"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

146 | giugno 2017

9788894840223

titolo

L'altro che noi siamo

Lettura drammaturgica di Sette contro Tebe, regia di Marco Baliani (Inda 2017)

Andrea Tisano

English abstract

Non è una scelta facile quella di mettere in scena Sette contro Tebe. Per il grande pubblico, il titolo suona poco evocativo, la vicenda mitica di Eteocle e Polinice quasi sconosciuta, la struttura drammaturgica dell'originale eschileo è dura, arcaica, refrattaria a qualsiasi semplificazione. A conferma di questa difficoltà, l'esiguo numero di rappresentazioni di Sette a Siracusa: solo altre tre volte negli oltre cento anni di attività dell'Inda (1924; 1966; 2005).

Tuttavia, poche tragedie sono adatte quanto Sette a portare in scena il tema scelto per questo ciclo di rappresentazioni classiche: il teatro e la città. Nei Sette infatti il teatro è la città. L'identificazione è immediata. Eteocle, nella prima battuta del prologo, esordisce con il vocativo Κάδμου πολίται, "Voi della città di Cadmo", rivolgendosi direttamente – personalmente – agli spettatori, e coinvolgendoli a fare la loro parte nella rappresentazione, identificandosi con il corpo civico minacciato dall'attacco argivo. E l'idea drammaturgica di questa identificazione, del coinvolgimento del pubblico come comparse, già tutta presente nel testo di Eschilo, è ancora più forte nella messa in scena di Marco Baliani, regista di Sette contro Tebe nella versione Inda 2017: il possente appello di Eteocle (Marco Foschi) parte infatti dall'alto della casetta dei mugnai che svetta come una torre alle spalle degli spettatori, scende sulla scena travolgendo nel suo percorso l'intera cavea.

Coinvolto così il theatron degli spettatori, coinvolta la città. Dopo il discorso di Eteocle che viene interrotto, o per meglio dire sceneggiato e mimato, da un arcaico rito tribale profetico e propiziatorio che trae spunto dall'accenno alla profezia di Tiresia (ai vv. 24-29), Tebe, minacciata dal nemico argivo, prende voce per tramite del Coro, e si fa corpo nella metafora della nave travolta dai marosi che intesse come un Leitmotiv l'intera tragedia già dal secondo verso. Da qui la scelta ardita di Marco Baliani, di 'decostruire' il Coro.

Sette contro Tebe, regia di Marco Baliani (Inda 2017): Eteocle (Marco Foschi) e Antigone (Anna Della Rosa). Fotografia di Franca Centaro

Nel testo eschileo le fanciulle tebane sono l'interlocutore privilegiato del protagonista del dramma, il re Eteocle, ne sono quasi il deuteragonista. Questi due poli dialettici interagiscono innescando una serie di opposizioni binarie (monarca e demos; uomo e donna; attività e passività; coraggio e paura) che rispondono alle diverse reazioni emotive causate dall'azione extra-scenica della battaglia imminente. Battaglia che, proprio perché al di fuori del tempo e dello spazio drammatico, eccita al massimo l'immaginazione del Coro in direzione dell'esterno (l'esercito nemico accampato fuori le mura) e del futuro (l'assedio che deve ancora avvenire). Il Coro incarna la città assediata, diventa il suo organo percettore, convoglia nell'immaginifica poesia dei suoi canti strofici le immagini e i suoni che assalgono, dal campo nemico, le mura di Tebe.

Di questa tensione corale, tuttavia, Baliani mantiene solo alcuni stralci – i più emblematici – come il sinestetico κτύπον δέδορκα (al v. 103: "vedo il rumore", nella traduzione di Giorgio Ieranò). E seguendo il testo eschileo, il Coro stesso è frammentato, caotico sull'orchestra. Come se non si potesse dare canto corale in una città sotto assedio, come se la collettività fosse infranta. "Il coro delle donne e degli uomini non è un coro", dichiara lo stesso Baliani in un appunto di regia, "non si muove compatto, non parla all’unisono, è fatto di individui, ognuno con la sua particolare forma di tremore e di reazione". Il Coro eschileo composto di fanciulle tebane, terrorizzate dall'angoscia della violenza a venire, si trasforma sulla scena di Baliani in un ammasso indistinto: uomini e donne, tutti sono deboli, tutti sono vittime confuse, frastornate, passive, dinnanzi all'orrore della guerra.

E se il Coro della tragedia greca, come voleva Friedrich Schlegel, è lo "spettatore ideale", quasi una proiezione in scena della comunità civica, nella versione di Baliani tramite il coinvolgimento emotivo è il pubblico stesso che è chiamato, al posto del Coro, a farsi organo percettore della città, della sua paura per il pericolo della guerra. È qui che Baliani sembra voler operare uno spostamento, dal Coro come spettatore ideale al pubblico come Coro realmente incarnato nella comunità dei cittadini riuniti nell'assemblea teatrale. In questo senso la poesia eschilea è solo un tramite per fare immaginare gli orrori di una guerra imminente. Ma nella regia di Baliani la guerra è qui e ora, si manifesta sulla scena. Durante la parodo e gli stasimi corali, gli spettatori sono bombardati dagli effetti sonori: clangore di spade, nitriti di cavalli, colpi alle mura, grida di uomini. Rumori che nel corso della tragedia si trasformano, concorrendo all'effetto di identificazione straniante del finale architettato da Baliani.

Sette contro Tebe, regia di Marco Baliani (Inda 2017): la disperazione delle donne del Coro. Fotografia di Maria Pia Ballarino

Dopo che per un coup de dés Eteocle si scopre destinato a confrontarsi alla Settima Porta contro il suo stesso fratello Polinice che guida l'esercito nemico, il Coro rimane in silenzio, e in luogo dell'ultimo stasimo vediamo messa in scena la battaglia. Battaglia la cui rappresentazione il drammaturgo antico aveva affidato soltanto alla sublime, efficacissima, astrazione della parola poetica del commo degli scudi. Nel dramma di Eschilo dopo la censura che Eteocle impone alle fanciulle tebane, il Coro cessa di essere tramite sinestetico degli effetti sonori e visivi della battaglia, ma dedica – prima del compianto funebre finale – un ultimo canto alla maledizione di Edipo, alla colpa di Laio, e alla teodicea che tenta di dare senso alle vicende della stirpe labdacide. A quel punto possiamo immaginare che gli "effetti speciali" cessassero e piombasse sulla scena il pesante silenzio. Nella regia di Baliani, invece, gli effetti sonori ora si fanno travolgenti, e diversi: il clangore diventa raffica di mitragliatrice, i nitriti ruggito di carri armati, i colpi sirena antiaerea.

Sette contro Tebe, regia di Marco Baliani (Inda 2017): nell'esodo, Antigone e il Coro: il dibattito i corpi di Eteocle e Polinice. Fotografia di Franca Centaro

Mentre i sette guerrieri simulano la lotta tra i fumogeni, il Coro, con cui ci eravamo fino a questo momento identificati, cambia abito chiedendo agli spettatori di seguirlo in un altro passaggio concettuale. Smesse le impersonali casacche etniche di pelli animali, i coreuti indossano tuniche e hijab, e scopriamo che il theatron non è più Tebe, ma Aleppo. Dopo l'identificazione il regista ci impone lo straniamento di un'ulteriore identificazione a noi prossima, che strappa lo spettatore alle vicende antiche del teatro greco per catapultarlo in una tragedia reale, attuale. Non più Eschilo, non più Coro. Ma Baliani, la Siria. Non più il theatron, ma la polis. Per scoprire che ogni guerra – anche la guerra contro il più tremendo dei nemici – è ancora la guerra fra Eteocle e Polinice, è sempre guerra civile.

English abstract

Marco Baliani is the director of Aeschylus' Seven against Thebes, staged at the Greek Theatre of Syracuse this year. His interpretation parts from the original mainly in the dramatic role of the chorus. The purpose of this review is to analyze Baliani's dramatic reading of the play, focusing on the artistic and political aim of his “deconstruction” of the Greek chorus.

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