| Elisa Colla Il ricordo iconico bizantino nelle Madonne di Paolo Veneziano e di Giovanni Bellini
Lintero corpus delle loro opere potrebbe essere oggetto di unanalisi comparativa in questa direzione, ma alcuni esemplari, sui quali si vuole richiamare lattenzione, offrono la possibilità di sciogliere in maniera più esplicita il rebus dei prestiti orientali. Tra queste, in primis, la Madonna col Bambino e committenti di Paolo Veneziano Nel primo caso siamo di fronte a una delle opere più monumentali di Paolo Veneziano: decisamente orientale nelliconografia, la tavola raffigura la Vergine in trono, dotata di un clipeo entro il quale è raffigurata limmagine del Bambino benedicente rivolto verso i committenti, che si trovano in ginocchio sulla sinistra della figurazione. Mentre lo svolgimento stilistico assume i caratteri tipici di unimmagine occidentale, per via dei morbidi passaggi chiaroscurali del viso e della sinuosità delle pieghe del vestito, che scandisce un ritmo lineare di ascendenza gotica, limpronta iconografica, seppure decisamente tradita, recupera lascendente bizantino ortodosso della Madonna Blachernitissa o Vergine del Segno La comparsa figurativa dellimmagine della Madonna, daltronde, fu da sempre strettamente legata al tema cristologico: storicamente solo in seguito alla proclamazione dellUnità del Verbo incarnato, avvenuta nel 431 d.C. in occasione del III Concilio ecumenico riunitosi ad Efeso, le fu attribuito legittimamente lappellativo di Theotókos, ovvero Madre di Dio. Da allora in tutto il mondo cristiano si ammise la sua rappresentazione con il Bambino in braccio allaltezza del grembo in qualità di significante rispetto al suo ruolo di mediatrice terrena. Limmagine della Vergine col Bambino in grembo della tavola di Paolo Veneziano propone dunque un modello iconografico mariano ampiamente diffuso, ma la presenza del disco, in virtù della sua eloquenza morfologica, aggiunge unulteriore precisazione riguardo la paternità e la cronistoria della matrice, legandola indissolubilmente al retaggio bizantino di epoca ortodossa: fu questa, infatti, una delle icone mariane appartenenti al corpus di figurazioni sacre di ascendenza orientale che nel IX secolo furono dichiarate legittime in occasione della Proclamazione dellOrtodossia, avvenuta nell843 a seguito della disputa iconoclasta. In risposta alla confusione iconologica venutasi a creare nei secoli, la Chiesa orientale era intervenuta codificando una precisa sintassi figurativa che facesse delle immagini la traduzione grafica dei principi dogmatici cristiani. In questo caso, infatti, leffigie del Cristo Bambino trasportata entro il clipeo posto allaltezza del ventre della Madonna palesa lidea della potenziale maternità di Maria (SENDLER [1992] 1995). Nella sua Madonna con Bambino e committenti, dunque, Paolo Veneziano si appoggiò alla tipologia della Madonna in Maestà, tanto cara alle committenze occidentali di inizio Trecento, ma ne tradì la morfologia in virtù di una commistione con la matrice della Blachernitissa, aggiungendovi il clipeo con leffigie del Bambino benedicente. Al tempo stesso, però, il modello subisce uno scarto ulteriore: la postura dellUno e dellAltra si scosta da quellallineamento dei corpi suggerito dal prototipo, nel quale metaforicamente era posto ad indice dello stretto vincolo tra i due: questo semplice accorgimento contribuisce ad ammortizzare il modello bizantino togliendo ieraticità allimmagine in favore di una maggiore scioltezza e umanità della coppia. Seppure la paternità del recupero resta palese, fu proprio in virtù di questultimo accorgimento traditore delliconografia originale che Paolo riuscì, in questo come in tanti altri casi, a gestire la grammatica figurativa ortodossa e ad accompagnarla allincontro con lOccidente trecentesco. Un fenomeno di contaminazione analogo per intensità, ma profondamente diverso nella forma, avviene nel caso della Madonna Contarini di Giovanni Bellini, sempre alle Gallerie dellAccademia. Qui la tipologia ortodossa rivisitata è quella della Vergine Kyriotissa o Madonna Stante Lipotesi secondo la quale per la realizzazione di questopera Bellini rivolse il suo sguardo ai prototipi doltremare assume maggiore spessore se si prende in considerazione la committenza. Osservata da sola, questa Vergine viene frequentemente associata dalla critica alla Madonna con Bambino dellAccademia Tandini, opera del padre oggi conservata a Lovere (Bergamo). Non è da escludersi, invece, che dovendo rispondere a una commissione della famiglia Contarini, Bellini si sia ispirato alliconografia di una statuetta costantinopolitana di loro proprietà: secondo la leggenda, più di un secolo prima i fratelli Contarini avrebbero portato dallOriente unimmagine scolpita della Madonna per donarla alle sorelle presso il monastero di Santa Maria della Celestia (GUPPENBERG [1657] 1839-1847, 468). La piccola statua, della quale oggi si è persa ogni traccia, doveva essere (GUPPENBERG [1657] 1839-1847, 470) una Madonna che porta il Bambino benedicente leggermente scostato sulla sua destra (dunque dexiokratousa), molto cara alla famiglia patrizia e alla stessa cittadinanza veneziana, perché si credeva fosse dotata di poteri miracolosi. Bellini potrebbe avere qui risposto alla committenza recuperando proprio liconografia bizantina originale nella posa frontale del Bambino benedicente e nella postura delle mani della Vergine. Il contrassegno orientale si rivelerebbe anche nella bicromia dellabito della Madonna, che si accosta a una consuetudine cara allortodossia bizantina. La fortuna iconografica della tipologia della Kyriotissa in seno alla produzione figurativa di Giovanni Bellini fa sì che molti altri esemplari simili convergano verso il medesimo prototipo iconico, permettendo una più sicura identificazione dei prestiti iconografici: labitudine del pittore a una produzione seriale, infatti, aiuta enormemente unanalisi di tipo warburghiano, rivelando lincidenza della matrice anche dove altrimenti non la si sarebbe riconosciuta. Molto attento alla corporeità dei due soggetti, il maestro quattrocentesco trovava in questa tipologia la possibilità di esprimere il gioco dello spostamento di peso del Bambino in braccio alla Madre e la fisicità dellabbraccio di questultima nel tenerlo stretto al proprio petto. In realtà tutte le matrici bizantine recuperate dal Bellini furono sempre proposte in maniera nuova: non più la Vergine col Figlio inverosimilmente sospeso allaltezza del petto, come accadeva nellicona orientale. Il pittore ricorse al sussidio di un parapetto marmoreo, sul quale appoggiare il Bimbo, costruendo così unimmagine finale a mezzobusto: il profilo della sua figura rimaneva incorniciato dal petto della Madre, ma il peso della sua nuova corporeità trovava utile ausilio nel freddo piano dappoggio, sul quale poteva muoversi assumendo, così facendo, diverse posture. Il gioco di pose passava anche attraverso diverse morfologie spesso volutamente similari a quelle delle sorelle orientali, ma sempre liconografia originale si ammorbidiva perdendo la rigida fermezza congelata dellicona in favore di una maggiore umanità della coppia. Nonostante la copiosità delle varianti proposte in seno al corpus di opere belliniane, fu tale la fortuna della tipologia della Kyriotissa che si potrebbe a ragione circoscrivere unintera famiglia di Madonne con Bambino da essa dipendenti. È nellabbraccio della Vergine che stringe il piccolo Gesù che si rivela la chiave dellidentificazione e si ripristina lautorevole paternità iconografica. Tra queste immagini, alcune rispettano ampiamente la matrice, soprattutto nella figura del Bimbo, il quale viene ritratto in posa sostanzialmente frontale e in atto di benedire alla greca: tra queste sono ad esempio la Madonna del Pollice delle Gallerie dellAccademia di Venezia In altri casi lo scarto è maggiore: tre Madonne col Bambino Ulteriore conferma dellinterferenza bizantina contestualmente alle scelte figurative di Giambellino viene messa in evidenza da unaltra tavola, la cosiddetta Madonna Greca, Infine, i caratteri distintivi della Kyriotissa si trovano svolti in maniera nuova in unaltra immagine che la propone sempre in coppia e in allineamento col Bambino benedicente, ma voltata verso sinistra rispetto allosservatore. È il caso di due tavole molto simili, databili verso gli anni ottanta del Quattrocento: la Madonna col Bambino tra i santi Pietro e Sebastiano del Musée du Louvre di Parigi Lautorevolezza del recupero resta dunque evidente in ambedue i casi: sebbene con esiti diversi, tanto Paolo Veneziano quanto Giovanni Bellini seguirono nella loro carriera un atteggiamento altalenante tra citazione e negazione delliconografia e dellestetica bizantina, stimolato dalla suggestione dialettica dellambiente veneziano. La città a partire dal XIII secolo pullulava di immagini iconiche, riprodotte in loco da una lunga tradizione di maestranze oppure giunte in originale dallOriente perché trafugate in occasione della IV Crociata. Tra queste ultime, ad esempio, risponderebbe alliconografia citata dal Veneziano la famosa icona marmorea di Santa Maria Mater Domini, arrivata in quelloccasione a Venezia insieme a molti altri esemplari analoghi raffiguranti la Blachernitissa Si tratta di matrici mariane molto rigorose che solo in Occidente avrebbero potuto prescindere dalla loro forma originale. Limpostazione iconografia ortodossa, infatti, codificava la portata simbolica della figurazione cristallizzandone le pose, i gesti e i rispettivi messaggi. In particolare, gli ortodossi erano convinti che il momento primo e più autorevole della manifestazione della sacra venuta di Cristo fosse quello del concepimento attraverso lintervento dello Spirito Santo nel ventre di Maria. Per questo risposero a una tendenziale confusione iconografica sviluppatasi tra V e IX secolo ribadendo e intensificando una grande attenzione alla coppia Madre-Figlio attraverso la costruzione di un intero sistema di mezzi simbolici posti a vincolo della raffigurazione. Nacquero così quelle dodici tipologie iconiche della Madonna con Bambino, che tanto limitarono gli artisti in Oriente e che più tardi condizionarono la fantasia di molti altri nellOccidente cristiano. In realtà il fenomeno fu molto più vasto di quanto possa sembrare a un primo sguardo: lincidenza di una Maniera Greca aveva interessato nel XII e XIII secolo lintera penisola, ma il fenomeno a Venezia fu molto diverso (ALPATOV 1973, 1). Si trattò, innanzitutto, di un evento tardivo rispetto al resto dellItalia: mentre altrove la moda bizantineggiante fu precoce e si limitò a una breve parentesi presto superata per intraprendere il sentiero della spazialità e dellumanizzazione del figurato Venezia assimilò più tardi ma più profondamente quellinfluenza che da sempre laveva interessata, seppure nelle forme di una silente filiazione. Tuttavia, fu proprio in virtù di questo anacronismo che il panorama figurativo veneziano poté vantare un sostrato di suggestive compresenze, apparentemente antitetiche ma in realtà profondamente legate, in quanto figlie di uno stesso humus culturale: da una parte un riuso continuo dei moduli ortodossi passivamente ripresi e riproposti che nei secoli successivi prenderà maggiore coscienza di sé, venendo ulteriormente stimolato per mano della scuola cretese-veneziana dei madonneri (BETTINI 1933, 51); dallaltra, un atteggiamento di non totale sottomissione rispetto ai modi bizantini in virtù di unemancipazione figurativa capace di portare larte veneziana e la sua tradizione secolare di stilemi bizantini a un punto dequilibrio con le nuove suggestioni figurative provenienti dallentroterra (LASAREFF 1965). Appartennero a questa seconda corrente Paolo Veneziano e Giovanni Bellini, i quali si fecero portavoce rispettivamente della percezione culturale trecentesca e di quella quattrocentesca. A rendere anticonformista e per questo assolutamente rivoluzionaria la loro opera rispetto a quella dei loro coetanei fu non tanto il grado di apertura nei confronti di quellautorevole eredità, quanto piuttosto la capacità di gestione della stessa. Seguendo due percorsi, diversi tra di loro ma ugualmente efficaci, essi codificarono fra Tre e Quattrocento le prime vere formule di parafrasi occidentale della tradizione bizantina giunta da Oriente. La diversa contingenza storico-culturale fu sicuramente un utile incoraggiamento ai fini di questa rielaborazione. Analogamente a quanto avveniva per le icone bizantine, anche nel quadro occidentale il preannuncio della futura Passione di Cristo fu sempre un topos della raffigurazione della Madre col Figlio, ma profondamente diverse erano le modalità della comunicazione di questo messaggio. Isolato entro i confini di un oggetto simbolico o entro la parentesi di uno studiato gioco di sguardi dei soggetti, esso veniva reso esplicito senza che per questo lintera raffigurazione ne fosse condizionata. Esaurita così la comunicazione, lartista non si trovava più vincolato dal rispetto di una posa convenzionalmente portatrice di significato e poteva contemporaneamente fare appello a più tipi iconici, scegliendoli nel ventaglio dei modelli bizantini, o attingere alla propria fantasia. Unampia esemplificazione permette di leggere nel corpus delle opere di entrambi una gamma di soluzioni originali nate come rielaborazioni sistematiche della morfologia ortodossa, ma non necessariamente legate al loro significato semantico originale. Promotore e al tempo stesso primo codificatore di questa sapiente mescolanza fu proprio Paolo Veneziano, capace di trasporre in maniera creativa il retaggio bizantino combinandolo con le innovazioni gotiche che al principio del XIV secolo avevano rapidamente permeato larte veneziana (LASAREFF 1954, 77). Con lui larte bizantina scivolò dolcemente in un primo incontro vero con la cultura trecentesca: il merito del maestro fu, infatti, quello di non essersi mai appropriato interamente di quelleredità, della quale la città era tanto ricca, ma di averne derivate separatamente le diverse componenti, modificandole in senso gotico e quindi occidentale (DARCAIS 1992, 25). Nella pratica egli orientò il suo intervento a una rielaborazione interna alla matrice che potesse andare incontro ai tempi, a una società non ancora pronta al soverchiamento di un patrimonio tanto radicato: la sua scelta semplicemente ricadeva su quelle tipologie mariane che risultavano essere più inclini a suggerire unumanizzazione dei soggetti, su quei tipi iconici cioè che, meno ieratici, già in sé si avvicinavano a quello scarto di frontalità precedentemente citato (cfr. Madonna col Bambino e committenti delle Gallerie dellAccademia). Lintera produzione figurativa di Paolo Veneziano, dunque, si inserisce in maniera più che legittima nella traccia di questa analisi. Di questo grande pittore, considerato il padre del Trecento veneziano, conosciamo in realtà solo un brevissimo catalogo di dipinti sicuri (MURARO 1969, 103). Lassemblaggio di più matrici, pur nel rispetto sostanziale della grammatica bizantina, permise a Paolo Veneziano di ovviare al conservatorismo diffuso muovendo i soggetti delle figurazioni e cominciando a dare loro una certa fisicità. Stilisticamente, dunque, la nuova fluenza della linea da lui proposta, che lasciava quasi immutata la somatica esterna, riusciva a conferire nuovi contenuti alle sue figurazioni, in armonia con le suggestioni derivanti dalla lezione giottesca, attivate in laguna attraverso larte padovana e riminese: lallungamento delle figure, i lineamenti dei volti più incisivi, lammorbidirsi delle pieghe degli abiti, sempre più sinuose grazie alla perdita delle rigature dorate di origine bizantina, traslarono le matrici ortodosse in immagini trecentesche occidentali. Paolo rinunciò inoltre alla forma dellantependium e dellicona sostituendole con le forme tradizionali trilobate desunte dai polittici gotici. Dal punto di vista iconografico, invece, egli continuava a dimostrarsi particolarmente fedele alle matrici di ascendenza bizantina. Mauro Lucco definì questo fenomeno come una sorta di "ispessimento improvviso delle cose", di "lievito occidentale [ ] entro i limiti inevitabili della vecchia morfologia bizantina" (LUCCO 1986, 180) che diede alla pittura veneziana proprio questa validità di espressione ambivalente alla quale essa da sempre naturalmente inclinava. Questa formula dette vita a una svariata gamma di soluzioni differenti. In seno allintero corpus, però, un assemblaggio in particolare sembrava accontentare le esigenze del maestro trecentista, risultando di conseguenza di gran lunga preferita rispetto alle altre: vincolato da committenze decisamente conservatrici che chiedevano immagini in maestà, egli riusciva a svolgere in maniera più morbida il soggetto ponendo in trono la tipologia della Periblepta Se in Paolo Veneziano, come si è visto, lelemento bizantino risulta ancora fortemente vincolante, lo stesso non si potrà dire un secolo dopo per Giovanni Bellini: analogamente al maestro trecentesco, Giambellino raccolse leredità bizantina e la propose allOccidente in una veste nuova. Certamente la diversa contingenza culturale fece sì che gli esiti figurativi del maestro quattrocentesco fossero molto differenti da quelli del trecentista. Il clima culturale nel quale egli si trovò ad operare gli permise di liberarsi dalla gabbia dello stile gotico, che aveva invece tenuto prigioniero Paolo Veneziano, dimostrando una maggiore tolleranza nei confronti delle nuove sperimentazioni figurative dovuta allincidenza della sensibilità umanistica e rinascimentale. Bellini, dunque, disponeva di una maggiore possibilità di traslazione stilistica dellimmagine in senso occidentale, alimentata anche dalla considerazione della diversa valenza delle immagini religiose in Occidente sulla base della quale nessuna ragione fu trovata perché si rispettasse per forza la sintassi della matrice orientale. >>LA TEORIA DELL'ICONA SECONDO USPENSKIJ Di conseguenza il suo filtro selettivo poté estendersi anche alle tipologie più ieratiche che furono sottoposte ad una radicale metamorfosi formale: alla semplice assimilazione e ripetizione del modello, già ampiamente compromessa dal Veneziano, si passava così definitivamente alla sua traslazione attraverso il filtro della lezione umanistica. La possibilità dintervento aprì a Bellini la strada per la formulazione di una versione nuova e decisamente occidentale dellicona bizantina. Egli però amava il recupero di quella così autorevole eredità e fu molto attento a rendere la sua traduzione spiritualmente compatibile con i prototipi costantinopolitani. A ragione Peter Humfrey, che lo definiva il più innovativo tra i pittori veneziani del XV secolo, disse che vi era "un elemento arcaico nella sua arte, forsanche rintracciabile nelliconica lontananza [ ] delleredità bizantina nella pittura veneziana" (HUMFREY 1987, 184). La presentazione della coppia divina rivelava la paternità del modello, ma contemporaneamente perdeva quella teatralità enfatica che ne aveva fatto in Oriente unimmagine irreale, palesemente disturbata dal messaggio di predestinazione, e si avvicina a quella di una vera madre che regge e gioca col figlio. Non più, quindi, la dichiarata offerta della Basilessa e della Blachernitissa, che portano in grembo il Salvatore e lo mostrano allumanità; non più il funesto preannuncio dellOdighitria, che indica al Figlio il suo futuro di Passione. In sostanza, era la grammatica dellimmagine ad essere diversa, in quanto totalmente slegata non solo dalla sintassi iconica, ma anche dal vincolo della sensibilità formale di ascendenza gotica. Quellavvicinamento al Divino, che nelle immagini orientali era favorito da una veste grafica e bidimensionale in grado di stimolare la trascendenza della preghiera, Bellini lo ottenne seguendo il percorso inverso: egli volle appoggiarsi ai sensi e creare una dimensione spirituale invitando il fedele in una particolare contingenza terrena. Egli negava il grafismo ortodosso e i pesanti fondali dorati delle icone per affidare invece lidea del Divino a una fisionomia più umana, quotidiana e discreta, resa eterea perché immersa nella luce impalpabile di cieli limpidi e paesaggi collinari dellentroterra veneto. La religiosità piena di Bellini umanista quattrocentesco si realizzava allora nellinteriorità del fedele. Il ricordo iconico di un colloquio esclusivo con la dimensione del Sacro si tradusse in una relazione di tipo prossemico con limmagine: il connubio sigillato da Bellini tra larte veneziana e larte ortodossa prevedeva infatti, a fianco di una serie di licenze stilistiche e formali, anche un discreto rispetto della vita mistica dell'immagine iconica. Seduta con il Figlio in grembo o appoggiata a un davanzale, la Vergine appariva in realtà isolata dal contesto paesaggistico, con il quale non dimostrava instaurare alcuno scambio, proprio in virtù di un rapporto frontale con lo spettatore. La presenza di un telo sospeso a mezzaria dietro le sue spalle sanciva la sua dichiarata separazione dallo sfondo avvicinandola prepotentemente allosservatore e inquadrandola in una cornice che ricordava decisamente il profilo di una tavoletta bizantina, accompagnata talvolta anche dal monogramma mariano. A ragione Renato Ghiotto disse che "dietro alle figure il paesaggio, tagliato a metà e costretto in bande laterali o tutto spiegato a cielo aperto, ci dice che la Madre di Dio è scesa dalle icone" (citato in PIGNATTI 1969, 7). Assorbite in questo contesto, le numerose Madonne belliniane diedero vita a una nuova dimensione figurativa dellimmagine devozionale, una vera e propria icona belliniana. Pur accogliendo la consuetudine delluso di oggetti simbolici in allusione alla Passione di Cristo (la mela, la pera, il melograno, ecc.), le nuove icone rifiutarono tutto ciò che era superfluo e ornamentale per articolare il figurato in una varietà di pose ed espressioni che risultassero più umane, come in una personale meditazione dellartista sul mistero della maternità. Lo si è visto parzialmente nel caso principe della Vergine Kyriotissa, ma lo si può constatare in maniera più puntuale in seno a molte altre immagini. Un primato esemplificativo per licona belliniana spetta alla Madonna col Bambino benedicente che si conserva a Milano presso la Pinacoteca di Brera Come da prassi, Bellini recuperava una tipologia bizantina tradendone la canonicità: essa, infatti, raffigura la Vergine in Maestà (a.) con il Bambino benedicente alla greca in piedi sulle sue ginocchia (p.) e spostato sulla destra rispetto alla Madre (dx). Datata negli anni a cavallo tra Quattro e Cinquecento, questopera illustra in maniera più che esplicita tutte le caratteristiche topiche della nuova icona di cui detto sopra. In questo caso, inoltre, il prelevamento della coppia dal paesaggio risulta in evidenza non solo per via del telo che la sospinge in primo piano, ma anche grazie a unilluminazione particolare che, proveniente da sinistra, risulta esclusiva del primo piano ed estranea rispetto alla luce diffusa dei campi retrostanti. Come ultimo esempio al termine di questa lunga carrellata, per chiudere la parabola iniziata dal Veneziano e completare degnamente il confronto evolutivo con la produzione quattrocentesca del Giambellino, si propone qui proprio lanalisi della versione belliniana della tipologia della Periblepta, che si è visto essere particolarmente gradita a Paolo Veneziano. Si tratta della Madonna Morelli, conservata alle Gallerie dellAccademia In questa tavola il paesaggio è drasticamente ridotto a favore di un inquadramento quasi esclusivo dellimmagine devozionale: torna quindi prepotentemente il parapetto marmoreo in presenza del quale la figurazione recupera il profilo di un soggetto a mezzobusto dalla morfologia tipicamente iconica. Osservando bene, infatti, si potrà notare che la postura del Bambino, scostato a sinistra e girato di tre quarti, e la mano della Madre, posata appena sul suo pancino, recuperano i caratteri topici di una Periblepta Concorre in questo riconoscimento il ricordo visivo della Madonna Crespi del Fogg Art Museum di Cambridge Fu questo il segreto di Bellini, il passo ulteriore che accompagnò quello già percorso un secolo prima dal Veneziano: al di là della traslazione stilistica, la morfologia bizantina sposava una fisionomia umana e come tale era necessario cercare una giustificazione verosimile alle sue posture: Bellini si dimostrò un eccellente avvocato in questa direzione. La tradizione bizantina aveva trovato così una via dingresso legittimo nel mondo occidentale, lasciando una traccia di sé in una costellazione di movenze particolari. Uno sguardo panoramico sulle diverse Madonne belliniane permette di arrivare a una ricostruzione in parallelo dellinsieme delle tipologie iconiche ad esse corrispondenti, nonché di individuarne la mise en scène nelle opere del maestro: la vitalità di sentimenti e di azioni offerta dallartista alle sue figurazioni ammortizzava nelle sue Madonne la gestualità canonizzata dellicona bizantina, lasciandone solo limpronta nascosta. Bellini riuscì in questo modo a tessere una così sottile trama di riferimenti da fornire alle matrici orientali la veste adeguata affinché esse potessero essere rese conformi al gusto di un nuovo pubblico ed essere quindi consegnate a uneredità più estesa nel tempo e nello spazio.
Bibliografia
ALPATOV 1973 BETTINI 1933 DARCAIS 1992 GHARIB 1987 GUPPENBERG [1657] 1839-1847 HUMFREY 1987 LASAREFF 1954 LASAREFF 1965 LUCCO 1986 MURARO 1969 PIGNATTI 1969 SENDLER [1992] 1995 USPENSKIJ 1975 USPENSKIJ [1980] 1995 |