Ebe è da considerare, fin dalle origini del suo mito, una personificazione allegorica, un ‘nome parlante’ più che un personaggio con una storia e un'esistenza autonome nella mitologia (vedi Scheda mitologica e iconografica). Durante le ricerche e gli studi svolti per realizzare una galleria di immagini che, partendo dall'antichità, accompagnasse visivamente il percorso iconografico della figura allegorico-mitologica di Ebe, è subito apparso evidente il grande lasso di tempo che separa l'ultima raffigurazione antica a noi nota di Juventas e il primo disegno rinascimentale di Ebe eseguito dal Parmigianino nel 1535. Proprio a causa del salto cronologico tra Antichità e Rinascimento e della mancanza di notizie relative alla fortuna del mito in età medievale, si è preferito suddividere la galleria in due sezioni distinte che diano conto dei periodi di maggiore sviluppo della figura mitologica di Ebe: la nascita in età classica e lo sviluppo in età romana (con il nome di Juventas), e la fortuna nell'ambito del ritratto settecentesco. Solo nel XVI secolo, in una pagina de Le imagini de i dèi degli antichi di Vincenzo Cartari, troviamo una descrizione abbastanza dettagliata del significato, degli attributi e del culto che caratterizzano la dea della giovinezza: "Il che pare essere proprio di tutti gli altri dei ancora, che non invecchino mai; onde Omero disse che Ebe, la quale voce appresso de i Greci viene a dire "fiore della età" e significa la prima lanugine che mettono i giovani, ministrava il vino, o nettare che fosse, e dava bere a tutti gli altri dei, sì come Ganimede a Giove solo. Percioché questa fu la dea della gioventù, adorata parimente da gli antichi, e la facevano i Romani nel tempio che a lei fu dedicato nel Circo Massimo da Caio Licinio, votato sedici anni prima da Marco Livio il dì che ruppe l'essercito di Asdrubale, come scrive Livio, in forma di bellissima giovane con vesti di diversi colori e con ghirlande di bei fiori in capo, poco differente dalla dea Pomona. Ma come fosse fatta da' Greci non saprei dire, perché Pausania scrive che nel tempio dedicatole nel paese di Corinto in certo boschetto di cipressi non ebbe questa dea statoa alcuna che si mostrasse e manco che stesse occulta, per certa ragione misteriosa la quale egli non ha però voluto dire; né io l'ho saputa trovare scritta da altri. Nondimeno l'adoravano quelle genti e le facevano grandi onori, et il maggiore era che chi fuggiva colà umilmente supplicando la dea era liberato per rispetto di lei da ogni castigo e pena che avesse meritata per qual si voglia grave peccato, e quelli che essendo cattivi e co' ferri alli piedi si liberavano solevano portare i ceppi quivi e gli appiccavano a gli alberi presso al tempio". Se il primo, timido ritorno di Ebe si era avuto soltanto nel 1535 con il disegno del Parmigianino, in seguito a quella prima riemergenza si susseguono a distanza di circa venti anni l'una dall'altra, scarse e sporadiche opere, eseguite da Niccolò dell'Abbate, Agnolo Bronzino e Hubert Gerhard – lo scultore allievo del Giambologna, che realizzò una statuetta in bronzo raffigurante la dea della giovinezza con l'ampolla e il calice. Il bronzetto richiama la tipologia delle figure serpentinate molto in voga durante il Manierismo, ideate per essere viste da ogni angolazione. In seguito, anche se raramente, altri artisti inserirono la figura di Ebe nelle loro opere, come Peter Paul Rubens, Adriaen de Vries o Johann Rotternhammer. Tuttavia solo a partire dal XVIII secolo si ebbe una vera e propria riscoperta del mito, affiancata a una stupefacente fortuna iconografica che portò ad adattare la figura di Ebe alla nuova moda e alle nuove esigenze degli artisti e dei committenti. Nella mitologia Ebe diviene la moglie di Eracle dopo la conquista dell'immortalità da parte dell'eroe e la sua ascesa all'Olimpo: il tema dell'apotesi di Eracle, non casualmente rappresentato soprattutto in età barocca, ben si prestava alla decorazione dei soffitti dei palazzi nobiliari. Troviamo così Ebe affiancata a Giove o Ercole per la realizzazione di affreschi decorativi dedicati alle divinità: come esempio, tra i più famosi, il ciclo dipinto da François Le Moyne tra il 1733 e il 1736, nel salone di Ercole del castello di Versailles. Qui vediamo Ercole su un carro, con la clava in mano, mentre raggiunge l'Olimpo dove lo aspettano le divinità maggiori, tra cui spiccano i personaggi principali della scena – Ebe, Giove e Giunone. Altre raffigurazioni che vedono Ebe come protagonista di una storia mitologica sono Il matrimonio di Ercole ed Ebe, un affresco eseguito nel 1737 da P.C. Trémolieres all'Hotel Soubise di Parigi, e Il ringiovanimento di Iolao da parte di Ebe. In molti casi, dietro alle sembianze anticheggianti di Ebe, si nascondevano il volto e la fisionomia di personaggi reali. Un esempio di questo uso del paradigma mitologico è la statuetta eseguita da Falconet nel 1750 in cui Madame de Pompadour si fece rappresentare come Ebe: l'opera è significativamente intitolata Ebe e Amore, in modo tale che solo chi conosceva personalmente la marchesa avrebbe potuto riconoscerne i tratti. La vera fortuna del mito si ebbe dunque nel campo della ritrattistica, in cui Ebe era diventata ormai la personificazione a tutti nota della bellezza e della giovinezza. Le giovani signore chiedevano ai ritrattisti dell'epoca di rappresentarle ‘in veste di Ebe’, considerando evidentemente l'assimilazione alla dea come il complimento migliore. I ritratti di dame settecentesche effigiate nelle vesti di Ebe diventano di gran moda nelle corti europee, soprattutto in Francia, e innumerevoli sono i ritratti allegorici dell'epoca ispirati a questa figura mitologica. Il successo di Ebe è forse dovuto anche al fatto che l'aristocrazia europea — e in particolar modo le giovani signore aristocratiche delle corti — cercava di riesumare miti meno conosciuti per stupire con nuovi soggetti e dimostrare così la propria erudizione: Ebe si adattava bene a questo scopo e la sua figura divenne così simbolo di eterna giovinezza, di grazia e di purezza. Famose furono in Francia le opere di Jean-Marc Nattier, che nel 1742 diventò pittore ufficiale alla corte di Luigi XV. I ritratti allegorici di Nattier furono anticipati da artisti che lavorarono alla corte del Re Sole, come Mignard, Largilliere, De Troy o Gobert. Questo uso dell'allegoria permise a Nattier di innalzare il ritratto verso un genere maggiormente impegnativo, in quanto teso a conciliare la ritrattistica allegorica al gusto per la pittura di storia. L'artista ricorse spesso alla figura mitologica di Ebe e uno dei suoi ritratti più delicati e dettagliati è proprio quello di Madame de Caumartin in veste di Ebe (1753): la signora rappresentata in veste della dea della giovinezza viene proposta come il tramite tra i mortali e l'Olimpo; è raffigurata circondata da nuvole e drappi, quasi si trattasse di una bellezza ideale, che può vivere solo nella fantasia, impossibile da trovare nel mondo reale. Anche in Inghilterra Joshua Reynolds usava ritrarre le donne in veste di figure del mito; in quel contesto però l'artista privilegiava uno stile della rappresentazione che anziché proporre i personaggi ritratti come incarnazioni di una qualche divinità, pare considerarli come modelli di allegorie assolute, personificazioni di un concetto o di una virtù. Ad esempio nel ritratto di Sophia Musters in veste di Ebe (1785), rappresentare Sophia Musters nelle vesti della dea della giovinezza, mentre emerge da nubi vaporose, immersa in una luce dorata che le illumina il viso, era insieme il complimento più adatto a una giovane bellezza, ma anche una raffigurazione della Gioventù e della Bellezza assolute. L'atteggiamento, il costume del personaggio, e in generale il modo compositivo dell'opera tendono evidentemente a sottolineare il messaggio che in quella giovane signora inglese rivivono e prendono forma i valori rappresentati dalla dea Ebe. L'utilizzo della figura di Ebe nella ritrattistica persiste fino alla prima metà del XIX secolo per poi scomparire quasi completamente. Si possono ancora trovare degli esempi, soprattutto in età napoleonica, quando la moda ‘alla greca’ consentiva ai personaggi ritratti di indossare abiti contemporanei anche in dipinti mitologici, riaffermando così perentoriamente il principio di una coerenza stilistica tra la contemporaneità e l'età classica: così accade nel ritratto di Mrs Wells in veste di Ebe eseguito da Thomas Northcote nel 1805. Negli anni successivi alla Rivoluzione Francese si avverte, in un certo senso, un ritorno alle origini, quando le raffigurazioni di Ebe riproducevano in figura le virtù di grazia, purezza, bellezza e soprattutto giovinezza: quindi Ebe, come figura allegorico-mitologica, ritrova nell'800 la sua autonomia. Uno dei massimi esempi di ritorno alla "nobile semplicità e quieta grandezza" teorizzate da Winckelmann, è la statua di Ebe scolpita da Antonio Canova nel 1796 alla quale fece seguito, dieci anni dopo, l'Ebe di Thorvaldsen del 1806 e la statua di François Rude raffigurante Ebe e l'aquila di Giove della prima metà del XIX secolo. Dopo il periodo napoleonico la figura di Ebe non viene dunque più utilizzata per i ritratti allegorici, come paradigma mediante il quale elevare le dame contemporanee al rango di divinità antiche. In coincidenza con la fine dell'età dorata delle aristocrazie europee settecentesche, la figura di Ebe non è più di moda: sopravvive sporadicamente come soggetto erudito, una raffigurazione – oramai completamente astratta e raggelata – di una divinità minore del pantheon classico.
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