| Fabrizio Mondì La 'prefatio' alla versione latina delle Leggi di Platone: saggio introduttivo, testo originale, traduzione italiana Giorgio da Trebisonda, il mito di Venezia e il Platonismo Nell'intensa attività di recupero dei classici, vediamo impegnati, all'inizio del Quattrocento, Umberto Decembrio e il Crisolora che traducono la Repubblica di Platone. L'impresa di questa traduzione potrebbe essere considerata di poco momento, nel periodo in cui tutti i grandi autori del passato venivano avidamente letti, compulsati, tradotti. Platone in particolare era già stato, almeno in parte, conosciuto e studiato anche in precedenza. Ma la carica rivoluzionaria di questa traduzione sta proprio nel fatto che vengono finalmente letti e resi accessibili quei testi del grande filosofo greco su cui nel Medioevo era caduto l'oblio. Non è più il Platone fisico del Timeo che suscita interesse, né quello dialettico del Parmenide, come già ricordava Eugenio Garin, ma un nuovo Platone: il Platone filosofico, morale e politico, che, aprendosi alla complessità del vissuto umano, diviene solido supporto per gli umanisti. Su questa linea si pone anche Giorgio da Trebisonda, che dà prova della sua abilità traducendo le Leggi. Ricco di conseguenze il risultato di questa sua fatica. E' lo stesso autore che, nel dicembre del 1451, scrive all'amico Francesco Barbaro rendendolo partecipe della sua intuizione: le Leggi di Platone ispirarono sicuramente i padri fondatori della Veneta Repubblica, nel momento in cui diedero alla città una forma costituzionale mista. Questa intuizione assumerà, di lì a poco, una forma compiuta nella "prefatio" alla traduzione, frutto di un lavoro a quattro mani che Giorgio porta a termine con l'aiuto del Barbaro. Il loro carteggio, giunto fino a noi, ci restituisce l'entusiasmo con cui viene accolta questa scoperta: sì, una vera e propria scoperta visto che il Barbaro, preso dalla concitazione, si rallegra del fatto che "ex memoria vetustatis" veniva svelata l'"antiqua nobilitas" delle leggi venete. Nasceva in questo modo un mito: all'argentea e volgare tradizione che esaltava i fondatori di Venezia quali padri e garanti di ogni libertà si sostituiva ora, tramite uno studio "filologico" dei testi antichi, un prezioso e rilucente mito, di autorevole matrice classica, capace per questo di poter eternare nel tempo la fama di Venezia. Ancor di più quindi la città poteva fregiarsi dell'appellativo di Serenissima: Serenissima perché eterna, quasi svincolata dal divenire in quanto partecipe di una più alta dimensione metastorica, quella mitica appunto; eterna perché perfetta - cioè costituzionalmente completa - e perfetta perché mista. La costituzione veneziana, infatti, "trium civitatum que laudari videntur imaginem gerat: eius que unico principe, eius que primatibus sive optimatibus et eius que populo gubernetur" (così lo stesso Giorgio da Trebisonda, nella sua "prefatio" alla traduzione delle Leggi). L'ordinamento monarchico, rappresentato dal doge, quello aristocratico, costituito dal Senato, e infine quello democratico, incarnato nel Maggior Consiglio, costituiscono dunque la struttura costituzionale della città e in virtù della loro compresenza Venezia, secondo la teorizzazione platonica - "censet ille", così nella Prefazione - può dunque aspirare a quella "firma perpetuaque civitatis libertas" che sarà vera dispensatrice di eternità. La "prefatio" per vicende diverse, sarà letta quasi un decennio dopo la sua stesura, e paradossalmente sembrerà già sopravvivere a se stessa: assente alla sua lettura ufficiale è Francesco Barbaro, che Giorgio aveva prescelto come illustre diffusore delle sue osservazioni ("cui potius quam Francesco Barbaro, viro genere, doctrina, prudentiaque precipuo, et ipsius reipublice optimo senatori, attribuendum est"); ma soprattutto cambiato è l'orientamento speculativo-filosofico di Giorgio da Trebisonda. Il parallelismo fra la teorizzazione platonica e l'ordinamento veneziano sarà l'unico elemento platonico che Giorgio non disconoscerà. Che cosa era dunque accaduto? Perché questa radicale abiura, senza alcuna possibilità d'appello? Sullo sfondo sta la figura di Gemisto Pletone, sbarcato a Venezia l'8 febbraio del 1438 al seguito dell'imperatore di Bisanzio, venuto in Italia per la riunificazione fra le due Chiese. Scandalo fece la presenza del filosofo di Costantinopoli al momento del trasferimento del Concilio stesso, qualche mese più tardi, da Ferrara a Firenze. Gemisto Pletone, richiamandosi alla filosofia neoplatonica, aveva fondato a Mistra un movimento che predicava e praticava la restaurazione dei culti degli deî dei "Gentili". Nella sua ottica venivano a sfumare le potenzialità di un sincretismo tollerante, che permettesse una convivenza possibile, seppure instabile, tra neopaganesimo e cristianesimo. La rigida cosmologia, che Gemisto recuperava dai testi platonici e neoplatonici, rifiutava dunque qualsiasi accomodante compromesso per trovare il suo naturale compimento nell'inevitabile ritorno degli deî dei Gentili. Come notava giustamente Teodoro Gaza (pur difendendo Pletone dalle accuse di Giorgio da Trebisonda) il platonismo di Gemisto ricordava quello di Celso e di Giuliano: un platonismo cioè che non prevedeva una rinascita del paganesimo, ma prometteva la sua integrale restaurazione. Proprio da questo platonismo, che con Garin potremmo definire "materialista, ateo, immorale", prende le distanze Giorgio di Trebisonda, scagliandosi nel 1454, con infiammata vis polemica, contro il suo fondatore: "Io stesso l'ho ascoltato a Firenze mentre diceva che pochi anni dopo il mondo intero avrebbe avuto una sola e identica religione, un animo, una mente, una predicazione sola. Ed avendogli domandato io se sarebbe stata la fede di Cristo o di Maometto, mi rispose: nessuna delle due, ma un'altra non diversa da quella dei gentili. Sdegnato per tali parole, sempre l'ho avuto in odio e ne ho avuto orrore come di una vipera velenosa, né l'ho potuto più vedere o ascoltare. Ho sentito però da alcuni greci fuggiti qua dal Peloponneso che costui prima di morire, or è circa un triennio, affermò pubblicamente che, non molto tempo dopo la sua morte, Maometto e Cristo sarebbero caduti nell'oblio e per tutto l'universo ci sarebbe stato il fulgore dell'assoluta verità". Di lì a poco la condanna sarà ancor più radicale: nelle Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis, rimaneggiate nel 1458 proprio per aderire alla recente polemica con il Gaza, Giorgio opporrà frontalmente i due filosofi Greci, vedendo nel pensiero di Platone e nel platonismo in genere la causa unica dello sfaldamento della religione cristiana, e definendo Epicuro come secondo Platone, Maometto come terzo e Gemisto Pletone come quarto: tutti egualmente rei di aver diffuso filosofie che, contribuendo al crollo dell'Impero d'Oriente, avevano preparato e facilitato l'avanzata turca. Il dibattito, che ormai trascendeva i confini della pura speculazione filosofica per inserirsi direttamente nel reale flusso storico, coinvolse lo stesso cardinale Bessarione che si era apertamente pronunciato a favore di Gemisto Pletone e aveva scritto ai figli parole di grande elogio per il filosofo al momento della sua morte. L'ammirazione per Gemisto, "il più saggio generato dalla Grecia dopo Platone", sfocerà in una vera e propria difesa del filosofo greco e del suo pensiero nel testo In Calumniatorem, in cui il Bessarione sosterrà che la condanna di Giorgio da Trebisonda contro Gemisto e contro lo stesso Platone altro non è che il risultato di una serie di fraintendimenti dovuti a numerosi e grossolani errori di traduzione. Nei fatti Gemisto Platone uscì sconfitto anche a seguito della furiosa polemica scatenata, in ambito fiorentino, da Giorgio da Trebisonda. Caso raro tra gli umanisti approdati in Italia per il concilio di Firenze-Ferrara, in seguito tornò in Grecia, a Mistra, a presiedere la comunità filosofico-teologica neopagana da lui fondata. Ma il suo passaggio era destinato a lasciare tracce significative: proprio a seguito di quella polemica a Firenze venne fondata l'Accademia platonica che presto, per l'apporto di Marsilio Ficino e degli intellettuali della sua cerchia, farà del platonismo - riletto con Plotino e oltre di lui - la teoria etica ed estetica del Rinascimento. La traduzione delle Leggi di Giorgio con la sua importante "prefatio" (che qui, di seguito presentiamo per la prima volta in versione italiana e inglese) avrà grande fortuna, a dispetto - si potrebbe dire - dello stesso autore, nella costruzione del "mito di Venezia". Infine il destino di Gemisto Platone, post mortem, si lega alla figura di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini. Questi, condannato al rogo in effigie per aver, fra l'altro, fatto riedificare una chiesa in onore di San Francesco riempiendola di immagini degli deî dei Gentili in cui tutto rimandava al paganesimo (il riferimento è ovviamente al Tempio Malatestiano dell'Alberti), nel 1464 intraprese, per conto di Venezia, una sfortunata spedizione contro i Turchi in Morea, portando con sé, come unico trofeo, le ossa di Gemisto Pletone, che ormai da tempo riposavano in terra turca. La tomba di Gemisto verrà posta da Sigismondo nella facciata destra del tempio. Proprio in Occidente, dunque, Gemisto Pletone, nonostante la damnatio che Giorgio da Trebisonda, riconvertito all'osservanza cristiana contro i pericoli del platonismo, aveva cercato di attivare contro di lui, troverà l'estremo riconoscimento della sua grandezza: nel Tempio Malatestiano, opera simbolo della Rinascita degli antichi dei, riposano i suoi resti mortali, strappati da Sigismondo alla terra greca. Testo originale della "prefatio" e traduzione italiana NOTA BIBLIOGRAFICA Franco GAETA, Alcune considerazioni sul mito di Venezia, in "Bibliotheque dHumanisme et Renaissance", 23, 1961, 5775 Franco GAETA, Giorgio da Trebisonda, le "Leggi" di Platone e la costituzione di Venezia, in "Bullettino dellIstituto storico per il Medioevo", LXXXII, 1970, 479501 Eugenio GARIN, Cultura filosofica toscana e veneta nel Quattrocento, in "Umanesimo europeo e umanesimo veneziano", a cura di V. Branca, Fondazione Cini 1963, 1131 Eugenio GARIN, Letà nuova. Ricerche di storia della cultura dal XII al XVI secolo, Napoli, 1969 Eugenio GARIN, Il platonismo come ideologia della sovversione europea. La polemica antiplatonica di Giorgio Trapezuntio, in "Studia humanitatis Ernesto Grassi zum 70 Geburtstag", a cura di E. Hora, München 1973, 113120 Eugenio GARIN, Lo zodiaco della vita, Bari 1976 John MONFASANI, George of Trebizond: A Biography and a Study of his Rhetoric and Logic, Leiden 1976 John MONFASANI, Collectanea Trapezuntiana. Texts, documents and bibliographies of George of Trebizond, BinghamtonNew York 1984 |