| "CULTURA OCCIDENTALE" NELL'ECO DI GUERRA Sei mesi fa venivano demoliti dalla furia iconoclasta dei Talebani i due Buddha monumentali di Bamiyam, opere nate dallincrocio dello spirito della religiosità orientale con lo stile plastico ellenistico: si imponeva allora l'urgenza di mettere in luce la brutalità di quella violenza contro le immagini.
Un confine è stato travalicato, un limite violato. Ed è di frontiere e di confini che urge parlare. Accanto al dolore e all'angoscia, dal rimbalzare continuo e sferzante di voci da tutto il mondo, emerge visibilmente una radicale crisi d'identità e, nel contempo, una vociferata esigenza di riconoscimento identitario.
Oggi nel tempo della catastrofe, della violazione dello 'spazio inviolato' si dice che "niente sarà più come prima". Se scrostiamo l'intento retorico-propagandistico, rimane vero che, da molto tempo, niente è più come prima. Ma le catastrofi sono sempre un momento di trasformazione; occorre raccogliere l'occasione, e liberare la Tradizione Occidentale dall'oblio del suo Essere: meglio dall'oblio della sua invenzione del Divenire. Qualcuno invoca terapie psichiatriche di massa per adulti egoisti, benestanti e paurosamente infantilizzati, e - dall'altra parte - qualcuno coltiva in forme terroristicamente superstiziose il rancore/nostalgia per l'esaurimento creativo della propria civiltà. Ma dietro i Beni e i Mali assoluti, dietro le loro favole indiscrete e primitive, si agitano grandi trasformazioni ancora indecifrabili, che meritano adeguata accoglienza: Occidente si dà soltanto per figura e per scrittura di un'inquietudine geologica e vitale che scuote la tellurica immobilità di una certa concezione orientale dell'Essere, che si vuole sempre uguale a se stesso, afflitto dalla paranoia dell'Ordine immutabile.
La temperie si fa incandescente di ragionamenti e di passioni tenute sopite da cinquantanni di pace: prepotenti nel lessico del dibattito culturale, riappaiono coppie oppositive elementari come "noi" e "gli altri", amico/nemico, civile/barbaro. Ma non cè polemos, insegna il linguaggio tragico, che non riveli al fondo un grumo di stasis, di conflitto intestino irriducibile al gioco facilitato dellidentità/alterità. Il nemico, al di fuori di ogni schema retorico bellicista, non si mostra se non come "figura del mio problema". (redazione di Engramma)
UNA NUOVA BIOGRAFIA SU ISABELLA DESTE Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento. Vita e Splendori di Isabella dEste alla corte di Mantova, Rizzoli, Settembre 2001
Lo scopo dellillustrissima marchesa di Mantova è lo stesso che da sempre ha animato i grandi della storia: ottenere la fama della gloria, lunico bene in grado di garantire limmortalità. E pare che Isabella ci sia riuscita, perlomeno a vedere le numerosissime pubblicazioni a lei dedicate. Lultima è una preziosa biografia, interamente costruita su documenti darchivio e divisa cronologicamente anno per anno: La Signora del Rinascimento di Daniela Pizzagalli. Il libro si presenta pregevole sotto vari aspetti: letto consequenzialmente offre un fedele spaccato delletà aurea e del declino del Rinascimento, la puntuale ripartizione cronologica invece, lo rende uno strumento di ricerca utile e prezioso per chi si occupi di studi isabelliani. Un bel passo in avanti rispetto a Rinascimento Privato di Maria Bellonci, che, pur avendo avuto il merito di rendere nota al grande pubblico la figura di Isabella, conserva un tono prettamente romanzesco: è infatti interamente costruito per artificiosi flashback e infarcito di lettere di un personaggio (langlico Robert de la Pole) del tutto immaginario. Il rigore dello studio di Daniela Pizzagalli, invece, consegna agli studiosi un testo prezioso, al punto che in futuro nessuno potrà scrivere di Isabella dEste senza citarlo in bibliografia. Le uniche obiezioni, peraltro ascrivibili esclusivamente a scelte editoriali, sono per una bibliografia un po troppo stringata e per limmagine in copertina. Ci sono sempre forti dubbi sullidentificazione della dama ritratta da Tiziano, e la fantasiosa ipotesi, condivisa anche dallautrice, secondo cui il motivo ornamentale ricamato sulle maniche del vestito sia davvero la "fantasia dei vinci" creata per le principesse dEste da Niccolò da Correggio (il cui utilizzo, fra laltro, è documentato solo da parte di Beatrice), è fortemente improbabile; il nome della dama ritratta, come risulta da un documento del 1659, potrebbe essere invece quello di Caterina Cornaro, regina di Cipro. (l.b.) PICASSO E LA TRADIZIONE MEDITERRANEA Mostra "Picasso sotto il sole di Mitra", Martigny, Fondazione Gianadda
Attraverso lavvicendamento sincronico di opere cretesi, fenicie, greco-romane, celtiche e iberiche, e opere scelte del celebre artista spagnolo, il percorso espositivo evoca lesistenza di ununica cultura mediterranea antica e profonda, allinterno della quale si inserisce anche la produzione di Picasso, sua manifestazione moderna. Le opere di Picasso sono disposte cronologicamente dai suoi primi disegni fino alle opere degli anni cinquanta: ciò permette di seguire come "una tematica venuta dallalta antichità è indossata ed esplorata dalla più celebre figura dellarte moderna" (Philippe Mathonnet, Sous le soleil, le toro bravo qui ruait dans les brancards, dal supplemento culturale di "Le Temps", sabato 30 giugno 2001). Al centro dellesposizione è il Toro. Sacrificato e divinizzato dagli antichi, riportato alla luce dai surrealisti, il toro di Mitra appare precocemente nellimmaginario di Picasso, inizialmente ancora legato e carico delle connotazioni rituali proprie della corrida. Dagli anni trenta poi, nell'immaginario simbolico dell'artista compare ricorrente e ossessiva la figura del Minotauro, sorta di demone cannibale e di divinità protettrice. La rappresentazione del toro diventa predominante, fino a quando, smessi gli abiti propri del culto mitraico, lanimale sinsinua fin dentro la simbologia cristiana, in cui il toro sgozzato durante il rito sacrificale è sostituito dal figlio crocifisso di Dio. Tuttintorno a questo nucleo principale la riflessione si arricchisce di altre iconografie e altri simbolismi, multipli prolungamenti del tema principale, ulteriori fili tesi a rivelare la trama di una tradizione di cui Picasso fu un geniale interprete e che in questa mostra riemerge come chiave di lettura della sua opera. (s.a.)
"TUTTO SI MUOVE, TUTTO CORRE, TUTTO VOLGE RAPIDO" Mostra "Futurismo 1909-1944", Roma, Palazzo delle Esposizioni
Il Futurismo è sicuramente il fenomeno culturale che è stato in grado di animare gran parte della prima metà del Novecento, in grado di rispondere al Surrealismo. Sia sul piano artistico che politico-culturale, Marinetti e "compagni" introdussero in Italia i temi principali delle avanguardie contemporanee (cfr. nel catalogo il saggio di Christoph Hoch, SCRABRRRRAANG! Sul programma e l'estetica letteraria del futurismo nel contesto europeo). Dal dinamismo al colore dirompente, dalla necessità di un nuovo sguardo sulle cose alla ricerca di un linguaggio adeguato al ritmo accelerato del tempo; così nel Manifesto tecnico della Pittura Futurista dell8 marzo 1910: "Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza dellimmagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono".
Una delle prime critiche mosse al Futurismo fu quella di essere una deriva estrema del modernismo. E' innegabile che i Futuristi proclamarono ripetutamente di volersi disfare di un passato ingombrante, polveroso, la cui chiesa più rigida è il museo; certo se la presero con le accademie e lidolatria dellantico: "NOI COMBATTIAMO: 1. Contro il patinume e la velatura da falsi antichi; 2. Contro larcaismo superficiale ed elementare a base di tinte piatte che riduce la pittura ad una impotente sintesi infantile e grottesca". Scrive Boccioni nel Manifesto tecnico della scultura: "Nella scultura di ogni paese domina limitazione cieca e balorda delle formule ereditate dal passato, imitazione che viene incoraggiata dalla doppia vigliaccheria della tradizione e della facilità. Nei paesi latini abbiamo il peso obbrobrioso della Grecia e di Michelangelo".
Il Futurismo taglia i ponti con quello squilibrio verso il Passato tipico della cultura contemporanea, e per contrastarlo perde a sua volta L'equilibrio verso il Futuro. Si apre così la porta a una pittura che non sia più realismo che si addice ormai meglio alla fotografia bensì arte dell'avvenire. Lo stile futurista attecchisce nel campo della grafica e della pubblicità adeguandosi alle richieste del nuovo mercato. Con tutti i suoi provocatori estremismi, il Futurismo ci ha lasciato irrisolta la necessità di capire il presente attraverso formule che vanno tradite: nel doppio senso di tramandate, ma se ormai inadatte mutate, riaggiornate, perché il futuro non può essere la speranza che tutto rimanga com'è. (c. c.) |