"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

37 | novembre 2004

titolo

Musica classicistica. Il “rinascimento” di Hasse

Recensione di: Raffaele Mellace, Johann Adolf Hasse, L’Epos, Palermo 2004 

Giacomo Dalla Pietà

A coronamento delle sue ricerche, Raffaele Mellace propone la sua monografia su Johann Adolph Hasse (1699-1783), colmando così una lacuna che si avvertiva da tempo negli studi musicologici. Il libro descrive nella prima parte le tappe della carriera di Hasse che, dopo gli studi nella nativa Amburgo, si trasferisce a Napoli (1721), quindi a Venezia (1730), divenendo nei decenni successivi, a livello europeo, il più rappresentativo e acclamato compositore nel genere tipicamente italiano dei “drammi per musica”, portati a piena dignità letteraria dal contemporaneo Pietro Metastasio. Dopo aver composto per le principali città italiane e per le italianizzate corti dell’Europa del Nord (Dresda, Berlino, Varsavia), il compositore si trasferisce a Vienna (1763) al servizio della corte asburgica dove ha modo di collaborare direttamente col Metastasio, di cui intona per primo gli ultimi “drammi”: Il trionfo di Clelia (1762), Romolo ed Ersilia (1765), Ruggiero (1771), che, nella loro decorosissima veste poetica, offrono, come molta parte del teatro metastasiano, idealizzate immagini della vita di corte, per la quale nascevano. Trascorre gli ultimi anni di vita a Venezia.

Nella quattro parti successive, ognuna delle quali è dedicata a un genere specifico (teatro, cantata, musica sacra, musica strumentale) Mellace analizza più specificamente, portando un buon numero di esempi, le caratteristiche della musica di Hasse, e sottolinea l’influenza che essa esercitò sulle generazioni successive di compositori, primo fra tutti Mozart.

Noi oggi possiamo apprezzare Hasse, di cui si sta verificando, dopo lungo oblio, la riscoperta grazie a edizioni critiche delle partiture, esecuzioni e registrazioni, soprattutto per la raffinatezza e l’eleganza del suo stile musicale. Elemento centrale nelle partiture operistiche hassiane e settecentesche in genere è l’aria, che nella sua veste letteraria consta di due strofette di versi variamente rimati, ma che nell’intonazione musicale è soggetta a notevole dilatazione in modo da risultare un pezzo generalmente ben definito e chiuso in se stesso, nel quale la voce umana ha assoluta preminenza rispetto all’orchestra. Le arie, momento di sospensione dell’azione, sono inframmezzate da recitativi, ai quali, su un tipo di canto che tende ad essere stereotipato e sostenuto da pochi accordi, è affidato il procedere dell’azione. Attraverso le arie il compositore è chiamato a realizzare una variata ed equilibrata gradazione di “affetti”, suddivisi tra i vari personaggi, alla quale è affidato il successo del dramma.

Con grande acutezza Mellace sottolinea che la musica di Hasse non va valutata necessariamente in base al criterio romantico, tuttora vigente, dell’originalità dell’invenzione. Nelle sue arie il compositore obbedisce piuttosto al nobile criterio classicistico di variazione continua di un codice estetico-musicale che si mantiene tale (anche se nell’orchestrazione, nella forma musicale ecc. si avverte evoluzione e aggiornamento) per tutta la cinquantennale carriera. Determinati “affetti”, cioè “rappresentazioni oggettivate di disposizioni d’animo universali”, vengono coerentemente incasellati in determinati schemi compositivi, variati più o meno inaspettatamente e sapientemente. In questa elegante coerenza sta il fascino della musica di Hasse. Alla luce di queste considerazioni si può anche capire meglio perché alla sua epoca il musicista venisse costantemente paragonato all’arte rinascimentale, in cui il principio classicistico di imitazione e variazione rispetto a un codice estetico ben definito viene di continuo applicato.

Questa concezione classicistica può essere pienamente compresa tenendo anche conto delle idee estetico-musicali di Pietro Metastasio che fu legato da profonda amicizia e identità di vedute col musicista. È significativo che nel suo epistolario il poeta, riferendosi positivamente alla musica scritta da altri per i suoi melodrammi, dica che essa li “orna”. Concepire la musica come “ornamento” del testo significa pensare che essa non deve sopraffarlo, ma sovrapporsi ad esso, assecondarlo elegantemente, senza perdersi in eccessi interpretativi.

È chiaro che questa concezione ha i suoi limiti. Metastasio, che, come si legge nel suo epistolario e nel senile Estratto della poetica d’Aristotile e osservazioni sulla medesima, ravvisava nel melodramma del suo tempo nientemeno che la versione aggiornata della tragedia greca, era in realtà molto lontano da essa, al punto da dichiarare con candore la propria incapacità, non dico di risolvere, ma di affrontare il problema della catarsi. Così, anche la musica di Hasse non è certo “tragica”, mantenendosi sempre in un ambito di aristocratica compostezza; forse è questa la ragione per cui fu presto dimenticata rispetto a quella di Gluck, Mozart, ecc., che pure le devono molto (Mozart da giovane si augurava di diventare immortale come Hasse). E tuttavia, anche proprio per questo carattere ormai estraneo al nostro modo di sentire, ma non per questo privo di fascino, merita di essere riscoperta ed ascoltata.

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