"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

45 | gennaio 2006

titolo

"Chiunque io sia non cercare di conoscere il mio nome..."

Recensione alla mostra: "Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma", Roma, Colosseo 22 luglio 2005-8 gennaio 2006; catalogo a cura di Angelo Bottini, Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, Electa, Milano 2005

Maria Bergamo, Monica Centanni

"... ma quando giungerò alle case dei beati, allora lo pronunceranno
tutti coloro che mi hanno nel cuore"
Inscriptiones Graecae II, 3811

http://1995-2015.undo.net/Pressrelease/foto/1120846872b.jpgIl Colosseo ha prestato in questi mesi il suo II ordine a fare da scenario, o meglio da galleria, a una mostra sui misteri nel mondo antico, curata e coordinata dal nuovo Soprintendente ai Beni archeologici di Roma, Angelo Bottini.

Un vasto apparato documentativo articolato in dodici sezioni tematiche (curato da Nunzio Giustozzi) introduce e rende conto in modo efficace della storia, della diffusione e dell'iconografia dei riti e dei culti misterici, dall'età classica alla fine del mondo antico: nella cintura esterna, tra la bella sfilata di archi dell'Anfiteatro, scorrono dodici pannelli didascalici, intervallati da proiezioni e suoni che creano un'atmosfera suggestiva e propongono uno sfondamento antropologico verso le forme di ritualità nell'epoca moderna e contemporanea; tra le colonne dell'ambulacro interno, invece, sono esposti pezzi selezionati, rari e preziosi, ordinati secondo la sequenza tematica, in corrispondenza dei pannelli.

Negli apparati didascalici, pur essendo garantita l'apertura a interpretazioni psicologiche e a contestualizzazioni folkloriche fino al suggerimento di un confronto con la nuova religiosità new age, si apprezza la presa di distanza dalle scorciatoie dell'etnologia e dell'antropologia comparativista. Emerge comunque forte dagli oggetti e dalle didascalie la riaffermazione di un'idea di tradizione classica come movimento di passaggio e di consegna: una tradizione viva in quanto, fin dalle origini e poi nel corso della storia, è sempre 'tradizione in atto'.

Seguendo il tortuoso itinerario espositivo – che attraversa molti secoli e molti, diversi, fenomeni religiosi – a tratti sembra che il filo del discorso si interrompa, ma poi di stazione in stazione l'istanza misterica riemerge con altre forme, altre immagini, altri nomi. Divinità potenti e 'famose' incrociano i loro miti e intrecciano i loro riti con divinità minori, e nello spostamento geografico assumono nuove sfumature cultuali, nuove tonalità religiose, seguendo i costumi e le mode di identità culturali diverse: Demetra come doppio di Persefone, Cerere e l'egizia Iside; la Fortuna romana che, seduta su un carro tirato da leoni, presta i suoi tratti alla frigia Cibele. E ancora: Dioniso e il suo tiaso, che già nel racconto mitico trova tanto contrasto e tante violente opposizioni, anche nella realtà del piano storico e giuridico viene ripetutamente censurato e tuttavia ovunque la sua immagine nell'iconologia funeraria trionfa. E infine Mitra e la straordinaria diffusione dei suoi riti, a seguito dell'esercito romano, che prepara e prelude l'affermazione dei nuovi riti cristiani.

Si tratta di una mostra che, proponendosi di rappresentare tutte le realtà misteriche del mondo greco-latino, nello sviluppo antologico dell'esposizione sacrifica certamente qualcosa nel dettaglio e nell'approfondimento filosofico e iconografico del tema. Ma ha un'intonazione espressamente 'didascalica' e un lodevole intento di alta divulgazione, coerentemente riaffermato nel taglio e nella struttura del catalogo dell'esposizione: in controtendenza rispetto al cattivo costume di tante pubblicazioni edite per mostre italiane in cui, spacciati per cataloghi, si trovano raccolte di saggi iperspecialistici, il bel volume Electa Il rito segreto è introdotto dal saggio di Franz Graf (già pubblicato nel volume II.2 della collana "I Greci. Storia Cultura e Società" curata per Einaudi da Salvatore Settis), esemplare per chiarezza; seguono una serie di contributi tematici, rigorosi e scientificamente aggiornati eppure presentati in uno stile piano e accessibile, in cui vengono presentati uno a uno i diversi riti misterici – da Eleusi a Locri, da Dioniso a Mitra; e infine seguono, a presentare singolarmente i pezzi in mostra, una serie di schede essenziali ma esaurienti, corredate da illustrazioni a tutta pagina.

Gli oggetti in mostra danno efficacemente conto dell'enorme diffusione dei culti misterici nel mondo antico, sia in senso orizzontale-geografico, sia in senso verticale-cronologico; ma la mostra restituisce anche la percezione della pervasiva diffusione dei riti misterici a livelli diversi – dal culto pubblico alla devozione privata – e la distribuzione delle pratiche misteriche tra tutti i ceti sociali. Dall'esposizione si impara che le varie forme di religione misterica non rappresentavano tanto (come pure ancora, scolasticamente, si trova affermato) un'opzione personale e segreta in contrasto con la religione pubblica, una reazione spirituale alla noia e all'astrattezza dei culti ufficiali: erano invece comunque accettati, anche pubblicamente, come una dimensione 'alternativa' del sentire religioso, che senza escludere i riti ufficiali investiva un'opzione individuale ulteriore.

Si tratta quindi, certo, di riti 'segreti', ma in un senso molto particolare: i misteri erano 'segreti' in quanto arrheta, 'indicibili', 'impossibili a dirsi'. Il mistero non si dice, non si lascia 'parlare' dal logos ma va intimamente vissuto: nella prospettiva misterica l'unica possibilità espressiva è data dalla viva esperienza del sacro che il rito assicura all'iniziato.

L'incredibile mobilità dei culti e delle immagini parla dell'infinita plasticità delle forme del divino, ma consente anche di individuare come denominatore comune di tutte le pratiche misterico-rituali la ricerca di una teofania salvifica: tutti questi culti, riti, superstizioni e liturgie, prima di un valore sociale o eversivo, parlano infatti di un'aspirazione personale e intima alla salvezza (come già il curatore, Angelo Bottini, scrisse in pagine fondamentali sul tema dell'escatologia misterica, pubblicate qualche anno fa in Archeologia della salvezza).

Mediante il rito, liturgicamente codificato, l'iniziato prepara i suoi sensi ad accogliere l'epifania del divino. I rituali misterici, di grande suggestione e fascino per la forza delle sensazioni ispirate, creano un legame patetico e sensoriale con il dio, del quale si ripercorrono le gesta, fino a confondervisi personalmente, e con lui partecipare di una nuova sorte, di un riscatto dalle miserie quotidiane e dalla disperata prospettiva della morte fisica e della fine dell'individuo.

Si crea uno sfondamento del cielo e della terra, del maschile e del femminile, del divino e dell'umano, della morte e della vita: dei che scendono e salgono dagli Inferi, che si disperano per la morte dei loro amati, che cercano, anelano l'immortalità che li salvi dal dolore; dei che trascinano con sé gli umani nella tristezza, ma con un loro sorriso tornano a nutrirli di pane e di vino, ma anche di gioia e di speranza; dei che nell'ebbrezza dell'estasi mostrano il cielo un po' più vicino e l'uomo un po' più divino; dei che promettono una vita dell'anima, una sopravvivenza nelle tenebre dell'Ade.

Poco, del dio, l'iniziato poteva afferrare: ma grazie ad atti codificati e ritualizzati, in istanti particolari e assoluti, il miracolo del contatto poteva pure accadere: e nel simbolo l'iniziato aveva esperienza di dio, poteva contemplarlo e partecipare di lui.
Non il 'segreto', dunque, ma l''indicibile', questo è il mistero: svelare e insieme rivelare dio, in un attimo simbolico e perfetto che prelude e raffigura l'assoluto. 

temi di ricerca

indici

colophon

archivio