"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

107 | giugno 2013

9788898260522

titolo

Edipo, il Re che voleva sapere troppo

Nota del traduttore di Edipo Re di Sofocle (Inda, Siracusa 2013)

Guido Paduano

Finale dell'Edipo Re, AFI-Archivio Fondazione Inda, Edipo Re, Siracusa 2013

Fin dall’incipit – quell’apostrofe ὦ τέκνα, Κάδμου, “figli miei”, che mentre anticipa oscuramente la crisi delle relazioni familiari stabilisce una volta per tutte nella storia della cultura europea il modello della sovranità illuminata, il mito del re padre del popolo – Edipo Re fissa un registro stilistico di alta e nobile dignità, adeguato all’oggetto della rappresentazione, il grande tema del bene pubblico. Devastato dalla pestilenza che si presenta come immotivata aggressione del principio di realtà, il bene pubblico è tuttavia vivo nella lucentezza del dover essere e nel rapporto fiduciario fra popolo e sovrano, che consente di guardare oltre le macerie con fede laica nell’uomo. Suonano conferma a questo imperativo gli atti ufficiali in cui Edipo invera i propri intenti politici, e insieme pone le premesse della propria rovina individuale. Così la parola cristallina che esprime l’organizzazione della vita associata, si presta a riflettersi in uno spaventevole secondo senso.

Il successivo svolgimento dell’azione drammatica si mantiene nell’ambito di un’intensa concezione della vita associata, ma la sviscera non più nel senso della concordia, ma in quello di profondo e segreto conflitto: l’opera benefica del sovrano viene a scontrarsi con la reticenza della voce sacra di Tiresia, e poi con l’immagine inquietante di un complotto teso al sovvertimento del regime:  è un sospetto sbagliato, ma quanto gli interlocutori-avversari di Edipo hanno ragione nel rivendicare la propria innocenza, altrettanto Edipo ha ragione nel constatare la propria solitudine in quella che da allora in poi diventa la ricerca della verità. A partire infatti dalla dichiarazione di Giocasta sulla fallibilità dell’oracolo (che scatena il conformismo apocalittico del Coro), l’insieme sociale che abbiamo conosciuto così forte e compatto si dissolve, e un uomo si pone alla caccia della propria identità ignota con la stessa lucidità che prima esercitava nel governo del paese.

Non muta neppure il livello della dignità linguistica, che si trasferisce appunto alla dimensione intellettuale impegnata nella ricerca, e si esalta nel paradosso per cui Edipo combatte con tutte le tentazioni pietose che vorrebbero risparmiargli la verità, come già Tiresia nella prima fase del loro dialogo, e poi Giocasta, e poi il vecchio servo in cui la silenziosa abilità drammaturgia di Sofocle ha cumulato le funzioni del testimone oculare della morte di Laio (in quanto tale ossessivamente ricercato fin dall’inizio) e dell’improvvido benefattore dell’infante Edipo. Su tutti prevale il “devo sapere” di Edipo, che trasmette alla nostra civiltà un primato ineludibile e definitivo.

Straordinario è poi lo strumento comunicativo utilizzato per realizzare il conseguimento della conoscenza: la rivitalizzazione dello strumento codificato della sticomitia, un dialogo in cui ognuno degli interlocutori pronuncia a turno una battuta di un verso. È uno strumento in apparenza rigido e meccanico, anche perché in genere non c’è equilibrio discorsivo tra chi chiede e chi fornisce informazioni, e dunque la parte di chi chiede si carica di zeppe allo scopo di ottenere un equilibrio formale. Ma in questo caso, chi chiede ha una formidabile concentrazione emotiva sull’obiettivo conoscitivo, ed è lui dunque a guidare ancora, come prima, la conversazione.

Una volta raggiunta la verità, la dimensione ultima del dramma è la ferocia del dolore, quello che nessun altro uomo, dice Edipo, sarebbe in grado di sopportare, e che non spegne in lui la volontà di decidere il suo futuro.

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