Maggio | Notizia di cronaca 2001 ITALIA IN GIAPPONE Fantasmi al museo La mostra è a Tokio, ma la cosa interessante resta qui in Italia. Fantasmi si aggirano nei musei italiani: immagini-residue, éidola, per la Grecia classica, vane persistenze formali di prototipi ormai perduti o assenti. Infatti, in occasione della mostra Il Rinascimento in Italia La civiltà delle Corti, prestigiose opere darte sono state spedite in Giappone, e i musei italiani concessionari hanno voluto sostituire i quadri assenti esponendo fedelissime riproduzioni fotografiche digitali (affidate alla Epson, nota casa produttrice di stampanti). Così, mentre laura benjaminiana delloriginale viene imballata e spedita per poi risplendere e incantare migliaia di occhi orientali, si sfrutta la sua riproducibilità tecnica per non deludere le altrettante migliaia di occhi (anche questi prevalentemente orientali) in visita in Italia. Che dire? Poniamo dei quesiti. Ad ognuno la scelta. Secondo la concezione bizantina il numero delle copie testimonia la grandezza di unopera: tanto più viene riprodotta tanto più risulta essere importante. È vero. Botticelli sarebbe lo stesso se non venisse richiamato in causa ogni volta che è necessario rappresentare una Primavera? La diffusione e la conoscenza di unimmagine ne aumenta il valore? Commercialmente sì. Didatticamente sì.. Engrammaticamente sì. Dato auditel in arte. Secondo la prospettiva iperuranica di Platone daltro canto, unopera darte figurativa è già copia di copia, quindi senza valore, figuriamoci la sua riproduzione. Anche questo è vero. E anche lasciando da parte Platone per scivolare verso la pericolosa ma affascinante crina del romanticismo idealista, per quanto possa essere fedele una fotografia, può riprodurre lemozione che loriginale trasmette? Affettivamente no. Contestualmente no. Perfettamente no. Dato share in arte. Cosè quindi unopera darte, e come si deve guardare? Come materia più o meno classificabile secondo parametri di mercato (auditel e share) o "misura della divinità delluomo"? Laura conta davvero o no? La concezione dellunicum, della somma creazione, esiste ancora o il culto delloriginale non è altro che una forma di feticismo culturale coltivato con cura dai mercanti darte, dai collezionisti e dal gusto attribuzionista dei critici? Larte concettuale ha raggiunto il suo traguardo nel distruggere provocatoriamente lidea dell"Arte" o è stata ormai conglobata nei meccanismi museali divenendo il contrario di se stessa? Lopera darte nellepoca della sua clonazione digitale. (m.b.) | | Notizia di cronaca Liconoclastia dei Taliban Ormai è unamara conferma, polvere e macerie sono tutto quello che rimane dei due maestosi Buddha di Bamiyam che i Taliban, polizia religiosa al servizio del Ministero per la promozione della virtù e della lotta contro il vizio, hanno definitivamente distrutto dopo averlo più volte annunciato in sprezzante sfida allOccidente. Si ripete in modo così eclatante ancora una volta nella storia la più cieca tra le violenze: quella iconoclasta. Una violenza monoteista che, nata da unestremizzazione interna allintegralismo islamico e alimentata dalle tragiche condizioni politiche ed economiche in cui versa lAfghanistan, si sfoga come furia distruttiva, al culmine di anni di distruzioni, sulle due creazioni artistiche della civiltà Ghandara. Una ricca civiltà fiorita tra il II e VIII sec. d.C. lungo quella che fu chiamata Via della Seta grazie al fertile humus dato dalla coesistenza di culture differenti: lEllenismo portato da Alessandro Magno, il Buddismo e lInduismo dellIndia, la cultura persiana e quella araba. La peculiarità di tale sintesi culturale è rivelata esplicitamente da quella stilistica: i Buddha, che rientrano tra i primi esempi di immagini antropomorfe di queste divinità precedentemente rappresentate aniconicamente, sono infatti vestiti di lunghi pepli greci che al tempo della creazione erano in parte dipinti e in parte ricoperti doro e ornamenti preziosi. La fatwa, leditto islamico emanato dal mullah dei Taliban, ha ordinato la condanna a morte di tutte le statue preislamiche dellAfganistan perché contrarie alla sharia, la legge dellIslam, in quanto idoli pagani. Ma latto iconoclasta rivela nella sua essenza la profonda contraddizione che alimenta al suo interno la stessa violenza. Lidolatria di cui sono accusati i pagani preislamici è la stessa latria che guida nascostamente lideologia di questa sorta di paladini di una fede oscurantista. L"uccisione" dei Buddha, il loro materiale annullamento sotto i colpi di mortaio, è lazione letterale che segue ad uno sguardo altrettanto letterale: per questottica limmagine è consustanziale allarchetipo, immagine e archetipo sono sostanzialmente identici, e tale è però al tempo stesso il presupposto imprescindibile che ne alimenta il culto idolatra. Lo sguardo di cui non sono capaci i Taliban è quello che consente di rivolgersi con doulia alle immagini, riconoscendone quindi il valore qualitativamente analogico e anagogico. Quello che viene negato dalla violenza fondamentalista è la cura animista delle immagini, la capacità di coglierne il valore di eikònes, di riflessi sensibili del divino, di guide capaci di far contemplare allanima lintelligibile. In nome della supremazia dello spirito contro un presunto materialismo pagano, viene misconosciuta la dimensione intermedia metax_ a spirito e materia che è propria dellanima e delle immagini; e viene per converso confermato che iconoclastia e idolatria, come modalità di rapportarsi alle immagini, sono le due facce della stessa medaglia. Non è un caso inoltre che le principali vittime del terrorismo dei Taliban siano le donne, identificate simbolicamente alla materia e ree di mostrarsi impudicamente senza veli. Se la violenza sulle immagini scandalizzando il mondo, seppur per via negativa, è ulteriore prova del loro potere, quella sulle donne purtroppo aspetta ancora di essere debitamente denunciata. (d.s.) | Formattazione Omerica =rand(200,99) è questa la formula magica che, digitata in un documento di Word e seguita dal comando "Invio" o "Enter", dà il via ad una bizzarra quanto innocua formattazione automatica: sullo schermo appare il primo verso dellIliade, ripetuto per ben 19.800 volte. "Cantami o Diva del pelide Achille l'ira funesta". Queste parole, le prime della tradizione letteraria occidentale, vengono preferite ad altre frasi altrettanto celebri, a motti popolari, a slogan da stadio e a goliardiche esaltazioni di parti anatomiche, e si fanno strumento per lo scherzo di qualche programmatore informatico (in gergo "uova di pasqua"). Così, fra microchip, megabyte, programmi ed applicazioni, la Dea invocata da Omero continua a cantare lira di Achille, e la klèos delleroe risuona attraverso i secoli, garantendogli il valore più prezioso: limmortalità che solo Mnemosyne può donare. (l.b.) | Il potere, le arti, la guerra. Lo splendore dei Malatesta Rimini, Castel Sismondo, 3-3/15-6 2001 La mostra, dedicata alla produzione artistica e culturale delle zone dominate dalla casata malatestiana dalla fine del XIV secolo al tramonto della famiglia nellultimo scorcio del 400, si struttura in undici sezioni, che si giovano quasi sempre di una parata di pezzi di qualità davvero trascinante. Nella prima, dedicata alla storia della famiglia sono esposti pochi ma significativi documenti darchivio; nella seconda, "Sigismondo Malatesta e la guerra", compaiono accanto ad armi, armature, e ad altri strumenti bellici numerosi esempi di quella produzione colta legata allesercizio militare di cui la corte di Rimini fu centro trainante nel 400, col De re militari dellumanista Roberto Valturio. La terza, più specificamente storico-artistica, tratta lirruzione in zona romagnola e marchigiana dei grandi prototipi del tardogotico, soprattutto veneziano (qui, alcune presenze slegate dal contesto territoriale analizzato, come il mirabile Matrimonio mistico di Santa Caterina di Siena di Michelino da Besozzo, ben si motivano a visualizzare gli stilemi formali dominanti allepoca presso le corti e le committenze elevate in generale). La quarta sezione, denominata in modo metodologicamente assai impegnativo "Rinascimento e pseudo-Rinascimento", espone capolavori pertinenti al tratto di tempo 1420-60, in cui la lezione moderna talvolta è assente, talora si miscela invece con persistenze tardogotiche: da Gentile da Fabriano, a Giovan Franceso da Rimini, a Nicola di Mastro Antonio da Ancona. È la quinta sezione quella più devota ai temi della classicità: "Sigismondo novello Augusto" delinea i tratti principali del recupero dellantichità greca e romana presso la corte riminese, e più in generale nelle corti padane; un repechage di tipo collezionistico-catalogatorio, come nella celeberrima silloge di Marcanova, o di tipo applicativo, come nel progetto architettonico e nella decorazione interna del Tempio (messa a confronto teste Warburg con un rilievo di Menadi, dagli Uffizi, o con un altro marmo antico con quei Giochi di putti, ripresi da Agostino di Duccio nella cappelle delledificio malatestiano); figura qui anche il San Gerolamo di Piero del fatidico 1450, da Berlino, ormai quasi del tutto ingiudicabile larva. Due sezioni "tipologiche" affrontano il problema delle arti applicate: quella dedicata alle medaglie e quella dei codici miniati; mentre le due seguenti si dedicano a temi più strettamente formali, prendendo in esame laffermazione della scultura toscana tra Romagna e Marche (zone geograficamente e stilisticamente "meticcie"), e la divulgazione della cosiddetta "ornata prospettiva", e cioè la ricerca sulla rappresentazione dello spazio in termini al contempo decorativi e matematico-geometrici (qui impressionante è il numero e la qualità dei codici esposti, dallAlberti a Piero). Allimago pietatis è dedicata la penultima sezione (che ruota attorno al sublime esempio di Giovanni Bellini per Rimini), mentre lultima raccoglie la produzione artistica più tarda, che già scivola verso la fine del secolo, sotto il dominio dei successori di Sigismondo, morto nel 1468. I suggerimenti impliciti ed espliciti di Warburg, nella tavola dedicata al Tempio, sono accennati e pur se non approfonditi (né daltra parte questo era tema cardine della mostra) riaffiorano qua e là nella scelta di alcuni pezzi o in accostamenti visivi. Più deludente appare invece il catalogo, in cui la mancanza di un saggio complessivo sulla produzione pittorica e scultorea (a fronte di alcuni notevoli contributi sullarchitettura e, soprattutto, la miniatura) si avverte molto, così come spiazzante è la scelta di dedicare alla cultura umanistica riminese, dopo le aperture di Augusto Campana e di tanti altri studiosi, appena poche pagine, tra laltro affrettate. Ottimo lallestimento, pur se con qualche caduta di stile (le finte miniature dipinte) e con un paio di situazioni logisticamente poco risolte (le basi degli espositori delle sculture che pericolosamente sporgono a livello dei piedi, i passaggi obbligati sul pavimento di vetro). La mostra, peraltro, si giova di una sede davero unica: quel Castel Sismondo appena restaurato che fa coppia col Tempio pur se ispirato a principi del tutto differenti a dichiarare laltezza della cultura architettonica riminese a metà 400, e che infatti viene raffigurato nellaffresco staccato di Piero dalla Cella delle Reliquie, esposto (si spera senza affronti alla sua già precaria conservazione) ad accogliere il visitatore appena dopo il suo ingresso. (la redazione) | |