"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

2 | ottobre 2000

9788894840018

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Kazmir Malevich e le sacre icone russe. Presentazione della mostra di Palazzo Forti, Verona 

Attraverso un percorso immediato e di forte impatto visivo, la mostra di Palazzo Forti riesce a rendere bene ciò che promette: esemplificare la vicinanza delle ricerche figurative e delle sottese teorie estetiche di Malevich, non solo ai grandi artisti e alle avanguardie europee, ma soprattutto alla sua tradizione culturale, alle sue radici orientali e popolari. Una ricca esposizione di più di cento opere consente di comprendere e ripercorrere l’iter mentale dell’artista dai primi esperimenti cubisti agli ultimi anni di ritorno al figurativismo. Ma ciò che sorprende e affascina maggiormente è l’accostamento di antiche icone tradizionali russe ai più famosi quadri di Malevich; sono evidenti le persistenze e ricorrenze di cromatismi, di geometrie compositive, addirittura di scelte iconografiche, pur nella lontananza dei linguaggi stilistici. La semplice giustapposizione di icona e quadro rende percepibile con un solo sguardo il mondo interiore e la memoria culturale che tracciano le coordinate dell’originalità di quest’opera.Il teosofismo di un altro grande artista russo, Kandinskij, nasce dalla crisi della percezione del visibile e dalla decostruzione dell’immagine che già si era avviata con gli Impressionisti; lo spiritualismo suprematista di Malevich invece parte proprio dal rapporto antico e complesso del mondo russo con l’arte giungendo comunque a una sintonia con il pensiero estetico europeo. Per Malevich il traguardo dell’astrattismo, inteso come unico linguaggio artistico capace di esprimere l’Assoluto, l’Essenza non-oggettiva del reale al di là dell’empirismo figurativo e naturalistico, è immediatamente riconducibile alla teologia e all’estetica delle icone russe. Nella scelta e nella canonizzazione di un linguaggio “antianatomico, icastico e geometrizzante”, l’arte di Malevich, come le icone, supera i limiti della rappresentazione figurativa per lasciare spazio all’emergenza del contenuto: la forma si assolutizza e rinuncia a se stessa nella ricerca della somma verità spirituale. Prendendo a fondamento questa visione estetico-teologica, se pur laica, l’arte di Malevich si discosta fortemente dalle proiezioni costruttiviste e neoplastiche, che nella ricerca puramente formale e razionale di equilibri geometrici e cromatici arrivano a eliminare il significato, l’intenzione espressiva dell’opera. L’arte per Malevich è invece la porta della conoscenza, lo svelamento dell’archetipo, proprio come la Porta Regale nelle iconostasi. (Maria Bergamo)

Recensione a: James Hillman, Politica della bellezza, a cura di F. Donfrancesco, Moretti & Vitali Editori, Milano 1999

Una nuova pubblicazione conferma la continua attenzione che la cultura italiana con riconoscenza presta a chi ha saputo rivolgersi ad essa centrando al cuore pulsante della sua tradizione. Un filo conduttore intreccia questa raccolta di saggi: è la percezione visionaria dell’Anima mundi che l’antica sensibilità del neoplatonismo rinascimentale può ancora donare a chi oggi è capace di farsi persuadere del valore di una controeducazione. La dimensione politica è l’inevitabile più recente sviluppo di una teoria che recupera, con tutto l’ampio raggio delle sue profonde implicazioni, l’antico senso della parola greca aisthesis. Si tratta di un recupero che Hillman, fedele al percorso che guida tutta la sua produzione, conduce nell’acuta comprensione delle attuali necessità terapeutiche: la cura dell’Anima per risvegliarsi dai tragici ottundimenti di una troppo comune an-estetizzata modalità di stare al mondo. (Daniela Sacco)

Recensione a: Mission Impossible 2, regia di John Woo, USA 2000

Ancora una volta il cinema hollywoodiano ricorre al mito greco, riattualizzandolo in chiave contemporanea. Chimera, il mitico mostro dall’alito infuocato, la testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente, in questo caso non è che una letale arma biologica, un virus che distrugge le cellule umane in venti ore. Il biologo che inventa Chimera, Dr. Nekhorovich, trova anche l’antivirus in grado di annientarlo, Bellerofonte. Il criminale Sean Ambrose ha rubato il virus Chimera e l’agente Ethan Hunt (Tom Cruise), con l’aiuto di una ladra ex amante di Ambrose, deve recuperarlo. L’intreccio del film, estremamente banale, è pronto ad accogliere duelli, scene d’amore, acrobazie, esplosioni, effetti speciali, tutto ciò che si può chiedere ad un film d’azione programmato per incassare cifre astronomiche. I primi dieci minuti sono i migliori di tutto il film, poi condannato dal citazionismo e dall’ancor peggiore autocitazionismo.Quello che vediamo inscenato in aereo è un espediente antico, mitologico e poi teatrale, tra i più usati. Basti ricordare l’Amphitruo di Plauto, in cui Giove si presenta alla donna amata, Alcmena, con le sembianze del marito. In tempi più recenti è famoso lo scambio di mantello tra Don Giovanni e Leporello per motivi altrettanto licenziosi. Rimaniamo comunque tutti sorpresi nel vedere Tom Cruise in aereo mentre si “strappa” la sua personae. Invece non stupiscono più i successivi travestimenti, ormai prevedibili e scontati. Una chiara citazione è rinvenibile nell’inseguimento in automobile tra Tom Cruise e Thandie Newton, preso tout court da Hitchcock (To Catch a Thief [Caccia al ladro, 1955]). Si rasenta infine il ridicolo quando, durante un massacro al rallentatore, l’entrata in scena dell’agente Ethan Hunt è anticipato da una colomba bianca: forse egli è il nuovo Salvatore? (Diletta Bortesi)

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