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Scheda mitologica e iconografica Figura mitologica e insieme personificazione di un concetto, Ebe, "Giovinezza", è presente già a partire dalle fonti letterarie più antiche: secondo Omero ed Esiodo è figlia di Zeus ed Era (Hes. Theog. 921-23; 950-53; Hom. Od. XI, 604). Omero la descrive come ancella di Era (Il. IV, 722-723); come premurosa sorella che lava e riveste il fratello Ares reduce dalla battaglia (Il. IV, 905), come compagna di Afrodite nella danza (H. Ap. 194-96). Nata secondo Pindaro dallo splendore dell'oro (O. 6, 57-58; P. 9, 109-111) Ebe non lascia mai l'Olimpo, dove, in accordo con fonti più tarde (schol. Hom. Il. 20, 234c Erbse; Luc. D. deor. 5, 2; Nonn. Dion. 8, 94-96; 14, 430-33; 19, 215-18), svolge la funzione, precedendo Ganimede in questo compito o assieme a lui, di coppiera degli dei: distribuendo nettare e ambrosia, Ebe garantisce l'immortalità agli Olimpi. Ebe-Giovinezza è dunque figlia, compagna e servitrice degli dei: il suo "nome parlante" la situa in quel terreno liminare del linguaggio metaforico per cui la personificazione è da un lato mero artificio letterario e poetico, dall'altro è una figura mitologica che, pur non avendo una personalità ben individuata, è in grado di svolgere una funzione specifica (tanto da essere degna di ottenere culti religiosi), pur in posizione attributiva rispetto alle divinità maggiori. Infatti, come sorella di Ares, "Giovinezza" è associata all'impeto della guerra, mentre come ancella di Era e di Afrodite entra nelle timài femminili della bellezza, del desiderio amoroso e del matrimonio.
Nelle rappresentazioni vascolari solitamente Ebe è presente alle feste degli dèi e alle assemblee divine (cratere a colonnette, 460 a.C., New York, collezione Woodner). Raramente è raffigurata da sola, e quando questo accade è spesso accompagnata da un'iscrizione che la identifica. Dalla metà del V secolo Ebe è a volte raffigurata con le ali, e allora si confonde con Nike o con Iris, che appare spesso vicino a Era e Zeus come loro messaggera. Spesso anche Ebe è raffigurata vicino ad Era, o a Zeus che appare anche sotto le sembianze di un'aquila: l'uccello sacro a Zeus si appresta ad abbeverarsi dalle mani di Ebe, ma a volte l'aquila è rappresentata nell'atto di sollevare la fanciulla da terra, similmente alle raffigurazioni più diffuse di Ganimede: così è ad esempio nelle colonne provenienti dalle tombe di Taranto (capitello in calcare, 430-380 a.C., Amburgo). A volte Ebe assiste anche alla nascita di Atena assieme alla sorella Ilizia (anfora, 570 a.C., Parigi, Louvre) e al giuramento di Paride (cratere, 420-410 a.C., Leningrado, Ermitage), o è raffigurata nel contesto del ritorno di Efesto (cratere a volute, 420 a.C., Ferrara, Museo Nazionale) e della gara di Marsia (cratere attico, 420 a.C., Ruvo, Museo Jatta). Ebe appare anche al fianco di Ares (bassorilievo attico in marmo, 425-420 a.C., Atene, Museo Nazionale), di Dioniso (vaso attico, 580 a.C., Londra, British Museum), e nel circolo di Afrodite (epinetron, 425 a.C., Atene, Museo Nazionale). A Roma il culto di Ebe, identificata con la indigena Juventas, fu introdotto assai precocemente: la prima raffigurazione conosciuta risale al III secolo a.C. Rispetto al mito greco, a Roma viene ulteriormente accentuato il suo significato allegorico, in senso politico e istituzionale. Juventas ebbe due luoghi di culto: il primo era una cappella situata nel tempio capitolino, all'ingresso della cella di Minerva. Una leggenda narrava che tutte le divinità del Campidoglio si ritirarono per far costruire sul colle un tempio dedicato a Giove, tranne Terminus e Juventas, ai quali dovettero quindi essere conservate due cappelle nel nuovo edificio (Liv. 5, 54, 7; Gell. Noc. Att. XII, 4). Il secondo santuario romano si trovava nelle vicinanze del Circo Massimo: il tempio lì situato era stato promesso nel 207 a.C. dal console Livio Salinatore, poiché pare che durante la battaglia di Metauro il console, già uomo di una certa età, avesse ricevuto da Juventas la forza della gioventù (Liv. 36, 36, 5-6). Secondo le scadenze del "calendario religioso" romano, agli adulescentes che entravano nella classe degli uomini adulti, veniva imposto di lasciare una moneta come offerta di devozione alla dea della giovinezza, e anche da parte dello Stato, all'inizio di ogni anno, venivano offerti dei sacrifici alla dea (Dion. Hal. Ant. 4, 15). Juventas era patrona della stessa forza vitale che gli iuvenes portavano con sé, e la potenza di Roma dipendeva proprio dagli iuvenes, che la mantenevano sempre giovane. Nel periodo imperiale, Juventas mantenne il suo significato politico-militare, ma nonostante il contesto marziale la troviamo raffigurata nella maggior parte dei casi con una veste lunga, anche se a volte appare come un'amazzone, molto simile alla figura di Virtus, con la quale può essere confusa. |