"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

107 | giugno 2013

9788898260522

titolo

Perché e come tradurre ancora Antigone

Nota del traduttore di Antigone di Sofocle (Inda, Siracusa 2013)

Anna Beltrametti

Ilenia Maccarrone (Antigone) e Valentina Cenni (Ismene) in Antigone, AFI-Archivio Fondazione Inda, Antigone, Siracusa 2013

Nessuno studioso, neppure se chiamato da un’istituzione importante e unica come l’Inda di Siracusa, può procedere a tradurre un capolavoro dell’umanità tra i più noti e discussi, senza porsi alcune domande. Perché tradurre ancora? Come tradurre? Per chi tradurre è invece chiaro in rapporto all’occasione. I destinatari primi saranno i numerosi spettatori delle rappresentazioni annuali, un pubblico eterogeneo, in cui prevalgono i non addetti ai lavori che hanno il diritto di capire e che vogliono capire, con una curiosità legittima e un interesse autentico. Il testo antico, con i suoi messaggi e le sue provocazioni, dovrà raggiungerli attraverso una complicata e mai neutrale catena di trasmissione: dovrà passare non solo per la traduzione, ma attraverso le scelte di regia, la voce e i gesti degli attori e dei cori, le musiche, la scenografia che interferiscono tra loro nell’allestimento dello spettacolo e, a loro volta, operano sulla traduzione. Se tradurre è prima di tutto trasferire o transcodificare per qualcun altro, chi traduce per la stagione siracusana deve prevedere una sequenza di transfert particolarmente lunga e difficile, con tutti i possibili reinvestimenti o travisamenti di senso che ogni passaggio di consegna comporta.

Transfert. Scelgo questo termine non a caso, consapevole di utilizzare una categoria cardine della pratica psicanalitica e delle sue valenze soggettive e intersoggettive. Credo che meglio di altri colga il processo del mediare modificando o trasfigurando. Perché tradurre è lasciarsi attraversare dalle parole e dalle immagini che ci vengono da altri e da altrove, sforzarsi di interpretarle iuxta propria principia, dunque in base ai codici presupposti,  quindi accettare il rischio di contaminarle e di selezionarle lasciandole passare nel filtro della propria storia culturale e individuale, e infine raccogliere la sfida di trasmetterle, dunque di adeguarle all’orecchio e all’occhio di lettori e spettatori non impliciti nella scrittura originaria. Tradurre testi poetici complessi, in particolare tradurre testi sofisticati sul piano poetico e dissimulatori in rapporto al referente come quelli del teatro attico di V secolo, non può risolversi nel trovare una corrispondenza linguistica di superficie. La ricerca della corrispondenza linguistica non è che la prima tappa di un percorso ermeneutico che deve procedere, come nel gioco dell’oca, a furia di passi indietro e può concludersi soltanto con una revisione complessiva delle prime approssimazioni alla luce degli approfondimenti successivi e dell’economia contestuale.

Come tradurre dunque e che cosa far risaltare dell’Antigone per gente di teatro non specialista del teatro antico che deve farla arrivare a un pubblico tanto largo? E’ ancora possibile tradurre il testo di Sofocle senza inglobare nella traduzione le proiezioni millenarie degli interpreti, filologi e filosofi, che da Aristotele in poi non hanno mai smesso di analizzare quella drammaturgia? Perché Antigone è stata e resta, da quando fu composta, una tragedia à débat, buona a far pensare e discutere attraverso le emozioni profonde ed elementari che ancora suscita.

Ilenia Maccarrone (Antigone) e Maurizio Donadoni (Creonte) in Antigone, AFI-Archivio Fondazione Inda, Antigone, Siracusa 2013

Tornando sul testo, di cui avevo già affrontato e tradotto alcuni passaggi con attenzione prevalentemente tematica, ho potuto confermare alcune intuizioni allora rimaste in sospeso. Su una struttura drammatica regolare e semplice è calato un linguaggio piano: nessun virtuosismo lessicale alla maniera di Eschilo, nessuna provocazione, nessun sofisma argomentativo in anticipo su Euripide. Solo i corali e in particolare la parodos si distinguono per tratti di preziosismo che li riconducono nel solco della migliore produzione lirica. Tutti sviluppano racconti – alla parodos sono affidati gli immediati antefatti – che nei limiti del possibile e con estrema difficoltà ho cercato di rendere percepibili nella traduzione, ma procedono per immagini e per ellissi, evocando per rapidi flash più che narrando in senso proprio. Espliciti e talvolta ridondanti sono invece i dialoghi e le rheseis, come se la gravità del tema non dovesse essere affogata e quindi dispersa nella ricercatezza poetica.

Il tema della tragedia è la philia, non l’opposizione tra philia, troppo spesso confusa con l’amore di Antigone, e nomos, troppo spesso frainteso come legalismo feroce, la pericolosa deriva in cui il nomos si degrada nei comportamenti di Creonte. E per philia, nella tragedia, si intende il principio di co-appartenenza, il vincolo che definisce e tiene insieme i singoli di una medesima collettività. Nel linguaggio di Antigone il vincolo di philia è ereditario, si fonda sul sangue, sulla famiglia e sulla parentela, nella dimensione del clan o della comunità originaria. Nel linguaggio di Creonte la philia dovrebbe incominciare a costruirsi sui nomoi, sulle leggi, sui patti e sui progetti, nella dimensione innovativa di una società più eterogenea, politica e non familiare, fondata sui diritti e non sui privilegi. Per rendere nella nostra lingua il tema portante del conflitto, ho cercato di non tradurre mai philia con 'amicizia' e philoi con 'amici'. Le due parole, nell’italiano corrente, sono impoverite di senso per effetto della frequenza d’uso e anche dell’abuso. Per di più, la resa uniforme avrebbe fatto perdere di vista l’oscillazione dei termini greci tra le battute di Antigone e quelle di Creonte. Avrebbe impedito di cogliere il nucleo tragico profondo della drammaturgia e anche la relazione tra i personaggi principali che non si risolve in opposizione polare. Ma non ho neppure ceduto alla tentazione di caricare la forte autoreferenzialità familiare di Antigone di valenze incestuose. In particolare, nell’estesa battuta (vv. 69-77) di rifiuto che Antigone oppone alla prudente solidarietà della sorella Ismene, ho evitato come la peste di insinuare il motivo dell’incesto e ho insistito invece sul motivo portante della consanguineità che domina l’intreccio. "Sono sua sorella e starò nella stessa tomba con lui, con mio fratello": così ho tradotto il v. 73 φίλη μετ’ αὐτοῦ κείσομαι, φίλου μέτα, neutralizzando, per quanto possibile, la sirena dell’incesto, una vergogna per Antigone (cfr. Antigone 857-868) e una trovata a sicuro effetto patemico per molti traduttori e interpreti. Nel passo ho esaltato, per contro, il motivo conduttore della fratellanza e del genos che impregna anche l’intraducibile incipit, quel primo trimetro, Ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσμήνης κάρα, che ho creduto bene coltivare con una traduzione ampia – Ismene! Siamo sorelle! Abbiamo lo stesso viso, siamo nate dallo stesso grembo – e non seccare con una sintesi troppo asciutta. Credo fermamente che il verso condensi il tema del personaggio di Antigone, la sua idea fissa, la sua ossessione forse.

Il Coro di Antigone, AFI-Archivio Fondazione Inda, Antigone, Siracusa 2013

L’incestuosità leggendaria dei Labdacidi non è il solo pregiudizio con cui ci si deve confrontare traducendo le tragedie tebane di Sofocle. La critica, e con ottime ragioni condivisibili, ha rilevato la fissità tetragona, heroic temper nella celebre definizione di B. Knox, dei protagonisti sofoclei. La fermezza dei caratteri irriducibili si riverbera spesso nell’uniformità dei toni adottati dai traduttori per rendere i personaggi sofoclei. Ma Sofocle è più complicato e plurivoco dei nostri ipercorrettismi traduttivi. Con grande sapienza drammaturgica umanizza attraverso le sofferenze dei personaggi, più fragili e ambigui dei ruoli che interpretano, un tema di grande portata, il rapporto tra ethos tradizionale condiviso e autonomia della politica, certamente scottante negli anni della democrazia periclea. Gli slittamenti linguistici sono sintomi di oscillazioni significative. Nell’Antigone, in particolare, i registri e i toni linguistici, spesso variati, introducono dinamiche di relazione e di ripensamento molto interessanti e arricchiscono la semantica dell’intreccio. Non solo moltiplicano i punti di vista e le affezioni, differenziando tutti i personaggi minori, ma imprimono movimento anche nei due personaggi principali. Creonte e Antigone risultano molto più mutevoli, se si presta attenzione ai ritmi e al vocabolario dei dialoghi, e il tema del loro scontro non si risolve in una contrapposizione polare.

Traducendo ho cercato, nei limiti del possibile, di rendere in italiano i cambi di registro, di tempi e di tonalità che le scelte linguistiche di Sofocle lasciano avvertire nel greco del testo. Antigone e Creonte alternano toni austeri e colloquiali, gnomici e sferzanti, ritmi lenti e concitati fino a risultare fonicamente percussivi, concretezza e astrazione. Ismene mantiene un registro più uniforme, nella sua prudenza, ma sempre vitale. Emone incomincia sollecitando la benevolenza di suo padre ed esce di scena in preda allo sconforto di averlo scoperto irriducibile, triviale nella sua durezza. Tiresia, provocato da Creonte, abbandona il registro profetico per l’invettiva politica contro i tiranni. La guardia, con il suo linguaggio quotidiano e circospetto di chi ha una paura reverenziale dei potenti e cerca di vincerla con la saggezza dei proverbi e qualche astuzia quasi comica, dà la misura della distanza che separa l’uomo comune dai soggetti eccezionali, tra il senso fisico della vita, quell’urgenza assoluta dell’autoconservazione, e il massimalismo rovinoso delle idee non rivedibili. Del coro ho cercato di rendere la sorprendente doppiezza che Sofocle gli attribuisce giocandolo fino alla fine su due binari, quello lirico dei canti di suprema fattura e antica sapienza e quello dialogico, gli interventi del corifeo, di avvilente conformismo.

Due difficoltà hanno segnato più di altre il mio lavoro. Alla fine dello scontro con Tiresia, Creonte non può più nascondere la paura che lo ha afferrato alla rivelazione del prezzo da pagare per il disordine provocato nella città dalla sua arroganza: dovrà dare un morto nato da lui per Polinice, il morto non seppellito, e per Antigone sepolta viva. La paura ora incrina il suo fondamentalismo, gli fa cambiare idea: andrà di persona a slegare colei che ha legata, comprendendo troppo tardi che non è bene difendere a oltranza, fino alla morte, le leggi che lui stesso ha stabilite (vv. 1111-1114). Ragionando sulla iunctura καθεστῶτες νόμοι, che si riferisce senza ombra di dubbio alle leggi storiche istituite dai governi e non alle leggi sempiterne degli dèi,  e sul dichiarato cambiamento di posizione di Creonte, è necessario porre il problema della sintassi del verbum timendi, δέδοικα, e risolverlo non scolasticamente.

E ancora: come tradurre l’incipit celeberrimo del primo stasimo, πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει (vv. 332-333)? Come tradurre δεινός? Il problema era già antico. Lo solleva Socrate nel Protagora (341A-B) contrapponendo la propria accezione positiva del qualificativo – Socrate lo impiega per lodare – a quella negativa di Prodico. Mi sono confrontata con molte posizioni e alla fine ho lasciato che il contesto mi guidasse. Vi ho trovato un inno all’uomo, creatura di sorprendente ambivalenza, meravigliosamente grande anche nel male, e ho seguito Socrate. Chissà… Socrate avrà avuto in mente il corale dell’Antigone, mentre discuteva con Protagora?

Il Coro nel finale di Antigone, AFI-Archivio Fondazione Inda, Antigone, Siracusa 2013

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