Marianna Gelussi

La Danza di nudi di Antonio del Pollaiolo (1460-75)
Un’ipotesi di riconoscimento di modelli iconografici antichi tratti dai sarcofagi dionisiaci ellenistico-romani

Antonio del Pollaiolo, Danza di nudi, pittura su muro, 1460-75, Villa la Gallina, Arcetri (Firenze)

Sarcofago, 140-150 d.C., Vaticano,
Cortile Ottagonale

Sarcofago,
III secolo,
Dresda, Staatliche Skulpturensammlung

Sarcofago,
fine II secolo,
Nuneaton (Warwickshire), Arbury Hall

Sarcofago,
II secolo,
Roma, Casino Rospigliosi
Sarcofago,
periodo tardo adrianeo-primo antoniniano,
Roma, Museo delle Terme

La Danza di nudi di Villa la Gallina ad Arcetri (Firenze), dipinta da Antonio del Pollaiolo tra il 1460 e il 1475, rappresenta una danza estatica ‘all’antica’ e costituisce un esempio iconografico unico nella Firenze di metà Quattrocento.

La critica del secolo scorso ha analizzato queste pitture soffermandosi specialmente sullo studio dell’origine della composizione in rapporto all’arte antica, legame apparso immediatamente evidente, sia per il carattere della danza che per la nudità delle figure, per la loro disposizione a ‘fregio’ e per il contrasto, creato dal loro chiarore contro lo sfondo scuro, tipico delle pitture vascolari antiche.

Basandosi su queste considerazioni di carattere per lo più stilistico, i diversi studi indicano alternativamente, quali fonti di ispirazione per l’artista fiorentino, o i motivi dipinti sui vasi greci o quelli a figure rosse dei vasi etruschi, ma senza cercare mai di sostenere puntualmente, su dati di disponibilità verificati dalle fonti, la derivazione dai modelli antichi.

Non è mai stata approfondita la possibilità che le fonti iconografiche a disposizione di Antonio del Pollaiolo potessero essere le rappresentazioni dionisiache scolpite sui sarcofagi ellenistico-romani, il repertorio classico a cui gli artisti fiorentini del Quattrocento guardavano sempre con assiduità e dal quale traevano le forme che segnarono l’irruzione del movimento e dell’espressività ‘all’antica’ nella pittura ‘moderna’ rinascimentale.

Solo Eve Borsook, nel 1980, rileva, a margine di un lavoro sulla pitture murali fiorentine, la corrispondenza posturale tra le figure del fregio della Gallina e quelle di alcuni baccanti raffigurati sui sarcofagi ellenistico-romani.

Uno studio sistematico del repertorio decorativo dei sarcofagi a rappresentazioni dionisiache ha permesso di identificare con una buona dose di approssimazione i ‘tipi’ dai quali derivano le posture delle figure dipinte alla Gallina. Ogni danzatore deriva da una tipologia precisa di baccante così come veniva rappresentato nell’antichità ma, diversamente da come appare sui sarcofagi, viene ritratto completamente nudo e deprivato degli attributi tipici del corteo dionisiaco.

I ‘tipi’ ripresi da Antonio del Pollaiolo ricorrono sistematicamente all’interno delle decorazioni dei sarcofagi dionisiaci, la cui composizione avveniva come una sorta di collage di figure ‘standard’ tratte da un repertorio fisso ‘di bottega’ e riprodotte serialmente. Solo per uno dei danzatori — il terzo del fregio — dobbiamo ricorrere a un originale unico: si tratta del sarcofago proveniente da Orvieto e conservato alla Arbury Hall, perché noto e copiato da altri artisti fiorentini coevi ad Antonio del Pollaiolo e di cui rimane testimonianza anche in un disegno di Cassiano Dal Pozzo oggi alla Royal Library di Windsor.

Per ognuna delle figure dipinte dall’artista fiorentino a Villa la Gallina possono essere invece indicati più modelli tratti da diversi esemplari antichi noti. È proprio il carattere tipologico dei danzatori, la presenza di una ‘serie’, oltre che la specularità evidente delle figure dipinte da Antonio rispetto ai modelli presentati, a legittimare questa ipotesi di derivazione e a rendere in un certo modo secondaria l’identificazione del modello preciso studiato da Antonio, poiché egli prese ispirazione solo da alcuni degli esemplari della serie tra loro perfettamente equivalenti, all’epoca noti.

Bibliografia

 

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