archetipica
e archetipo in sé, che hanno spesso diviso i suoi esegeti.
Per
Jung limmagine primordiale, essendo unorganizzazione
ereditata dellenergia psichica, ha il "vantaggio
della vitalità"; per Warburg, levidenza
del riconoscimento della Pathosformel scaturisce dal
contrasto dato dal movimento della figura in questione rispetto
allimmobilità della scena, in accordo con una
delle sue prime constatazioni, secondo cui la forma classica
di rappresentazione veniva adottata dallartista del
Quattrocento ogni qual volta bisognava "calare in unimmagine
la vitalità" (Warburg 1893).
Ma
quella che allinizio delle sue ricerche era per Warburg
la semplice ipotesi dell'adozione da parte dellartista
di una formula iconografica del passato, diviene più
tardi, e via via nel corso del suo pensiero, la convinzione
che si tratti più precisamente della riemersione nella
memoria personale di una traccia appartenente alla memoria
sovrapersonale.
La
questione dellereditarietà mnestica rende peculiare
lindagine di Warburg rispetto a quelle degli altri interpreti
del Rinascimento, e portando i confini della ricerca a un
passato astorico che va ben oltre la Grecia, per radicarsi
nella "materia stratificata acronologicamente",
ha leffetto di sbalzarlo al di là di unindagine
circoscritta alla sola epoca rinascimentale.
Non
è un caso che sia Jung che Warburg si rifacciano allo
stesso termine scientifico per trovare giustificazione teorica
allidea dellereditarietà delle tracce mnestiche:
lengramma, coniato dal neurologo Richard Semon,
o la mneme.
Nelluso
di Semon, per engramma si intende la modificazione durevole
della sostanza organica risultante da uno stimolo; mentre
i fenomeni legati alla presenza dellengramma o di più
engrammi sono definiti fenomeni mnemici. Lengramma,
come precipitato mnestico, si mantiene in uno stato di latenza,
pronto a riemergere come reazione al ripresentarsi dello stimolo.
È evidente come il concetto fisiologico di Semon possa
aver rappresentato sia per Jung per cui mneme
è la struttura psichica in quanto psiche collettiva
(Jung 1921) che per Warburg un punto di riferimento
importante nella concezione di una memoria collettiva o sociale,
caratterizzata dal ripresentarsi di forme tipiche nel corso
della storia.
Per
entrambi, comunque, è fondamentale la possibilità
che la reazione psichica, riemergente come effetto del ripetersi
dello stimolo, e limmagine che lesprime, siano
passibili di trasformazione e adattamento al contesto in cui
avvengono, e non una meccanica e sempre identica conseguenza.
Viene smussato quindi il causalismo deterministico di Semon
e in genere della psicologia monistica di cui era esponente:
un filone interno alla biologia evoluzionistica che sappiamo
aver influenzato, attraverso Hering, gli studi di Warburg,
e, attraverso Haeckel, di cui Semon era stato allievo, quelli
di Jung, soprattutto in merito alla concezione per cui lontogenesi
ricapitolerebbe la filogenesi.
È
per questo che Jung, nel dare la definizione di immagine,
a cui rinvia anche quella di archetipo, cita Semon e allo
stesso tempo ne prende le distanze, non ammettendo che la
psiche sia un "mero prodotto o un calco delle condizioni
ambientali" (Jung 1921); al contrario, permette la trasformazione
dellistinto in forma spirituale.
Lo
scarto è fondamentale perché, se da un lato
viene ribadita la grande originalità di Jung rispetto
ai suoi predecessori ovvero laffermazione della
psiche autonoma dallaltro viene specificato ulteriormente
in che senso si debba parlare di ereditarietà delle
rappresentazioni. Ad essere ereditato è larchetipo
come elemento strutturale, come fattore ordinatore nellinconscio;
limmagine, invece, che è da esso "ordinata"
torna a risorgere come variante soggettiva in ogni vita.
È
importante tener presente questa precisazione, quando, nellaccostare
la teoria degli archetipi di Jung a quella delle Pathosformeln
di Warburg, la questione viene risolta con laffermazione
che le img sono per Warburg realtà storiche, inserite
in un processo di trasmissione della cultura, e non entità
astoriche come sarebbero per Jung (Agamben 1975) che
viene così frainteso. Per Jung, infatti, è la
variante soggettiva di ogni vita il contesto che foggia di
volta in volta la peculiarità delle img.
La
singolarità delle img relativa al loro specifico contesto
si sintetizza con un "tratto universale umano":
per Jung "non si tratta neppure di idee ereditate,
ma di una disposizione funzionale a produrre idee uguali o
affini": è questa disposizione che egli nomina
archetipo. Il tratto universale umano, di contro ad
una eredità specifica di razza, è osservato
ad esempio senza scendere nei dettagli del significato
che lo psicologo intendeva trovare nel riconoscimento
del parallelismo tra la visione in sogno di un negro malato
di mente e l'immagine di Issione sulla ruota
.
Come, allo stesso modo, Jung riconosce nell'allucinazione
di un paziente che vedeva scendere dal sole un membro in erezione
che oscillava e produceva vento, la visione descritta in un
testo della liturgia mithriaca: un tubo che pendendo dal disco
solare genera vento. E in più associa a queste img
le rappresentazioni di pitture del Medioevo in cui si vede
calare dal cielo un tubo, veicolo dello Spirito Santo, che
si insinua sotto la veste di Maria per fecondarla (Jung 1912).

Questo
per comprendere come, nella genesi e sviluppo della teoria
degli archetipi, per Jung è stato fondamentale l'uso
comparativo delle img: la visione del paziente viene riconosciuta
e analizzata alla luce delle img che la storia della cultura
gli offriva. Ciò permette di riscontrare analogie e
proporre interpretazioni.
Lacquisizione
del termine "engramma" da parte di Warburg avviene
nelle ricerche dellultimo periodo della sua vita e gli
permette non solo di trovare conferma e giustificazione scientifica,
ma anche di approfondire e puntualizzare la concezione delle
Pathosformeln. Le formule iconografiche utilizzate
dagli artisti per rendere il pathos dellantichità
risultano essere per Warburg più precisamente "dinamogrammi":
cristallizzazioni di antiche energie psichiche sopravvissute
come eredità depositate nella memoria, e quindi, in
questa nuova accezione, oltre che forze energetiche, anche
"dinamo", cioè convertitori di energia.
La
loro riemersione è unesposizione alle "forze
del profondo" in cui la mente dell'artista può
soccombere o uscirne rivitalizzata. È interessante
notare lanalogia con Jung e la concezione inflazionistica
della psicopatologia: lincapacità cioè
di contenere la potenza straripante dellinconscio e
lannientamento in essa. Non è un caso che Warburg
abbia percepito il pericolo dei monstra della memoria
in tutta la loro portata, a seguito della sua personale vicenda
psicopatologica, e abbia reso perfettamente il senso di ciò
nel saggio del 1927 su Burckhardt e Nietzsche (Warburg 1927)
questultimo considerato peraltro da Jung un caso
esemplare di inflazione dellIo.
Anche
per Warburg il meccanismo della riemersione degli engrammi
non è riduttivamente causalistico e meccanico, perché
essi possono essere reinterpretati, riadattati e trasformati
in relazione a contesti differenti. In più, è
nella possibilità della loro reinterpretazione che
sta la capacità di controllo sul potere irrazionale
che scatenano. Può quindi realizzarsi una "inversione
dinamica" tale per cui la stessa energia conservata nella
struttura dellengramma trova espressione in raffigurazioni
differenti, anche antitetiche. Come per Jung, si tratta di
una spiritualizzazione successiva al riemergere di un impulso
vitale.
Determinante
per la gestione e la trasformazione dellenergia è,
per entrambi, la funzione del simbolo, che nella storia della
cultura, come osserva Gombrich, risulta essere il corrispondente
dellengramma di Semon. Per Jung e per Warburg, infatti,
il germe della cultura va rintracciato in quellintervallo
sempre fuggevole tra limpulso e lazione, ossia
in quel momento in cui la riflessione la reflexio
come ripiegamento rispetto allimpulso istintivo
e sua psichizzazione, si genera nella forma originaria dellimmagine.
Per
Jung, il simbolo è una "macchina psicologica che
trasforma lenergia" (Jung 1928) e la converte dando
vita a rappresentazioni; Warburg parlava a sua volta del passaggio
dal "complesso del mostro al simbolo ordinatore".
Ed è suggestivo che qualifichi i mostri dellemozione
col termine "complesso", al quale Jung era ricorso
per descrivere la riscoperta della psiche autonoma; i complessi
come dèmoni che si impossessano dellindividuo
scalzandone la volontà e lautocontrollo.
Se
per Warburg i simboli, come trasformatori oltre che conservatori
denergia, convertono le emozioni più profonde
dellanima nelle forme durature dellarte, si comprende
ancora di più il valore delle img e del loro localizzarsi
a metà strada tra emozione e forma logico-razionale.
Limmagine è quindi, per la sua aderenza a un
impulso vitale, anzitutto simbolo, e soltanto dopo, nella
sua cristallizzazione, diventa segno.
La
concezione simbolica di Warburg, profondamente influenzata
da quella di Vischer, e quella di Jung, risultano corrispondere
proprio sotto questo aspetto: la peculiarità del simbolo
è la sua vitalità e ciò che gli impedisce
di essere allegoria, o meglio perfetta e indissociabile identità
logica di oggetto e significato. Il simbolo, essendo "plurivoco",
è inesauribile nella densità di senso e non
può essere interpretato esaustivamente come segno o
allegoria. Nel suo manifestarsi è unesperienza
nellimmagine e dellimmagine, uno sviluppo "enantiodromico"
di un nucleo sotterraneo di per sé indescrivibile che
è larchè .
Il
simbolo in quanto metafora conduce allignoto, allenigma,
e presuppone un legame col significato che è oscuro
o, come lo definisce Warburg, "magico-concatenante".
È il caso per Jung del simbolismo utilizzato nellazione
magica di alcuni rituali, quello ad esempio dei Wacandi, o
per Warburg quello della danza dei serpenti: in entrambi i
casi si tratta di una formazione simbolica, che richiede come
principale riferimento esemplare un atto religioso, e non
è un simbolo considerato esclusivamente nel suo portato
semiotico, come mero segno.
Della
vitalità del simbolo Warburg trova conferma in occasione
del viaggio negli Stati Uniti, compiuto tra il 1895 e il 1896,
quello che Saxl definisce "viaggio agli archetipi",
che lo porterà alla conoscenza delle danze rituali
dei Pueblos del Nuovo Messico. Accanto a questa conferma e
alla comprensione del significato difensivo del rituale nei
confronti di una realtà esterna avvertita come soverchiante,
si prefigura la concezione della permanenza del simbolo, e
dellistinto ad esso sotteso, come radice biologica delle
manifestazioni culturali. È infatti nella rappresentazione
del fulmine come serpente da parte di un bambino indiano americanizzato
che Warburg rintraccia le prove dellesistenza di una
memoria collettiva.
È
curioso notare come lo stesso Jung, trentanni dopo,
nel 1925, evidentemente in consonanza a una moda del tempo
diffusa con la fiducia nel metodo dindagine comparativo,
abbia compiuto a sua volta un viaggio negli Stati Uniti per
visitare i Pueblos del Nuovo Messico. Il viaggio, come un
altro compiuto in Kenya, è ricordato da Jung come loccasione
per lo studio approfondito dellinconscio dei popoli
primitivi e la conferma dellinnatismo, ovvero la scoperta
che nelluomo primitivo le idee religiose sono innate
(Jung 1995).
Come
si è visto, il concetto di permanenza del simbolo sarà
fondamentale per lo sviluppo successivo delle teorie di Warburg
e darà alimento al senso della teoria della rinascita,
o meglio di quella che definisce "Nachleben", leredità
pagana nelle forme artistiche della civiltà europea.
Accanto allidea di permanenza si accompagna quella,
già introdotta sopra, di trasformazione. Ne sono un
esempio i travestimenti dei soggetti rappresentati nella fascia
mediana degli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia
a Ferrara: dietro le barbare vesti degli antichi demoni-decani
indiani della tradizione astrologica orientale, Warburg riconosce
i volti delle divinità olimpiche.
Strettamente
legato al concetto di polarità del simbolo, sensibile
di volta in volta al contesto culturale in cui si inserisce,
il rapporto tra permanenza e trasformazione è profondamente
dialettico. Il simbolo, concepito nella sua polarità,
è un catalizzatore di una infinità di sensi
che di volta in volta si determinano fra i poli opposti di
un dualismo ambivalente, come loscillare enantiodromico
tra due poli opposti del processo simbolico descritto da Jung.
La polarizzazione infatti è fondamentale anche per
la psicologia analitica: larchetipo come modello esplicativo
per la storia delle img simboliche, nella sintesi di differenza
e ripetizione, riproduce il nesso di permanenza e trasformazione
(Pezzella 1989).
È
la stessa nozione di polarità e ambivalenza dellimmagine
che permette a Warburg di far coesistere problematicamente
nella stessa teoria le componenti contraddittorie di permanenza
e trasformazione. Lengramma si fa veicolo di una forza
dinamica la cui carica è costante, mentre il suo senso
può "invertirsi"; ed è in virtù
di questo valore della polarità che Warburg, come ha
giustamente notato Gombrich, considerò sempre le img
come detentrici di un significato intrinseco e di una carica
emozionale determinata capace di mantenerle comunque autonome
rispetto al contesto.
È
ammessa cioè da Warburg una struttura eidetica ed emozionale
a priori rispetto alle determinate concretizzazioni storiche,
come esiste per Jung una disposizione innata a produrre img
parallele, coerentemente allesistenza di strutture psichiche
universali e identiche le archai che
corrispondono al concetto biologico di pattern of behaviour.
È
interessante notare questa corrispondenza parallela ai modelli
di comportamento, se si considera che lindagine di Warburg
è rivolta con maggiore attenzione, anche rispetto a
Jung, alla componente corporea e gestuale della manifestazione
delle Pathosformeln, avendone un massimo riscontro
nelle espressioni dellarte.
La
contraddizione data dalla compresenza di componenti antitetiche
allinterno di uno stesso fenomeno è presa in
considerazione da Jung nello specifico dellanalisi di
eventi psichici. Qui lelemento antinomico e contraddittorio
è compreso come peculiarità del fenomeno psicologico.
Per Jung gli eventi psichici possono essere considerati sia
dal punto di vista meccanicistico, che è puramente
causale, che dal punto di vista energetico, che è essenzialmente
finalistico. Essendo entrambi i punti di vista indispensabili
per comprendere levento psichico, è ammessa "una
terza concezione che è tanto meccanicistica quanto
energetica" (Jung 1928). Logicamente parlando, questa
terza concezione non sarebbe ammissibile, ma, come Jung insegna,
la realtà della psiche non sottostà alla regola
del tertium non datur.
Questo
punto è fondamentale per comprendere in che termini
i due psicologi della cultura si siano inseriti allinterno
delle concezioni evoluzionistiche che hanno caratterizzato
la fine dellOttocento e i primi del Novecento. Jung,
nello spiegare il senso del riemergere di unimmagine
mnestica, giunge alla conclusione che "la teoria evoluzionista
non può reggere senza il punto di vista finalistico
[...]. Il fatto evidente della differenziazione e dellevoluzione
non può mai essere chiarito in maniera esauriente con
la causalità, perché esige ladozione del
punto di vista finalistico, che luomo ha prodotto nel
corso della sua evoluzione psichica così come ha prodotto
quello causale" (Jung 1928).
Daccordo
con levoluzionismo dellepoca, pregno di nessi
causalistici, Warburg ammette nella successione progressiva
dellevoluzione la presenza di componenti permanenti
che si ripetono nel tempo con una certa continuità;
tali componenti rappresentano lelemento "energetico"
orientato finalisticamente che, nella regione dello psichico,
è riconosciuto da Jung accanto a quello meccanicistico.
Il concetto di permanenza introduce nellevoluzionismo,
concepito fino allora come un progresso continuo e lineare,
il concetto di storia intesa come movimento ciclico, per cui
elementi vitalistici si sintetizzano con quelli evolutivo-deterministici.
In
Jung si dissolve, nella terza dimensione dello psichico, quello
che in Warburg è interpretato come un dualismo irresolvibile:
"loscillazione tra un paradigma evolutivo-progressivo
e un paradigma acronologico-tipologico" (Pinotti 2001)
per la comprensione dei fenomeni artistici; una oscillazione
che si acquieta solo con la sospensione della domanda sul
"perché", a favore di un metodo descrittivo
e attento piuttosto al "come".
In
tutto larco del pensiero junghiano è rinvenibile
comunque una permanenza di posizioni dualiste, in cui la teoria
della polarità psichica tende a irretirsi nella problematica
degli opposti.
Lassunzione
dello psichico nella sua realtà ontologica di terza
dimensione è stata invece assunta radicalmente soltanto
dopo di lui da James Hillman. È infatti negli scritti
del principale erede di Jung che appaiono riferimenti significativi
alle idee di Warburg e si esplicita e approfondisce così
la segreta simmetria che abbiamo cercato di evidenziare.
Hillman,
a una distanza epocale da Jung, si pone in una diversa angolatura
teorica. Con la piena acquisizione della realtà psichica
come terza dimensione, l "anima", intesa in
un modo affine al neoplatonismo rinascimentale, sfonda gli
ultimi residui di dualismo e si apre al molteplice, al politeismo
dellanima pagana.
È
anche in virtù di questo scarto che è lecito
accostare il pensiero di Hillman a quello di Warburg, oltre
che per la sua conoscenza del pensiero warburghiano. Accanto
al valore metastorico del paganesimo, che forse solo due eretici
ebrei come loro potevano comprendere, cè una
corrispondenza tra il senso e il valore che Hillman tributa
al concetto rinascimentale di memoria, e lopera ultima
e "non finibile" (Mazzucco 2001) di Warburg, lAtlante
di Mnemosyne. È in questopera che si percepisce
infatti tutta lattualità di Warburg, probabilmente
distante da quel "dualismo irresolvibile" che gli
viene talora diagnosticato, e si coglie laffinità
che lo avvicina, pur nella distanza storica, al più
contemporaneo dei teorici della psiche.
Loriginalità
dellAtlante sta nel fatto che, contrariamente alla produzione
precedente, non si tratta di uno scritto di saggistica, ma
di una vasta raccolta, un atlante appunto, di pannelli di
tela nera in cui vengono appuntate in ordine sparso delle
img. Lapporto puramente teoretico consta di unintroduzione
allopera, scritta da Warburg, di appunti dei diari che
hanno accompagnato la preparazione del progetto, e di note
e smilzi commenti documentari relativi a ciascuna tavola.
Lelaborazione del tutto comincia dal 24, al ritorno
di Warburg dalla clinica di Kreuzlingen diretta da Ludwig
Binswanger e termina, senza vedere pubblicazione ma solo una
presentazione parziale a Roma presso la Biblioteca Hertziana,
nel 29, con la sua morte.
Nelle
esplicite intenzioni di Warburg cè inizialmente
la volontà di raccogliere la summa delle proprie ricerche,
focalizzate su due principali nuclei tematici, lastrologia
e le Pathosformeln, ponendo una specifica attenzione
sui temi, i soggetti, le idee da presentare. È chiaro,
comunque, come, al di là delle intenzioni esplicitate,
ci sia una fortissima sproporzione tra il detto e il non detto,
e come Warburg riesca qui a far parlare leloquente mutismo
delle img più che in ogni altra sua opera.
Dallosservazione
della struttura dellAtlante si comprende come il "paradigma
acronologico-tipologico" dellindagine di Warburg
trovi uno spazio decisivo in cui manifestarsi, e la polarità
del simbolo, più che biforcarsi in due nuclei antitetici,
si frammenti in un molteplice polisemico.
Lorganizzazione
delle tavole e delle img
che
ciascuna
tavola raccoglie è tale da presupporre nessi sincronici
e non gerarchici di associazione tra i singoli pezzi e il
tutto; i legami di associazione tra figure e tavole seguono
rapporti non di successione ma di contiguità, seguendo
una logica tipologica rispetto al modello.
I
rapporti che si creano nelle associazioni di img sono tali
da creare quadri di riferimento differenti, equilibri di volta
in volta mutevoli. Questo meccanismo è ulteriormente
alimentato dalla possibilità di spostare le img, appuntate
alle tavole con puntine da disegno, e dalla possibilità
di creare intercambiabili nessi associativi anche tra le tavole.

La
lettura dellopera si risolve in questo modo in una ragnatela
di percorsi, che individuano fili conduttori variamente allacciati
e sempre reversibili allo sguardo dellosservatore. Leffetto
degli schemi visivi che ne derivano non è quindi la
riproduzione grafica e sistematica delle ricerche teoriche
di Warburg: esse risultano, sotto questo rispetto, presenti
nellAtlante come fecondi presupposti, da cui riverberano
con potenza evocativa echi inesauribili di senso.
Non
è un caso che la scelta del nome da attribuire allatlante
illustrato si sia fermata su Mnemosyne, madre delle nove Muse,
di contro ad altri possibili termini riferiti ad una più
soggettivistica rappresentazione e determinazione delluomo.
E non è un caso che Mnemosyne sia al contempo il termine
fatto iscrivere allentrata della Biblioteca Warburg
ad Amburgo, a indicare il nume tutelare che protegge e feconda
gli studi. È infatti la Biblioteca che, come organizzazione
del sapere, anticipa la creazione dellAtlante, e sembra
prefigurarlo a sua immagine e somiglianza (Mazzucco 2001).
Una
disposizione spaziale tipologica, e non cronologica o alfabetica,
regola infatti la distribuzione dei libri al suo interno;
la regola è, più precisamente, quella del "buon
vicinato", o meglio, laccostamento dei testi come
tessere di un mosaico, secondo connessioni significative tra
i diversi ambiti tematici. La biblioteca riproduce così
limmagine dellenciclopedia, i libri sono disposti
senza ricorso al caso negli scaffali con la volontà
di riempire veri e propri "luoghi" del sapere, "secondo
la più aristotelica delle definizioni" (Calabrese
1984).
Per
entrambi i casi, lAtlante e la Biblioteca, il senso
di Mnemosyne è da ricondurre a un preciso referente
storico: il significato che la memoria ha avuto, in special
modo nella cultura rinascimentale.
Il
valore dato nel Rinascimento alla memoria è stato colto
da Hillman, e con la volontà di recuperarlo sottraendo
la memoria alle mentite spoglie dellinconscio, in cui
era stata rinchiusa dal suo rinascere nellultimo decennio
dellOttocento, agli albori della psicoanalisi.
La
prima seria riemersione della memoria nel senso rinascimentale
del termine si è resa possibile infatti, secondo Hillman,
con la teoria degli archetipi dell'inconscio collettivo di
Jung, che ha distinto gli stati inconsci in senso stretto
dallinconscio nel senso più antico di memoria.
Una memoria a cui può essere restituito lantico
carattere immaginale, a patto di sbarazzarsi del concetto
limite negativo di inconscio. Cosa che Hillman fa, lasciandosi
alle spalle Jung e il dilemma dualistico dei due opposti,
delle due forme del pensare, il linguaggio logico razionale
e il linguaggio fantastico.
Il
dilemma è sciolto nel senso che le due forme del pensare
debbono scambiarsi i ruoli: per Hillman è tempo che
la seconda forma del pensare osservi la prima e non viceversa,
è tempo di tradurre il linguaggio della ragione nelle
metafore dellimmaginale. Mentre i fenomeni di riemersione
dellimmaginale dallinconscio negativo della psicopatologia
devono essere percepiti "come sentieri contorti che portano
alla memoria, come vie che riconducono in zone perdute
dellanima, dellimmaginazione e della sua storia"
(Hillman 1979).
È
allantica tradizione dell "arte della memoria"
che Hillman si ricollega, per recuperare il senso rinascimentale
della parola mnemosyne e per riconoscere in essa una
modalità per lorganizzazione dellimmaginario
collettivo secondo le dominanti archetipiche. E non è
un caso che Hillman trovi le letture più indicative
a questo riguardo nelle pubblicazioni realizzate grazie alla
documentazione del Warburg Institute (Yates 1972).
Se
Jung, come punto di riferimento per le osservazioni sul Rinascimento,
aveva Burckhardt, e ha concepito questepoca come un
tipico esempio di enantiodromia, di rovesciamento nellopposto,
nella "passione materialista" (Jung 1951), delle
altezze della spiritualità medievale-cristiana, di
contro, Hillman ha come principale referente Warburg e gli
studi frutto dalle sue ricerche, e pensa il Rinascimento,
per il valore tributato allanima e allimmaginale,
come un ideale psicologico cui ricondursi.
Larte
della memoria, dipanandosi, più o meno sotterraneamente,
nel corso di secoli nel caso dellindagine della
Yates, dal presocratico Simonide al moderno Leibniz
come insieme di tecniche atte a sviluppare la memoria, rivela
lintrinseco legame tra anima, memoria, immaginazione
e retorica. Al di là delle finalità retoriche
meramente tecniche a cui poteva aspirare chi si affidava a
questo "esercizio", il senso più profondo
va ricercato nel valore pedagogico che ha avuto per la cura
e lattenzione rivolta alle img.
I
contenuti della memoria erano collocati in una struttura immaginale
concepita spazialmente come insieme di "luoghi",
in modo tale che la catalogazione potesse avvenire in virtù
dellappartenenza di più idee, eventi, oggetti
a un unico significato, più spesso identificato con
divinità, personaggi mitici e in alcuni casi con costellazioni
zodiacali. Questi luoghi, queste stanze della memoria, sono
riconosciuti da Hillman nella funzione di universali, come
"configurazioni archetipiche" entro le quali ogni
contenuto trovava la sua "intrinseca intelligibilità"
(Hillman 1979).
Una
catalogazione significante che, come la Biblioteca e lAtlante
di Warburg, non ha nulla a che vedere con le attuali catalogazioni
nominali, aderenti a principi cronologici o alfabetici e quindi
semplici sistemi detichettatura scissi dal contenuto
che intendono raccogliere.
Una
delle manifestazioni più suggestive delluso di
questarte nel Rinascimento, anche per la concretezza
spaziale della sua struttura, è stato il teatro della
memoria di Giulio Camillo: una vera e propria costruzione
architettonica in legno, raffigurante un teatro neoclassico,
sufficientemente grande per permettere lentrata di due
persone alla volta, e intagliato di img e cassette in funzione
di luoghi su cui apporre le relative figure e ornamenti.
La
collocazione dellimmaginale nei teatri avveniva con
estrema precisione visiva e secondo quelle che la Yates definisce
"ragioni psicologiche per la scelta delle img mnemoniche".
Ad essere scelte, per la forte impressione che potevano incutere,
e quindi per la garanzia dellesercizio mnemonico, erano
soprattutto img emotivamente efficaci, eccezionali non solo
per la bellezza insolita ma anche per la bruttezza, loscenità,
lassurdità delle loro combinazioni.
Si
trattava di vere e proprie imagines agentes,
fantasie attive e drammatiche, che riconducono alla tecnica
dellimmaginazione attiva elaborata da Jung; con la differenza
che nelle tecniche dellarte della memoria manca quellattenzione
vigile che per Jung lIo deve mantenere nel condurre
il flusso di fantasie, per evitare di esserne travolto. Nelle
pratiche mnemotecniche cera comunque unattenzione
per la precisa collocazione e lordine spaziale che le
img dovevano avere nel teatro mentale, ma questordine
era inerente le img stesse e quindi non riguardava lattenzione
di un principio ordinatore presupposto al di fuori.
La
necessità per luomo moderno di porre un controllo
vigile allattività fantastica rivela tutta la
disabitudine a prendersi cura delle img, che diventano di
conseguenza pericolose per una civiltà riformata in
modo iconoclastico, che le ha espunte dalla memoria e ha,
con questo, abraso la memoria stessa.
Il
giudizio di pericolosità riferito alle img le confina
nella patologia, ma Hillman riconosce nelle "fantasie
patologizzate" i "sommovitori dellanima".
Le imagines agentes, pregne di potere metaforico contro
ogni costrizione concettuale, avevano la funzione di stimolare
lapprendimento e il ricordo agendo al servizio della
psiche, abbracciandone e ampliandone il respiro. In questo
modo, per Hillman, larte della memoria è stata
unattività morale dellanima.
Il
nesso tra anima e memoria sembra emergere nel pensiero di
Warburg fin dalla fucina dove prenderà il via la teoria
delle Pathosformeln, da quel carteggio febbricitante
con lamico André Jolles, che era nato nel tentativo
di spiegare la presenza di una ninfa classica nellaustera
composizione de La nascita di S. Giovanni Battista del
Ghirlandaio
.
Nelle vesti della ninfa classica che cattura lo sguardo dei
due amici è riconoscibile lanima pagana e politeistica.
La
ninfa rapisce lattenzione proprio per il principio dinamico
che la muove e così innesca la necessità di
rappresentare in forma narrativa quello stesso processo interiore
che dallemozione conduce alla valutazione critica. Ne
esce un disquisire tra innamorati sulla medesima immagine
evocativa, e quindi la rivelazione del potere metaforico che
lemozione contenuta nellimmagine scatena.
Ai
due che si interrogano sulla sua manifestazione, la ninfa
appare come "colei che portava vita e movimento in una
scena per il resto immobile", "pareva il movimento
fatto persona". La personificazione dellanima nella
ninfa passa attraverso limmagine della "farfalla"
che "vola", "volteggia", rendendosi sfuggente
e inafferrabile, trasportando "nel cielo blu", tra
le "Idee". È unimmagine che contiene
in nuce "il percorso dalla percezione individuale (estetica)
alla memoria storica sovrapersonale" (Settis 1981), il
movimento dellanima alla scoperta dello sfondo archetipico
a cui appartiene, quel ritorno alle Idee significato dallepistrophe
neoplatonica.
Lintimo
legame che congiunge lanima alla memoria passa dunque
per la dimensione dellimmaginale e il linguaggio delle
img, quello stesso che parlano le figlie di Mnemosyne, le
Muse: il linguaggio delle arti. Se "le arti e la psiche
ai loro livelli primari parlano innanzitutto il linguaggio
della memoria" (Hillman 1979), non stupisce che
Warburg abbia preferito comunicare il senso di Mnemosyne anzitutto
con luso delle sole img. Un utilizzo dellimmaginale
che sarebbe più opportuno ridefinire, con Hillman,
doulia, ossia un atteggiamento di servizio che presuppone
la percezione dellimmagine come autonoma, avente valore
di per sé, bastante a se stessa, di conto alla latria,
che alimentando lidolatria, presuppone un significato
trascendente e superiore allimmagine.
Warburg
ha recuperato per queste vie una forma di comunicazione che
si era persa con la dimenticanza dellanima, e ha potuto
farlo perché si è rivolto a un modello sapienziale
rinascimentale in cui, per linfluenza della filosofia
neoplatonica, lanima e non luomo ha un ruolo centrale.
Il Rinascimento ha riconosciuto il diritto dellimmaginazione
a un proprio spazio, e per questo Hillman lo considera un
ideale psicologico a cui ricondursi: "se vogliamo restituire
limmaginazione al suo pieno significato, abbiamo bisogno
di una specie di enorme stanza che funzioni da suo realistico
contenitore" (Hillman 1992).
Recuperare
tale comunicazione significa ritrovare non solo una forma
di linguaggio perduto, ma un intero mondo, un orizzonte cosmologico:
quella zona intermedia tra corpo e spirito in cui dimora lanima,
che per il tramite dellimmaginale congiunge lumano
al divino; un cosmo che torna ad essere pensato nelle sue
micro-macrocosmiche interconnessioni.
Preclusa
loro la terza dimensione dello psichico, le img si riducono
a mera fisicità confondendosi nella fattualità
delle cose, come oggetti tra gli oggetti, o si risolvono in
pura trascendenza negandosi quindi nellinvisibilità.
La negazione del loro proprio statuto cosmologico risulta
prerogativa non solo delliconoclastia, che da sempre
ne ha misconosciuto il valore autonomo, ma anche dellimperante
attuale iconofilia che, nellinganno della venerazione
per limmagine, come doppio delliconoclastia replica
la sua stessa violenza.
Se
il sistema imperante è monoteistico e la psiche policentrica
non ha contenitori per ciascuno dei suoi frammenti, Hillman
indica il percorso della cura dell'anima, che muove verso
la restituzione dellimmaginale alla sua effettiva dimensione
ontologica. In essa limmagine ritrova il proprio statuto
di daimon: le img tornano cioè ad essere "daimoniche",
mediatrici, e non più "demoniache" (Hillman
1999). Allo stesso modo, si dovrà intravedere una cosmologia
dellanima nellAtlante di Warburg.
Lungo
questa esposizione, i sentieri di Mnemosyne si sono incrociati
seguendo le due forme del pensare: il primo, percorso da Warburg
in sintonia con Jung sulle tracce della radice fisiologica
della mneme; il secondo, percorso con Hillman nel dar
voce al linguaggio delle Muse. In entrambi i casi, Warburg
è il testimone di unintelligenza che restituisce
in suprema sintesi il significato espressivo del nostro codice
culturale.
L'articolo
è apparso in forma parzialmente modificata nel volume
Un remoto presente, della rivista "Anima",
a cura di Francesco Donfrancesco, Moretti &Vitali, Firenze,
aprile 2002.
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