"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

41 | maggio/giugno 2005

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Quella strana intimità tra l'occhio e l'oggetto contemplato

Recensione a: Andrea Pinotti, Quadro e tipo. L'estetico in Burckhardt, Editrice Il Castoro, Milano 2004

Daniela Sacco 

Nel suo ultimo contributo Andrea Pinotti delinea l'orizzonte di pensiero che come matrice sottesa alle speculazioni di Jacob Burckhardt ha dato forma al suo più grande contributo per la storia del pensiero: l'assunto per cui la ricerca artistica è inscindibile da quella storico-culturale. L'autore ci svela inoltre come questo orizzonte di pensiero, questa qualità dello sguardo, sia connotata in modo peculiarmente filosofico, oltre e forse malgrado le stesse intenzioni dello storico della cultura.

Lungo la stessa traccia che ha permesso di interpretare Aby Warburg come erede della complessa e variegata eredità morfologica goethiana [cfr. A. Pinotti, Memorie del neutro. Morfologia dell'immagine in Aby Warburg, Mimesis, Milano 2001], Pinotti individua in Burckhardt un'estetica dell'immagine e della sua storia fondata su di un'osservazione tipologica dei fenomeni storico-culturali e storico-artistici, tale che questi non si esauriscono nella mera empiricità fattuale ma rimandano a una idealità, una tematicità senza però sconfinare in una teorizzazione metafisica. Lo studio nasce dall'analisi di scritti minori elaborati per una serie di lezioni tenute all'Università di Basilea tra il 1863 e il 1872 sull'Estetica delle arti figurative che l'autore mette in dialogo con gli scritti sullo Studio della Storia.

Se la riflessione volta alla morfologia dell'immagine in Warburg (Memorie del neutro) privilegiava soprattutto i concetti di originale, polarità, energia, simbolo, questo studio su Burckhardt si concentra sulla specificità dello sguardo tipologico partendo però da una consapevolezza fondamentale comune anche a Warburg, ossia la centralità del pathos come componente distintiva e quindi costante dell'umano: "Il nostro punto di partenza: l'unico centro permanente e almeno per noi possibile: l'uomo che patisce, che anela e agisce, l'uomo qual è, qual è sempre stato e sempre sarà". Quell'uomo eterno di cui l'arte e la cultura greca sono riuscite a dare un fedele ritratto. Questo è, come ha riconosciuto in modo stringente Karl Löwith, il punto di partenza per la considerazione della storia e dell'arte di Burckhardt, e di seguito per l'individuazione della traccia morfologica che da queste premesse teoriche Pinotti sviluppa.

Arte e storia sono intese come discipline 'patologiche' in quanto indagate lungo le traiettorie della vitalità del pathos che come fonte di senso connette gli eventi tra loro cercando una continuità tra passato e presente; l'opera è riattivata tanto come fonte di senso eterna quanto di volta in volta storicamente differente; l'arte si appropria del dato storico elevandolo alla categoria dell'universale, e in questo modo, nella codeterminazione di passato e presente si profila la figura dialettica di eternità e storicità. Nella tensione polare di eterno e transeunte si dipana il continuo mutamento del fenomeno che si fa tipo nella perpetua trasformazione dell'orizzonte della storicità. In un tale orizzonte fenomenico, dove l'attenzione, liberata dalla dittatura della forma stabilita una volta per tutte ab origine, si sofferma sulle variazioni della Bildung, è impedita la deriva idealista (ovvero, per simmetrico converso, realista) ed è richiesta una concezione estetica anti-mimetica. Burckhardt rifiuta il concetto di mimesis nell'accezione copiativa del termine che presuppone una realtà esterna o interna preesistente alla creazione. La creazione artistica è autonoma e sempre innovativa anche quando è volutamente ripetitiva. Per questo, tra le arti figurative elegge l'Architettura all'"artistico tout court".

Nell'approccio morfologico di Burckhardt il tipico, assunto quindi nella dimensione della storicità, implica una dialettica tra le componenti sincroniche e quelle diacroniche, cronologiche della temporalità, tra la costanza, la ripetizione e la trasformazione delle forme; tale dialettica ha come esito non tanto la spiegazione eziologica di eventi o la loro ricostruzione, quanto la composizione di quadri, ossia sinossi coerenti, in una visione d'insieme non costretta da un sistema.

Visione, appunto: è questo il termine chiave, ciò che lo stesso Burckhardt riconosce come sua propria "esclusiva inclinazione", e che indica la via privilegiata alla conoscenza del mondo storico e dell'arte. È la visione 'immaginifica' - che produce immagine e che si serve della fantasia per "riempire i vuoti della visione stessa", che connette e distingue, che individua tipi nella sintesi di particolare e universale, che coglie nella metamorfosi transeunte di immagini l'essenza duratura dell'esistenza storica, la componente propriamente sovrastorica.

Ma questa visione immaginifica, questo sguardo tipologico, questa prospettiva morfologica, hanno una paternità e un'origine storico-culturale ben precise: la grecità, o meglio quel 'modello greco del sapere' come lo definisce Löwith che, in qualità di ottica simbolica, ha la sua origine nel mito classico, e segnatamente nel mito greco.
La distinzione della cultura greca rispetto ad altre tipologie culturali, pur rilevanti in uno sguardo d'insieme volto al molteplice, e la sua elezione sono essenziali nel pensiero di Burckhardt.
L'oggetto privilegiato e costante della sua opera omnia, i Greci, risulta così al tempo stesso modello epistemologico e guida del suo metodo, la via che conduce alla comprensione della vita e dell'uomo di tutti i tempi, il "greco eterno".

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