| Vittoria Majocchi "Dioniso e Ade sono lo stesso" (Eraclito fr. DK A 123) Una proposta di interpretazione della funzione delle mascherette teatrali di Lipari 1. Limportanza del ritrovamento di Lipari per la storia del teatro greco classico-ellenistico Nel Museo Archeologico Eoliano di Lipari è esposta, in un allestimento esemplare e suggestivo, una vastissima collezione di mascherette in terracotta di piccole dimensioni (databili tra la prima metà del IV e la metà del III secolo a.C., ovvero al 252 a.C. anno della conquista e della relativa distruzione romana), rinvenute nellarea della necropoli in Contrada Diana agli inizi degli anni 50 Fin dal loro rinvenimento le originali mascherette sono state sottoposte ad approfondite analisi tecnico-artistiche, e, a partire dagli studi degli archeologi autori del ritrovamento Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, è stato eseguito anche un accurato confronto con le fonti. In particolare le caratteristiche fisiognomiche delle maschere sono state rapportate alle descrizioni dei personaggi dei testi teatrali greci del V-III secolo a.C.: in primis le grandi tragedie del V secolo a.C,, pervenuteci in forma completa e frammentaria. Sono state riconosciute le maschere di Deianira e di Acheloo relative alle Trachinie di Sofocle
Le piccole maschere di Lipari sono state anche proficuamente messe a confronto con il testo contenuto nel prezioso IV libro dellOnomastikòn di Polluce, che fornisce un catalogo completo dei "tipi" della commedia nuova (IV-III secolo a.C.), suddividendoli in ben 44 tipologie diverse: Una prima partizione tipologica riguarda personaggi maschili e femminili a loro volta divisi secondo età, posizione sociale, qualità caratteriali, mestiere: per quasi tutti i "tipi" descritti da Polluce è stato trovato un riscontro puntuale proprio nelle mascherette di Lipari. Si vedano i seguenti esempi: "Il lenone [pornoboskòs] per tutto il resto assomiglia al lycomédeios [con barba grande e arricciata, e aria intrigante], ma storce le labbra, riunisce le sopracciglia, è calvo e rapato a zero." "Il giovane perfetto [pánchrestos neanìskos ] è di colorito rossiccio, sportivo, abbastanza abbronzato; ha poche rughe sulla fronte, ha una corona di capelli e innalza le sopracciglia." "Il giovane bruno [mèlas neanìskos] è più giovane, con le sopracciglia abbassate e simile a colui che è ben educato e ama la ginnastica." "Il giovane ricciuto [oùlos neanìskos] è ancor più giovane e di colorito rossiccio. I suoi capelli sono come il nome indica. Innalza le sopracciglia e di rughe sopra la fronte ne ha una sola." "La finta vergine [pseudokóre] è più bianca nel colorito [rispetto alla kóre], lega le chiome intorno al capo e somiglia a una sposa novella." "Letera perfetta [téleion etairikòn] ha un colorito più rosato rispetto alla finta vergine e ha riccioli intorno alle orecchie."
Il confronto con i testi letterari e lopera del lessicografo Polluce conferma che il ritrovamento di Lipari costituito da più di 2500 oggetti, risalenti al periodo della colonizzazione greca dellisola (580 252 a.C.) - rappresenta per vastità, completezza e organicità, il maggior corpus figurativo esistente e una preziosissima documentazione per la ricostruzione della storia del mondo teatrale greco: un repertorio che non ha riscontri né in madrepatria, né nelle altre colonie della Magna Grecia. 2. Alcuni dati tecnici sulle piccole maschere Tutti gli esemplari sono stati ritrovati nellarea della necropoli greca di Lipari. La zona archeologica di nostro interesse coincide con larea denominata Contrada Diana posizionata ai margini dellattuale area urbana che occupava allora una fascia di terreno della larghezza di circa 400 metri in senso N-S e della lunghezza media di 250 metri in senso E-O e si estendeva al di fuori del perimetro delle mura urbane, comprendendo tutta la piana antistante a esse. Il primo nucleo della necropoli sembra essersi formato nellestremità N della contrada Il fatto che le tombe si addensino su più strati in alcune zone, mentre in altre non se ne riscontra traccia, induce a ritenere che le disposizioni fossero disciplinate da norme e consuetudini protrattesi lungo i secoli della fiorente colonia greca (dal VI al III a.C.). E' possibile che si fossero formati sodalizi o confraternite di carattere funerario aventi il compito di provvedere alla disposizione, alla cura delle tombe e delle varie aree sepolcrali. Il rito della necropoli di Lipari in età greca è di prevalenza quello dellinumazione supina, costantemente orientata in senso NS, col capo rivolto a meridione. Le tombe hanno il corredo funerario posizionato esternamente, deposto presso la testata, e cioè nellangolo SE. (Brea 1958) Le sepolture sono comunemente affiancate in filari più o meno regolari e frequentemente si sovrappongono in più ordini: su filari di tombe più antiche ne sono venute a sovrapporsi altre in momenti più recenti. Le incinerazioni entro anfore o pithoi, erano invece piuttosto rare.
Il formato si presenta abbastanza omogeneo e standardizzato per le maschere tragiche più antiche che misurano in altezza dai 5 ai 6 cm, mentre le dimensioni delle maschere comiche, reperti riferibili allultima fase della produzione, variano notevolmente; i limiti per lasse orizzontale rimangono comunque per tutte contenuti fra i 5 e i 7 cm. Composte di argilla molto fine, importata sullisola dalle vicine coste della Sicilia settentrionale fin dal Neolitico (traffico che ancora oggi alimenta fiorenti industrie locali), le mascherette sono per la maggior parte tratte da matrici a due valve, una corrispondente al volto, laltra alla calotta occipitale. Un minor numero di esemplari segue invece unaltra tecnica a matrice univalve che permetteva di ottenere più esemplari uguali di un singolo soggetto ma andava a detrimento degli ultimi prodotti, il cui calco risultava meno netto e preciso rispetto ai primi, più freschi e meglio incisi. Le piccole maschere venivano sottoposte alle diverse fasi di cottura, ingessatura e coloritura, elemento questo tuttaltro che trascurabile e non solo decorativo poiché risultava essenziale nel delineare i tratti caratteristici del personaggio rappresentato nonché per sottolinearne i tratti fisionomici (età, incarnato ed espressione). Risulta comunque chiaro ed evidente che gli esemplari di Lipari non erano altro che veri e propri modellini in terracotta di maschere di maggiori dimensioni: quelle effettivamente utilizzate per gli spettacoli teatrali. 3. Il problema della funzione: indagini critiche Tutte le piccole maschere, tratte sia dal repertorio tragico sia comico, presentano caratteristiche comuni dal punto di vista della fattura. Ma se le fasi della loro esecuzione sono state ricostruite dagli archeologi con notevole precisione e attendibilità (Brea 1958, Brea 1981, Brea e Cavalier 1965), non si è invece ancora giunti a unipotesi altrettanto soddisfacente riguardo a una questione fondamentale: la loro funzione. Il primo dato da prendere in considerazione è che tutte facevano parte di corredi tombali: è evidente per altro che non si tratta di ritratti dei defunti, bensì di vere e proprie riproduzioni di maschere teatrali. Partendo da questo presupposto gli studi critici hanno avanzato alcune teorie che si possono riassumere schematicamente in tre gruppi interpretativi. La prima ipotesi formulata dagli studiosi presupponeva una massiccia diffusione delle attività teatrali sullisola. Ma i dati archeologici non forniscono alcun riscontro in questo senso: né a Lipari né nelle isole dellarcipelago si sono trovati resti di edifici teatrali. Per altro non abbiamo neppure conferme nelle fonti scritte epigrafiche, storiche o letterarie di una particolare passione degli abitanti di Lipari per il teatro. Ammesso dunque che come in tutte le città greche di età classica ed ellenistica un teatro ci fosse, non doveva essere così significativo per dimensioni e importanza da lasciare tracce materiali rilevabili in archeologia o testimoniate dagli scrittori antichi. La seconda teoria, collegata comunque allipotesi di uneccezionale pervasività di attività teatrali nellisola, vedeva nelle piccole maschere modellini di esemplari di maggiori dimensioni importati da Atene. Assieme ai testi delle tragedie e delle commedie, sarebbero arrivati sullisola dalla madrepatria anche i prototipi delle maschere usate per le rappresentazioni divenute ormai "classiche"; dai modelli originali, abili artigiani locali avrebbero poi potuto ricreare esemplari da utilizzare nelle riprese nella colonia delle opere dei grandi tragediografi e commediografi ateniesi. Secondo questa ipotesi la presenza sullisola di modellini fittili e non di originali in uso agli attori Le mascherette liparesi sarebbero dunque copie o imitazioni di prototipi ateniesi. Ma se così fosse si sarebbero dovuti trovare esemplari di simili modellini nelle altre località del mondo greco in cui esistevano edifici teatrali, ovvero in quasi tutte le colonie. Inoltre almeno qualcuno dei prototipi ridotti si sarebbe dovuto rinvenire anche nella stessa Atene, in cui avrebbe dovuto essere attiva una copiosa produzione artigianale per soddisfare le richieste e le esigenze di tutti i teatri dellarea ellenizzata. Così non è: lassoluta mancanza di reperti assimilabili alle mascherette eoliane in tutta larea influenzata dalla cultura greca ci conferma che gli esemplari trovati solo a Lipari rispondono evidentemente a unesigenza originale e funzionale a un uso esclusivamente locale. La terza ipotesi, sostenuta dagli archeologi con maggior convinzione fin dalle prime fasi dei ritrovamenti, considerava le terracottine creazioni originali a sé stanti, opere di skeupoíoi locali, o addirittura di un unico maestro o di ununica scuola. Nellintento di trovare una ragione che motivasse lintroduzione delle diverse personae allinterno dei singoli corredi tombali, si ritenne in un primo momento che fossero raggruppate a soggetto: ogni gruppo avrebbe raffigurato i protagonisti di una particolare scena o dellintera rappresentazione teatrale, tragedia o commedia (Brea 1995). Ma con lavanzare della classificazione del materiale di scavo, gli studiosi stessi scartarono tale ipotesi interpretativa poiché si riscontrava un sempre più evidente disordine nellassociazione di maschere tragiche, comiche e satiresche anche allinterno della stessa tomba. Si procedette dunque ad una prima ricognizione interpretativa: si volevano comprendere il motivo delle ridotte dimensioni, il perché si trovassero allinterno di corredi tombali, il loro utilizzo e la simbologia che li legava fortemente a Dioniso, dio del teatro e delle beatitudini ultramondane. Successivamente si progettò di analizzarne gli accorpamenti e comprendere i diversi criteri di distribuzione nelle varie sepolture attraverso un attento studio dei particolari fisiognomici. Ma, con il sommarsi dei dati, si comprovava che limmissione delle mascherette nei diversi corredi funerari non seguisse un criterio di unitarietà di soggetto drammatico. A conclusione di questa serie di ipotesi, due soltanto restano i punti fermi. Il primo è il dato, emerso già in seguito ai primi ritrovamenti, che tutti i reperti appartengono, senza eccezioni, alla sfera del teatro. Il secondo elemento, emerso nel corso degli anni dallanalisi della qualità dei reperti, è il fatto che tutte le maschere rappresentano le figure teatrali nel momento topico del loro ruolo e dramma. Le mascherette riferibili alla commedia riflettono con esattezza le tipizzazioni indicate nellOnomastikòn di Polluce, secondo la caratterizzazione riconoscibile nel repertorio dei personaggi della commedia nuova (e quindi con i tratti fisiognomici più accentuati). Tutte le mascherette relative alla tragedia invece fissano i protagonisti nellacme del pathos vissuto nel loro dramma, restituendo con particolare intensità le espressioni esasperate della violenza dei sentimenti. Questa particolare notazione comporta un importante corollario interpretativo sulla funzione degli oggetti: il fatto che siano così marcatamente tipizzati in una specifica e momentanea Pathosformel, porta ad estrapolarle dallambito teatrale vero e proprio. Giocasta non può fin da subito comparire sulla scena piangente, e anche Edipo non può essere rappresentato per lintera durata della tragedia con un maschera dalle orbite occipitali vuote e insanguinate, e così per tutti gli altri personaggi tragici. Un possibile cambio di maschera nel finale, può venire ipotizzato solo in casi eccezionali, e un esempio è proprio quello di Edipo. Emerge dunque un dato certo: le mascherette di Lipari, soprattutto quelle riferite alle tragedie, fissano il personaggio nel momento più intenso del pathos del suo dramma. 4. Plinio, Naturalis Historia XXXV, 152: una nuova ipotesi interpretativa Nel loro particolare contesto funerario si potrebbe pensare che le terracottine fossero destinate a intrattenere il defunto, adepto del dio, nel corso della vita ultraterrena. Ma come si giustifica il loro passaggio dalla bottega alla tomba e qual è il motivo che spiega le piccole dimensioni delle mascherette, quando invece i corredi funerari erano costituiti da oggetti di grandezze svariate, e comunque sempre maggiori di queste? Finora non è stata presa in considerazione né approfondita unimportante caratteristica: la presenza nella maggior parte di queste di un forellino aperto sulla calotta occipitale. Presso i Greci era consuetudine appendere le maschere a guisa di oscillum A questo punto dellinterpretazione soccorre un passo di Plinio della Naturalis Historia. in esso si racconta che il vasaio Butade, vissuto a Corinto agli inizi del VII secolo a.C., non solo avrebbe scoperto per primo la tecnica della coroplastica, ma avrebbe anche inventato i cosiddetti prostypa: N.H. XXXV, 152 "Primusque personas tegularum extremis imbricibus inposuit, quae inter initia prostypa vocavit [...]. Hinc et fastigia templorum orta". Egli fu il primo a collocare delle maschere sullorlo esterno della copertura delle tegole; allinizio chiamò queste prostypa [...]. Da qui hanno origine anche gli ornamenti sulle sommità dei templi.
Prostypa: questo hapax pliniano, coniato sul greco, traducibile letteralmente come "calchi posti di fronte", verrebbe così a indicare delle maschere antefisse poste sui cornicioni dei templi, presumibilmente sulle cornici inferiori degli spioventi. Essendo il teatro lambito di riferimento esclusivo di tali terracotte, esse possono, con ogni probabilità, aver fatto parte degli elementi decorativi dei templi dedicati a Dioniso e non si esclude la loro presenza tra gli elementi architettonici delledificio teatrale stesso. I ceramisti nel plasmare i prostypa, raffiguranti teste umane o immagini vegetali, avranno tratto ispirazione proprio dalle rappresentazioni sceniche, e le maschere in un momento successivo sarebbero divenute le peculiari offerte locali al tempio di Dioniso, dio del teatro. Create in terracotta a rilievo e dipinte, si può supporre fossero munite di appositi meccanismi per essere appese ad altezze abbastanza elevate senza correre il rischio di cadere a terra. Tornando ai materiali di Lipari è quindi chiaro che il forellino sulla calotta occipitale offrirebbe la testimonianza di questi meccanismi a sospensione (forse semplici fili), e le mascherette, finalmente, potrebbero così spiegare la loro funzione: oggetti decorativi dal forte potere simbolico appesi sulle facciate dei templi di Dioniso. Successivamente, ricalcando funzione e schema decorativo, tali postypa sarebbero stati posti anche sulle facciate "a tempietto" delle tombe, oppure posti come oscilla allinterno delle stesse sepolture, uso comune presso i Greci. Troverebbe spiegazione anche la loro dimensione ridotta, dovuta allesigenza di non appesantire troppo le cornici sulle quali erano appese, onde evitare possibili cedimenti. "Dioniso e Ade sono lo stesso": in un noto frammento (DK A 123) Eraclito suggerisce lassimilazione del dio del teatro con il dio della morte. Considerando le due sfere di influenza di Dioniso, il teatro e il mondo delloltretomba, si potrebbe giungere a un percorso interessante e suggestivo: la presenza delle maschere nelle tombe potrebbe rappresentare unofferta al dio per il raggiungimento delle beatitudini in una vita post mortem. Il trasferimento duso delle terracotte risulterebbe così spiegabile proprio alla luce di questa nuova ipotesi: da semplici manufatti di ispirazione teatrale, sarebbero divenuti decorazione architettonica dei templi di Dioniso, fino a una loro traslazione funzionale e simbolica come elementi votivi allinterno delle tombe. Dioniso attendeva il defunto, adepto ai suoi misteri, in una dimensione ultramondana. Altri reperti archeologici collocabili allincirca nel corso del III secolo a.C., offrono unulteriore testimonianza dellimportanza del culto di questo dio nellarcipelago eoliano: si tratta dei vasi del Pittore di Lipari Nelle mascherette teatrali di Lipari possiamo ritrovare quindi un simbolo di questa doppia timè di Dioniso: il teatro come luogo di spossessamento di sé, di perdita dellidentità nella rappresentazione, e il mondo delle beatitudini ultraterrene
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