"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

102 | dicembre 2012

9788898260478

titolo

Mese di Agosto - Vergine

Marco Bertozzi

>Mese per mese

Gherardo di Andrea Fiorini da Vicenza (?), I due registri superiori del mese di Settembre

Fascia superiore

Tutela di Demetra (Cerere). La divinità infera tiene in mano un mazzo di spighe e il suo carro è trainato da due dragoni verdi, alati, che vomitano fiamme. In alto, a destra, simili dragoni trascinano il carro di Ade (Plutone) che rapisce Persefone (Proserpina), figlia di Demetra (Cerere). A sinistra del ratto di Proserpina, si vedono alcune dame, nel ruolo di 'figlie' di Cerere; in basso, altri 'figli' della dea: contadini che scaricano grano da un carro, mentre lo fanno entrare sotto una specie di tettoia, e un gruppo di mercanti che, presumibilmente, si occupano del commercio di grano. Sulla scena, a destra, sono raffigurati alcuni contadini che arano e seminano; nella parte sottostante, si vede un contadino che guida un paio di buoi verso la stalla. Le attività agricole e il paesaggio, che già inclina ai colori autunnali, sono in perfetta sintonia con la divinità tutelare e la relativa mitografia infera.

Fascia mediana – I tre decani accompagnati dal segno zodiacale della vergine

I tre decani con il segno zodiacale della Vergine

Primo decano della Vergine

Primo decano (Vergine I)

Una giovane donna (Proserpina) di piacevole aspetto, dai capelli color grano; esibisce un mazzo di spighe con la destra (attributo della madre, Cerere, che trionfa sulla fascia superiore di questo scomparto). La “virgo infera” è avvolta da un ampio mantello, che ne lascia scoperto il petto; con la sinistra regge una melagrana dai chicchi sanguigni, classico cibo dei morti che allude al sotterraneo regno di Plutone.

La descrizione trova corrispondenza nella sfera persiana e in quella indiana di Albumasar. La melagrana, invece, è attestata da Picatrix (Bertozzi 1999, pp. 61-62; Jaffé [1932] 1999, p. 119). Questa immagine si deve considerare una rappresentazione, parziale, della costellazione della Vergine, nelle cui mani brillano le stelle di Spica e Vindemiatrix (Bertozzi 1999, p. 62).

Secondo decano della Vergine

Secondo decano (Vergine II)

Un uomo seduto, di pelle scura, baffi, barba a doppia punta e copricapo orientale. Sostiene con la destra una tavoletta, in cui sono visibili alcuni numeri, e impugna con la sinistra uno stilo. Indossa un ampio vestito, con panni svolazzanti, che gli lascia scoperta la mano sinistra.

La figura orientaleggiante e gli attributi ricordano Nabu, la divinità babilonese corrispondente a Hermes (Mercurio), che impugna lo stilo della tavola del destino.

Nella sfera indiana di Albumasar, si descrive un “vir niger” irsuto e intento a eseguire calcoli. La ricostruzione dell’origine stellare è assai complicata: “irsuto” è termine che si adatta a Boote, guardiano della costellazione dell’Orsa, di cui Arturo è la stella più luminosa. Lo stilo ha preso il posto della frusta o del bastone, attributi necessari alla funzione di custode dell’Orsa. Stilo e computo alludono a buone capacità amministrative: qualità che Manilio assegna proprio ai nati sotto l’influsso di Arturo (Bertozzi 1999, pp. 63-64).

Terzo decano della Vergine

Terzo decano (Vergine III)

Una donna anziana, che indossa un abito monacale; è inginocchiata, raccolta in preghiera.

Albumasar afferma, nella sfera indiana, che ella intende recarsi a visitare un tempio (Bertozzi 1999, pp. 65-66; Jaffé [1932] 1999, p. 119). Un’attenta esegesi della tradizione testuale ci porta a identificare questa figura con un’antica rappresentazione della dea egizia Iside, a cui è qui attribuita (come regina del cielo) la parte finale della Vergine. Secondo la medicina astrologica araba, la scarsa luminosità delle stelle, in fondo al lungo vestito della Vergine celeste, era un sintomo di infermità: la postura della donna, che è inginocchiata, si riferisce alla difficoltà di camminare. Gli astrologi arabi chiamavano “la coperta” questo ammasso stellare, perché la luminosità ne risultava offuscata (Bertozzi 1999, p. 65). La fragilità dei nati in questo decano si ritrova nella corrispondente silografia dell’Astrolabium planum, dov’è raffigurato un uomo anziano, coperto da un lungo mantello, che si appoggia con forza ad un bastone (Bertozzi 1999, p. 63, fig. 13).

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