"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

105 | aprile 2013

9788898260508

titolo

Ercole da Ferrara e il suo doppio

Ricostruzione di un'identità

Michela Santoro

English abstract
Premessa: la querelle

Erculis de Rubertis alias de Grandis…” da questa duplice identità menzionata in alcuni atti notarili del terzo decennio del XVI secolo è nata la querelle, la disputa storiografica che vede schierati da un lato Adolfo Venturi, sostenitore dell’esistenza di due distinte personalità artistiche: Ercole de’ Roberti, morto nel 1496, ed Ercole Grandi, morto nel 1531 o al massimo nel 1535 (Venturi 1888; 1889). Dall’altro lato vi è invece Giacomo Bargellesi, che riconduce i due nominativi – sulla scorta anche di Francesco Filippini (Filippini 1917) – a un’unica individualità operante a Ferrara nella seconda metà del Quattrocento (Bargellesi 1934).

Il Venturi è categorico: “Confuso fino a poco tempo fa con Ercole Grandi, solo ora mostra i suoi tratti caratteristici disegnati con sicurezza e distinti da quelli del suo conterraneo. Mentre questi è attirato dalle geniali, dolci idealità del Cinquecento, quegli proclama le semplici rudi e popolari verità del Quattrocento”. Nel suo intento di distinguere le due personalità artistiche, egli non si basa esclusivamente sulla documentazione disponibile, ma sottolinea la loro diversità di pennello, corrispondente al divario stilistico che intercorre tra due generazioni quale la ferrarese del secondo Quattrocento e quella del primo Cinquecento.

Dopo la pubblicazione dei documenti tratti dagli Archivi di Ferrara e Modena ad opera del Cittadella prima (Cittadella 1868) e del Venturi poi, si andava consolidando la tesi dell’esistenza di due Ercoli pittori ferraresi. Il Filippini è stato il primo a levarsi contro questa versione, sostenendo l’esistenza di un solo Ercole da Ferrara e precisamente Ercole Roberti Grandi, morto nel 1496. Le sue argomentazioni, “solidamente fondate” come dice il Bargellesi, sono passate inosservate o non troppo convincenti e la distinzione di due Ercoli ha continuato ad essere seguita universalmente, si pensi allo studio di Carlo Gamba (Gamba 1933).

Appena un anno dopo, il Bargellesi incrina tali convinzioni e scrive: “La coincidenza delle epoche di presenza a Ferrara di Ercole Grandi, quando è salariato della corte estense Ercole Roberti, e i documenti nei quali l’ultimo è detto Roberti ‘alias de Grandis’ sarebbero stati sufficienti a persuadere che con le varie denominazioni Maestro Ercole, o Ercole Grandi, o Ercole Roberti i segretari estensi dovevano intendere sempre la stessa persona. E’ ammissibile che, trattandosi di due persone distinte e presenti nello stesso tempo, i segretari avessero adottato così di frequente una denominazione imprecisa atta a dar luogo, inevitabilmente, ad incertezze e confusioni?”

I quesiti attorno ai quali ruota la controversia sono, pertanto, i seguenti: il de’ Roberti ed il Grandi sono o non sono la stessa persona? In caso affermativo, c’è forse un altro, non meglio identificato, Maestro Ercole? Oppure no? Una ricostruzione d’identità, dunque, piena di interrogativi.

Le fonti storiografiche

Di seguito, con riferimento alla documentazione d’archivio e bibliografica, si traccia un prospetto, in ordine cronologico, delle citazioni storiografiche relative al Nostro Ercole.

La prima datazione, relativa ad Ercole de’ Roberti, risale al 3 febbraio 1479, quando l’artista, unitamente al fratello Polidoro, stringe società a Ferrara con l’orafo Giovanni di Girolamo di Piacenza che deve fornire loro foglie d’oro e d’argento, necessarie all’attività pittorica, in cambio di metà bottega ed attrezzi. Ercole è detto figlio di Maestro Antonio. A riportare il rogito con quella data è il ferrarese Luigi Napoleone Cittadella che lo identifica: M. Hercules filius q. Mag. Antonii de Robertis, pictor, civis Ferrarie de contracta S. Crucis” (Cittadella 1868, 583).

Oltre ad Ercole e Polidoro, c’è un terzo fratello de’ Roberti, Pompeo, il quale appare menzionato in più di un documento, conservati all'Archivio di Stato di Modena: il Memoriale, 1487-1507, LLL al c. 6, il 6 febbraio 1487 parla di “Hercule Pompeio et Polidoro fratelli di Ruberti depincturi”, mentre il nome si trova anche in Zornale de Intra et Ussita, 1488-1493 al c. 61; Memoriale, 1494-1512 al c. 181 e c. 160 (Venturi 1889). In un documento del 31 luglio 1496, cioè successivo alla morte di Ercole de’ Roberti, si fa riferimento a debiti nel conto di “olim M° Hercules depintore”, vale a dire il fu Ercole pittore, e di suo fratello Pompeo, Memoriale della Camara, u.u.u. al c. 102 (Venturi 1889).

La fortuna critica di Ercole da Ferrara è precoce. E’ ancora in vita quando Giovanni Santi, il padre di Raffaello, lo menziona nella sua Cronica Rimata datata tra il 1482 ed il 1490 che poetando scrive: “Hor lassando de Etruria el bel paese / Antonel de Cecilia huom tanto chiaro / Giovanbellin che sue lode en distese / Gentil suo fratre e Cosmo cum lui al paro / Hercule ancora e molti c’hor trapasso / Non lassando Melozo a me sì caro / Che in prospettiva ha steso tanto el passo” (Santi 1985, 674).

Altri cenni si ritrovano nella Hanthropologia di Raffaello Maffei da Volterra, detto Maffeus Volaterranus (Volaterranus 1506); nel Viridario, poema del bolognese Giovanni Filoteo Achillini ove si parla, per la prima volta, di “doppio Ercole” (Achillini 1513); nella Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti ove, nell’elenco dei pittori della città di Bologna è citato: “Ercole, le cui opere veggonsi nella cappella di Garganelli nella chiesa di S. Pietro” (Alberti 1550, 300). E Pietro Lamo, nella seconda metà del Cinquecento, riporta il lusinghiero giudizio espresso da Michelangelo nel 1494, dinanzi agli affreschi bolognesi della cappella Garganelli in S. Pietro, dal Buonarroti definiti: “mezza Roma di bontà” (Lamo 1844, 30).

Figura 1 - Giorgio Vasari, Ercole Ferrarese Pittore (da Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, architetti)

Ma è Giorgio Vasari (Vasari [1563] 1991, 451-453) che si dilunga nel tracciare un ritratto storico e artistico di Ercole da Ferrara, anche se il giudizio dell’aretino è viziato da una conoscenza sommaria e toscano-centrica dell’arte ferrarese. Bisogna comunque riconoscere con il Venturi che il Vasari, nel descrivere le opere di Ercole, adopera “i migliori colori della sua tavolozza” (Venturi 1889, 341). Ecco, ad esempio, come l’aretino descrive i perduti dipinti della cappella Garganelli: “vi è benissimo espresso il tumulto dei Giudei…tra essi è una diversità di teste meravigliose, nel che si vede che Ercole con grandissimo studio cercò di farle tanto differenti l’una dall’altra che non si somigliassimo in cosa alcuna; sonovi anche alcune figure che scoppiando di dolore nel pianto, assai dimostrano quanto egli cercasse di imitare il vero” (Vasari [1563] 1991, 452). Egli ricerca nel pittore ferrarese quei tratti di naturalismo e perizia nel disegno indispensabili a conferirgli dignità artistica.

E’ però altresì evidente come, nelle sue Vite, egli non abbia messo ben a fuoco gli artisti Estensi: Cosmè Tura è nominato fugacemente, in appendice alla biografia di Galasso Galassi e solo nella prima edizione; la maniera della scuola di Ferrara viene definita “secca e tagliente” (Vasari [1563] 1991, 448); confonde Francesco del Cossa con Lorenzo Costa quando dichiara quest’ultimo essere stato maestro di Ercole. Se Francesco del Cossa muore nel 1478 e Lorenzo Costa nasce nel 1460, dovette essere il primo, per ovvie ragioni anagrafiche, il maestro di Ercole, essendo quest’ultimo nato attorno al 1451-1456.

Amante dell’aneddoto e dell’episodio di colore, Vasari riconosce ad Ercole “miglior disegno che il Costa” (ma è presumibile che egli intendesse il Cossa) e “grandissima intelligenza”; ma non indugia ad informarci che “piaceva ad Ercole il vino straordinariamente, perché spesso inebriandosi fu cagione di accortarsi la vita, la quale avendo condotta senza alcun male insino agli anni quaranta, gli cadde un giorno la gocciola, di maniera che in poco tempo gli tolse la vita” (Vasari [1563] 1991, 453). Espressione gergale questa “gli cadde un giorno la gocciola” per significare che morì d’un colpo apoplettico.

Dalla lettura delle Vite si conclude che: il Vasari conosce un solo Ercole; lo colloca nella seconda metà del Quattrocento e lo vuole morto a quarant’anni; confonde Lorenzo Costa con Francesco del Cossa quale maestro del Nostro. Il Costa, per quanti sposano la tesi del Venturi, cioè del doppio Ercole, potrebbe allora essere cronologicamente compatibile come maestro dell’eventuale seconda personalità artistica, distinta dalla prima, la cui attività andrebbe, invece, ad interessare il primo trentennio del Cinquecento, giacché muore nel 1531/35.

Nell’Apparato degli uomini illustri della città di Ferrara (1620) di Agostino Superbi si fa menzione di un solo Ercole della famiglia Grandi (Superbi 1620). Nei primi decenni del Seicento, dunque, è già avvenuta la confusione (se di confusione si tratta) o l’assimilazione dei cognomi de’ Roberti e Grandi per il pittore già noto come Ercole da Ferrara.

Nel 1641 Giovanni Antonio Bumaldo, pseudonimo del bolognese Ovidio Montalbani, nomina invece due Ercoli, pur senza darne il cognome, ma fornisce così al Venturi il destro per avvalorare la propria tesi sull’esistenza del doppio Ercole. Si riporta di seguito l’intero passo da cui risulta come il Bumaldo faccia anche riferimento agli scrittori cinquecenteschi Achillini e Alberti: “1470. Hercules unus, et alter pictores ambo bononienses Cives in arte admirandi, cum a duriori antiquitate non parum recesserint delicata effigiabant corpora, non agrestia, durave, veluti Iapheto Sata, unde Achillinus in Viridiario: il doppio Ercole e seguon più gentili; videatur Leander Alb. in Descr. ital. pag. 186 et an Hercules dictus communiter de Ferraria fuerit unus ex istis duobus, nec ne, de qua re valde ambiguo” (Bumaldo 1641). Le parole del Bumaldo furono riproposte da Carlo Cesare Malvasia in Felsina Pittrice. Vite dei pittori bolognesi (Malvasia 1678); ma gli storici ferraresi non presero sul serio questa ricostruzione che, mettendo in dubbio l’origine estense dell’artista, rischiava di defraudarli della loro gloria municipale. Infatti qui si parla di due Ercoli entrambi da Bologna (“ambo bononienses”). Ma se il Nostro è notoriamente ferrarese, cioè: se Ercole da Ferrara è Ercole de’ Roberti chi è quell’altro Ercole felsineo? Forse il Grandi? Ma se anche il Grandi è ferrarese, chi altri ancora?

Nel primo Settecento a soffermarsi criticamente sulla figura di Ercole Grandi (ormai va consolidandosi quest’uso onomastico) è Girolamo Baruffaldi che nelle sue Vite de’ Pittori e Scultori ferraresi chiama Ercole da Ferrara Ercole Grandi e innesca i primi dubbi biografici sul Nostro (Baruffaldi 1844). Infatti, trascrivendo la lapide tombale di Ercole Grandi situata nella chiesa di S. Domenico a Ferrara, fra la seconda e la terza stesura manoscritta delle Vite, manipola e adatta l’iscrizione, perché qualcosa nella datazione comincia a non quadrare.

Nella prima trascrizione, quella del 1702, si legge: “Sepulcrum egregii Herculis Grandis pictoris de Ferraria qui obiit de mense Julio quadragenarius anno MDXXXV cuius anima requiescat in pace. Laurentia Manarda uxor fedelissima et Julius obsequentiss. Cum lacrymis PP.CC. eodem anno”.

Nella stesura del 1722 il testo è così emendato: “Sepulcrum egregii viri Herculis Grandis pictoris de Ferraria qui obiit de mense Julio MCCCCCXXXI Hercules heu quantum doluerunt morte colores en tibi pro rubro pallor in ore iacet”.

Dal raffronto emerge che: è scomparsa l’età (quadragenarius = quarantenne); l’anno MDXXXV (1535) è stato rettificato in MCCCCCXXXI (1531); la dedica da parte della vedova Lorenza Manarda e del figlio Giulio è stata sostituita da un distico.

Le considerazioni che scaturiscono sono le seguenti: il Baruffaldi omette il quadragenarius in quanto Ercole (sia che si trattasse del Grandi, sia – a maggior ragione – del de’ Roberti) non poteva avere quarant’anni nel 1531 (tanto meno nel 1535); la rettifica della data può essere spiegata con la difficoltà di lettura dell’iscrizione stessa, dovuta allo stato conservativo della lapide; la vedova indicata come Lorenza Manarda non è compatibile con la vedova di Ercole de’ Roberti che è Lucia de’ Fanti figlia di Alberto de’ Fanti. Nell’atto del 10 maggio 1514, notar Nicola Lavezzoli in Ferrara (Cittadella 1868, 124), si parla della vedova Lucia de Fanti, “uxor quondam magistri Herculis de Robertis pictoris civis Ferraris”. Ercole de’ Roberti è detto “quondam” (cioè “fu”), perché deceduto già molto tempo prima, certamente prima del luglio 1496, quando ai giorni 1 e 31 sono registrate forniture e debiti nel conto di “olim M° Hercole di Ruberti (Venturi 1889). La lapide di Roberto Grandi a S. Domenico – sia essa del 1531 o del 1535 – identifica un altro individuo.

A proposito del Baruffaldi (1675-1755) si consideri che le sue stesure manoscritte sono del 1697, del 1702 e del 1722, ma che l’opera sarà data alle stampe in due edizioni del 1844 e del 1846.

All’incirca nello stesso scorcio di fine Seicento, l’erudito toscano Filippo Baldinucci (1625-1697) si dedica alla redazione di Notizie de’ Professori di disegno da Cimabue in qua, lavoro poderoso in sei volumi pubblicato a Firenze a partire dal 1681 e completato postumo nel 1728. Baldinucci parla del ferrarese Ercole Grandi come figlio di Giulio Cesare, lo fa nascere nel 1491 e racconta che, rimasto orfano, andò a bottega da Lorenzo Costa. Ma, soprattutto, riporta il seguente epitaffio funebre: “Sepulcrum egregii Herculis Grandis pictoris de Ferraria qui obiit de mense Julio quadragenarius anno MCCCCCXXXI cuius anima requiescat in pace Laurentia Manarda uxor fedelissima et Julius obsequentiss. cum lacrimi PP.CC. eodem anno. Hercules heu quantum doluerunt morte colores en tibi pro rubro pallor in ore iacet” (Baldinucci 1812, 16).

La trascrizione è aderentissima alla prima versione del Baruffaldi, compresa la citazione del quadragenarius e la parte relativa alla moglie Lorenza e al figlio Giulio. Mentre il distico finale e la data indicata in 1531 sono come nella seconda versione del Baruffaldi del 1722. Baldinucci e Baruffaldi, per vie traverse ma convergenti, magari per consultazione di una testimonianza comune o per visione diretta della tomba stessa, sono tra loro congrui.

Se Ercole Grandi fosse morto nel 1535, come riportato nella prima versione del Baruffaldi, verrebbe allora ad avere senso la scritta apocrifa “E. GRANDI MDXXXIIII” apposta sulla Deposizione già Blumensthil a Roma. Si tratta di una tavola, integrata con il nome dell’autore e con la data del 1534, in epoca imprecisata ma antecedente al 1782, in occasione di un passaggio di proprietà. Colui che ha aggiunto la scritta aveva dunque nozione (magari sulla scorta del primo Baruffaldi e del Baldinucci) che Ercole Grandi era morto nel 1535, cioè un anno dopo la data indicata sul quadro e non, ovviamente, nel 1531.

La paternità della tavola Blumensthil – ritenuta autentica, cioè di mano di Ercole, tanto dal Venturi (che nel 1889 vi riconosce i tratti distintivi del Maestro ferrarese) quanto nel catalogo di Rosemarie Molajoli (Molajoli 1974) e da Monica Molteni (Molteni 1995) – è stata messa in discussione nel 1990 da Andrea Bacchi (Bacchi 1990) il quale attribuisce la Deposizione al parmense Giovanni Francesco de’ Maineri (1460-1535). La Molteni suggerisce, in via compromissoria, che essa sia stata cominciata da Ercole e completata dal Maineri. Anche lo statunitense Joseph Paul Manca propende per una copia da Ercole de’ Roberti da parte del Maineri (Manca 1992). La tavola si trovava originariamente nella chiesa di S. Domenico, a Ferrara ed il Bargellesi (Bargellesi 1934), rimandando al Guarini (Guarini 1621, 89 e 139), è convinto che si tratti di una replica, in sostituzione dell’originale, e che la scritta sia un aggiunta dal copista. Nel 1782 era presso gli eredi Favalli, quindi in possesso di Cesare Cittadella che la cita come originale. Passata nella collezione Testa e da qui a Roma, acquistata nel 1814 dal conte Nicola Zeloni, finisce nella raccolta Blumenstihl. Oggi è catalogata in una collezione privata nella Capitale (Lipani 2010, 263 e 272).

Se Ercole Grandi fosse morto quarantenne nel 1531 o, al massimo, nel 1535, la sua data di nascita oscillerebbe tra il 1491 ed il 1495. Ma ciò è smentito dall’esistenza di un documento del 1489 che vuole Ercole Grandi, al 24 dicembre, salariato degli Estensi e altri del 1495 ove, al 27 marzo e al 3 agosto, è detto debitore di stoffe ricevute (Venturi 1888).

Se Ercole Grandi è morto nel 1531 o, al massimo, nel 1535 ed è persona diversa dal de’ Roberti, non può essere morto quadragenarius cioè quarantenne, perché nel 1489 è in elenco come “M° Erchules de Grandi depintore”. Questa potrebbe essere la ragione che ha indotto il Baruffaldi a depurare la sua seconda trascrizione della scritta funeraria dal termine quadragenarius.

In alternativa: se l’Ercole Grandi della lapide in S. Domenico è veramente morto quarantenne nel 1531/1535 (e quindi nato nel 1491/95, l’Ercole Grandi menzionato nel giornale delle uscite del 1489 è un altro. Forse quell’Ercole de’ Roberti che nell’atto Lavezzoli del 1530 è detto “alias Grandi”? Parebbe che si stiano delineando i presupposti per un primo Ercole ferrarese: quell’Ercole de’ Roberti figlio di Antonio, sposato con Lucia de’ Fanti, padre di Girolamo (Bargellesi 1934), detto – ma solo post mortem – “alias de’ Grandi” dal cognome materno, apprendista a palazzo Schifanoia, vissuto tra il 1451/56 e il 1496. Il secondo Ercole potrebbe allora essere quell’Ercole Grandi, figlio di Giulio Cesare, sposato con Lorenza Manarda e padre di Giulio, morto nel 1531/35, improbabilmente quarantenne se è vero che il Venturi lo documenta sin dal 1489 a salario dagli Estensi. Tant’è che il Baruffaldi, accortosi dell’incongruenza, fa sparire il quadragenarius dalla trascrizione del suo epitaffio. Potrebbe essere morto sessantenne.

Proseguiamo nella successione cronologica della bibliografia inerente il Nostro.

Nel 1753 Pellegrino Antonio Orlandi lo cita come Ercole da Ferrara di casa Grandi, lo dice discepolo del Costa (seguendo quindi il Vasari, da cui attinge i cenni biografici) ma lo fa morire quarantenne (arbitrariamente e forse per un refuso) nel 1480, senza altro supporto documentario (Orlandi 1753).

Nel 1770 Cesare Barotti comincia a considerare l’ipotesi che più di un Ercole da Ferrara dovesse essere vissuto, perché le datazioni relative ad Ercole de’ Roberti e ad Ercole Grandi sono discordanti, soprattutto con il dato che lo vuole morto all’età di quarant’anni (Barotti 1770).

Nel 1782 l’abate Cesare Cittadella scrive che Ercole Grandi nasce nel 1491 a Ferrara e là muore nel 1532 circa, a quaranta anni. Accorgendosi di alcune incongruenze nella cronologia delle fonti, suppone l’esistenza di un altro Ercole da Ferrara. Altrimenti, anziché quarantenne, il pittore sarebbe morto ottuagenario. E potrebbe essere, dunque, quello vasariano (Cittadella C. 1782). Nel tomo II cita un Ercole figlio di Antonio Roberti, della contrada di S. Croce.

Nel 1804 Luigi Ughi, che cita come fonte l’abate Cittadella, continua a chiamarlo Ercole Grandi, lo colloca nella scuola di Bologna, dicendolo allievo del Costa, lo fa morire a Ferrara nel 1532 (Ughi 1804).

Del 1812 è la ristampa milanese in 14 volumi di Filippo Baldinucci precedentemente menzionato, quelle Notizie de’ professori di disegno ove, nel vol. III a 16, elenca Ercole Grandi come nato nel 1491, figlio di Giulio Cesare, sposato a Lorenza Manarda e padre di Giulio. Ne riporta la lapide tombale in latino già detta.

Stefano Ticozzi nel 1818 lo chiama pedissequamente Ercole Grandi, nato a Ferrara nel 1491, allievo del Costa, morto nel 1531 e altrettanto apprendiamo da Filippo Boni (Ticozzi 1818).

Nell’edizione fiorentina del 1832-1838 delle Opere di Giorgio Vasari, a cura di Giovanni Maselli, nella Vita di Ercole è riportata in nota l’iscrizione lapidaria “Sepulcrum egregii Herculis Grandis pictoris de Ferraria qui obiit de mense Julio quadragenarius anno MCCCCCXXXI cuius anima requiescat in pace Laurentia Manarda uxor fidelissima et Julius obsequentiss. Cum lacrymis PP.CC. eodem anno. Hercules heu quantum doluerunt morte colores en tibi pro rubro pallor in ore iacet”. E’ detta essere tratta dal Baruffaldi, ma in realtà si tratta di un adattamento delle sue due differenti versioni e di fatto corrisponde a quella del Baldinucci (Maselli 1832-38, 355-357).

Del 1844 è la pubblicazione delle citate Vite di Girolamo Baruffaldi manoscritte tra il 1697 e il 1722.

Nel 1868 Luigi Napoleone Cittadella facendo proprie le perplessità del Barotti, parla di due Ercoli ferraresi: Ercole Roberti figlio di Antonio detto anche Grandi (che risulta morto in un rogito del notaio Caprili del 1513), padre di Girolamo e fratello di Polidoro; ed Ercole Grandi figlio di Giulio Cesare e padre di Giulio. Qui trascrive anche uno stralcio del rogito Lavezzoli del 21 gennaio 1530: “Cum aliis Ser Polidorus de Rubertis, alias de Grandis, civis et mercator lignorum ab igne, de contracta S. Romani….vendidit Augustino Mazzocchi de Perusia…Id circo prudens vir M. Hieronymus filius quondam Magistri Erculis de Rubertis alias de Grandis, pictor et civis Ferrariae de contracta Sancti Romani, et nepos ethaeres dicti Polidori” (Cittadella 1868, 588-589).

Nel 1889 a dare una svolta, è Adolfo Venturi il quale riesce a scindere, in successione temporale, le due figure: Ercole de’ Roberti ed Ercole Grandi, avvalendosi del supporto biografico e d’archivio. Egli osserva che in un solo documento, un atto notarile del 1530, il de’ Roberti (che personalmente si firma soltanto Ercole de’ Robertis), è detto “alias de Grandis”. L’autorevolezza dell’Accedemico ha fatto sì che questa posizione fosse data per indiscutibile da buona parte della critica del primo Novecento. E l’esistenza del doppio Ercole è accettata sia in occasione della grande mostra sulla pittura ferrarese tenuta nella città Estense nel 1933, sia da storici d’arte di rilievo quali, tra gli altri, Mario Salmi.

La controversia

Nel 1917 il primo a mettere in dubbio la tesi del Venturi è Francesco Filippini il quale insiste sul documento notarile del 1530, il rogito notar Lavezzoli del 21 gennaio, ove il figlio Girolamo è detto “Hieronimus filius quondam Erchulis de Robertis, alias de Grandis pictor”. Come si è detto, il documento era noto al Venturi ma da questi minimizzato.

Giacomo Bargellesi nel 1934 pubblica sulla “Rivista di Ferrara” l’articolo monografico su Ercole e produce tutta la documentazione d’archivio che ha potuto raccogliere sul tema, concludendo con una posizione antitetica a quella di Adolfo Venturi. Per il Bargellesi Ercole de’ Roberti ed Ercole Grandi sono la stessa persona (Bargellesi 1934), facendo propria l’ipotesi di Francesco Filippini di un Ercole da Bologna operante in Ferrara dal 29 agosto al 10 ottobre 1506. A supporto di questa tesi, Bargellesi ha pubblicato una serie di registrazioni esistenti nei documenti di casa d’Este del periodo in questione, in cui è esplicitamente nominato un “M° Ercole da Bologna depintore”. Lo studioso si sofferma, in particolare, sulle annotazioni dei pagamenti per i lavori per la duchessa Lucrezia Borgia che vanno dall’11 luglio a fine agosto 1506, cioè in un periodo immediatamente precedente quello degli altri lavori cui fanno riferimento i documenti citati anche dal Venturi (29 agosto-10 ottobre 1506). Bargellesi ha osservato che il genere di lavori è il medesimo e si tratta di semplici operazioni di doratura o decorazione. I compensi registrati sono relativamente modesti, adatti per artigiani di classe inferiore, di 3 lire marchesine al mese; quando ad artisti come Ercole de’ Roberti ne erano state assegnate 20. Infine, tanto nei documenti citati dal Venturi, quanto in quelli riportati dal Bargellesi, si trova a lavorare insieme a questo M° Ercole un tal M° Lodovico. In conclusione, per il Bargellesi i documenti relativi al periodo 1506/1507 non sono riferibili ad Ercole Grandi.

Roberto Longhi, già dal 1934, condivide la posizione del Bargellesi ed è categorico nell’affermare: “Grandi, in quanto distinto da Ercole de’ Roberti non è mai esistito” (Longhi 1934, 57). E in una nota egli aggiunge: “La storia di questo mito è ricapitolata fino al 1897 nelle pagine di Gruyer de L’Art Ferraris à l’époque des princes d’Este (Gruyer 1897); la più recente nella Storia del Venturi (Venturi 1914) dove è il noto tentativo di accreditare al Roberti stesso parte dello sconnesso gruppo, lasciando al presunto Grandi soltanto alcuni pezzi minori. Vedi inoltre il capitale articolo del Filippini, Ercole da Ferrara ed Ercole da Bologna (Filippini 1917) e i già citati recentissimi articoli del Gamba (Gamba 1922) e dello stesso Filippini (Filippini 1933)” (Longhi 1934, 106, n. 110).

Negli anni successivi, la critica si è orientata verso quest’ultima posizione, da Sergio Ortolani (Ortolani 1941) ad Eberhard Ruhmer (Ruhmer 1963) e Lionello Puppi che, sulla scorta del Bargellesi e del suo compendio documentario, identificano Ercole de’ Roberti ed Ercole Grandi in un’unica personalità artistica ferrarese, figlio di Antonio de’ Roberti, alias Grandi dal cognome materno (Puppi 1966).

Dell’altro Ercole Grandi, figlio di Giulio Cesare, si rimuove l’esistenza.

L’interesse per la Scuola ferrarese in generale e per Ercole de’ Roberti in particolare, è andato crescendo nell’ultimo scorcio del secolo scorso, anche in campo internazionale, e nuove monografie vanno ad accrescere l’apparato bibliografico del Nostro. Ai già citati lavori di Joseph Manca (Manca 1986, 1992) e Monica Molteni (Molteni 1995), si aggiungano alla lista la tedesca Katja Conradi (Conradi 1997) e la britannica Denise Allen (Allen 1999).

Quando nasce Ercole da Ferrara?

Ercole de’ Roberti muore, per tradizione (dal Vasari in poi) quarantenne nel 1496. A sostegno esistono dei documenti datati 1 e 31 luglio 1496, registranti forniture e debiti intestati ad “Olim M° Hercule de Ruberti depinctore”. Poiché nel 1495 è attestato vivente, si deduce che egli sia venuto a mancare nella prima metà del 1496.

Figura 2 - Lettera autografa di Ercole de’ Roberti del 19 marzo 1491 (link all'immagine ingrandita)

“Ill.me & Ex.me Princeps dom. et dux mi etc. Perché V.ra Ex.a forsi crede che sia richo, et che habbia qualche facultà: essendo tutto lo opposito ve dico che sum povero homo, et altro non ho si non le braza, e quella pocha de virtù me ha dato Dio, cum la quale bisogna proveda al viver mio e de la mia dona e fioli, oltra che voria pur fare qualche dota ala vechieza sino che fussi apto a portar il peso: et a questo fine me sum consato cum V.ra Ex.a per servir quella et lavorar sempre come ho facto e farò fin che vivrò. Di che vi prego intendiati il facto mio et pel mio pensiero mi sucederà poi iudicare V. S. secondo il parer suo. Signor doppo che sum stato cum V. Sig. che non sono molti anni como sapeti mi avanza in camara per il resto, lire 567 m[archesine] non so se posso io che non ho couelle far quello che seria el mio desiderio et che è necessario che faci: non pigliando da voi se non quanto di zorno in zorno quasi possi vivere costumatamente: unde unico Signor mio supplico V. Ex.a quella vogli un pocho por mente al fatto mio, et considerar la facultà et capital de la mia virtù. Cum la quale è necessario che mi proveda ut supra: et chel mezo degli anni miei se ne va, et non nho altro denari: et non posso avere ni speranza de averli mi vien dato: Poi V.ra Ex.a se dignarà far provigione al facto mio, e tale che ogni pensiero affanno e fastidio lo caro in V.ra Signoria ali pedi de la quale me ricomando. 19 marcij 1491 Servitor Hercules de Robertis pictor. Ill.mo et Ex.mo duci ferr. D.no Suo sing. M° Hercule”. (Venturi 1889, 350)

In quanto morto di apoplessia quarantenne nel 1496, per sottrazione, sarebbe nato nel 1456. Questo dato coincide con una lettera autografa del 19 marzo 1491 (Venturi 1889; Molajoli 1974). E’ una richiesta di pagamento di arretrati indirizzata dal pittore – che si firma Senior Hercules de Robertis, pictor – al duca Ercole I d’Este, nella quale scrive: “el mezo degli anni miei se ne va” (perifrasi per indicare, alla maniera dantesca, un’età di circa trentacinque anni).

Se nel 1491 aveva trentacinque anni e nel 1496 quaranta, come racconta il Vasari, si risale facilmente alla nascita, avvenuta attorno al 1456.

Roberto Longhi anticipa la data di nascita al 1450 per giustificare la sua matura presenza, se non altro ventenne, come collaboratore del Cossa nel 1470 a Palazzo Schifanoia per il ciclo dei Mesi (la mano di Ercole viene riconosciuto dalla critica almeno in Settembre).

La datazione del salone di Schifanoia è tutta da dimostrare, oscillante nell’arco di dieci anni e più, stando alle discordanti opinioni dei diversi storici dell’arte che non sempre concordano sul completamento entro il 1471 in concomitanza con la morte del committente Borso d’Este.

Gli affreschi dell’intero ciclo (variamente attribuiti al Tura, al Cossa, a Baldassarre d’Este, al de’ Roberti e ad altri aiuti) sono stati eseguiti tra il 1476 ed il 1484 secondo Camillo Laderchi (Laderchi 1840); prima del 1471 secondo il conte Francesco Avventi (Avventi 1838); tra il 1471 ed il 1493 secondo Luigi Napoleone Cittadella (Cittadella 1844); tra il 1471 ed il 1483 secondo Jacob Burckhardt (Burckhardt [1855] 1952); tra il 1467 ed il 1471 secondo Fritz Harck (Harck [1884] 1886); tra il 1471 ed il 1483 secondo Karl Woermann (Woermann 1906), che si uniforma al Burckhardt; tra il 1471 ed il 1493 secondo Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle (Crowe, Cavalcaselle 1871) i quali citano in nota il dato come desunto da Cittadella.

Con i parametri anagrafici del tempo (sensibilmente differenti dai nostri), non era inconsueta la presenza di un quindicenne a bottega da un Maestro pittore, quale avrebbe potuto essere Ercole de’ Roberti a fianco di Francesco del Cossa.

Nel 1753 il bolognese Orlandi, che lo chiama Ercole da Ferrara di casa Grandi, attinge al Vasari e lo dice allievo del Costa (ma deve intendersi Cossa) e lo fa morire quarantenne nel 1480. Se non è un refuso di stampa, si tratta di una data manifestamente errata che contrasta con la cronologia del de’ Roberti. Il pittore, infatti, nel 1483 è registrato nei libri battesimali della Cattedrale di Bologna quale padrino di un figlio di Bartolomeo Garganelli, per il quale aveva lavorato nel cappella di famiglia. Del 1491 è la citata supplica ad Ercole d’Este ed è documentato vivo ancora nella prima metà del 1496.

Considerazioni

Di seguito si prendono in considerazione, separatamente, i punti di forza e quelli meno convincenti nelle argomentazioni su cui si fondano le due contrapposte tesi del Venturi (quella del doppio Ercole) e del Bargellesi (unificazione Roberti-Grandi).

Posizione di Adolfo Venturi

Sino a quando Ercole de’ Roberti è in vita, egli è chiamato o M° Ercole o M° Ercole de’ Roberti e come tale egli si firma nella lettera autografa indirizzata al duca d’Este del 1491. Non compaiono, quindi, mai affiancati i cognomi de’ Roberti e Grandi (o de Grandis) per indicare la stessa persona.

Sappiamo che Ercole de’ Roberti è morto prima del luglio 1496. Dopo tale data continua la registrazione di documenti in cui viene citato Ercole Grandi o M° Ercole.

Nel 1499 viene presentato al Giudice de’ Savi Tito Strozzi il disegno per un monumento ad Ercole I (da collocare in piazza Ariostea) per mano di “Magistri Herculis de Grandis Pictoris” (Zaccarini 1917). Il Bargellesi minimizza questo documento, giustificandolo come postumo e risalente a quando Ercole era ancora in vita. Ma allora perché chiamarlo “de Grandis” quando mai il de’ Roberti da vivo compare nei documenti citato in questo modo?

Esistono, al contrario, documenti antecedenti la morte del de’ Roberti che attestano la presenza in Ferrara di Ercole Grandi. Cioè: Ercole veniva chiamato o solo de’ Roberti o solo Grandi, mai de’ Roberti-Grandi, particolare che fa propendere per due distinte individualità.

Inoltre, dopo il 1496, anno della morte del de’ Roberti, il nome Ercole continua ad essere registrato, senza essere seguito dal cognome (cioè solo M° Ercole) in documenti del 1506 e del 1507 per lavori eseguiti negli appartamenti Estensi. Il Venturi suppone che si tratti di Ercole Grandi. Il Bargellesi, sulla scia del Filippini, propende per Ercole Banci da Bologna.

I documenti in cui il cognome de’ Roberti viene affiancato a Grandi sono del 1525, del 1527 e del 1530 e sono quelli relativi a Girolamo “filio quondam Herculis de Grandis Pictor” ovvero “filius Erculis de Rubertis alias de Grandis”. Sono atti antecedenti la data di morte sulla lapide sepolcrale di Ercole Grandi di cui ci parla il Baruffaldi (1531 o, al massimo 1535). C’è da osservare che questi sono documenti relativi al figlio Girolamo, anch’egli pittore, e solo indirettamente rapportabili al padre Ercole, già deceduto da quasi trent’anni. “Alias de Grandis” potrebbe essere servito ad identificare Girolamo (forse dal cognome del ramo materno, suppone il Bargellesi) e solo per trasposizione il padre Ercole, del quale si andavano sfumando i contorni, essendo morto tre decenni prima.

Anche perché, contemporaneamente, dovrebbe essere in vita quell’Ercole Grandi morto, stando al Baruffaldi, tra il 1531 ed il 1535.

Posizione di Giacomo Bargellesi

Si libera dell’imbarazzante presenza di Ercole Grandi, che si voleva vivo sino al 1531/35 (si veda l’iscrizione tombale in S. Domenico trascritta dal Baruffaldi) tacciando di inattendibilità il Baruffaldi stesso che, tra la prima e la seconda trascrizione, fornisce due date diverse. Bargellesi, affermando che la lastra era già andata distrutta nella prima metà del Seicento, ritiene che il Baruffaldi non avrebbe potuto accertarne l’autenticità. Eppure Baruffaldi dice di avere trascritto di sua mano il testo. La diversità fra le due versioni fornite può essere giustificata dalle perplessità sorte nel Baruffaldi il quale, servitosi inizialmente di una copia, ha voluto verificare di persona.

Da qui a voler eliminare del tutto un elemento documentario solo perché non suffragato da riscontro è soluzione decisamente drastica. Che interesse poteva avere il Baruffaldi a proporre una versione che, semmai, gli procurava dubbi e incongruenze con la tradizione vasariana dell’Ercole quarantenne? La diversa trascrizione potrebbe presupporre, semmai, una rimeditazione della stessa, sia pur emendata.

Al contrario, l’accettazione come veritiera di questa tomba in S. Domenico costituisce ostacolo alla tesi del Bargellesi di un unico Ercole de’ Roberti-Grandi. Infatti nell’iscrizione si parla di una vedova Lorenza Manarda e di un solo figlio Giulio, asse ereditario che contrasta apertamente con quello di Ercole de’ Roberti, fratello di Polidoro, la cui moglie era Lucia de’ Fanti e il cui il figlio era Girolamo. Per spianare il percorso alla propria tesi, il Bargellesi ne decreta l’inesistenza tout-court.

Nell’articolo sulla “Rivista di Ferrara”, l’autore tratta l’atto del notaio Lavezzoli del 21 gennaio 1530 ove è menzionato Girolamo figlio di Ercole de’ Roberti “alias Grandi”, scrive che Girolamo agisce anche per conto del fratello Giulio (Bargellesi 1934). Cita come fonte Cittadella (Cittadella 1868), dove in realtà di questo fratello Giulio non si fa cenno. Giulio Grandi figlio di Ercole è quello della lapide in S. Domenico del Baruffaldi e del Baldinucci.

Nella supplica al duca d’Este del 1491, Ercole de’ Roberti parla di “fioli”, cioè di prole al plurale. Bargellesi parla del figlio Girolamo che agisce per conto del fratello Giulio, senza però approfondire. Non è chiaro se abbia verificato l’atto del notaio Lavezzoli del 14 maggio 1514 (visto che la fonte citata non corrisponde) o se gli attribuisca come fratello il Giulio dell’epitaffio in S. Domenico.

Conclusioni

A ben vedere su entrambe le opposte tesi si allunga qualche ombra. Una mediazione tra le due è pero possibile. Non è peregrina l’ipotesi di un Ercole de’ Roberti detto, post mortem, anche Grandi dal cognome materno, pittore allievo del Cossa operante nella seconda metà del Quattrocento, nato tra il 1451/56 e morto quarantenne nel 1496, figlio di Antonio Roberti, fratello di Polidoro, marito di Lucia de’ Fanti e padre sicuramente di Girolamo. Potrebbe essere l’Ercole de’ Roberti Grandi su cui puntano il Filippini, il Bargellesi, il Longhi. Ad esso si affianca un omonimo, forse imparentato per parte di madre, Ercole Grandi, anch’egli pittore, stavolta credibilmente allievo di Costa come racconta il Vasari, figlio di Giulio Cesare, marito di Lorenza Manarda, padre di Giulio, morto nel 1531/35 ma non necessariamente quarantenne, al contrario nato nella seconda metà del Quattrocento. Se fosse lui quel Maestro Ercole che lavora negli appartamenti Estensi nel 1506 e 1507 di cui parla il Venturi, potrebbe essere stato giovine garzone, all’incirca quindicenne, nato dunque attorno al 1491, poco prima della morte del de’ Roberti.

Unitamente alla documentazione d’archivio e bibliografica, assumono consistenza le valutazioni di ordine critico-estetico. Le caratteristiche stilistiche rendono le opere di Cosmè Tura e del Cossa, cioè le stesse che ritroviamo in Ercole de’ Roberti e nel secondo Quattrocento, ben connotate e calate nelle atmosfere dell’esoterica Ferrara degli Estensi, fortemente riconoscibili e di gran lunga diverse dalle opere dei primi trent’anni del Cinquecento. Queste ultime, derivate dal Costa e dal Francia, trapassano dal segno tagliente e spigoloso della generazione precedente alle morbidezze e alle pastosità dei nuovi emiliani della Rinascenza.

L’artista

Ma qual è il profilo artistico del de’ Roberti? E quello del Grandi, ammesso che sia distinto dall’altro? Se tante incertezze persistono sui dati biografici ed anagrafici, è intuibile che altrettante ce ne siano nel campo delle attribuzioni.

Figura 3 - La fucina di Vulcano, Salone dei Mesi, palazzo Schifanoia, Ferrara, attribuita all’esordiente Ercole de’ Roberti.

Di Ercole de’ Roberti non sono molte le opere concordemente accertate, senza inoltrarci nelle controversie attributive da expertises. Si è già accennato alla sua collaborazione come allievo del Cossa al Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia. Era davvero giovane, forse non ancora ventenne, ma già dal piglio sicuro. Non senza qualche riserva e perplessità, si è voluto riconosce la sua mano nel riquadro di Settembre (La fucina di Vulcano e Il trionfo della Lussuria), come esordiente aiutante del Tura o del Cossa (figura 3). Una rappresentazione questa degli amori di Marte e Venere e del mese della Vergine, che è stata definita dal Longhi “la più aspra e diabolica che si conosca in tutto il secolo” e al contempo “ironica e più altamente giocata”. Come si è detto, il Longhi, in vista della maturità di invenzione e di segno, è portato ad anticipare la data di nascita di Ercole de’ Roberti al 1450 per averlo a Schifanoia almeno ventenne.

Voluto dal Duca di Ferrara, Borso d’Este, il Salone dei Mesi, assurto a manifesto ed emblema dell’umanesimo paganeggiante delle esoteriche corti italiane del Quattrocento, dopo secoli di forzato oblio, in stato di abbandono, riutilizzato come fabbrica di tabacco, dopo che i preziosi affreschi finirono sotto uno strato di intonaco a calce, di questo gioiello della Rinascenza ferrarese non v’è traccia nelle descrizioni del Seicento e del Settecento. Nel XIX secolo l’intonaco comincia a scrostarsi e lascia intravedere lo strato sottostante. Solo nel 1840, sotto la guida del pittore e restauratore bolognese Alessandro Compagnoni, le pareti vengono liberate e gli affreschi, o meglio quanto ne resta, tornano alla luce. Infatti sono integri e leggibili solo i lati settentrionale e orientale del salone. Negli altri due, le pitture sono quasi totalmente scomparse, fatte salve alcune porzioni frammentarie ed anche queste lacunose.

Un caposaldo ormai ineludibile, per una lettura più “introspettiva” di questo unicum dell’arte italiana è il saggio letto da Abi Warburg a Roma nel 1912 in occasione del X Congresso internazionale di Storia dell’Arte. Con il suo stile innovativo, basato su un percorso della memoria per associazione di immagini che si prestino a cogliere, come in un atlante della memoria, gli intrecci con il simbolismo alchemico e le nostalgie per un sincretismo religioso da mondo tardo-antico (WARBURG 1912).

Figura 4 - Ercole de’ Roberti, Storie della vita di S. Vincenzo Ferrer (part.), Pinacoteca, Musei Vaticani, Roma. Figura 5 - Ercole de’ Roberti, Pietà, Walker Art Galery, Liverpool. Figura 6 - Ercole de’ Roberti, Madonna in trono con Bambino e Santi, Friedrich Kaiser Museum, Berlino, distrutta nel 1945. Figura 7 - Ercole de’ Roberti, Madonna in trono con Bambino e Santi, Accademia di Brera, Milano

Figura 8 - Ercole de’ Roberti, Maddalena piangente, frammento dalla Cappella Garganelli, S. Pietro, Bologna

Figura 9 - Ercole de’ Roberti (?), Concerto, National Gallery, Londra

Figura 10 - Ercole Grandi (?), Deposizione, collezione privata, Roma.

Tradizionalmente al de’ Roberti sono ascrivibili: Il ciclo dei miracoli di S. Vincenzo Ferrer, provenienti dalla cappella Griffoni in San Petronio a Bologna, ora ai Musei Vaticani di Roma (figura 4); le due tavole con Storie di Cristo, dalla predella della pala dell’altare maggiore nella chiesa di S. Giovanni in Monte a Bologna, oggi alla Gemäldegalerie di Dresda, poste ai lati di una Pietà, alla Walker Art Gallery di Liverpool (figura 5); la pala dalla chiesa di S. Lazzaro a Ferrara (Madonna in trono con Bambino, i Santi Agostino, Apollonia, Caterina d’Alessandria, Girolamo), già al Kaiser Friedrich Museum, andata distrutta in guerra nel 1945 (figura 6); la pala dalla chiesa di S. Maria in Porto, a Ravenna, detta pala Portuense (Madonna in trono con Bambino, i Santi Agostino, Anna, Elisabetta, il beato Pietro degli Onesti), alla Pinacoteca di Brera, Milano (figura 7).

Gli affreschi della cappella Garganelli, nella chiesa bolognese di S. Pietro, demolita per la ricostruzione nel XVII secolo, sono andati perduti e ne resta solo qualche frammento (figura 8).

A siglare quella splendida Pietà di Liverpool, definita dall’Argan “uno dei documenti più alti della pittura del Quattrocento” in cui risuonano echi fiamminghi dal Van der Weiden coniugati con vibrazioni del Giambellino, il commento del Longhi, lapidario come un verso ermetico: “Che incantesimo, e che tragedia senza lacrime”.

Alle dispute identificative non si sottrae nemmeno il maturo Concerto della National Gallery londinese (figura 9): il Venturi ne attribuisce la paternità ad Ercole, contesagli da chi (come Federico Zeri) propende per Lorenzo Costa.

Infine, quella che sembrava essere l’unica opera nota di Ercole Grandi (il Guarini la dice “di Hercole del Grande”, GUARINI 1621, 383), la Deposizione di S. Domenico – detta “Blumensthil” dalla trascorsa collocazione nella collezione del conte romano (figura 10) – per via dell’intestazione apocrifa e la data 1534 precedentemente descritta, è stata riportata dalla critica recente, che disconosce l’esistenza di un Grandi diverso dal de’ Roberti, nell’alveo di Giovan Francesco Maineri e potrebbe trattarsi di una copia dal de’ Roberti: impostazione e costruzione sintattica ricordano le pale robertiane di Berlino e Brera. Ma il segno si è ammorbidito, la linea si è fatta meno “secca” (per dirla col Vasari), si percepisce il cambio di secolo e la diversa inclinazione cui tende la nuova generazione ferrarese. La mano non è del de’ Roberti (anche se il Venturi e l’Ortolani catalogano l’opera come sua) eppure, se Ercole Grandi non fosse stato cancellato con un colpo di spugna dal Bargellesi e dal Longhi, e se Ercole Grandi non fosse il de’ Roberti, questa tavola avrebbe potuto essere sua.

Abstract

The Court of Ferrara, during the XV century, under the lordship of the House of  Este, was one of the great laboratories of the north Italy Renaissance. The art historian Roberto Longhi (1934) called the Ferrarese School: “Officina”  (Workshop), just for underlining its particular and esotheric character of Initiation to Art and Mythology (officina is the term used in Italian for a masonic lodge).

Among the names of the painters of that period, working at the frescoes in the Hall of the Months at Palazzo Schifanoia (a place studied also by Aby Warburg  in an important essay at the beginning of the last century) we find Ercole de’ Roberti.

As we have short and fragmentary news about his life and personality, the purpose of the present study is to reconstruct his identity. Since in the past times the documentary sources mentioned two Ferrarese artists both named Ercole, we’re going to inspect all the bibliography regarding Ercole da Ferrara, from Le vite de’ più eccellenti pittori by Giorgio Vasari (1550) to the XX century.  Particularly interesting  are the different positions assumed, on one side, by Adolfo Venturi (1888-89) who is inclined towards two distinct personalities, Ercole de’ Roberti and Ercole Grandi; on the other side by Giacomo Bargellesi (1934) who denies the existence of a second Ercole, convinced that Ercole de’ Roberti and Ercole Grandi are the same person.

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